La scelta di Monicelli e il trattamento di fine vita

Mentre ieri sera guardavo l’ultima puntata di alta televisione che è stato Vieni via con me, fulgido esempio di una tv di qualità che per fare audience non deve svendere il buon gusto, l’equilibrio e l’impegno sociale alla volgarità dei tempi presenti, sul sito di Repubblica leggevo della morte di Mario Monicelli.

Morte causata non dalle dirette e irreversibili conseguenze della vecchiaia e del male che affliggevano il grande regista, ma da un atto di volontà.

Appena saputo del “suicidio”, e leggendo delle condizioni di salute di Monicelli, ho subito pensato al tentativo di non subire l’umiliazione del dolore. Un’interruzione volontaria di esistenza, di un’esistenza destinata alla fine, al disfacimento, alla perdita del controllo di sé.

Evidentemente, ho pensato, per Monicelli la dignità della sua persona passava per il mantenimento delle proprie facoltà fisiche e intellettive. Finire in un letto a disfarsi tra dolore e incoscienza forse non gli è embrato consono al concetto di dignità personale. E così ha deciso di porre fine alla sua vita seguendo ciò che era inevitabile. In modo forse un po’ brusco e irruento ma chi lo conosceva bene così lo ricorda. Un uomo un po’ brusco, a volte, ma di gran cuore.

Oggi, ascoltando le dichiarazioni di chi lo conosceva, si esprime a chiare lettere che la scelta del “suicidio” è una scelta che non sorprende. Monicelli non voleva diventare un vegetale destinato comunque alla morte. E ha preso la sua decisione.

L’idea che mi ha attraversato ieri, per un attimo, oggi si è fatta più concreta. Se l’Italia avesse una legge che disciplinasse il trattamento di fine vita (eutanasia inclusa) – da non confondere con il suicidio – Monicelli avrebbe potuto affrontare quel momento in modo non cruento. Possibilmente non in solitudine, circondato dall’affetto della sua famiglia.

L’ordinamento vigente, supportato da questo governo che è il più squallido degli ultimi centocinquant’anni e che ha come sponsor privilegiato la chiesa cattolica, prevede il divieto della fine delle sofferenze del malato.

Governo e chiesa che, per altro, sono i punti di riferimenti di quei movimenti “pro-vita” che a quanto pare si battono affinché la vita delle persone sia peggiore.

Monicelli, forse, ha voluto non dargliela vinta, alla malattia. E lo ha fatto scegliendo. Scegliendo di non dare l’ultima parola al suo male. A ben guardare questa è libertà. È dignità. Dignità e libertà. due parole che non si declinano nel linguaggio dell’attuale classe politica italiana asservita ai peggiori poteri clericali, ma che diventano esempio vivo dei grandi uomini del nostro paese.

E per la cronaca, Monicelli ha anche rifiutato i funerali, religiosi e civili. Chissà che non ci sia un nesso, anche qui. Perché lui era lui, verrebbe da dire, «e voi non siete un cazzo».

Un saluto al maestro, tale fino all’ultimo.

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