Siamo sicuri di meritarci Mario Mieli?

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Mario Mieli

Nell’anniversario della morte di Mario Mieli, Gaypost.it – la nuova avventura in cui ci siamo imbarcati io e un gruppetto di coraggioseh, sì con la h finale, persone che han voglia di fare buona informazione Lgbt – ha pubblicato un video, con una sua testimonianza.

Vi lascio all’articolo, per sapere chi era il padre del movimento Lgbt italiano ai suoi tempi e cosa rappresenta ancora oggi, per tutti e tutte noi. Anche a livello mondiale.

Una cosa, però, ve la dico: se oggi egli fosse in vita o se ci fosse un giovane Mieli, avrebbe come nemico giurato quella parte della comunità Lgbt italiana troppo impegnata a rendersi accettabile agli occhi di chi la disprezza.
Quella comunità che dice “meglio poco e tardi che tutto e subito”.
Quella che dice “i pride sono una carnevalata” (ancora adesso, nel 2016).
Quella che “tu in piazza con la foglia di fico non puoi andarci perché non sta bene”.

Mieli ci insegna la libertà, l’essere noi stessi/e e a testa alta. Questa la sua eredità. A noi, il compito di esserne degni. E per esserne degni, dovremmo meritarcela, prima di ogni altra cosa, la libertà. E non sono sicuro che molti riuscirebbero a sostenere il peso di tale impresa.

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Sulla liberazione (sessuale e non solo)

Rainbow-Flag

Rainbow flag flies in the Castro.

Un movimento di liberazione sessuale – tra le altre cose – dovrebbe preoccuparsi di modellare il mondo secondo quello che è il suo ideale e non di inseguire il moralismo dilagante solo per apparire più presentabile. Altrimenti non avete capito una ceppa, da Hirschfeld a Mieli, da Foucault a Tin. Ammesso che sappiate di chi stiamo parlando.

E credo che il problema sia proprio questo e riguardi la comunità LGBT, sia tra le vecchie sia tra le nuove generazioni. Le prime si sono imborghesite a tal punto da non capire più che si può essere rivoluzionari, culturalmente parlando, senza necessariamente vestirsi male. Puoi avere le camicie stirate e dire cose giuste, in altri termini. Puoi vestire anche fuori dal circuito dei mercatini dell’usato, sposare il concetto di boutique e non essere uno stronzo, per questo. Ma da quello che vedo, la gente – certa gente, nello specifico – continua a vestirsi male (negozio e bancarella che sia), ad atteggiarsi da leader del niente e a preoccuparsi che la massa dei normali (e dei normati) ci consideri non all’altezza della loro ottusità filosofica. Quando la mission era tutt’altra, a ben vedere. Insomma, gente noiosa, “vecchia” e perdente. E l’età c’entra poco. È una questione di predisposizione al fallimento.

Poi ci sono le nuove leve. Le quali, se la fortuna ci sorride, hanno solo sentito parlare dei personaggi sopra menzionati. Qualcuno forse ha pure letto qualcosa, ma serve a poco se non si è in grado di metabolizzarne il contenuto. La massa, ahimé, pare vivere di serate in discoteca e di social network. Salvo poi accusare chi organizza quelle stesse serate di pensare solo a quello. La fortuna, a quanto pare, più che sorriderci ci irride.

E mentre Atene piange, Sparta non ride e Tebe ci osserva perplessa, in mezzo alle macerie ci sono quelli/e di buona volontà. Ovviamente, non vi racconto la merda che gli arriva addosso. Un esempio concreto? Si sta organizzando una marcia, per il 12 dicembre. E vai di distinguo, di opportunità da non cogliere, di benaltrismi, di fallimenti intrinseci, di profezie di sventura, di partiti a cui obbedire (senza nemmeno avere il coraggio di dirlo), di purezze violate. Come se non si può più essere liberi/e di sbagliare per conto proprio, ammesso che di errore si tratti. Io, a scanso di equivoci, ci sarò.

Ebbene no, non credo che funzioni così. Dovrebbe essere che ci si mette la faccia, che si rischia. Perché il rischio è il primo passo verso il raggiungimento dell’obiettivo. E perché bisognerebbe saper distinguere tra tentativi andati a vuoto e fallimenti politici. Chiedetelo a Harvey Milk, a Rosa Parks, a Sylvia Rivera. Chiedetelo a tutti/e coloro che a un certo punto hanno deciso che lo status quo non andava più bene. Chiedetelo a chi ci ha provato, senza riuscirci. Perché anche quei tentativi hanno una loro dignità. Aprono una strada. Qualcosa che viene raccolto in un secondo momento. E se non ci fossero stati i “perdenti”, non ci sarebbero stati i presupposti per le seconde opportunità e, poi ancora, quelle vincenti. E noi, per come siamo disastrati – come movimento e comunità – non abbiamo davvero niente da perdere. Ma questo forse è un ragionamento elevato e mal si addice a certi spiriti da controriforma che hanno popolato l’arcobaleno fino ad ora. Vedremo cosa ci prospetta il futuro.

Con un’unica consapevolezza possibile: se arriverà qualcosa di buono, è per chi ci ha messo la faccia e ha rischiato. Al netto di perbenismi e opportunismi. Se invece andrà male, è perché tutti e tutte noi abbiamo operato – più o meno consapevolmente – affinché si arrivasse alla disfatta. E a quel punto, dovremo solo fare i conti con tutto ciò che (non) siamo riusciti/e ad essere. Persone libere, in primis.

Il Mieli e le accuse di pedofilia? I cattolici dovrebbero solo tacere…

mieliVorrei porre la vostra attenzione su questo fatto:

La condanna all’omosessualità risale all’episodio biblico di Sodoma. Cosa riporta quel testo? Lot, presagendo che i suoi concittadini vogliono stuprare gli angeli mandati da Dio, dice: «No, fratelli miei, non fate del male! Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace, purché non facciate nulla a questi uomini» (Genesi 19, 7-8). Se volessimo ribaltare i termini della questione e giocare a citare passi decontestualizzati, ne consegue che la Bibbia è un testo che teorizza (e sacralizza) lo stupro. Sempre in Italia, per altro, esiste tale “Gruppo Lot” a favore delle teorie riparative che ha partecipato alla famigerata malanpiazza del Family Day, dove c’erano i quattro senatori. Seguendo il loro schema mentale: è opportuno che un politico che si dice “cattolico” possa sedere in parlamento, visti i testi sacri di riferimento?

Perché dico questo? Perché un drappello di senatori di centro-destra e cattolici ha attaccato il Mario Mieli di Roma, associandolo alla pedofilia. Per saperne di più, ecco l’articolo completo su Gay.it. E buona lettura!

Omofobi e LGBT? Ecco le differenze

differenzaGli omofobi hanno bisogno di dire bugie per far valere le loro ragioni, noi persone LGBT ci limitiamo ai fatti oggettivi.

Loro hanno bisogno di odiare le diversità, noi siamo portatori di un messaggio per cui tutte le differenze hanno pari dignità.

Loro si inventano il fantasma del gender per attaccare le leggi contro l’omofobia o le unioni civili, noi facciamo i percorsi di educazione alle differenze a scuola.

Loro organizzano il Family Day attaccando la gay community.
La gay community, intanto, si organizza per aiutare le persone migranti bisognose alla stazione Tiburtina.

Il CCO Mario Mieli, infatti, e si fa promotore di una raccolta di beni di prima necessità presso la sua sede (Via Efeso 2A). Potete portare il vostro contributo da lunedì 22 a venerdì 26 giugno dalle 9:00 alle 18:00.

Il resto lo potete leggere qui. E questa è la differenza tra noi e loro.

Sapete quando la misura è colma?

Ero tranquillo a casa mia, a studiare una documentazione sul bullismo omofobico – perché credo sia importante informarsi su queste cose, in quanto insegnante, e perché ci sto scrivendo un libro – quando mi arriva una notifica da Twitter su un certo contenuto:

Schermata Farina 1

Adesso io gli spiegherei pure, a questo signor Farina, che un testo scritto quarant’anni fa da un laureando di filosofia andrebbe letto e interpretato, dagli occhi di un contemporaneo, avendo ben presenti alcune complesse ragioni:

1. Mieli teorizzava la libera sessualità in ogni sua forma, anche quella che oggi entra nel rango delle parafilie, anche in reazione alla psicoanalisi di quando era in vita (e la psicologia di oggi è un attimo diversa rispetto a quella degli anni ’70)
2. in questa forma di libertà assoluta teorizzava la piena libertà del bambino di esprimere la sua sessualità, contro un ordine precostituito che “castra” l’individuo fin dall’infanzia (per cui questo aspetto controverso di Elementi di critica omosessuale andrebbe inteso come la facoltà dell’essere umano di decidere di autodeterminarsi sessualmente fin da piccolo e non la facoltà dell’adulto di abusarne)
3. da studioso di filosofia, Mieli si rifaceva più verosimilmente al modello pederastico greco che non al “modello pedofilo” protetto e praticato da certi sacerdoti cattolici.

duplicatoIn ultima analisi ci sarebbe anche da far notare a questo individuo che curare una raccolta di poesie postume – precedenti addirittura agli Elementi – non significa avallare pratiche, sempre criminali, di violenza o abuso sui/lle minori (che negli Elementi non vengono di certo auspicate).

Ecco, se avessi a che fare con un soggetto che dimostra una certa serenità di approccio alla questione – oltre a una certa dimestichezza con la cultura – lo farei anche, ma credo che sia tutto inutile cercare di argomentare con chi dimostra un certo fondamentalismo e un certo estremismo rispetto a specifiche tematiche: il signore in questione, infatti, segue e ripubblica molto materiale reperito su siti di organizzazioni omofobe.

Sembra che dietro certi attacchi ci sia quindi l’esigenza di dimostrare che pedofilia e omosessualità siano strettamente collegate e questo lo trovo inaccettabile e criminale. Sia perché è scientificamente dimostrato che non è vero, sia perché mi si richiama in prima persona diffamandomi sotto il profilo personale e, di rimando, anche sotto quello professionale, lavorando io a scuola con minorenni.

Quindi, nell’incertezza delle cose da dire e da fare e dopo gli opportuni screenshot, passerò tutto il materiale conservato ai legali delle associazioni che si occupano di questo tipo di questioni. Dopo di che si vedrà come procedere. Triste e preoccupante che i supporter della “famiglia tradizionalmente omofoba” abbiano bisogno di questi squallidi escamotage per cercare di ottenere ragione. Evidentemente non hanno altri mezzi se non la calunnia e il discredito. Io mi limito a smontare le idee di certa gente con il ragionamento e a quanto pare la cosa brucia. Fino a questo punto. Fino a quando la misura è colma.

Dal corpo al diritto

uomo_vitruvianoTra qualche settimana ci sarà il congresso di Arcigay a Catania, l’associazione in cui milito attivamente giù in Sicilia. Ho scritto un documento – intitolato, appunto, Dal corpo al diritto – sull’importanza dell’autodeterminazione e la percezione del sé, in quanto “ingredienti” di una politica più grande e incisiva nei confronti del concetto di persona e funzionale a un nuovo umanesimo. Condivido con voi le mie stesse riflessioni, sperando che arricchiscano il dibattito dentro la comunità e il movimento LGBT.

***

1. L’importanza del corpo

La nostra battaglia culturale parte dal concetto di “liberazione dei corpi” per arrivare al riconoscimento dentro la legge, nelle maglie del diritto, secondo il Dettato Costituzionale.

Non si deve fare l’errore, abbastanza miope, di confondere questo processo di liberazione con una generica libertà sessuale, in quanto il primo è un percorso di identità, un “divenire” appunto di tipo politico e culturale. La seconda è una pratica che non può avvenire se prima non si libera il corpo che ne è destinatario.

Nasciamo, infatti, in un contesto di tipo “sessista” e conseguenzialmente maschilista in cui il corpo è legato a un’identità sessuale specifica. Dal fiocco rosa o azzurro fino alle convenzioni su ruoli e comportamenti, per cui se sei maschio non puoi essere fragile, se sei femmina non puoi essere autonoma nelle tue scelte. E, a prescindere da tutto questo, che si sia uomo o donna, non si è mai veramente liberi.

Il processo della liberazione del corpo ha questo presupposto fondamentale: liberare il sé, a prescindere dal corpo in cui abita. E poiché il sé agisce attraverso il corpo, sarà solo con la sua liberazione, col dispiegamento della sua volontà nelle azioni quotidiane e nell’esercizio del pensiero, che si potrà arrivare alla liberazione di uomini e donne non “nonostante”, ma proprio dando importanza alla diversità biologica, fisica, psicologica e intellettuale.

2. Tra libertà e pratica

Sbaglia, a nostro giudizio, chi riconduce la questione della libertà dell’individuo a un esercizio di “libera” sessualità. Perché è vero che oggi non si vieta alle persone LGBT di praticare le loro relazioni sessuali, ma tale esercizio è solo un aspetto della cura del sé, che nasce proprio con gli atti di volontà gestiti attraverso l’uso del corpo.

La sessualità delle persone LGBT viene, appunto, tollerata ma, di contro, viene anche confinata al di fuori di una norma eterosessista per cui è lecito solo l’atto procreativo. Ce lo insegna Mario Mieli nei suoi Elementi di critica omosessuale, d’altronde.

Alle persone LGBT, viene, dunque, permesso di esistere e di praticar sesso, ma sotto la lente di una norma che al massimo tollera tali esistenze e pratiche.

Noi, invece, dobbiamo rovesciare la questione: la sessualità è una conseguenza o di un’esperienza affettiva, in cui l’amore trova il suo completamento, o è risultante di un istinto per cui si asseconda il principio del piacere. In entrambi i casi tutte le sessualità, purché agite e vissute nel rispetto dell’individuo, sono lecite e rispettabili. Ognuno poi eserciterà le forme e le pratiche in cui si riconosce di più. Non c’è più un rapporto verticale tra eterosessismo (in alto) e ciò che non lo è, più in basso. Questo ribaltamento non può non verificarsi se, coerentemente col pensiero di Mieli, di Foucault e di altri pensatori e altre pensatrici dei gender studies, non si mettono i discussione quei ruoli sessuali legati a questioni di genere che hanno, a loro volta, origine nella visione di una certa politica dei corpi.

Si può anche baipassare questo ragionamento, comprendiamo che è difficile e ardua è la sua messa in pratica. Ma come tutti i processi nobili, virtuosi e rivoluzionari (laddove rivoluzione non coincide necessariamente col clamore della tempesta, ma con la placida verità del cambiamento), occorre partire proprio dalla messa in discussione di uno status quo che fa ancora differenze tra l’esser maschio e l’esser “altro” e, di conseguenza, tra uomini e donne, tra eterosessuali e persone LGBT, ecc.

3. Dal privato al pubblico

Le considerazioni fino a ora svolte riguardano la sfera individuale della persona nell’autopercezione del sé, ma investono una rilevanza pubblica quando esse si sposano a rivendicazioni politiche ben precise.

Le persone LGBT partono dal loro vissuto nella costruzione del proprio io. Nell’adolescenza si opera un doppio percorso di decostruzione, non solo dei modelli familiari per cui ci si costruisce un’etica autonoma, ma anche dai modelli familisti, per cui ci si deve costruire un’identità non prevista dal sistema.

Il non essere previsti, nel privato, ha ricadute oggettive nel pubblico: disprezzo, derisione, non riconoscimento dell’integrità fisica, morale e psichica dell’individuo, fino alla negazione dei diritti, a cominciare da quelli più elementari, come il diritto della cura di sé, attraverso la tutela della propria sicurezza, e come il diritto all’affettività nelle sue forme di tutela delle situazioni di coppia, nella genitorialità.

Forti di questa consapevolezza che nasce proprio dalla valutazione dell’essere umano nella sua libertà a partire dalla percezione e nella gestione del corpo, Arcigay Catania crede che sia fondamentale che le persone LGBT possano accedere alla piena uguaglianza giuridica, al momento riservata alle sole persone eterosessuali, attraverso provvedimenti quali:

  • l’approvazione di una legge contro l’omo-transfobia
  • la tutela delle situazioni di coppia attraverso l’approvazione del matrimonio egualitario e, contemporaneamente, di istituti più leggeri per chi non vuole sposarsi, come le unioni civili estese anche alle coppie eterosessuali
  • la tutela delle situazioni di omogenitorialità
  • l’estensione della facoltà di adozione alle persone LGBT e, più in generale, ai/lle single
  • la depatologizzazione della transessualità
  • la riattribuzione del sesso percepito per le persone trans prima ancora dell’intervento di riassegnazione
  • una nuova politica di tutela della saluta e di prevenzione delle infezioni sessualmente trasmissibili
  • la tutela delle persone HIV positive e di quelle già in AIDS, per rimuovere lo stigma sociale e per garantire cure adatte e una migliore qualità della vita.

Noi non chiediamo alla “norma”, così come intesa da Mieli, di darci il permesso di esistere o di tollerare la nostra presenza. Noi pretendiamo dalla società un cambiamento reale di fronte alle nuove sfide del presente, proprio perché soggetti che stanno a pieno titolo nel tessuto sociale di relazioni che qualificano la tenuta democratica di questo paese.

Per questo partiamo dal corpo: per liberare anime e coscienze. E, attraverso esse, per arrivare al diritto di tutti e di tutte non di essere “normali”, ma di essere uguali di fronte alla legge. Perché la normalità, come ci insegna la storia, non ha mai coinciso con l’uguaglianza. Ma lavorare per l’uguaglianza, dentro la norma giuridica, ci rende titolari della stessa dignità.

Per questo partiamo da lontano, nel privato dell’individuo: per arrivare al cuore del problema e per cercare di risolverlo, a livello pubblico.

Mario Mieli, trent’anni dopo. Molto presto nelle vostre librerie

copertinamieliTrent’anni fa moriva, suicida, Mario Mieli. Franco Buffoni ne ha scritto, su Le parole e le cose, a cui rimando invitandovi caldamente alla lettura.

Ne riporto un pezzo, qui di seguito, per una ragione particolare:

Oggi 12 marzo 2013, in occasione del trentennale della scomparsa, il Circolo Mario Mieli pubblica un libro intitolato Mario Mieli trent’anni dopo, a cura di Dario Accolla e Andrea Contieri, in cui appaiono tutte le poesie inedite e le lettere di Mario a me indirizzate, nonché un testo teatrale pure inedito e, tra le altre, una testimonianza di Milo De Angelis. Questo il sommario completo:

Andrea Maccarrone, Presidente Circolo Mario Mieli, Prefazione
Franco Buffoni, Mario Mieli trent’anni dopo
Mario Mieli, Lettere
Mario Mieli, Poesie
Milo De Angelis, Quella poetica creatura che era Mario Mieli
Mario Mieli, La mia Justine
Francesco Paolo Del Re, La performance totale di Maria M.
Corrado Levi, Che bello scrivere di Mario Mieli!
Francesco Gnerre, Ricordo di Mario Mieli
Dario Accolla, L’eredità di Mario Mieli e il senso della militanza oggi
Nota bio-bibliografica

Per richiederlo: cultura@mariomieli.org

Ben presto, il 24 marzo, presenteremo il libro al Circolo intitolato all’intellettuale e attivista di cui oggi si ricorda la scomparsa.

Ringrazio Franco, per aver reso possibile tutto questo.
Ringrazio Andrea Contieri, per la dedizione e la pazienza.
Ringrazio tutte le persone citate nel suo pezzo, per aver collaborato con me a con Andrea.
E ringrazio Anna “Nim” Borello, per aver prestato la sua arte e aver reso possibile la copertina di questo volumetto.

Lucia Annunziata e i gay nei campi di sterminio

«Lo avrei difeso anche se avesse detto che i gay devono andare nei campi di sterminio». A dirlo è Lucia Annunziata a Servizio Pubblico, parlando di Celentano e della sua critica ai giornali cattolici. Annunziata dice due cose, una condivisibile, un’altra criminale.

La prima: si può criticare una testata cattolica. È un principio liberale. Solo nei sistemi teocratici la religione e tutte le sue emanazioni sono inattaccabili. E su questo conveniamo.

La seconda: rientra nella libertà di espressione anche un incitamento pubblico all’odio. E questo no, mi dispiace, non lo accetto. E non solo perché i gay, come ci fa notare Andrea Maccarrone, del circolo Mario Mieli, nei lager ci sono andati davvero, insieme a ebrei, sinti, rom, comunisti, testimoni di Geova e altre categorie poco gradite al regime di Hitler.

Ma anche, e soprattutto, perché lei non avrebbe mai detto frasi del tipo:
«Lo avrei difeso anche se avesse detto che gli ebrei devono andare nei campi di sterminio».
«Lo avrei difeso anche se avesse detto che un uomo può stuprare una donna se questo lo provoca».
«Lo avrei difeso anche se avesse detto che i neri devono essere ridotti in schiavitù».

Purtroppo, evidentemente, anche per la signora Annunziata – sedicente giornalista di sinistra, le cui dichiarazioni sono più vicine a quelle di un movimento di estrema destra – il disprezzo pubblico verso la categoria degli omosessuali rientra nella libertà di pensiero. Un pensiero che, di conseguenza, andrebbe difeso.

Nei paesi civili l’omofobia è, invece, un reato. Se fossimo stati in Canada, in Germania, negli USA o in un’altra nazione siffatta, forse l’ex presidente della RAI a quest’ora sarebbe impegnata a lasciare il suo ufficio e a cercarsi un altro lavoro. Per sua fortuna, e per sfortuna nostra, siamo in un paese dove le cose vanno esattamente al contrario.

Giornata della memoria, 2012

Roma non dimentica. E nemmeno la comunità GLBT. Perché è giusto. E perché molti e molte di noi morirono dentro i campi di sterminio.

Tra le varie iniziative che si svolgeranno nella capitale, vi segnalo:

Memoria e Olocausto, incontro con Grazie Di Veroli presso la sede nazionale di Arcigay, via di San Giovanni in Laterano 10, ore 18:30. A seguire proiezione di Paragraph 175.

Presente Ricordo, azione scenica per soli, coro, strumenti e voci recitanti. Regia di Gianni Licata. Da un’idea di Giuseppe Pecce. Direzione artistica Giuseppe Pecce. Chiesa Anglicana All Saints – Via del Babuino 153, Roma 27 gennaio 2011 ore 20:00. A cura del CCO Mario Mieli e del Roma Rainbow Choir.

Per onorare quei morti, che sono di tutti.
Per dare un giusto nome alla follia.
Perché quel passato sia relegato alla storia e non al futuro.

Roma Pride 2010: perché io andrei

Non andrò al Pride di Roma, quest’anno, solo perché non sarò fisicamente in città. Fossi rimasto nella capitale, invece, sarei andato per una serie di ragioni. E credo che tali ragioni dovrebbero essere le stesse di chi dice di avere a cuore la questione GLBT.

Innanzi tutto perché occorre dare un segnale politico al comitato Roma Pride. Nella querelle che vede due fazioni contrapposte, quelli che organizzano e quelli che non andranno, mi sento ideologicamente più vicino a chi nutre perplessità rispetto ala gestione del pride. Tuttavia, come ho già scritto in precedenza, la scelta aventiniana del Mieli e dell’ala antagonista, è semplicemente sterile.

Dichiarare che non si va non è un atto politico, ma semplicemente identitario che con la questione dei diritti e della dignità del popolo rainbow non ha niente a che vedere. Adesso, è legittimo che non ci si senta rappresentati da Marrazzo e dalla Battaglia ma proprio per questo occorreva stilare un documento critico di partecipazione. Occorreva andare per dire che il comitato ha organizzato sì l’evento, ma che l’evento non è di proprietà di Arcigay Roma o del DGP. È di chi vi partecipa. E se io partecipo – con una piattaforma politica di spessore che parla di dignità, di laicità, di liberazione – aggiungo, con la mia presenza, un valore a una manifestazione presentata in modo annacquato: basta vedere lo slogan e il video di presentazione che svilisce il senso del pride in questione.

In altre parole: portare un valore che altrimenti non ci sarà. Perché non c’è. La partecipazione fa la differenza. La partecipazione sotto un’insegna di associazioni e realtà che fanno la differenza – politica prima di ogni altra cosa – avrebbe avuto un valore ancora maggiore. Il pride, d’altronde, non è la celebrazione delle differenze?

Ancora, occorreva andare per dare segnale di unità alla cittadinanza. Sabato a Roma ci sarà un corteo che vedrà il movimento GLBT ancora più diviso e fragile e questo avrà una ricaduta negativa per tutte e tutti. Un corteo più partecipato, anche se diviso tra schieramenti legati a documenti politici diversi, avrebbe dato un altro segnale: forse non si è d’accordo su come gestire una manifestazione, ma il bene ultimo è più importante della guerra fra fazioni. Ammesso che il bene ultimo sia davvero la cosa più importante. Anche più importante dell’identità, molto spesso ridotta solo a mero logo.

Dulcis in fundo: il rischio di una sconfitta totale è dietro l’angolo. Se sabato le cose andranno bene, sarà il successo di una parte, agli occhi dei media e del mondo politico. Se le cose andranno male, invece, sarà il segno evidente della debolezza del mondo GLBT nel suo insieme. Nel primo caso, la frattura dentro il movimento sarà ancora più insanabile perché i “vincitori” di una gara di cui si faceva volentieri a meno avranno un peso contrattuale che faranno valere in un futuro tavolo di trattative. Nel secondo, a essere sconfitta sarà la comunità, rea e responsabile di non avere interlocutori politici adeguati nei confronti della società civile e della politica di palazzo.

Le conseguenze sul piano pratico sono tanto facilmente prevedibili quanto pesanti.

I partiti ci vedranno come le grandi potenze europee vedevano gli staterelli italiani da medio evo in poi: piccoli, troppi, troppo litigiosi e, dunque, facilmente attaccabili. In virtù di quale forza potremo chiedere una legge contro l’omofobia o addirittura diritti per le coppie di fatto, per tacere del matrimonio, se non siamo una forza?

Gli svastichella di turno, intanto, avranno man facile a continuare ad aggredirci. Tanto sono soli, penseranno, chi li difende? Tra di loro si scannano e lo stato, in virtù di questo, non ha interesse a tutelarli. Questo penseranno e noi diventeremo carne da macello. A dispetto delle nostre splendide identità. Sia che esse stiano a destra, a sinistra o, come temo stia accadendo, nell’abisso in cui stiamo sprofondando. Tutte e tutti, indistintamente.