Settembre

timthumb.phpDomani rientro a Roma e chi mi conosce bene sa che la cosa porterà con sé, prima di essere assorbiti dalle cose della quotidianità, un po’ di malinconia. Settembre è un mese che non vivo più da molto tempo. È qualcosa che mi trascina, che si lascia scorrere senza agganci col “vivere”.

Conosco bene questo scollamento, e le sue cause: ieri per l’attesa delle convocazioni a scuola, oggi per le incombenze del rientro a lavoro. Un tempo, invece, c’erano le scogliere lasciate semideserte dalla fine dell’estate. L’acqua che si faceva più pulita, la schiusa delle uova a mare e i pescetti a mangiucchiarti le pellicine. Anche l’aria diventava diversa, più frizzante, come la luce più languida e diagonale.

Settembre non è più questo da molto tempo e assomiglia, invece, alla volgarità che caratterizza Roma e i suoi stili di vita. E questo accresce (appunto) la mia malinconia, anche se per poco, anche se poi tutto tornerà al suo posto.

Un posto dove i cuccioli non vengono abbandonati

La verità è che sarebbe bello vivere in un mondo dove non ci si fa del male gratuitamente, perché un tempo lo hanno fatto a noi.
Dove è facile rimescolare le carte e ricominciare da capo.
Dove non esiste la paura di perdere tutto quello che hai, anche se quello che hai non è poi tantissimo.
Sarebbe bello vivere in un posto dove i cuccioli non vengono mai abbandonati agli angoli delle strade.
In cui c’è sempre tempo per passeggiare in riva al mare.
E dove le periferie sono solo posti belli uguali, solo un po’ più lontani dal centro.
Un posto dove invecchiare e morire siano solo i passi di una dolce malinconia e di una inevitabile rassegnazione.

La verità è che voglio una vita più vera e un mondo migliore. Con tutta la libertà che serve per essere davvero ciò che si sente. Ciò che si è.

Una ragione in più

abbraccioPoi ogni tanto mi viene voglia di andare a vivere in una città con il mare, così l’inverno sarebbe più struggente e avrei una ragione in più per cercare un abbraccio sincero e imprescindibile.

E, per inciso, mi odio quando paleso la mia fragilità.

On air:

Max Gazzè, Sotto casa
Likke Li, I follow rivers
Pink, Try
Dido, Here with me

 

Come deve essere

biscottiIl profumo dei biscotti al burro (ok, lo confesso, ne ho assaggiati due, proprio non ce l’ho fatta a resistere).
Le fusa di Maria. Sempre bella, anche se sta invecchiando (o forse proprio per questo).
Il silenzio del risveglio, la mattina, così diverso dal caos romano.
Quell’aria di casa…
Il cielo che sa di tutta la mia storia.
Il colore della pietra delle case.
L’odore del mare.
I ricordi, tutti insieme, come se la vita ti passasse davanti. Solo che mentre questo avviene, sei ancora vivo. E forse più di prima.
L’attesa.
I rumori di sempre.
La tv accesa.
E il solito caos.
Himelda che prepara l’albero, perché qui è lei la pasionaria del Natale.
Gli amici, quelli di quando eri ancora dentro il guscio.
La lista dei film che pensi di vedere, tutti rigorosamente strappalacrime (tipo questo).
Le corse per gli ultimi regali da fare.
La presentazione di oggi, forse la più emozionante.
Un aperitivo tra le vie di Ortigia (e fanculo la dieta, tanto ho perso dodici chili).
Un sushi con Dany.
E le incursioni a Catania.

E tutto questo insieme, in un punto solo, un po’ alla rinfusa. Proprio come deve essere.

Intervallo siciliano…

spiaggia del Tellaro, Siracusa

Eloro, Siracusa: cattedrali di sabbia

mano elfica, al sole

Noto, Siracusa: chiesa di Montevergini

Noto, Siracusa: faccia al muro

Cassibile, spiaggia della Marchesa, Siracusa

…e faccia da elfo!

E siccome faccio le cose per bene, se volete la musichetta, cliccate qui.

Figli dell’aria

La costanza delle cicale.
Il canto incompreso delle gazze.
Il cielo di quarzo, in guerra tra il vento e l’afa.

Nessun uccello a volteggiare per le nuvole. Ed io che appartengo all’aria, non ho il potere di interrogare il mare sugli auspici venturi.

Vorrà dire che attenderò tempi più adeguati e il temporale che purifica. Intanto, rimetto in ordine le mie armi magiche e, cosa ancora più importante, i pensieri di questi giorni tra ferro e fuoco.

Sìsili

Il profumo del mare, appena atterri. Non gridato. Un sussurro, un cenno quasi invisibile tra lui e te, che ci sei nato accanto.
Il viola del tramonto, che ti fa sentire in colpa, per tutto il tempo in cui sei stato lontano.
Il sapore dell’acqua, dura, pietrosa, della stessa essenza dei cortili assolati d’estate, dei muri condannati alla luce.
La morte e la vita, a rincorrersi nei ricordi e nelle quotidianità sfiorate, nel caos di un mondo distratto, insulso, volgare, lirico, stupefacente.

La pietra si sposa col miele e si colora di vespero.
Il vento bugiardo porta calura.
Il suono della città, lontano e continuo, interrotto solo da un volo di rondone.

Questo ho trovato al mio rientro a casa. E ogni cosa, dentro di me, gronda di sangue e d’amore.

Con uno scatto improvviso

Ieri notte, nel silenzio. Voglia di birra, di fumare, di trangugiare gelato al cioccolato con nocciole tritate dentro, di parlare con qualcuno di speciale, di rimanere ancora stupito, di ritrovare quella forza di un tempo…

E forse è meglio.
Che mi fermi qui.

Perché dall’angolo della mia finestra c’è un raggio di sole che lascia attraversare quel venticello di maggio che solo qui, sull’isola, ha un senso profondo, che penetra la più intima natura delle cose. Lo lascia attraversare e porta con se tutta la nostalgia di cui è capace. Come quella del silenzio di certe notti, di altre, lontane, perdute nel tempo e nelle risate di una prima giovinezza, immatura, acerba, verde come ogni mela, che aveva il rumore del mare di notte, lontano. Rassicurante.

Perché alla fine ogni cosa che ritorna, ritorna a metà. Oppure non ritorna affatto. E questo Luna Lovegood non lo aveva previsto.

Perché alla fine nessuno può salvarti se non te stesso. Perché nella vita, in ogni attimo, dovrai sempre fare affidamento solo su te stesso. Perché sai solo tu qual è stata la fatica per metterti in piedi e cominciare a camminare. Per trovare il sentiero. Perché solo tu conosci il sapore delle lacrime celate quando hai capito che ogni strada portava proprio in quel laddove dal quale volevi scappare. Perché solo tu sai quanta vita ritrovi in te quando pare che le cose comincino ad andare in un certo modo. Quando assapori l’amore.

La solitudine non è una prigione. È la camera iperbarica dove facciamo affluire nuovo sangue all’esistenza. Dove le cose, gioco forza, devono trovare un nuovo ordine.

E mentre tutto questo (ac)cade, depositandosi dentro da qualche parte, a caso, le urgenze del momento mi ricordano che devo ancora andare a tagliare i capelli, che il vestito è di là e tutti mi diranno che sto benissimo, che la sposa si farà attendere un po’ e che sarà splendida e raggiante e che in mezzo a tutta questa malinconia la vita seguirà il suo corso.

Si torna a vivere. Forse. Un passo per volta, magari. Oppure con uno scatto improvviso. Chi lo sa.