E la FIAT di Marchionne, tanto cara al PD, fa fuori l’Unità

«Io sto dalla parte di Marchionne, dalla parte di chi sta investendo sul futuro delle aziende, quando tutte le aziende chiudono, è un momento in cui bisogna cercare di tenere aperte le fabbriche.» Matteo Renzi, sindaco di Firenze, Partito Democratico, 11 gennaio 2011.

«Io sono esterrefatto per tutte le polemiche su Marchionne. L’ad della Fiat sta solo proponendo un nuovo modo di lavorare. Nel settore del tessile e dell’alimentaristica lavorano così da vent’anni. Ma soprattutto sono senza parole perché, in qualsiasi altra parte del mondo, uno che mette sul tavolo un miliardo di investimenti sarebbe stato accolto col tappeto rosso.» Sergio Chiamparino, ex sindaco di Torino, Partito Democratico, 13 gennaio 2011.

«Credo che tutti – a partire dai lavoratori della Fiat – abbiano il diritto-dovere di rispondere un chiaro Sì alle richieste di Marchionne di modernizzazione delle relazioni sindacali italiane.» Walter Veltroni, ex segretario del Partito Democratico, 5 gennaio 2011.

«Nel luglio 2010 l’ho detto per primo a sinistra e ora lo ripeto: quella di Sergio Marchionne è una scossa salutare per il paese.» Franco Marini, ex presidente del Senato della Repubblica, Partito Democratico, 14 gennaio 2011.

L’elenco potrebbe continuare. Il PD, l’anno scorso, era entusiasta della ricetta Marchionne. Quella che prevede la sostanziale uniformità col suo pensiero, pena la discriminazione dei sindacati che vi si oppongono. La stessa che obbliga gli operai a turni massacranti e al divieto di sciopero per le clausole previste dentro l’accordo di lavoro, pena il licenziamento.

Adesso la FIAT ha rimosso gli spazi sindacali della FIOM dalla sede della Magneti Marelli e pure la bacheca in cui veniva affissa l’Unità. Il quotidiano di quello che fu il PCI e poi del PDS e dei DS – prima delle amorevoli cure di Fassino, D’Alema e Veltroni – giustamente si indigna e si allarma.

Mi chiedo, tuttavia, se i giornalisti de l’Unità non debbano prendersela in primis con i capi del loro partito. Si sa che se appoggi un modello, illiberale e tirannico, poi quel modello ti si ritorce contro. La storia lo insegna.

In tutto questo c’è da rilevare, ancora, che dopo il dramma arriva anche la tragicommedia. Bersani, in un video sul suo giornale di partito, dichiara: «O la FIAT rimedia all’offesa o mi sentirà». Perché anche voi ve lo immaginate Marchionne che trema al cospetto di tale minaccia,vero?

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Dietro il caso De Gregorio c’è l’alleanza piddì-Lega?

Da qualche giorno il web è stato scosso dalla notizia che Concita De Gregorio, l’attuale e dimissionaria direttrice de L’Unità, lascerà la guida del quotidiano dell’ex-PCI, ora piddì, di comune accordo con il suo editore, Renato Soru, ex presidente della regione Sardegna.

Non mi interessa ripercorrere le vicende editoriali, le lettere, le smentite, le conferme. Chi vuole informarsi può benissimo fare una ricerca su Google.

Ma già da un po’ un sospetto serpeggia tra i miei pensieri.

De Gregorio è stata colei che ha dato voce, dalle colonne del suo giornale, a quell’Italia che negli ultimi mesi si è rivelata più dinamica, innovatica, a tratti disperata. L’Italia di precari, di donne, di immigrati, di gay e lesbiche. L’Italia di Pisapia e di De Magistris, l’Italia che ha vinto i referendum contro l’attuale governo.

Una voce del genere, dentro un organo ufficiale – e non un organo qualsiasi, ma il giornale storico della sinistra italiana – può dare fastidio se, per esempio, dalle alte sfere si stanno organizzando piani e alleanze di un certo tipo, lontane ad esempio con quello che è il concetto tradizionale di “sinistra”.

Non è peregrino pensare che certe fazioni, dentro il piddì, tenteranno di far fuori i partiti dell’IdV e di SEL per creare un’alleanza spuria con il terzo polo e la Lega.

Lo stesso Vendola, che pure non schiferebbe trovarsi a braccetto con un Casini che però schifa lui in quanto gay, si è allarmato di fronte all’eventualità del genere.

E a ben vedere queste alleanze prevedono dei sacrifici e, quindi, categorie sacrificabili.

I gay non piacciono a Casini.
I precari che chiedono più diritti non piacciono a Confindustria.
Gli immigrati non piacciono alla Lega.
E via discorrendo.

Certo, c’è chi mi fa notare che Bersani ha smentito: «noi siamo alternativi alla Lega!».

Però è vero pure che, dentro quel partito, tempo addietro un certo Cofferati, prima di divenire sindaco di Bologna (uno dei più odiati per altro) aveva dichiarato che, finita la sua esperienza da segretario della CGIL, si sarebbe ritirato dalla scena politica.

E sempre da quel partito, un certo Veltroni, prima di consegnare l’Italia e Roma, la città di cui era sindaco, a Berlusconi e Alemanno, aveva giurato che se ne sarebbe andato in Africa a fare del bene. E poi si è candidato a premier…

Non mi stupirei, dunque, se fosse già pronto un comunicato di rettifica sulle alleanze. Magari da pubblicare, in un futuro non lontano, sulle pagine dell’Unità.

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pubblicato su Gay.tv