Roma Pride 2010: la vittoria di Imma Battaglia, la disfatta del popolo GLBT

Ho vinto io. Questo avrebbe detto Imma Battaglia al cospetto del suo pride. Un pride che, a quanto si legge dalle cronache di chi lo ha vissuto, è stato uno tra i più deludenti della storia delle manifestazioni GLBT d’Italia. Certo, a leggere la pagina romana di Repubblica si parla addirittura di centomila presenze.

Adesso io non sono romano e, sebbene ci abbia vissuto quasi un anno, non conosco bene la città. Ma chi romano lo è, come Mauro Cioffari – esponente di SEL e firmatario del documento Noi non ci saremo – ci fa notare che “quando la testa del corteo è arrivata a Piazza Venezia il quinto carro che chiudeva la manifestazione aveva abbondantemente superato Largo Corrado Ricci. 600/700 metri di corteo.” Per altro, se la guerra delle cifre, con analoga lievitazione dei numeri, viene imputata anche al Mieli, storico e tradizionale organizzatore degli altri pride romani che quest’anno ha dato forfait, non vedo perché la stessa graziosa pratica non possa essere additata al team della Battaglia.

Al di là del dato quantitativo, che può anche non interessare, e dato per quasi certo che ieri a Roma hanno manifestato non più di diecimila persone (secondo quanto ci riferisce Luca Possenti, di Famiglie Arcobaleno), c’è il risultato politico di un pride che lascia dietro di sé una vera e propria scia di sangue:

1. il movimento romano lacerato come non mai, con il Mario Mieli, Arcilesbica e l’area antagonista da una parte e la Battaglia, Arcigay e altre formazioni minori (quattro in tutto) dall’altra;

2. altre associazioni hanno subito abbandoni o scissioni interne, come nel caso di Certi Diritti Roma, che ha perso il suo presidente Luca Amato, anche lui tronfio di un trionfo che, a quanto pare, sta solo negli occhi di chi questo pride lo ha organizzato;

3. i messaggi dal palco parlavano di “normalizzazione”, invece che di valorizzazione delle diversità;

4. Vladimir Luxuria che plaude al fatto che le trans sono venute finalmente vestite… come se fosse un dato di fatto che trans e topless siano le due facce della stessa medaglia;

5. la totale assenza, da parte del palco, di una critica serrata contro i motori primari dell’omo-transfobia – chiesa cattolica, cultura di destra, ignavia e idiozia di certa sinistra, stereotipi televisivi, ecc… – e di elaborazione politica di obiettivi comuni, quali l’estensione del matrimonio alle coppie gay e lesbiche, la tutela dell’omogenitorialità, le adozioni, la tutela delle unioni civili, una legge contro l’omo-transfobia, una maggiore richiesta di laicità da parte delle istituzioni e via discorrendo.

Nonostante quest’apocalisse, condita con una buona dose di pochezza, a ben vedere, Imma Battaglia, colei che portò a Roma, dieci anni prima, ben un milione di persone per il World Pride, grida vittoria. Come se si fosse trattato di una guerra, di una competizione sportiva, di un trionfo in un reality.

Ignora la Battaglia, o finge di farlo, che la sua vittoria coincide con la sconfitta di un intero movimento, non solo nella capitale, ma in tutta Italia. Il pride di ieri, a Roma, ha solo tolto credibilità politica a un movimento che, come ha più volte detto Scalfarotto in passato, è uno dei più derelitti d’Europa. La Battaglia ignora che la vera vittoria avverrà il giorno in cui una coppia lesbica deciderà di varcare le soglie del Gay Village perché è lì che vuole festeggiare il suo matrimonio. Sarà vincente quando un gay deciderà di frequentare un qualsiasi sex-club affiliato ad Arcigay non perché la società impone dei ghetti relazionali che passano dalla repressione dei costumi sessuali, ma per puro desiderio, perché il novero delle scelte che adotta per usufruire del suo corpo e della sua sessualità è libero. Sarà vincente quando la parola “transessuale” non verrà associata, in automatico, al campo semantico della prostituzione. Quella sarà la vera vittoria e non solo per la Battaglia, ma per tutte e tutti.

Ma temo che in un movimento fatto di personalismi, in quello che pare un pollaio in cui ci sono troppi galli e galletti che si sono messi in testa di fare le galline e l’individualismo è elevato a cifra politica, ci sia poco spazio per la considerazione della comunità. E questo, mi spiace per la Battaglia, ma spiace ancor più per me e per tutte le persone GLBT, è una disfatta clamorosa, tragica, insopportabile. Per tutte e per tutti.

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Nonostante Tatami, gay e lesbiche salveranno la famiglia

Viviamo in tempi difficili, si sa. Le guerre preventive ieri e la caccia all’immigrato oggi, Calabria docet, dimostrano ampiamente il grado di imbarbarimento della società contemporanea. La cosa veramente tragica, poi, è che ci permettiamo i politici che votiamo – ovviamente uso un plurale generico, ma io mi dissocio come ho sempre fatto da certe intezioni di voto – e ci vantiamo del fatto di essere più civili di altri. Con i leghisti in parlamento…

Siccome il male non sa nemmeno essere originale, se vuole, al di là di islamici da bombardare e maghrebini da sfruttare prima e prendere a colpi di fucile poi, questa amena umanità non si fa mancare altri tipi di violenze e discriminazione. E siccome il male, come dicevo, è ben poco originale, ma sa essere subdolo, tale forma di attenzione verso il popolo di gay e lesbiche ha toccato anche una trasmissione televisiva, al secolo Tatami, che ha fama di essere attenta a fenomeni sociali contemporanei. Peccato che, nella puntata di ieri, siano successe due cose che ci dimostrano che il programma della Raznovich ha solo giocato sul sensazionalismo senza fare informazione. Almeno sotto il suo profilo professionale.

A tale trasmissione, infatti, sono stati invitati due soci di Famiglie Arcobaleno, un’associazione di genitori omosessuali: Luca Possenti e Francescopaolo Di Mille, il suo compagno, i quali stanno cercando di avere un figlio. Nella nota, pubblicata su Facebook e curata da Luca, si legge che il loro intervento è subito degenerato in un’aspra polemica a causa del fatto che Tatami non ha fatto informazione, ma si è limitata a parlare di omogenitorialità e di procreazione assistita portando casi limite, come chi va alla banca del seme, in America e in determinate strutture a pagamento, per farsi “costruire” bambini su misura o come chi prende l’utero in affitto, pur potendo procreare, per non togliere tempo alla propria carriera. Cosa che ha portato tale Stefano Menichini, piddino, e non a caso cattolico e direttore di Europa, a bollare la pratica della fecondazione assistita, che migliaia di persone affrontano per il desiderio di avere un figlio e tra notevoli disagi e sofferenze, come pratica eugenetica nazista.

Di fronte a quest’atto di disinformazione e di fronte a certi insulti nei confronti delle scelte di vita di chi segue certi percorsi, Luca e il suo compagno hanno deciso di abbandonare lo studio dopo una vivace polemica che Tatami ha prontamente censurato, tagliando l’intero intervento della coppia romana. Segno evidente, come ho avuto modo di commentare nella stessa nota di Luca, che certi episodisono l’esempio più evidente che oltre che Dio, anche la cretinaggine riesce a farsi carne.

Dispiace che Camila Raznovich si sia prestata a un’operazione più vicina agli standard di un Grande Fratello qualsiasi e non abbia colto il fatto elementare, che tanto fa incazzare il papa e tutti i suoi accoliti, che proprio oggi, in un momento in cui la famiglia è sfasciata proprio dagli stessi eterosessuali, sono i gay e le lesbiche a sentire il bisogno di relazioni stabili incanalate in un progetto di vita di lungo percorso che prevede, Dio lo voglia, anche l’aspetto della genitorialità. Un argomento forse troppo complesso per i telespettatori di una RAI che assomiglia sempre di più a una dependance mediatica di Mediaset. Ma di certo non men vero della grande testimonianza di vita che rappresenta.

Concludo queste mie considerazioni, del tutto personali, ricordandovi anche un altro caso di desiderio di famiglia negato. Manuel Incorvaia e Francesco Zanardi sono una coppia gay che sta facendo lo sciopero della fame dal 4 gennaio scorso perché in parlamento si calendarizzi una legge per l’approvazione del matrimonio gay. Quest’atto coraggioso e difficile, vero e proprio sacrificio d’amore, è passato sotto il silenzio dai media, evidentemente più attenti ad argomenti più urgenti quali le sorti canore di Emanuele Filiberto a Sanremo.

Per dare una testimonianza di solidarietà ai nostri amici, saremo domani sera, 12 gennaio 2010, davanti Montecitorio a Roma, per manifestare, in modo pacifico, per loro. Siete tutte/i invitate/i a esserci accanto. Per una questione di giustizia, non per altro.