In tour

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Il mio ultimo libro Omofobia, bullismo e linguaggio giovanile a quanto pare sta suscitando interesse un po’ in tutta Italia. Dopo le presentazioni di Roma, Catania, Milano e altre città, nelle prossime settimane presenterò il saggio a:

  • Bologna, 25 novembre – ore 21, presso il Cassero per il Laboratorio Kult
  • Ragusa, 4 dicembre – ore 18, presso la Libreria Flaccavento, ospite di Agedo ed Arcigay
  • Pesaro, 11 dicembre – ore 21, ospite degli amici e delle amiche di Arcigay Agorà.

Spero sia una buona occasione per incontrarsi, discutere e creare dibattito non solo sull’omofobia giovanile (e le sue estremizzazioni), ma anche sull’uso del linguaggio: è esso, infatti, veicolo primario di diffusione delle discriminazioni. Ma ne parleremo dal vivo. Vi aspetto!

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Dal Fatto Quotidiano: “Omofobia: contro i diversi? Discorsi sempre uguali”

I protocolli dei savi di Sion

I protocolli dei savi di Sion

Cambiano le categorie da odiare: ebrei, neri, omosessuali, rom… i discorsi che si fanno contro queste categorie sono però sempre gli stessi.

Ad esempio:

«Gli ebrei erano accusati si essere destrutturanti per le società con cui erano a contatto a causa del mito dell’ebreo errante, tale Aasvero che derise Gesù durante il suo cammino verso il Golgota. Gesù allora lo condannò a vagare per sempre fino a quando non sarebbe tornato per la fine dei tempi. Questa leggenda giustificò per secoli il fatto che gli ebrei non avessero patria e fossero incapaci di “integrarsi”. Anche oggi, sempre scomodando racconti mitici – Sodoma e Gomorra su tutti – il gay viene narrato come potenziale distruttore della società e della famiglia

Il resto lo potete leggere nel mio articolo sul Fatto Quotidiano.

Omofobia: ecco perché Paola Binetti andrebbe mandata in prigione

Il controverso (e al momento quasi inutile) ddl contro l’omo-transfobia che oggi si discuterà alla Camera, presenta due aspetti problematici che fanno la differenza tra una buona legge e la classica foglia di fico messa lì a far tacere le proprie coscienze.

In primis, l’aggravante di reato per i crimini contro le persone LGBT. Per far piacere al PdL, infatti, il Pd le ha eliminate. Una legge, perciò, che servirebbe a stabilire che una violenza basata su odio per orientamento sessuale e identità di genere presenta un problema in più rispetto all’odio generico, è stata di fatto azzoppata da chi l’aveva proposta in prima istanza.

Il secondo elemento tragico della vicenda è che questa legge, così com’è, non solo non punisce i reati sul linguaggio adottato, ma addirittura li favorisce. Se io oggi andassi in TV a dire che i neri sono creature inferiori e in quanto tali non devono essere tutelati dallo Stato avrei non pochi problemi in virtù della legge Mancino. E a ragione.

La legge voluta dal Pd, e frutto delle larghe intese, sostiene invece – proprio in deroga alla legge Mancino – che chi odia gay, lesbiche, trans, ecc, può continuare a farlo anche verbalmente per tutelare la libertà di religione e di pensiero.

Cosa accadrebbe, dunque, se il provvedimento venisse votato così com’è?

Una persona come Paola Binetti potrà continuare a dire in parlamento che essere omosessuali è una infermità mentale.
Un prete potrà incitare le masse di fedeli a vedere lesbiche e trans come peccatori destinati alle fiamme dell’inferno.
Un Cassano qualsiasi potrà blaterare frasi del tipo “i froci in nazionale mai, per carità”.

Ebbene queste persone andrebbero, a mio giudizio, sottoposte all’attenzione dei tribunali (e soggette a pene da multe pecuniarie fino al carcere) per queste affermazioni. Perché?

Facciamo un esempio pratico. Daniele ha quindici anni, gli piace il calcio, è cattolico e anche gay. Ascolta Cassano (o chi per lui) che lo apostrofa come “frocio” gettando un’ombra di non poco conto sulla sua autostima. Poi magari in chiesa si sente dire dalla persona a cui affida la sua anima che quelli come lui sono destinati alle fiamme eterne. E magari al tg ascolta qualche politico che lo etichetta come un malato di mente. Nel frattempo i compagni di classe di Daniele hanno sentito le stesse identiche cose in tv o sui giornali. E si sentono autorizzati a prendersela col loro compagno di classe, lo emarginano, lo dileggiano, lo fanno sentire completamente solo. Fino a quando Daniele si affaccia dalla finestra della sua stanza, si chiede che senso abbia tutto quel dolore a quell’età e decida di fare un salto giù, dal quarto o dal quinto piano. Vi sembra che stia esagerando? È quello che succede a molti/e adolescenti che fanno questo tipo di scelte perché non ce la fanno più a vivere in un mondo che li odia, prima di ogni altra cosa, proprio a parole.

Di chi è la colpa di questi suicidi? Di attori sociali come quelli su menzionati che con le loro dichiarazioni alimentano una campagna di odio collettivo che ha, come conseguenza, la disistima delle persone LGBT, il bullismo nelle scuole, i comportamenti discriminatori, fino ad arrivare alle violenze.

Secondo voi questa gente non andrebbe fermata? Per tale ragione una legge seria contro l’omo-transfobia dovrebbe comprendere, prima di ogni altra cosa, i crimini sul linguaggio utilizzato. Perché tutto comincia da lì. Poi questo non significa che chi è contro il matrimonio egualitario o contro le adozioni verrà automaticamente trasferito in cella. Così come oggi i leghisti possono definirsi contrari allo ius soli, solo per fare un esempio.

È il linguaggio a creare realtà effettiva. Un linguaggio intriso di odio, genera disprezzo e morte. La storia degli ebrei dovrebbe aver insegnato, in merito. Se non capiamo questo e diamo, al contrario, mandato affinché chi si esprime contro le persone LGBT abbia il diritto di farlo, mettiamo un pezzo in più in quella strada di mattoni rosso-sangue sulla quale si frantumerà la vita del prossimo Daniele (così come si sono già spezzate le vite di Marco, Matteo, Andrea…).

Poi se Paola Binetti dovesse andare in galera per quello che pensa e dice su gay, lesbiche e trans, pazienza! Potrà sempre pensarci prima di farlo. O affrontare, serenamente, il destino che spetta a chi commette un crimine.

Come Itaca

Il corpo dovrebbe essere l’ultimo approdo. Come Itaca. Tutto il resto, dal primo sguardo al sondare le intenzioni, fino a quando cogli quella luce negli occhi pronta a trasmigrare in uno sfiorarsi gentile, tutto questo, dicevo, è il viaggio. Con le sirene dell’illusione. Con le coste dei Lestrigoni e il dubbio altrettanto vorace. Con il suo Polifemo e ogni astuzia per sconfiggerlo.

E proprio questa somiglianza col mito di Ulisse molto spesso ce lo fa apparire senza fine, né scopo o direzione.

Invece a volte è proprio il corpo il primo passo. Lo scrigno che diventa mappa del tesoro. Segui il sentiero della mia pelle, gli alberi delle mie gambe, il fiume tempestoso del desiderio liquido e bianco. Segui tutto questo, ma attorno. Oltre quel diaframma di pelle c’è il respiro. Il battito. Tutto questo lo trovi proprio in mezzo al sangue. L’involucro è meno pericoloso, più allettante. Perché se concedi ogni cosa di te, tranne l’anima, ti salvi. Per paradosso. O almeno così si crede.

E disimpari il linguaggio dei gesti e il profumo delle notti fredde, prima della primavera. Non sei nemmeno disposto ad usare due o tre semplici parole. Un . Un mi piace. Perché poi, se le cose dovessero andare come sempre vanno, ecco, poi è difficile tornare indietro e mostrare indifferenza. Col corpo è più facile: è come girarsi dall’altra parte del letto, dopo l’orgasmo, mentre arriva il sonno da condividere in due senza metterci in mezzo nient’altro. Tanto si sa, il mattino ha l’oro in bocca e meno ipocrisia.

Forse è per questo che la gentilezza disorienta. E si riesce a tradurre, a stento, la stele delle piccole cose. Perché si è persa la lingua dell’attesa, delle pause e delle cose. Tutte. Perché è come partire proprio dalla tua isola, per ricercarla altrove. Non puoi far altro che perderti. Non tornare più. Apolide, in patria d’altri. E con l’anima, ben stretta, nel forziere.

Marattin, l’orifizio di Vendola e la pianta dell’omofobia

Ok, diciamocela tutta: tale Luigi Marattin ha fatto una enorme cazzata – o per usare il suo linguaggio, mutuato a sua volta da quello di Vendola, ha eretto un monumento colossale di fallica forma col suo volto stampato sopra.

Per chi ancora non lo sapesse, questo signore, assessore renziano a Ferrara e in quota Pd, dopo aver sentito il governatore pugliese che decretava la sconfitta di Renzi, ha lasciato su Facebook la seguente dichiarazione:

Dubito che ci fosse, in quelle parole, un diretto attacco omofobo contro il leader di SEL. Eppure quella dichiarazione, e le altre a venire per giustificare questa caduta di stile – tra cui emerge un elogio al Don’t task, don’t tell, monumento dell’omofobia nell’esercito americano – hanno un retroterra spiccatamente omofobo.

Perché?

Innanzi tutto, l’espressione in sé richiama alla sodomia. E la sodomia, nei secoli dei secoli, non è mai stata vista come qualcosa di cui essere particolarmente fieri. Poi, e siamo pure d’accordo, noi abbiamo desemantizzato, per cui un “vaffanculo” è divenuto un insulto generico, al pari di un “va a cagare” di sgarbiana memoria o di un più elegante “va a quel paese”. Ma se volessimo fermarci alle origini, l’omofobia c’è.

In secondo luogo: in linguistica esiste una branca che fa leva sulla percezionalità del fatto linguistico. In altri termini, se io dico una cosa e quella affermazione richiama in molti una sensazione specifica, quella sensazione esiste. È il caso di alcune parole, che i dialettologi non sanno se inserire tra quelle dell’italiano o, appunto, dei dialetti. E allora un approccio percezionale ci può venire in aiuto: se per i parlanti l’uso del termine x ha valore dialettale, allora siamo dentro il dialetto.

Mutatis mutandis, ciò vale pure per le affermazioni di Marattin. Magari non perché lui abbia voluto dare questo significato, ma depositandosi su un gay, per altro già bersagliato dal fuoco degli insulti omofobi, quella dichiarazione è divenuta, sic et simpliciter, una boutade omofoba.

E sia ben chiaro, non venitemi a dire che questa è la prova provata che non si possono più attaccare i gay. Perché poi mi dovrete spiegare:

a. perché mai dovrebbero essere attaccati, i gay
b. perché non si rilancia quest’accusa ad altre categorie o minoranze.

Infatti, e siamo al terzo punto, quando parliamo di minoranze, parliamo di minority stress, ovvero il castello di accuse, discriminazioni, insulti, ecc, che si fanno ai danni di quel gruppo specifico. In base a ciò si è molto più sensibili, oggi, a non fare battute di un certo tipo su ebrei, neri, in parte sulle donne – ma solo in parte – sui portatori di handicap, gruppi religiosi e via dicendo.

In altre parole: Marattin non avrebbe usato, molto probabilmente, frasi del tipo “tornatene al tuo paese, scimmia” contro un nero, oppure un “sei roba da forno” contro un ebreo. Invitare a “dar via il culo” – e scusate l’apertura petrarchesca, ma di questo stiamo parlando grazie al nostro nuovo eroe – se applicato a un gay, pubblico e visibile, muove molte sensibilità.

Marattin questo non lo ha previsto. O non lo ha potuto (o voluto?) prevedere. Questo lo renderebbe inadatto a ricoprire una carica pubblica – se fossimo in un paese civile, va da sé – perché ha reso più fertile, e manco senza saperlo, il terreno sul quale prospera rigogliosa l’erbaccia dell’omofobia. E questo è un fatto grave, a prescindere o meno dalla sua intenzionalità.

Concludo con un ultimo consiglio a quanti, dentro il Pd – soprattutto i bersaniani – si stanno stracciando le vesti in seguito all’accaduto: vi ricordo che il vostro presidente, al secolo Rosy Bindi, dice cose anche peggiori. Non usa parolacce e immagini simili, ma è decisamente peggio. Se volete far pulizia, ed essere un minimo credibili, cominciate anche da lì.

Parole chiave: donne, gay, Tunisia, matrimonio

Forse non tutti/e lo sanno, ma in Tunisia, al momento, è in atto una vera rivoluzione. E non di tipo “libico” o “siriano”, bensì pacifica: al femminile. Dopo il crollo del regime di un anno e mezzo fa, si sono insediate nell’assemblea costituente due principali  fazioni contrapposte: liberali e islamisti. I primi sono laici, i secondi rappresenterebbero la versione locale dei nostri partiti di matrice cattolica.

L’assemblea sta scrivendo una nuova costituzione e il partito islamico ha provato a cancellare la parità effettiva tra uomini e donne. Indovinate come? Sostituendo, nei testi fondamentali, alla parola uguaglianza un’altra: complementarità. Le donne tunisine, ma anche l’opinione pubblica ad esse solidale – e cioè, quella parte di popolo vicina al significato reale del termine democrazia – sono insorte e adesso il partito islamico, Ennhada, sta facendo marcia indietro.

Il partito Ennhada ha provato a giustificarsi adducendo scuse quali: il concetto di uguaglianza era comunque ribadito altrove, il termine “complementarità” andava inteso come sinonimo, ecc.

Aiutiamoci col dizionario e vediamo cosa ci dice in merito: è complementare ciò “che si aggiunge a qlco. completandolo, anche se non è necessario”. Per i fratelli mussulmani, insomma, le donne rappresenterebbero un accessorio della democrazia. Per fortuna la società civile tunisina è di gran lunga migliore rispetto a quel partito e questo dovrebbe far riflettere molti islamofobi, tra le altre cose, e molti fan della superiorità dell’occidente.

Qui mi limiterò a suggerire un’altra chiave di lettura, che lega la questione terminologica del paese africano a una nostra querelle lessicale, quella che oppone la parola matrimonio al riconoscimento dei diritti delle coppie di gay e lesbiche.

Ovviamente le due situazioni sono molto diverse: in Tunisia si esce da una dittatura durata decenni, qui siamo in una democrazia malata, ma pur sempre dentro una democrazia.

Eppure gli elementi in comune stanno nella presenza di partiti confessionali che, in nome di una fede, e in questo cattolici e islamici sembrerebbero uguali, dettano condizioni di disuguaglianza spacciandole per politica.

Sento dire dai nostri parlamentari: i diritti sì, il matrimonio no. La famiglia è una sola, per la democrazia le coppie di fatto possono anche none sistere (Giovanardi & Co) oppure avere diritti ridotti, limitati, non riconosciuti dentro il concetto di coppia (Bindi e affiliati).

Esattamente come per i fratelli musulmani con le donne, noi gay e lesbiche, ma anche gli eterosessuali in situazione di coppie di fatto, possiamo, al massimo, puntare all’essere complementari alla famiglia tradizionale. Cioè, possiamo sperare, se tutto va bene, di essere accessori, non previsti, addirittura superflui. E se qualcosa dovesse arrivare, sarebbe per gentile concessione dei nostri fratelli cattolici.

Credo che le donne tunisine ci abbiano dato un esempio degno della migliore civiltà libertaria. Sta a noi, adesso, non arretrare sull’irrilevanza delle questioni lessicali. Le parole creano e descrivono il mondo. Se non le usiamo tutte, creeremo un mondo limitato, più stretto, dove ci sarà sempre meno spazio per qualcuno7a di noi. In Tunisia lo hanno capito dopo una lunghissima dittatura. Noi, in democrazia, non siamo ancora in grado di pretenderlo, è il caso di dirlo, a chiare lettere.

Partiti e parole: sul PD, il linguaggio e l’identità

Proprio ieri mi sono ritrovato a leggere un articolo interessante, su Tamtàm Democratico, in merito al linguaggio dei partiti.

Il pezzo è firmato da Raffaele Simone, un linguista per altro molto attento al problema dei rapporti tra modernità e linguaggio – per chi ancora non l’avesse fatto, consiglio di leggere, di quest’autore, La terza fase, edito da Laterza.

Simone fa notare un aspetto che dovrebbe essere evidente ma, al tempo stesso, sfuggente: la politica, attraverso le parole, non solo racconta ma crea se stessa. La stabilità del linguaggio adottato è indice della forza del progetto politico. Se il linguaggio cambia, quel progetto sta subendo una metamorfosi dovuta a fattori esterni, a volte anche drammatici.

Volete un esempio? 1989, caduta del muro di Berlino. Un certo partito, il PCI, da lì a poco avrebbe cambiato addirittura il proprio nome.

Ad un convegno di Scienze onomastiche che ho tenuto personalmente a Barcellona, a settembre del 2011, ho dimostrato che dopo tangentopoli, nell’arco dell’intera seconda repubblica, molte formazioni politiche hanno smesso di adottare la parola “partito”, termine ormai significativo di una realtà istituzionale malata: Forza Italia, Alleanza Nazionale, Democratici di Sinistra, giusto per citare tre nomi.

Il trend è ancora in atto, a ben vedere, se si esclude il Partito Democratico.

Ecco, a proposito. Simone fa notare che in questa formazione si è passati a un processo di impoverimento lessicale. Non si usano più certi riferimenti storici – fondamentali per un aggancio a una tradizione, elemento fondante di ogni realtà politica che si rispetti – come ad esempio “socialismo” o “socialdemocrazia”.

In compenso, si usa – dentro quel partito e al di fuori di esso, verso la comunità che dovrebbe eleggerlo e mandarlo al governo – un codice senza identità. Dice, ancora, Simone: «Ma, siccome il vocabolario serve per chiamar le cose, prima di inventare nuove parole bisognerà aver inventato le cose a cui applicarle!»

Una critica, a ben vedere, non solo all’inconsistenza lessicale – e con essa semantica – del progetto del PD, ma al partito stesso, ridotto a massa senza identità che è, appunto, oltre che storica anche linguistica.

Un partito, dunque, senza storia e senza linguaggio? Così pare. Le ragioni? Il mio amico, blogger e scrittore, Sciltian Gastaldi, ebbe a suo tempo a esplicitarle in modo egregio: il pd nasce dalla fusione di due correnti tra loro da sempre nemiche, comunisti e democristiani. I primi hanno dovuto rinunciare ad esser tali, i secondi non hanno mai rinunciato a esser cattolici.

Il Partito Democratico si profilerebbe, in tal modo, come la sommatoria di due elementi, uno connotato dalla perdita di identità – e se non sai chi sei, come lo spieghi a parole? – e un altro, al contrario, iperidentitario.

Ancora Simone denuncia le pratiche locutorie, non più basate sul dialogo, il confronto e la polemica costruttiva, ma sullo scontro verbale e sul dileggio sistematico dell’avversario. Tali dinamiche hanno portato alla desemantizzazione di termini precisi: ovvero, alcune parole hanno perso significato. Simone ne cita alcune. Mi permetto di aggiungerne altre.

Demagogia: serve per indicare il ragionamento dell’avversario qualora dice cose contrarie alle tue. Si parla di una misura economica e sei contrario a quella proposta dal tuo interlocutore? Puoi bollarlo come demagogo.

Populismo: qualsiasi tentativo di esprimere un proprio pensiero autonomo, in presenza di vaste platee. Quello che è successo, ad esempio, ieri a Celentano quando ha criticato la Consulta. Molti amici del PD lo hanno accusato di populismo. E invece, magari, ha solo detto cazzate.

Antipolitica: qualsiasi critica rivolta, con tanto di dati oggettivi, a sprechi, storture e malaffare nei confronti del sistema dei partiti attualmente in vigore (è, per altro, un neologismo per cui molti dizionari non lo hanno ancora adottato).

In parole più povere?

Se sei contro il pensiero dominante sei demagogico.
Se hai idee personali e le esprimi liberamente, diventi populista.
Se critichi un partito, magari perché ha candidato un mafioso o un tangentista, sei un paladino dell’antipolitica.

La cosa gravissima? Anche dentro i partiti a noi amici questa stortura di significati ha fatto breccia nei cuori e nelle bocche di molti militanti, onesti, bravi e preparati, aggiungo.

Conosco molte “giovani leve” dentro partiti, grandi e piccoli, e so che il loro lavoro è importante, prezioso e sentito. Anche se, in alcuni casi, non condivido storie di partecipazione e militanza. Tutte queste persone hanno il dovere, tuttavia, di unire alla serietà del loro impegno un più pertinente uso del linguaggio. Perché con le parole non solo raccontiamo il mondo, ma lo creiamo. Perché sarebbe responsabilità non da poco quella di generare un futuro basato su un’incomprensione di significato o, peggio ancora, sulla sua corruzione.