Buona scuola: in risposta a Renzi e alla sua lettera agli/lle insegnanti

Roma, 11 novembre 2015

Gentile Presidente del Consiglio dei ministri,

Le scrivo in risposta alla lettera da Lei recentemente inviata ai miei colleghi e alle mie colleghe della scuola italiana. Penso infatti che non abbia ben chiaro il mondo a cui si è rivolto e vorrei, inoltre, soffermarmi su alcuni aspetti relativi alla Sua riforma, fortemente voluta e ribattezzata, forse con eccesso di ottimismo, come “buona scuola”.

Mi lasci dire, per cominciare, che tale scelta linguistica appare, di per sé, impropria se non offensiva. La scuola italiana pre-riforma non era certo meno buona, anche grazie al lavoro di centinaia di migliaia di insegnanti che hanno dato il loro sapere e il loro tempo – molto spesso anche al di fuori dell’orario di lavoro – per far funzionare le cose che lo Stato ha reso (e rende) molto difficili per l’intera categoria. A cominciare dall’eccesso di burocratizzazione della professione, la sua mancata considerazione sociale, anche in termini di retribuzione, e il suo conseguente svilimento (il precariato è forse l’ultimo dei problemi di un mondo in cui l’insegnante è narrato/a come privilegiato, fannullone, e via discorrendo).

Non credo che la Sua riforma cambierà questo stato di cose: il trattamento salariale è e rimane tra i più bassi d’Europa, Lei stesso ha reso l’intera categoria succube delle decisioni di un dirigente che potrà cacciare in qualsiasi momento i/le docenti e gli stessi criteri di scelta del contingente sono stati fatti sballottando di qua e di là migliaia di persone, che per accettare il posto di lavoro hanno dovuto lasciar casa, famiglia e doversi trasferire anche a centinaia di chilometri da casa. Per cui quando leggo, nella Sua lettera, che reputa odioso «essere considerati pacchi postali da spedire in varie zone della provincia e attendere le convocazioni di fine agosto come un rito umiliante e angoscioso» temo che non abbia cognizione del fatto che la riforma non ha escluso tale eventualità, ma l’ha istituzionalizzata definitivamente. Magari adesso non si attenderà più la convocazione annuale, ma si potrà essere trasferiti per l’arbitrio di un preside o perché un computer così ha deciso, come per altro è già accaduto con le passate immissioni in ruolo. E potremmo anche parlare di una riforma, la Sua, che obbliga migliaia di docenti a essere trattati come pacchi postali da una scuola all’altra, per coprire il personale assente anche per tutto l’anno scolastico, in barba al senso di soddisfazione dell’insegnante che non potrà assicurare, nemmeno adesso, la continuità educativa di cui lei tanto parla.

Temo, ancora, che Lei abbia una conoscenza non approfondita della scuola italiana quando scrive che è frustrante «ricevere la lettera di licenziamento alla fine dell’anno scolastico anziché gli auguri di buone vacanze»: perché vede Presidente, ho lavorato per sei anni per la scuola statale e posso garantirLe che mai si è vista traccia di tali lettere. Poi per carità, un errore lo si perdona a tutti, ma almeno eviti di dire che “conosce bene” tale situazione.

Leggo, poi, che con la cosiddetta “buona scuola” avete «innanzitutto messo più soldi nell’educazione, più soldi per i professori, più professori per i nostri figli contro l’insopportabile filosofia delle classi pollaio» e che avete «anche messo la parola fine al modo scandaloso con cui vi hanno trattato in questi anni». Sarà per questo motivo – per fare un solo esempio – che l’intero mondo scolastico si è rivoltato contro un provvedimento che svilisce ulteriormente la professionalità del docente, esponendolo al giudizio di famiglie e studenti stessi, rendendolo quindi ricattabile solo perché, magari, ha messo un cattivo voto all’allievo/a che verrà scelto/a nella valutazione della sua professionalità.

Lei parla, inoltre, di più soldi agli/lle insegnanti e di classi meno affollate. Vedremo se questo corrisponderà alla realtà delle cose (magari armonizzando la retribuzione in linea con quella dell’Europa). Da quello che so, il tenore di vita dei miei colleghi e delle mie colleghe continua ad essere lo stesso: 500 euro a parte, che a ben vedere corrispondono a 41 euro di maggiorazione su scala mensile e quindi un aumento del potere d’acquisto di 1,38 euro al giorno in libri, CD, concerti e altro ancora (poi pazienza se si acquista il corso di inglese on line o si spende tutto in cinepanettoni).

Le dirò, inoltre, che mente quando scrive che il Suo governo non era costretto ad assumere e che non c’è nessuna sentenza che vi obbligava a sanare il precariato, perché questo non corrisponde a verità. Ma che lei non abbia mai brillato in tal senso lo dicono i fatti (a cominciare da tutte le volte che ha promesso le ormai famigerate unioni civili, che vengono rimandate di volta in volta).

Per tutte queste ragioni – e trovandomi nella fortuna di poter scegliere altrimenti – già nei mesi scorsi, nonostante la nomina in ruolo come insegnante di Italiano, ho reputato più vantaggioso per me optare per un altro contratto, rispetto a quello offerto dallo Stato: vivo costantemente a stretto rapporto con un’utenza che mi valuta (ma che non decide delle mie sorti lavorative) e devo giustamente rispondere ai miei superiori rispetto a quanto faccio nel mio ambito lavorativo. Ma sono trattato da professionista del settore e non da numero da destinare a “reti di scuole” dove fare il tappabuchi di colleghi/e assenti o da esporre agli umori del preside (e ritornando al discorso sulle unioni civili, magari pure omofobo e ossessionato dal “gender”, e credo che lei capirà perfettamente a cosa mi sto riferendo).

Perché ciò che fa di un individuo un lavoratore realizzato è la possibilità di mettere pienamente a frutto il suo sistema di conoscenze per il mestiere che ha scelto di seguire, ottenendo la stima del contesto sociale di riferimento – e anche Lei, insieme ai suoi seguaci, non fa un favore alla categoria quando usa il termine “professorone” come insulto per i suoi avversari – e, possibilmente, un compenso adeguato per il un progetto di vita che, nel caso dell’insegnante che ci crede davvero, è di totale adesione al fine per cui lavora: costruire la società del domani.

Per cui mi perdonerà se reputo le Sue parole come un ennesimo esercizio retorico da politicante e non il messaggio che ci si aspetterebbe da chi ci governa.

Cordialmente,

Dario Accolla

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Caro Davide, abbandona le tue parole ferite

Caro Davide,

ho letto la tua lettera – potrei dire “disperata”, nel senso che vi ho riscontrato ben poca inclinazione alla speranza – su Repubblica e, pur condividendone alcuni aspetti critici, per altro molto illumina(n)ti, soprattutto laddove dici che «un Paese che si dice civile non può abbandonare dei pezzi di sé», vorrei spiegarti perché, secondo il mio modesto parere, essa vada ricalibrata su alcuni punti.

Tralascio il generale senso di sconfitta che traspare da tutte le tue parole. Ma d’altronde cominci dicendo che quella lettera è l’unica alternativa al suicidio. Con un’apertura simile devo dedurre che la tua pazienza è ormai messa a durissima prova e non ci si può aspettare una rivoluzione della gioia, né è un tuo dovere sociale propendere per sentimenti più positivi.

Continuando nella lettura, tuttavia, ci si imbatte in queste parole:

Spesso ci si dimentica che il riconoscimento dei matrimoni omosessuali non significa necessariamente affidare a una coppia “anormale” dei bambini ma permettere a due individui che si vogliono bene di amarsi. In questo consiste il matrimonio, soprattutto nella mentalità cattolica. E allora perché quest’ostinata battaglia?

Eviterei, fossi in te, di parlare di anormalità, anche se sotto la protezione del virgolettato. Non esiste una normalità, semmai esistono molte specificità e quella che conta più casi viene spacciata per “norma”, cioè per unica scelta condivisibile. Questa, per molti, coincide con l’eterosessualità e sappiamo tutti e due quanto questo pregiudizio sia fuorviante: innanzi tutto perché essere eterosessuali non è una scelta, ma un modo di essere – esattamente come per le persone LGBT – e in secondo luogo perché non è la superiorità numerica a creare una natura, altrimenti secondo questa logica non ci sarebbero persone più naturali dei cinesi (sono oltre un miliardo) e persone così anormali come i maltesi o gli stessi abitanti della Città del Vaticano (poche migliaia nel primo caso, poche centinaia nel secondo).

Inoltre, parli di matrimoni “omosessuali”, errore comune dal quale nessuno scappa – anch’io usavo la locuzione “matrimonio gay” – complici anche i media, a cominciare da quello che ha ospitato la tua lettera, e la loro sciatteria linguistica e culturale.

Il matrimonio, qualora dovesse aprirsi anche a gay e lesbiche in Italia, non muterebbe “natura” in relazione a chi vi dovesse accedere per coronare il suo progetto di vita. Sarebbe sempre e solo matrimonio. La differenza starebbe nel fatto che mentre adesso è riservato solo a una parte della popolazione – maggioritaria, ma non totale – qualora divenisse “per tutti e per tutte” sarebbe un diritto globale e quindi totalmente egualitario. Per questo si preferisce chiamarlo “matrimonio egualitario” in quei paesi dove è già stato approvato.

Pare, inoltre, che tu voglia mettere le mani avanti. Un po’ come se dicessi “guardate, i bambini non li chiediamo, basta che ci fate sposare perché non siamo poi così anormali come pensate”. Ti invito caldamente ad abbandonare quest’indole remissiva.
Un diritto è tale quando:

1. è indirizzato a tutte le componenti sociali a cui si rivolge la legge;
2. garantisce le stesse prerogative a tutti i soggetti giuridici che vogliano utilizzarlo.

Nessuno deve concederci qualcosa dietro rassicurazioni su argomenti che possono essere ancora dei tabù, nel nostro paese. Esistono centinaia di migliaia di famiglie composte almeno da una persona LGBT e quei bambini e quelle bambine nate da quelle relazioni e da quelle volontà non sono il frutto di un errore o responsabili di uno scandalo. Sono esseri umani! Stiamo parlando di umanità prodotta da altra umanità! È così difficile da comprendere?

Così facendo – scomodando la chiesa, rassicurando il pubblico che ti legge che il tuo diritto alla felicità può arrivare solo fino a un certo punto – non fai altro che lasciare pezzi di te alle tue spalle. Ma come puoi chiedere allo Stato di non abbandonarti se siamo noi i primi a percepirci come pezzi di un puzzle, da non utilizzare per intero, da non completare del tutto?

Ancora, leggo:

Non a tutti è data la fortuna di nascere eterosessuali. Se ci fosse un po’ meno discriminazione e un po’ più di commiserazione o carità cristiana, tutti coloro che odiano smetterebbero di farlo perché loro, per qualche sconosciuta e ingiusta volontà divina, sono stati fortunati. Io non chiedo che il Parlamento si decida a redigere una legge per i matrimoni gay  –  non sono così sconsiderato  –  chiedo solo di essere ascoltato.

Nascere eterosessuali non è una fortuna, è appunto uno dei tanti modi di essere dell’essere umano. Come nascere mancini, rossi, gay, neri, ecc. Non è ciò che sei che ti rende sfortunato o degno di considerazione sociale. È la società che genera mostri o dèi. E allora è nostro compito fare in modo di non cedere a nessuna di queste estremizzazioni. L’hai detto pure tu: non siamo dèmoni. Ma non siamo nemmeno depositari privilegiati di infelicità.

Personalmente mi reputo molto fortunato a esser nato gay, perché nel corso della mia vita, con l’associazionismo, l’attivismo politico, per tutte le scelte che il mio essere omosessuale mi ha fatto fare, sono entrato in contatto con persone meravigliose e ho scoperto l’inclinazione all’accoglienza di altre che già erano sul mio percorso. Questo non mi fa sentire una persona migliore di altre, diversa o speciale. Solo, per quel che riguarda me, più fortunata di altre.

Per cui quando dici che «siamo solo sfortunati partecipi di un destino volubile», ti prego – e ti prego solo nel tuo esclusivo interesse – di rimodulare quella visione che hai di te. Il destino forse esiste e forse no, e forse è pure volubile. Ma non sei sfortunato e non sei inerme “partecipe” di un fato cattivo. Sei un protagonista della tua vita e solo tu puoi dare un senso ad essa.

Non ti chiedo di diventare un attivista del movimento gay, ma cominciare a pensarti come una persona che ha diritto a tutta la felicità possibile, il prima possibile, soprattutto a diciassette anni, è il dono migliore che tu possa fare a te stesso.

Dovresti potere pensare di sposarti, un giorno, se realmente lo vuoi. E se non lo vuoi, di non poterlo fare perché è una tua scelta, non perché la massa “normale” ma troppo spesso acritica ragiona a suon di pregiudizi e va avanti senza nemmeno un perché di fronte alla complessità delle cose.

Aspettare un futuro in cui giustizia verrà fatta è un pensiero figlio di due grandi sistemi ideologici che hanno dominato tutto il Novecento: il pietismo cristiano e il progressismo marxista. Ed entrambi hanno fallito – basta vedere le sorti del partito che è nato dalla fusione di queste due filosofie e che oggi porta il nome di “democratico” qui in Italia.

Abbiamo il dovere nei confronti dell’umanità di cui siamo portatori di volere tutto. E di volerlo subito. E non perché siamo egoisti e immaturi. Ma perché su tutti temi sollevati fin qui, la maggioranza eterosessuale può accedervi subito.

Hai solo diciassette anni e io più del doppio. Non voglio farti la predica perché più grande di te. Ma quando è passata metà della tua vita, metà della quale spesa a riconoscere te stesso e a fare in modo che la società riconosca i tuoi diritti e la tua dignità, vedi le cose con un’urgenza maggiore. Ti invito a cogliere tutta la bellezza di cui sei portatore. Senza aspettare che qualcuno – società, Stato, chiesa cattolica – ti dia il permesso di farlo.

La tua lettera non è l’unica alternativa al suicidio. Tu stesso, la tua volontà, la tua potenzialità di gioia e di dignità sono una costante promessa di vita. Ti consiglio di pensare a te in questi termini. Perché solo facendo così avrai già cominciato a vincere, su tutta la linea.

Un grande abbraccio, spero di incontrarti un giorno, anche per caso, quando magari avrai abbandonato le tue parole ferite.

Dario Accolla

Bersani ringrazia Bindi per la sua omofobia

Leggo su Gaynews del messaggio che Bersani ha mandato a Bindi in occasione di un convegno della corrente della presidente del Partito democratico. Le parole – folli – del segretario recitano quanto segue:

Quello che è avvenuto nelle ultime settimane nei tuoi confronti non può ripetersi. Si è oltrepassato il segno di un dissenso legittimo per arrivare a forme inaccettabili di contestazione. Tu nel tuo ruolo e con le tue idee, e certamente dentro ad una discussione difficile, hai contribuito in modo determinante a condurre in porto un avanzamento della posizione del Partito Democratico, in particolare a proposito delle unioni civili delle coppie omosessuali. Si tratta di una proposta che io stesso ho più volte riaffermato e chiarito, una proposta che con la forza che ci daranno gli elettori sarà tradotta in nuova legislazione. È assolutamente legittimo ritenere che questo non basti. Qualsiasi causa si voglia sostenere, mi sembra tuttavia controproducente occultare, minimizzare o contestare in radice questa novità, o addirittura stigmatizzare chi ha così fortemente contribuito a determinarla.

Quindi seguono altre sviolinate da carie all’ultimo stadio… (cosa non si fa per tenersi buona qualche suora?).

Allora, caro Bersani, vedrò di spiegarlo anche a lei, visto che in quel partito siete un attimo di comprendonio problematico.

1. Il dissenso nei confronti di Rosy Bindi è lecito, legittimo e democratico. Rientra nelle regole della democrazia contestare, fischiare e criticare, anche aspramente, un personaggio politico, soprattutto se questo personaggio offende e minaccia gli appartenenti a una minoranza, cosa che la signora di cui sopra ha fatto in più di un’occasione.

2. Quali idee ha portato Rosy Bindi per far avanzare la discussione sui diritti civili? Quelle per cui un bambino non può crescere come un disadattato in una coppia gay? Quelle per cui o ci facciamo piacere le sue leggine insulse e offensive oppure ce ne possiamo andar via dall’Italia? La informo che tutto questo, nei paesi realmente democratici, si chiama omofobia. Per cui se intende dire che il pensiero bindiano è omofobo le diamo ragione, ma non è col disprezzo verso il mondo gay che si lavora efficacemente per la piena parità giuridica e culturale.

3. Lei parla di una proposta, ma non è ancora chiaro quale legge il suo partito intende fare. Nel documento portato avanti da Bindi all’assemblea del vostro partito, sono riapparsi i diritti individuali. Lei parla, genericamente, di legge alla tedesca. Eppure non è chiaro a nessuno quali contenuti avrà questo fantomatico provvedimento sulle coppie di fatto. E non perché siamo ritardati noi, ma perché non ci ha detto quali diritti volete approvare, se ci sarà il carattere pubblicistico delle unioni civili, se i diritti previsti sono uguali a quelli delle coppie sposate, che cosa avete intenzione di fare con quei centomila bambini che vivono dentro coppie omogenitoriali, ecc.

4. Non si vede nessuna novità nel discorso che portate avanti dentro il Pd. Esattamente come nel 2005, in vista delle primarie parlate di un modello straniero da copiare – allora i PaCS francesi, oggi le unioni alla tedesca – e esattamente come allora non vi ispirate a modelli avanzati, ma a leggi che sanciscono disparità di trattamento tra cittadini chiamati a obbedire agli stessi doveri. Tutto questo nessuno lo vuole occultare o minimizzare. Va, anzi, denunciato e messo nella giusta luce, a gran voce.

5. Mentre l’Europa si muove in direzione del matrimonio, lei e il suo partito, per non dispiacere troppo al Grande Elettore vaticano, partite da un modello per poi cominciare con il consueto gioco al ribasso fino a non ottenere nulla. La storia è tristemente nota, basti vedere cosa accade ed è accaduto nel resto d’Italia con i registri delle unioni civili, dal valore puramente simbolico. A cominciare dal suo predecessore – Veltroni, ai tempi sindaco di Roma – che, anni addietro, ai tempi dei DiCo, pur di non concedere il registro, fece votare il Pd romano con i fascisti di Storace.

Concludendo.

Vede Bersani, la politica dovrebbe essere una cosa seria – nonostante lei e la sua intellighenzia – e la serietà si acquisisce e si dimostra parlando di cose chiare su fatti concreti. Non mi risulta che, nella storia del vostro partito, sia mai stato fatto un passo in avanti in tale direzione.

Omaggiando Bindi perché ha «contribuito in modo determinante a condurre in porto un avanzamento della posizione del Partito Democratico» lei acquisisce la stessa credibilità della seguente affermazione: “Hitler ha operato bene per il controllo demografico in Europa”. Me ne rendo conto, è irricevibile. Esattamente come lei, d’altronde.

Questo vi rende poco credibili anche e soprattutto sul piano dei diritti civili. E quindi non votabili. Non certo se si vuol vivere in uno stato moderno, sul modello dei grandi paesi europei, occidentali o di nuova democrazia.

Con immutata stima, suo non elettore.

Cosa mai l’ha fatta diventare così stupido, onorevole?

Quella che segue è una lettera aperta che un giocatore di football americano, Chris Kluwe, della squadra dei Minnesota Vikings, ha scritto a tale Emmett C. Burns Jr., esponente del Partito Democratico americano che si era precedentemente scagliato contro un suo collega dei Baltimore Ravens, Brendon Ayanbadejo, per il suo supporto al matrimonio tra persone dello stesso sesso.

La lettera, che è stata pubblicata su Il Post, è molto eloquente a tale proposito:

Caro Emmett C. Burns Jr.,

Trovo inconcepibile che lei sia stato eletto come delegato dello stato del Maryland. Il suo livore e la sua intolleranza mi imbarazzano, e mi disgusta pensare che lei sia in qualsiasi modo e a qualsiasi livello coinvolto nel processo di formazione delle politiche sociali.

Le posizioni che lei abbraccia ed espone non prendono in considerazione alcuni punti fondamentali, che illustrerò con dovizia di particolari (potrebbe esserle necessaria l’assunzione di uno stagista che la aiuti con le parole più lunghe):

1. Come sospettavo, non ha letto la Costituzione, quindi le vorrei ricordare che il Primo, primissimo emendamento di questo fondamentale documento si occupa della libertà di parola, e in particolar modo delle limitazioni di tale libertà.
Utilizzando la sua posizione istituzionale (facendo riferimento ai suoi elettori in modo da minacciare implicitamente la gestione dei Ravens) per dichiarare che i Ravens dovrebbero «scoraggiare dichiarazioni di questo genere» da parte dei loro dipendenti – nello specifico Brendon Ayanbadejo – non solo lei sta chiaramente violando il Primo Emendamento, ma dimostra di essere una narcisista macchia di merda.

Che cosa mai l’ha fatta diventare così stupido? Mi sconcerta che un uomo come lei, che fa affidamento sullo stesso Primo Emendamento per coltivare i propri studi religiosi senza timore di ritorsioni da parte dello Stato, possa giustificare il soffocamento del diritto alla libertà di espressione di qualcun altro. Chiamare “ipocrita” un uomo come lei sarebbe mancare di rispetto alla parola. “Osceno, assurdo ipocrita del cazzo” è un po’ più appropriato, forse.

2. «Molti dei vostri tifosi non sono d’accordo con questa presa di posizione e ritengono che [questi argomenti] non debbano avere posto nello sport, che dovrebbe riguardare il tifo, l’intrattenimento, l’entusiasmo e nient’altro». Santo cielo, quante stronzate. Ha sul serio detto questa roba, lei che è stato «attivamente coinvolto nelle task force del governo che si sono occupate delle conseguenze culturali e sociali della schiavitù in Maryland» (come recita la sua voce di Wikipedia, ndt)? Non ha mai sentito parlare di Kenny Washington? Di Jackie Robinson? Nel 1962 la NFL prevedeva ancora la segregazione razziale, che è stata spazzata via grazie a atleti e allenatori coraggiosi che hanno osato esprimere il loro parere e fare la cosa giusta.
E nonostante tutto questo lei è capace di dire che la politica e le questioni politiche «non dovrebbero avere un posto nello sport»? Non so neanche da dove cominciare per immaginare la dissonanza cognitiva che con ogni probabilità sconvolge in questo momento la sua mente confusa e marcia, e la ginnastica mentale con cui il suo cervello si è contorto fino a produrre una dichiarazione così assurda da meritare una medaglia d’oro olimpica (il giudice russo sicuramente le darebbe 10, per “bellissimo repressivismo”).

3. Questo è più un mio dubbio personale. Ma perché odia la libertà? Perché odia il fatto che altre persone vogliano avere la possibilità di vivere le loro vite ed essere felici, anche se la pensano in modo diverso dal suo, o si comportano in modo diverso? In che modo, in che forma, la riguarda il matrimonio gay? In che modo influisce sulla sua vita? Teme che se il matrimonio gay diventasse legale, lei comincerebbe all’improvviso a pensare al pene? «Oh merda, il matrimonio gay è stato approvato, devo subito correre a farmi sfondare di cazzi!». Ha paura che tutti i suoi amici diventino gay e non vengano più la domenica a vedere le partite da lei? (Comunque è improbabile, dato che anche ai gay piace guardare il football).

Posso assicurarle che il matrimonio gay non avrà alcun effetto sulla sua vita. I gay non verranno a casa sua a rubare i suoi figli. Non la trasformeranno magicamente in un lussurioso mostro mangiacazzi. Non rovesceranno il governo in un’orgia di edonistica dissolutezza soltanto perché all’improvviso avranno gli stessi diritti del 90 per cento della nostra popolazione – diritti come le indennità della previdenza, agevolazioni fiscali per chi ha figli, i permessi familiari o i congedi per malattia per prendersi cura dei propri cari, e l’assistenza sanitaria estesa a coniugi e figli. Sa che cosa farà ai gay il fatto di avere questi diritti? Li renderà cittadini americani a tutti gli effetti, proprio come tutti gli altri, con la libertà di perseguire la felicità con tutto ciò che questo comporta. Le dicono niente le battaglie per i diritti civili degli ultimi 200 anni?

In conclusione, spero che questa lettera, in qualche modo, la porti a riflettere sulla dimensione del colossale casino che lei ha spudoratamente scatenato ai danni di una persona il cui solo crimine è stato esporsi per qualcosa in cui credeva. Buona fortuna per le prossime elezioni, sono certo che ne avrà bisogno.

Cordialmente,
Chris Kluwe

P.S. Mi sono dannatamente esposto sulla questione del matrimonio gay, quindi può anche prendere il suo «non sono a conoscenza di altri giocatori della NFL che abbiano fatto quello che fa Ayanbadejo» e ficcarselo nella sua piccola boccaccia priva di empatia, strozzandocisi. Stronzo.

A quanto pare l’omofobia induce molte persone, anche quelle che si definiscono democratiche, ad auspicare la fine delle libertà personali per contrastare, in nome di vecchie superstizioni, il principio dell’autodeterminazione.

Una lettera del genere, ancora, potrebbe benissimo essere indirizzata a molti dei nostri politici – Giovanardi, Casini, Buttiglione, Bindi, D’Alema, ecc. – ma purtroppo non ci risulta che tra i nostri sportivi vi sia qualcuno che abbia una coscienza civica così sviluppata e, parolacce a parte, una così felice loquela.

Noi abbiamo gente come Gattuso e Cassano. E se lo sport è lo specchio di una società, si capisce come mai abbiamo anche certa gente dentro Pd, UdC e PdL.