Manif pour quoi? Ennesimo flop degli omofobi a Firenze

Convegno omofobo a Firenze, poche presenze in aula

Convegno omofobo a Firenze, poche presenze in aula

Ennesimo flop dell’organizzazione omofobica Manif pour tous, che ha Firenze ha radunato poco più di un centinaio di persone per manifestare contro la legge Scalfarotto. Il presidio delle “sentinelle” ha fatto da sponda a un convegno contro i diritti per le persone LGBT.

Secondo questi signori la legge Scalfarotto introdurrebbe il reato d’opinione, per cui chi si dice contrario a matrimonio e adozioni rischierebbe di finire in galera.

Adesso, va da sé che ciò non è vero. Esiste la legge Mancino, infatti, che condanna e punisce il razzismo e l’antisemitismo. Ma chiunque oggi può dire di essere contrario allo ius soli, ad esempio, o al voto agli immigrati. Alfano e Maroni ce lo ricordano continuamente, eppure nessuno ha torto loro un capello. Con una seria legge contro l’omofobia sarebbe la stessa cosa. Puoi definirti contrario ai matrimoni e nessuno ti direbbe nulla (se non che sei un omofobo, naturalmente).

Per altro basta vedere cosa dice la legge Scalfarotto per capire non solo che quelli di Manif pour tous hanno un preoccupante problema di analfabetismo di ritorno – visto che evidentemente non sanno leggere – ma che sono proprio in mala fede:

legge salvaomofobi

il dd, al contrario, se venisse approvato sancirebbe per legge che gli atti verbali – gli hate speech per intenderci – contro le persone LGBT avrebbero copertura legale.

La legge Scalfarotto, più semplicemente, interviene sulle discriminazioni e le violenze. Ma quelli di Manif pour tous non vogliono che in questo paese si punisca – con una semplice aggravante e come già previsto per i crimini contro neri, ebrei e altre minoranze – nemmeno la violenza contro gay, lesbiche, trans, ecc.

Manif pour tous a Firenze: pochi i manifestanti pro-omofobia

Manif pour tous a Firenze: pochi i manifestanti pro-omofobia

Per questa ragione, da un paio di week end a questa parte, si radunano in questa o quella piazza d’Italia, con risultati abbastanza incoraggianti, per chi l’omo-transfobia la combatte. Dopo il flop di Roma – appena un centinaio di manifestanti – A Firenze, infatti, oggi erano poche presenze, tra strada e palazzo. Basta contare i partecipanti… (le fotografie, quella nell’aula comunale e quella della piazza, sono state prelevate proprio da sostenitori del gruppo in questione).

A conti fatti, duecento omofobi in tutto. La famiglia tradizionale – che tanto ferventemente questi signori vogliono “salvare” – con ogni evidenza non li segue e non li vuole.

Annunci

Più vicini alla Russia di Putin

Lo scorso anno scolastico ho parlato della Giornata mondiale contro l’omofobia nelle mie classi. Come faccio sempre, perché insegno anche educazione civica e mi sembra giusto dare valore all’articolo 3 della nostra Costituzione. Alcuni genitori si lamentarono della cosa, perché «a scuola di queste cose è meglio non parlarne» – questa fu la motivazione ufficiale, in una lettera di protesta alla presidenza dell’istituto in cui prestavo servizio – e perché sarebbe stato opportuno informare le famiglie rispetto alla proiezione di video che potevano urtare la loro sensibilità in virtù delle loro idee e della loro fede.

Dissi al mio dirigente scolastico che avevo tutte le carte in regola per fare quella lezione: era legata a una parte del programma ministeriale, c’era l’avallo del ministero, i video erano assolutamente idonei a un pubblico di minori – e solo dover giustificare questo fu per me abbastanza umiliante, in quanto si fecero associazioni mentali con materiale non adatto, come se avessi fatto vedere film a luci rosse – e che così non mi ero curato della “sensibilità” di certe famiglie su temi come la Giornata della Memoria e la Giornata internazionale della Donna, non vedevo il motivo di pormi il problema dell’eventuale omofobia di padri e madri che hanno paura che si possa insegnare ai loro figli e alle loro figlie il concetto di pieno rispetto altrui.

Ieri è stata approvata alla Camera una legge che se da una parte dice di punire comportamenti lesivi contro gay, lesbiche, trans, ecc, dall’altra dà la possibilità agli omofobi di esprimere il loro disgusto contro tutti e tutte noi nelle chiese, nelle strutture sanitarie, nelle associazioni, nei partiti e, appunto, nelle scuole.

Mi chiedo: con questa legge, cosa accadrà il prossimo 17 maggio? Avrò la libertà di fare quello che ho sempre fatto o dovrò dare diritto di rappresentanza a chi vorrà dire, ad esempio, che va bene, i gay non vanno picchiati, ma che devono comunque rimanere ai margini della società perché così c’è scritto in qualche versetto biblico? Perché così come appare, e sempre se verrà approvato anche al Senato, il ddl in questione permetterà questo tipo di affermazioni da parte di un docente di religione o di una collega di lettere dell’Opus Dei.

C’è una profonda amarezza in quella che dovrebbe essere una giornata di festa. La sensazione dell’ennesima sconfitta storica, di fronte alla pressione di poteri che la politica non solo non riesce a contrastare, ma che vuole a tutti i costi compiacere. Perché di questo si è trattato ed è l’ora di dirlo in modo chiaro e forte: la legge “contro” l’omofobia è stato il banco di prova della tenuta delle larghe intese, sul quale si sono sacrificati i diritti civili e a danno specifico delle persone LGBT; ed è stato l’ennesima concessione alle sfere religiose, di cui questo Pd è succube.

La legge ha evidenziato in modo chiaro che, contrariamente a quanto ci dicono i vari militanti, sicuramente in buona fede, il Partito democratico non è l’unica forza con la quale otterremo dei diritti. È, invece, il principale ostacolo affinché questi si affermino nella loro interezza e in nome della piena dignità delle persone LGBT. Nel nome di quel pieno rispetto che cerco di inculcare nelle mie classi.

Per non parlare del fatto che l’intero decorso di questa norma è e rimane un magistrale esempio di omofobia istituzionale, proprio per come è stata condotta: continui rimandi, sudditanza culturale alle destre, totale sordità alle richieste del movimento e dei partiti che erano disposti a votare l’estensione alla legge Mancino, gioco al ribasso, ecc. E perché tutto questo? Perché si trattava di un provvedimento per “froci”, nella cultura giuridica di buona parte di quell’aula.

Mi chiedo come faranno quei deputati – e relativi supporter – che hanno decretato questa sconfitta umana, prima ancora che politica, a presenziare serenamente ai prossimi pride o alle iniziative del movimento LGBT. Personalmente, non vorrei più vederli a utilizzare le nostre giornate per farne strumento di autopromozione. Se politica e movimento non riescono a incontrarsi, prendiamone atto: meglio fuoco sotto la cenere, in attesa di tempi più opportuni, che annacquati nella fanghiglia dei compromessi di palazzo.

Mi chiedo, ancora, se queste sono le premesse sul minimo sindacale – svilito e reso inutile proprio da chi avrebbe dovuto rappresentarci – della legge “contro” l’omofobia, cosa mai potranno partorire questi individui su futuri provvedimenti sulle unioni civili. Forse è meglio fermarsi un attimo e riflettere: è giusto dare ancora credibilità a un partito che da sempre, da quando è nato a oggi, si è dimostrato non all’altezza, per non dire complice di quello che nel sentire comune è stato visto e vissuto come l’ennesimo tradimento?

Una critica va fatta anche al movimento: anni di divisioni e personalismi ci hanno condotto a questi risultati. Ritrovare unità e strategia. E colpire duro – nei margini della lotta democratica – chi ci vuole le persone LGBT insultate, discriminate, picchiate o addirittura morte.

Doveva essere una giornata di gioia, per cui festeggiare l’ingresso reale nell’Europa dei diritti. E invece ci siamo avvicinati di un passo, e pure importante, alla Russia di Putin. Vedo solo molta rabbia da parte della gente comune, mentre nei palazzi si recita il mantra “dell’unica legge possibile”, per cui meglio una schifezza che niente.

A scuola il mio professore di filosofia ci diceva che tra niente e pseudoniente era preferibile il primo. Su quello puoi sempre costruire qualcosa. Sulle rovine del diritto puoi solo aspettarti il peggio. Oggi il peggio è arrivato.

Legge antiomofobia: Scalfarotto è contento. Il popolo LGBT no

E niente. Ivan Scalfarotto non ce la fa. Il suo tentativo di rispondere a Civati, che su Gay.it ha detto l’unica cosa sensata sulla legge contro l’omo-transfobia – ovvero: così com’è è da buttare e non va votata – diventa l’ennesimo attacco alla comunità LGBT (stavolta nella persona di Flavio Romani) e un’ulteriore conferma che questo provvedimento nasce male e rischia di finire ancor peggio.

Vi invito a leggere la sua intervista dell’esponente del Pd. Io, qui, mi limiterò a sottolineare quei punti che trovo, ed uso un eufemismo, controversi.

Quando Scalfarotto dice che «non possiamo dimenticare che c’è un governo in carica e che, davanti a un suo parere contrario, ci saremmo trovati davanti alla necessità di scegliere tra il governo e la legge» ammette implicitamente che questo esecutivo è omofobo. Se una legge, per poter andare alle Camere deve essere depotenziata della sua stessa essenza, come ci ricorda per altro Tommaso Cerno – ovvero punire propaganda, incitamento all’odio e violenze per motivi legati all’identità di genere e all’orientamento sessuale, con un’aggravante per i reati già previsti – significa che chi dice di volerla in realtà non la vuole.

Fermo restando che ci dovrebbe spiegare, l’ottimo Scalfarotto, che razza di governo è quello che si regge sulla negazione della dignità e della sicurezza di una parte della società civile. Con quale logica si barattano i diritti fondamentali con la sopravvivenza di un esecutivo? Ma questo è un problema che, per nostra fortuna, riguarda solo lui e la sua coscienza.

Ancora, nell’intervista possiamo leggere: «Come PD abbiamo già presentato un emendamento che la prevede, e che contestualmente introduce una norma che chiarisce che l’intera legge Mancino (tutta, non solo dunque la parte sull’omofobia e la transfobia) non si applica alla manifestazioni del pensiero riconducibili al pluralismo delle idee».

Facciamo un passo indietro: la legge Mancino prevede che non si possa propagandare la superiorità razziale e religiosa. Dire che neri ed ebrei sono inferiori è già reato. Secondo la sua affermazione, saremmo forse autorizzati a credere che per permettere agli omofobi di poter continuare a dire che essere gay è una perversione, una malattia, qualcosa di cui vergognarsi, adesso anche razzisti e antisemiti potranno, grazie a un non meglio identificato “pluralismo delle idee” – configurabile come razzismo – esser tali?

Il capolavoro, poi, Scalfarotto lo raggiunge in questa frase: «Questa legge non serve a mettere in prigione le persone che non la pensano come noi, ma a colpire espressioni di violenza verbale e fisica che costituiscano un limite alla dignità e alla libertà delle persone. Io non vorrei mai vivere in un Paese dove si va in galera per le proprie opinioni […] Romani si ricordi sempre che se vuoi mettere in galera qualcuno per le sue idee, corri sempre il rischio che prima o poi in galera ci mettano te per le tue».

Ecco, questo è il centro della questione. Nessuno vuole mettere in galera chi pensa che due gay non possano sposarsi o avere figli. Se ci facciamo caso, siamo già circondati da milioni di imbecilli che pensano che i neri siano persone di serie B e tutti questi vanno in giro a piede libero.

Il problema sorge, semmai, se sei un parlamentare come Binetti, per fare un esempio, e vai a dire pubblicamente che l’omosessualità è una malattia che va curata. Cosa accadrebbe se io fossi un esponente di punta di un partito e dicessi che essere cattolici è una grave patologia mentale o che chi va a messa la domenica non dovrebbe avere gli stessi diritti di chi è ateo?

Qualcuno poi spieghi a Scalfarotto che un vescovo che dal suo pulpito descrive tutti/e noi, lui e il suo compagno inclusi, come depravati, malati di mente e altre amenità simili, sta già compiendo una violenza verbale. Su questo tipo di violenza, altri poi si sentono in dovere di aggiungere quelle fisiche. Forse dovremmo combattere non solo i sintomi del male (le aggressioni e le violenze), ma anche le cause (la diffusione e la propaganda dell’omo-transfobia).

Il punto è che il progetto di legge originario non prevedeva alcuna restrizione della libertà di espressione del pensiero e semmai faceva sì che tutte le fattispecie penali ad hoc previste dalla legge Mancino si estendessero all’orientamento sessuale e all’identità di genere, non creandone altre specifiche (come è poi successo) e soprattutto non utilizzando termini come “omofobia” e “transfobia”, che mancando di definizioni giuridiche rendono nei fatti la legge incostituzionale.

Poniamo una questione pratica: ma uno che picchia un gay ha bisogno di una perizia psicologica per sapere se è affetto da una fobia? E se è sano che facciamo? lo mandiamo a casa e gli facciamo i complimenti?

Non concordo infine con la teoria del cavallo di Troia caldeggiata dal deputato per cui si fa una leggina, così almeno arriva in parlamento. E in parlamento poi rimettiamo tutte le modifiche tolte all’inizio. Peccato però che abbia già detto, il nostro, che abbiamo un problema di tenuta del governo. Chi ci assicura che i parlamentari del PdL non faranno pressioni a quelli del Pd per lasciare le cose così come stanno?

Ricordo, ancora, che anche quando ciò dovesse verificarsi, rimane l’onta di aver trattato – per l’ennesima volta – tutte le persone LGBT come non meritevoli degli stessi diritti, da far uscire dalla porta della legge per far rientrare quei diritti stessi dalla finestra dei giochi di palazzo. E ciò è di per sé lesivo della nostra dignità.

Ivan Scalfarotto, esordisce l’articolo, non nasconde la soddisfazione per essere riuscito dove altri prima di lui non sono arrivati. Ovvero: aver svuotato di senso un provvedimento di cui si sente una certa urgenza (ricordiamoci i ragazzini che si lanciano dai balconi e il bullismo nelle scuole), aver insultato ripetutamente il movimento LGBT che quella legge vede come pericolosa, aver dato prova di incapacità di dialogo e di ascolto e aver ricevuto – per tutto questo – il plauso dei teodem, da Bindi a Buttiglione!

Non so voi, ma fossi in lui non sarei poi così contento.

Il paradosso del deputato gay

Una cosa che i politici avrebbero dovuto fare in merito al suicidio del quattordicenne romano? Mantenere il silenzio o, al massimo, dichiarare il proprio scoramento umano di fronte a una tragedia così crudele e assurda allo stesso tempo. Così non è stato. Chi ha usato il fatto per attaccare il movimento (come Giovanardi), chi per giustificare la pessima legge che sarà votata in parlamento (“la legge non lo avrebbe comunque salvato”, secondo il pensiero di Alicata), chi per giustificare se stesso e la propria condotta. Quest’ultimo è il caso di Scalfarotto, che ha scritto un post, sul suo blog, in cui ribadisce che:

  • la (sua) legge contro l’omofobia è l’unica possibile
  • non sarà un provvedimento contro i cattolici (ma nessuno lo ha mai chiesto)
  • il vero nemico è il movimento LGBT che lo critica e che vuole mantenere lo status quo
  • risponderà col silenzio alle critiche, impedendo qualsiasi forma di dibattito (ed evviva la democrazia).

Seguono varie amenità contro il M5S, del quale certi suoi rappresentanti verranno querelati per averlo considerato il mandante morale del suicidio del giovane romano (e a questo punto tanto valeva scrivere il più famoso “lei non sa chi sono io”) e un paio di bugie sulla legge Mancino (visto che non è vero che si sta estendendo quel provvedimento, ma se ne sta facendo uno a parte di tipo segregazionista per le persone LGBT che però tutelerà gli omofobi nella loro facoltà di insulto e di propaganda contro omosessuali e persone trans).

A questo articolo risponde il Circolo Mario Mieli di Roma, attraverso un comunicato ufficiale del suo presidente, Andrea Maccarrone che si chiede come mai il deputato democratico difenda ancora una volta il fronte omofobo (quello della famosa lettera all’Avvenire, per intenderci) mentre arrivano insulti al movimento (accusato di “sindrome di Stoccolma”, ovvero di amare i propri carnefici a tal punto da voler mantenere uno stato di guerriglia permanente). E si anche fa notare che il dibattito sulle leggi si fa sempre prima che esse vengano approvate, secondo la normale dialettica democratica di un paese europeo e occidentale.

Invito tutti e tutte voi a leggere i documenti in questione, sebbene mi renda conto quanto sia poco ferragostana questa vicenda che poteva essere cristallina e si è invece trasformata nell’ennesima grottesca puntata della storia dei diritti civili in Italia targata Pd.

Io mi limiterò a far notare che l’onorevole Scalfarotto, la cui elezione avevo pure salutato con favore, sta determinando la situazione paradossale per cui oltre a ricevere il plauso di Paola Binetti & Co. (e questo dovrebbe farlo riflettere e non poco) e le critiche di parte del movimento LGBT, quello più coraggioso almeno (e questo dovrebbe far riflettere noi, ancora largamente incapaci di saper dire “no!” al potente di turno), sta portando in aula un provvedimento che permetterà ai Buttiglione e alle Bindi di turno di poter continuare a dire che l’omosessualità è una perversione, un errore o un peccato. Argomenti su cui si fondano poi tutte le violenze, psicologiche e fisiche, conseguenti.

Contemporaneamente, se da un lato garantisce agli omofobi il diritto di manifestare il loro odio verbale, pardon, la loro “opinione” su milioni di gay, lesbiche e trans, dall’altro querelerà chi lo considera corresponsabile in fatti che vedono giovani adolescenti suicidarsi per il clima di odio alimentato dalla componente cattolica del suo partito.

Scalfarotto dà prova di non amare le critiche (e reprimerle) da parte dei suoi avversari, tradendo il concetto stesso di democrazia; e di tollerare e seguire il plauso dei suoi nemici, tradendo il movimento delle cui istanze di cui si era fatto portatore. La sindrome di Stoccolma in tutto questo permane, ed è evidente, ma forse andrebbero rivisti i termini della sua attribuzione.