Matrimonio egualitario? La svolta post-sovietica di La Russa

La Russa propone leggi antigay nella Costituzione

L’Italia rischia di avere le sue prime leggi antigay. La notizia la danno sia il portale Gay.it, sia il blog Gayburg:

Ignazio La Russa ha presentato un progetto di legge costituzionale volto a modificare l’articolo 29 della Carta Fondamentale al fine di inserire un esplicito divieto divieto ai matrimoni gay. Il nuovo testo, infatti, prevederebbe che la famiglia si fondi «sul matrimonio contratto da persone di sesso diverso», che «l’adozione è consentita ai coniugi uniti in matrimonio» e che la legge possa stabilire «i vicendevoli diritti e doveri di coloro che, pur senza contrarre matrimonio, assumono l’impegno di convivere stabilmente».

A parte il fatto che si potrebbe sempre ricordare a Ignazio La Russa che il suo pensiero politico – a quanto pare non riesce a non essere fascista – è vietato dalla Costituzione che, se fosse stata applicata, lo vedrebbe nelle patrie galere già dagli anni sessanta, fuor di battuta c’è da registrare che questi loschi individui hanno gioco facile a proferir boiate simili grazie al contesto politico-culturale in cui ci ritroviamo attualmente.

Facendo il riassunto delle puntate precedenti, tale contesto è stato inaugurato dai DiCo, per cui è passata l’idea che gay e lesbiche debbano essere depositari/e di diritti inferiori rispetto a quelli delle persone eterosessuali. Sulla stessa falsariga troviamo sia la legge di quel campione di mediazione che è stato Scalfarotto – legge che sdogana l’omofobia, innalzandola a forma di libertà di pensiero – sia, ciliegina sulla torta, le civil partnership di Renzi – e successive evoluzioni – che riaffermano il dato culturale che le famiglie LGBT non debbano essere equiparate per legge alle famiglie eterosessuali già a cominciare dal nome matrimonio.

La filosofia è quella: per le persone LGBT deve vigere un sistema di (non) tutele a parte. Se non ci fosse un retroterra culturale per cui le famiglie formate da gay e lesbiche sono depositarie di diritti a metà nessuno si potrebbe permettere questo tipo di discorsi (così come non avviene per le altre minoranze, garantite costituzionalmente).

Giustamente La Russa cerca solo di dare dignità omofobo-istituzionale ad un processo inaugurato da altri prima di lui. Con ogni buona probabilità non se ne farà nulla, ma se può far ancora parlare di sé agitando argomenti migliori del peggior regime post-sovietico (nomen o men?) dobbiamo dire grazie anche a chi gli ha spianato la strada: un partito che di democratico ha solo il nome, come dimostrano le ultime cronache parlamentari sulle riforme.

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Omofobia: ecco perché Paola Binetti andrebbe mandata in prigione

Il controverso (e al momento quasi inutile) ddl contro l’omo-transfobia che oggi si discuterà alla Camera, presenta due aspetti problematici che fanno la differenza tra una buona legge e la classica foglia di fico messa lì a far tacere le proprie coscienze.

In primis, l’aggravante di reato per i crimini contro le persone LGBT. Per far piacere al PdL, infatti, il Pd le ha eliminate. Una legge, perciò, che servirebbe a stabilire che una violenza basata su odio per orientamento sessuale e identità di genere presenta un problema in più rispetto all’odio generico, è stata di fatto azzoppata da chi l’aveva proposta in prima istanza.

Il secondo elemento tragico della vicenda è che questa legge, così com’è, non solo non punisce i reati sul linguaggio adottato, ma addirittura li favorisce. Se io oggi andassi in TV a dire che i neri sono creature inferiori e in quanto tali non devono essere tutelati dallo Stato avrei non pochi problemi in virtù della legge Mancino. E a ragione.

La legge voluta dal Pd, e frutto delle larghe intese, sostiene invece – proprio in deroga alla legge Mancino – che chi odia gay, lesbiche, trans, ecc, può continuare a farlo anche verbalmente per tutelare la libertà di religione e di pensiero.

Cosa accadrebbe, dunque, se il provvedimento venisse votato così com’è?

Una persona come Paola Binetti potrà continuare a dire in parlamento che essere omosessuali è una infermità mentale.
Un prete potrà incitare le masse di fedeli a vedere lesbiche e trans come peccatori destinati alle fiamme dell’inferno.
Un Cassano qualsiasi potrà blaterare frasi del tipo “i froci in nazionale mai, per carità”.

Ebbene queste persone andrebbero, a mio giudizio, sottoposte all’attenzione dei tribunali (e soggette a pene da multe pecuniarie fino al carcere) per queste affermazioni. Perché?

Facciamo un esempio pratico. Daniele ha quindici anni, gli piace il calcio, è cattolico e anche gay. Ascolta Cassano (o chi per lui) che lo apostrofa come “frocio” gettando un’ombra di non poco conto sulla sua autostima. Poi magari in chiesa si sente dire dalla persona a cui affida la sua anima che quelli come lui sono destinati alle fiamme eterne. E magari al tg ascolta qualche politico che lo etichetta come un malato di mente. Nel frattempo i compagni di classe di Daniele hanno sentito le stesse identiche cose in tv o sui giornali. E si sentono autorizzati a prendersela col loro compagno di classe, lo emarginano, lo dileggiano, lo fanno sentire completamente solo. Fino a quando Daniele si affaccia dalla finestra della sua stanza, si chiede che senso abbia tutto quel dolore a quell’età e decida di fare un salto giù, dal quarto o dal quinto piano. Vi sembra che stia esagerando? È quello che succede a molti/e adolescenti che fanno questo tipo di scelte perché non ce la fanno più a vivere in un mondo che li odia, prima di ogni altra cosa, proprio a parole.

Di chi è la colpa di questi suicidi? Di attori sociali come quelli su menzionati che con le loro dichiarazioni alimentano una campagna di odio collettivo che ha, come conseguenza, la disistima delle persone LGBT, il bullismo nelle scuole, i comportamenti discriminatori, fino ad arrivare alle violenze.

Secondo voi questa gente non andrebbe fermata? Per tale ragione una legge seria contro l’omo-transfobia dovrebbe comprendere, prima di ogni altra cosa, i crimini sul linguaggio utilizzato. Perché tutto comincia da lì. Poi questo non significa che chi è contro il matrimonio egualitario o contro le adozioni verrà automaticamente trasferito in cella. Così come oggi i leghisti possono definirsi contrari allo ius soli, solo per fare un esempio.

È il linguaggio a creare realtà effettiva. Un linguaggio intriso di odio, genera disprezzo e morte. La storia degli ebrei dovrebbe aver insegnato, in merito. Se non capiamo questo e diamo, al contrario, mandato affinché chi si esprime contro le persone LGBT abbia il diritto di farlo, mettiamo un pezzo in più in quella strada di mattoni rosso-sangue sulla quale si frantumerà la vita del prossimo Daniele (così come si sono già spezzate le vite di Marco, Matteo, Andrea…).

Poi se Paola Binetti dovesse andare in galera per quello che pensa e dice su gay, lesbiche e trans, pazienza! Potrà sempre pensarci prima di farlo. O affrontare, serenamente, il destino che spetta a chi commette un crimine.

Nessun ringraziamento

Sto ascoltando il dibattito in diretta, alla Camera dei Deputati, sulla legge contro l’omo-transfobia.

Tralascio le valutazioni politiche del caso, ne ho discusso fin troppo nelle settimane scorse.

Stendiamo un velo pietosissimo sulla sudditanza culturale che il partito democratico ha dimostrato di avere, ancora una volta, nei confronti del potere religioso, espressa nelle parole di Pollastrini su Bergoglio (che proprio gay-friendly non è).

La strada per altro è ancora in salita e l’esito non è scontato. Ma una cosa sia ben chiara, soprattutto ai protagonisti di questa vicenda: se si dovesse arrivare a una buona legge contro l’omo-transfobia nessuno si aspetti ringraziamenti. Quel qualcuno avrà fatto solo il suo dovere. E per di più sarà pure arrivato in ritardo.

E Scalfarotto querela l’attivista gay

La notizia circola in rete da un po’. Soprattutto sui social network. Ma andiamo per ordine e ricostruiamo la vicenda.

Dopo aver presentato la legge contro l’omo-transfobia, il movimento si è abbastanza incazzato col suo relatore, Ivan Scalfarotto, visto come l’ennesimo politicante che ha svenduto alla “ragion di stato” e peggio ancora alle larghe intese l’unica cosa che andava fatta – l’estensione della Mancino – per una norma che non prevede le dovute aggravanti.

Il signor Massimo Falchi, attivista gay, si è lasciato andare nel seguente commento:

scalfarotto_falchi

e per questo si è visto recapitare una querela – proprio da Scalfarotto – per offese, diffamazione e “minacce”… (voi le vedete?).

Adesso è innegabile che il linguaggio usato va tutto a discapito del messaggio politico che si voleva veicolare – e ampiamente legittimo, a mio parere: i parlamentari gay del Pd non aiutano la causa LGBT e quindi non andrebbero più votati, assieme al loro partito – anche se può risultare comprensibile un momento di sconforto e la conseguente mancanza di stile nella produzione di quel messaggio. Occorrerebbe essere coi nervi più saldi e mi rendo conto, proprio sulla mia pelle, che non è sempre facilissimo.

Ma questa vicenda, che si potrebbe archiviare come un esempio di sbracamento da social network, racchiude una profonda contraddizione: quella di chi in pubblico ti dice che non aggiungerà mai l’aggravante per i reati basati sul pensiero che l’eterosessualità sia una condizione privilegiata e superiore, rispetto all’omosessualità – e stiamo parlando della cosiddetta clausola a favore dei vescovi, che tanto piace anche a Bindi e Binetti (chissà come mai) – perché “non manderò mai in galera chi non la pensa come me” e poi di fronte a un “vaffanculo” non ha problemi a lanciare querele.

In politica la credibilità dovrebbe essere tutto. E la credibilità si conquista cominciando proprio nell’essere coerenti con se stessi e con le cose che si dicono. Personalmente mi auguro che l’onorevole Scalfarotto ritorni sui suoi passi e impegni il tempo a rendere il suo disegno di legge, per quanto possibile, meno indignitoso. Ne trarremmo tutti e tutte un indiscutibile giovamento. Lui per primo.

***

P.S.: per dovere di informazione devo segnalare quanto riportato a me personalmente e in pubblico, su Twitter, da Ivan stesso

tweetscalfarotto

la discussione segue con un mio invito a pubblicare l’immagine del post incriminato. Ad ogni modo, anche questa vicenda segna il degrado del dibattito italiano circa la questione omosessuale. Ahinoi.

Amari risvegli

20130912-201826.jpgLa cosa non mi sorprende. Sapevo che Bergoglio non sarebbe stato diverso rispetto ai suoi predecessori su famiglia e matrimonio. È un papa, appunto. Titolare di un’agenzia che ha fatto del sentimento omofobo e transfobico un lato caratterizzante della sua identità. Che oggi egli dica di essere a favore dell’unico tipo di famiglia possibile, nell’ottica cattolica, rientra in una coerenza ineccepibile, da questo punto di vista.

Non capisco perciò stupore e sgomento da parte di chi, gay e lesbiche credenti in primis, si sente deluso o tradito da queste dichiarazioni.

Lo aveva detto già in estate, il pontefice argentino: non serve giudicare un gay, è già tutto scritto nel catechismo della chiesa. E quel documento parla in modo chiaro e ferreo: se si è credenti, buoni credenti, non si può essere anche omosessuali se non a prezzo della castrazione emotiva.

Alcune considerazioni invece vanno fatte sul momento storico in cui l’anatema pro-etero (e quindi antigay nella logica escludente del pensiero vaticano) arriva.

Innanzi tutto, è ancora fresco lo scambio di affettuosità epistolari tra Bergoglio e l’ex direttore di Repubblica, Eugenio Scalfari. Di fronte a un insieme di problematiche riassumibili con “può esistere un’etica senza Dio?”, il pontefice ha risposto che a prescindere da questo tipo di questioni Dio c’è e perdona ogni cosa, purché ci si comporti bene. Un tentativo ben riuscito di assoggettare l’etica laica, che è l’unica possibile, a una visione confessionale che permette ai laici di esistere. Quell’abbraccio non richiesto di Dio ai non credenti si trasforma in un atto di arroganza per cui non importa se hai fede o meno. Tanto Dio c’è e prima o poi te la vedrai con lui. Anche ai non cattolici (atei, agnostici e via dicendo) è dato scegliere tra la luce (il bene) della propria coscienza e le tenebre (il male) del tradimento della stessa. Peccato che si parta dal presupposto che luce, fede, bontà e Dio siano legati a quadruplice mandata. Ergo… E ringraziamo anche Scalfari per aver contribuito a rendere il dibattito sulla laicità una dependance ideologica del pensiero religioso.

Forte dell’assist della stampa “progressista”, Bergoglio si scaglia dunque contro le coppie omosessuali, ma in modo implicito. Non saremo un pericolo per la pace, come sosteneva Ratzinger, ma rimaniamo in quanto tali fuori dal concetto di famiglia. La famiglia però, si badi, è per i cristiani la cellula fondamentale della società. Quindi siamo anche fuori da essa in quanto persone LGBT. E, aggiungo io e vi faccio notare, come richiedere diritti e tutela giuridica a un qualcosa dal quale si è “naturalmente” esclusi?

E veniamo al punto cruciale delle tutele giuridiche: in questi giorni è ripartito l’iter della legge contro l’omofobia e la transfobia. Una legge che per la solerte opera di mediazione dei deputati del Pd in commissione giustizia, darà legittimità a questo tipo di dichiarazioni (la cosiddetta clausola salvavescovi).

Facciamo chiarezza: se fosse già stata approvata la legge Mancino le dichiarazioni di Bergoglio di oggi non sarebbero rientrate nella casistica prevista per far scattare l’accusa di omofobia. Avrebbe quindi potuto dirlo, come e uguale ad ora. Nonostante gli strepiti dell’Avvenire che paventa la fine dell’umanità se quel provvedimento dovesse essere approvato.

Cosa cambia allora? Che quelle dichiarazioni, con la clausola di salvaguardia per questioni inerenti al credo religioso, avranno tutela legale. Si potrà dire e protetti dallo Stato, se passa il ddl Scalfarotto-Leone così come è stato architettato ed emendato, che le persone LGBT non devono avere diritti o che stanno al di fuori della società.

Le dichiarazioni a favore della famiglia eterosessuale e, di conseguenza, contro la legittimità delle relazioni tra gay e tra lesbiche sono solo le prove generali di un progetto politico specifico, che non concede nulla ai soggetti da tutelare (visto che non esistono nemmeno i reati puniti dal ddl in questione) e che rischia di aprire all’omofobia di stato.

Ritornando a Bergoglio, credo sia evidente che non basta un nome evocativo e un accento accattivante per far diventare un papa ciò che non è e che non sarà mai: un sostenitore dell’uguaglianza per gay, bisessuali, trans e lesbiche.

Prima se ne renderanno conto dentro il movimento e la gay community, prima ci libereremo dalla sudditanza culturale che contraddistingue certe sue frange. E non si avranno ulteriori amari risvegli. Posso garantirvelo.

Antimofobia: per il PdL è legittimo odiare i gay. Per il Pd pure

omofobia-web-770x513Puntuali come un avviso di garanzia a Berlusconi, PdL, Lega e Fratelli d’Italia hanno presentato le pregiudiziali di incostituzionalità sulla legge contro l’omo-transfobia.

La Lega Nord sostiene che, così com’è, la legge tutelerebbe solo le persone LGBT per crimini dettati dall’odio. Una minoranza sarebbe, così, privilegiata a dispetto della Costituzione. La Lega dovrebbe però sapere che il movimento LGBT chiedeva solo l’estensione della legge Mancino per i reati commessi su motivi legati all’orientamento sessuale e all’identità di genere. Per cui, come sostiene la Lega, se esistesse un “eterofobo” – in altri termini: se un dipendente venisse licenziato dal capo, magari gay, perché non omosessuale – la Mancino si applicherebbe anche a quella fattispecie.

Purtroppo i cattolici si sono messi di traverso e i relatori del ddl hanno accolto supinamente – magia delle larghe intese! – prima le loro rimostranze, quindi il plauso dei teodem per aver reso la legge praticamente inutile. Ciò dimostra, se non altro, che la presenza dei parlamentari confessionali è un ostacolo al sereno svolgimento della vita democratica del paese. Qualcuno dovrebbe spiegarlo a questi signori…

Fratelli d’Italia, invece, vince il premio per la sincerità. Giorgia Meloni infatti è preoccupata del fatto che i vescovi non possano più esprimere il loro pubblico disprezzo. In virtù della loro fede, essi avrebbero il diritto di dire – tra le altre cose – che due gay non possono sposarsi, che due lesbiche sono malate di mente e che le persone trans sono abominio della natura.

Anche in questo caso, la pregiudiziale di Fratelli d’Italia dimostra – oltre al fatto che pure le mosche hanno la tosse – che il cattolicesimo per esser tale ha bisogno di essere anche omofobo. Noi persone LGBT lo avevamo capito da un po’ (gay credenti esclusi). Qualcuno lo spieghi anche ai due rappresentanti della derivata terza del fu partito fascista.

Il partito guidato da Silvio l’evasore, e con il quale molti dentro il Pd sentono la necessità di costruire alleanze politiche proprio su questa legge, invece lancia l’idea, decisamente naïve, che odiare sia un diritto umano. Ne consegue – se vale per gay, lesbiche e trans – che valga per chiunque altro. Ergo, anche per il loro padrone, pardon, per il loro datore di lavoro. Per cui è un diritto della magistratura perseguitare (oltre che perseguire) Berlusconi per i suoi reati e anche per il fatto, insito nella natura umana, che possa fare bellamente schifo a chiunque di noi.

Questi tre partiti comunque possono mettersi il cuore in pace. La legge così com’è, infatti, non tutela le persone LGBT. Sgrassata dal giuridichese di facciata, sancisce semplicemente due cose:

1. si possono punire persone che fanno reati che non sono presenti nel codice penale (come appunto l’omofobia e la transfobia) – per cui ne consegue che la legge siffatta è inutile;

2. è permesso ai vescovi di inveire contro le persone LGBT e magari di predicare che esse non meritano di essere trattate come il resto della popolazione – per cui ne consegue che la legge è pure dannosa.

Un sentito ringraziamento va all’attuale partito democratico e alla sue dirigenze. Ringraziamento che si aggiunge alle lodi di quell’agenzia omofoba – la chiesa cattolica, appunto – e arrivato per mezzo dei suoi rappresentanti parlamentari ad esso interno (a cominciare dalla signora Bindi) che hanno fatto in modo che una legge di tutela divenisse una legge discriminatoria.

Ne terremo conto alle prossime elezioni.

Antiomofobia: meglio una legge giusta che una cattiva legge

Stavo scrivendo un post sull’incontro, tra gli altri, con Ivan Scalfarotto alla Festa democratica del Pd Portuense di venerdì scorso, 6 settembre a Roma, in cui si è parlato di questione omosessuale e di legge contro l’omo-transfobia.

Mentre elaboravo ipotesi e opinioni, un grande senso di vuoto si è impadronito di me. Ripetere le stesse cose, di fronte a una legge assurda e figlia delle grandi intese, per cui per salvare Berlusconi, il suo partito e gli interessi di quella parte, si sacrificano – tra gli altri – i diritti delle persone LGBT. Per non parlare del salvacondotto dato a vescovi e cattolici che grazie a questa legge, così com’è concepita, potranno continuare a propagandare odio sociale contro le persone omosessuali, bisessuali e transessuali.

Purtroppo non c’è nessuna possibilità di confronto dialettico con questa gente. Queste persone vanno sconfitte sul piano politico. Sia i creatori della situazione istituzionale attuale, sia coloro che si sono ritrovati – forse impotenti – a dover subire diktat e imposizioni in merito, finendo, tuttavia, nelle maglie del collaborazionismo.

Mi limiterò a due soli constatazioni.

1. Molta gente voleva intervenire, alla fine del dibattito, ma i tempi stretti hanno impedito il confronto. Evidentemente le persone sono molto interessate all’argomento, più di quanto la politica sia disposta a credere.

2. Scalfarotto ha detto che con il solito mantra “meglio nessuna legge che una cattiva legge” non si è arrivati a nulla in Italia sul piano della questione LGBT. Affermazione interessante per almeno due ragioni. La prima, perché ha riconosciuto implicitamente che le leggi fino a ora proposte (i DiCo e la sua) sono non buone. La seconda, perché dimentica che proprio su certi temi a non far nulla sul piano politico è stata l’intera classe politica a cominciare dal suo partito. Non certo il movimento omosessuale che al contrario di quanto ha lasciato credere non ha mai oscillato tra il niente e lo pseudo-niente, ma ha sempre e solo chiesto provvedimenti veri, efficaci, rispettosi del concetto di dignità.

Le larghe intese, evidentemente, tengono Scalfarotto in ostaggio e questo dispiace. Perché in nome di privilegi di casta non si guarda agli interessi reali del paese, sebbene di una sua parte minoritaria. Ma sarebbe ora di guardare la cosa, forse, proprio da questa prospettiva, richiamare la politica alle sue responsabilità oggettive e smetterla di fare generalizzazioni che offendono ulteriormente un’intera comunità (quella gay, nella fattispecie) e il suo movimento politico di riferimento.

Noi non vogliamo “tutto o niente”. Come ha detto Daniele Viotti, uno dei relatori dell’incontro, il problema non è scegliere tra il meno peggio e il niente, preferendo quest’ultimo. Il meglio sarebbe, appunto, una buona legge. Un provvedimento giusto.

In altre parole: vogliamo la stessa dignità umana e parità giuridica di ogni altro/a cittadino/a.
La politica è andata in questa direzione, o ha cercato di disattendere questa domanda di democrazia da parte di una minoranza specifica?
Le leggi fino a ora presentate sono state considerate “cattive” per capriccio di una parte sociale precisa (la comunità LGBT) o forse perché lesive del concetto di eguaglianza?

Riflettiamo su queste domande e poi ognuno faccia i conti con la propria coscienza.

Legge antiomofobia: Scalfarotto è contento. Il popolo LGBT no

E niente. Ivan Scalfarotto non ce la fa. Il suo tentativo di rispondere a Civati, che su Gay.it ha detto l’unica cosa sensata sulla legge contro l’omo-transfobia – ovvero: così com’è è da buttare e non va votata – diventa l’ennesimo attacco alla comunità LGBT (stavolta nella persona di Flavio Romani) e un’ulteriore conferma che questo provvedimento nasce male e rischia di finire ancor peggio.

Vi invito a leggere la sua intervista dell’esponente del Pd. Io, qui, mi limiterò a sottolineare quei punti che trovo, ed uso un eufemismo, controversi.

Quando Scalfarotto dice che «non possiamo dimenticare che c’è un governo in carica e che, davanti a un suo parere contrario, ci saremmo trovati davanti alla necessità di scegliere tra il governo e la legge» ammette implicitamente che questo esecutivo è omofobo. Se una legge, per poter andare alle Camere deve essere depotenziata della sua stessa essenza, come ci ricorda per altro Tommaso Cerno – ovvero punire propaganda, incitamento all’odio e violenze per motivi legati all’identità di genere e all’orientamento sessuale, con un’aggravante per i reati già previsti – significa che chi dice di volerla in realtà non la vuole.

Fermo restando che ci dovrebbe spiegare, l’ottimo Scalfarotto, che razza di governo è quello che si regge sulla negazione della dignità e della sicurezza di una parte della società civile. Con quale logica si barattano i diritti fondamentali con la sopravvivenza di un esecutivo? Ma questo è un problema che, per nostra fortuna, riguarda solo lui e la sua coscienza.

Ancora, nell’intervista possiamo leggere: «Come PD abbiamo già presentato un emendamento che la prevede, e che contestualmente introduce una norma che chiarisce che l’intera legge Mancino (tutta, non solo dunque la parte sull’omofobia e la transfobia) non si applica alla manifestazioni del pensiero riconducibili al pluralismo delle idee».

Facciamo un passo indietro: la legge Mancino prevede che non si possa propagandare la superiorità razziale e religiosa. Dire che neri ed ebrei sono inferiori è già reato. Secondo la sua affermazione, saremmo forse autorizzati a credere che per permettere agli omofobi di poter continuare a dire che essere gay è una perversione, una malattia, qualcosa di cui vergognarsi, adesso anche razzisti e antisemiti potranno, grazie a un non meglio identificato “pluralismo delle idee” – configurabile come razzismo – esser tali?

Il capolavoro, poi, Scalfarotto lo raggiunge in questa frase: «Questa legge non serve a mettere in prigione le persone che non la pensano come noi, ma a colpire espressioni di violenza verbale e fisica che costituiscano un limite alla dignità e alla libertà delle persone. Io non vorrei mai vivere in un Paese dove si va in galera per le proprie opinioni […] Romani si ricordi sempre che se vuoi mettere in galera qualcuno per le sue idee, corri sempre il rischio che prima o poi in galera ci mettano te per le tue».

Ecco, questo è il centro della questione. Nessuno vuole mettere in galera chi pensa che due gay non possano sposarsi o avere figli. Se ci facciamo caso, siamo già circondati da milioni di imbecilli che pensano che i neri siano persone di serie B e tutti questi vanno in giro a piede libero.

Il problema sorge, semmai, se sei un parlamentare come Binetti, per fare un esempio, e vai a dire pubblicamente che l’omosessualità è una malattia che va curata. Cosa accadrebbe se io fossi un esponente di punta di un partito e dicessi che essere cattolici è una grave patologia mentale o che chi va a messa la domenica non dovrebbe avere gli stessi diritti di chi è ateo?

Qualcuno poi spieghi a Scalfarotto che un vescovo che dal suo pulpito descrive tutti/e noi, lui e il suo compagno inclusi, come depravati, malati di mente e altre amenità simili, sta già compiendo una violenza verbale. Su questo tipo di violenza, altri poi si sentono in dovere di aggiungere quelle fisiche. Forse dovremmo combattere non solo i sintomi del male (le aggressioni e le violenze), ma anche le cause (la diffusione e la propaganda dell’omo-transfobia).

Il punto è che il progetto di legge originario non prevedeva alcuna restrizione della libertà di espressione del pensiero e semmai faceva sì che tutte le fattispecie penali ad hoc previste dalla legge Mancino si estendessero all’orientamento sessuale e all’identità di genere, non creandone altre specifiche (come è poi successo) e soprattutto non utilizzando termini come “omofobia” e “transfobia”, che mancando di definizioni giuridiche rendono nei fatti la legge incostituzionale.

Poniamo una questione pratica: ma uno che picchia un gay ha bisogno di una perizia psicologica per sapere se è affetto da una fobia? E se è sano che facciamo? lo mandiamo a casa e gli facciamo i complimenti?

Non concordo infine con la teoria del cavallo di Troia caldeggiata dal deputato per cui si fa una leggina, così almeno arriva in parlamento. E in parlamento poi rimettiamo tutte le modifiche tolte all’inizio. Peccato però che abbia già detto, il nostro, che abbiamo un problema di tenuta del governo. Chi ci assicura che i parlamentari del PdL non faranno pressioni a quelli del Pd per lasciare le cose così come stanno?

Ricordo, ancora, che anche quando ciò dovesse verificarsi, rimane l’onta di aver trattato – per l’ennesima volta – tutte le persone LGBT come non meritevoli degli stessi diritti, da far uscire dalla porta della legge per far rientrare quei diritti stessi dalla finestra dei giochi di palazzo. E ciò è di per sé lesivo della nostra dignità.

Ivan Scalfarotto, esordisce l’articolo, non nasconde la soddisfazione per essere riuscito dove altri prima di lui non sono arrivati. Ovvero: aver svuotato di senso un provvedimento di cui si sente una certa urgenza (ricordiamoci i ragazzini che si lanciano dai balconi e il bullismo nelle scuole), aver insultato ripetutamente il movimento LGBT che quella legge vede come pericolosa, aver dato prova di incapacità di dialogo e di ascolto e aver ricevuto – per tutto questo – il plauso dei teodem, da Bindi a Buttiglione!

Non so voi, ma fossi in lui non sarei poi così contento.

Bene Civati sulla legge contro l’omo-transfobia

civatipride

Dalla bacheca del gruppo Civatipride:

APPELLO AL PD SULL’OMOTRANSFOBIA: CAMBIA LA LEGGE O RITIRA LA LEGGE.

Il Disegno di legge sull’omotransfobia approvato in commissione e approdato in Aula all’inizio di agosto non soddisfa nessuno. Non soddisfa, in particolare, né le associazioni LGBT italiane né la comunità intera.

I motivi sono ormai noti a tutti. Non sono definiti i contorni di intervento della legge, sono state eliminate le de…finizioni di “orientamento sessuale”, “identità di genere” e “ruolo di genere”, c’è una pressante richiesta per inserire una non ben identificata “clausola di salvaguardia” per la libertà d’espressione e soprattutto è sparita l’aggravante senza la quale le persone LGBT, a differenza delle altre minoranze tutelate dalla Legge, non avrebbero nessuna tutela vera.

Le elezioni dello scorso febbraio hanno restituito al Paese il Parlamento più giovane e laico della storia della Repubblica: se ne approfitti per trovare alla Camera e al Senato i numeri per tornare alla versione originaria della Legge depositata a marzo con le firme del PD, Scelta Civica, SEL e M5S. E anche se oggi ci troviamo al governo con la maggioranza che conosciamo l’omofobia e la transfobia non sono materie presenti nel programma della maggioranza e soprattutto del Governo. Ed infatti il Presidente del Consiglio Enrico Letta non ne ha mai fatto menzione nei suoi discorsi di insediamento al Parlamento.

Questa legge, così com’è non va. E non va neppure come la si vuole modificare. Cioè presentando un unico emendamento che inserisce oltre all’aggravante anche la “clausola di salvaguardia”.

Chiediamo che il Partito Democratico non accetti il ricatto delle frange più oltranziste inserendo una clausola che non ha nessun senso di esistere perché la libertà di espressione è già garantito dalla Costituzione Italiana.

Chiediamo al Partito Democratico di fare quello per cui è stato votato da migliaia di cittadini gay, lesbiche, bisessuali e transgender: approvare una legge che contrasti e prevenga veramente l’omofobia e la transfobia.

Chiediamo al Partito Democratico di fare una buona legge, non di fare una legge.

Spero sia chiara la ragione per cui ho fiducia nel gruppo di persone LGBT che si muove attorno alla candidatura di Civati alla segreteria del Partito Democratico. Perché se è vero che il governo di un paese passa per la presenza dei partiti maggiori in parlamento, è arrivata l’ora di prenderci quei partiti e di renderli più simili all’idea che abbiamo di felicità.
Più banalmente, credo in queste persone perché dicono le stesse cose che penso io. E credo che questo sia un buon inizio.