Come aiutare Berlusconi? Dite che non cambia nulla

Continuo a leggere che con la decadenza di Berlusconi non cambierà nulla. Credo si tratti del solito disfattismo all’italiana, tipico soprattutto di una certa parte politica – che si colloca a sinistra – per cui tutto deve essere vissuto nel segno del disfattismo, anche quelle che si profilano come vittorie.

Perché aver accompagnato il “Cavaliere” o ciò che ne rimane alla porta delle istituzioni non è un fatto come tanti, ma una svolta epocale nella storia del berlusconismo stesso.

Innanzi tutto per l’aspetto simbolico della cosa. La famosa (e famigerata) “discesa in campo” del leader di Forza Italia aveva come fine quello di creare una larghissima impunità – oltre che una fattiva immunità – attorno alla sua figura. Dopo vent’anni sanguinosi la decadenza segna il fallimento concreto di quella parabola politica. A livello simbolico non è poco, né sotto la lente dello sguardo pubblico né nella percezione del destinatario stesso della sentenza. Il quale, se fosse vero che poco o nulla cambia con la decadenza, non avrebbe fatto il diavolo a quattro per evitare quanto è invece avvenuto.

Poi c’è il dato democratico. Ci lamentiamo spesso, in Italia, che non ci sia la certezza della pena e, quindi, la garanzia della legalità e del diritto. La decadenza va a favore proprio di quest’ultimo concetto. Anche i potenti, se sbagliano, finiscono in tribunale dove, se dichiarati colpevoli, devono scontare una condanna come qualsiasi altro cittadino. Vi sembra poco? A me per niente. Poi certo, possiamo aiutare il cittadino Berlusconi, adesso delinquente comune, a uscirne fuori costruendogli addosso questo alone di inefficacia giudiziaria, che a ben guardare è il mantra recitato a mo’ di rosario dalle Santanché, Comi, Mussolini e dai Bondi, Capezzone e Gasparri della situazione. Poi ci chiediamo perché la sinistra in questo paese non vince mai…

Terzo aspetto, il lato pratico. Berlusconi per sei anni perde ogni facoltà di candidarsi. Può rimanere il leader del centro-destra, siamo d’accordo. Ma non sarà lui a spingere i bottoni, dentro i palazzi. E per una personalità siffatta, che non riesce a delegare – e la delega, ricordiamolo, è una delle anime della democrazia – la cosa può essere addirittura usurante. Così come può essere problematico per chi, dentro il suo partito, dovesse fare il prestanome in sua vece. Ricordiamoci tutti cosa è successo ad Angelino Alfano.

E non dimentichiamoci ancora che ci sono altri processi in corso, a cominciare dal caso Ruby. Cade l’immunità, il legittimo impedimento, il castello di leggi ad personam efficaci se si ha lo scudo della permanenza a palazzo. A voi sembra davvero che sia tutto come prima? Liberi e libere di pensarlo, ma sappiate che state dando una mano enorme a un individuo che dovrebbe invece essere relegato all’oblio democratico e, possibilmente, assegnato ai servizi sociali. Come da condanna.

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I radicali non abitano più qui

Volevo firmare i referendum dei radicali. Poi lo ha fatto Berlusconi, raccogliendo il loro plauso. Ne deduco che possono fare a meno del mio sostegno.

E aggiungo: io penso che i magistrati in Italia andrebbero tutelati, visto che negli ultimi vent’anni sono stati gli unici reali tutori della tenuta democratica del Paese: e cito solo la demolizione della legge 40, tanto per avere un’idea di cosa stiamo parlando. Invece anche i radicali si sono accodati all’idea berlusconiana che il problema non è chi fa reati, ma chi condanna i colpevoli. Bell’esempio di civiltà.

Mi fa male vedere come si sia svenduta una causa giusta per un po’ di pubblicità, dando la possibilità a un condannato di distruggere ancora una volta i cardini dello Stato di diritto. Consiste in questo la loro idea di legalità?

Per il resto, rimando integralmente alla lettura del post di Gilioli sull’Espresso in merito a quest’ennesima buffonata mediatica.

I radicali si prenderanno tutta la responsabilità di portare avanti una battaglia con chi è l’incarnazione della sua negazione. Tanto il leader del PdL sposta masse consistenti di elettorato di centro-destra, conservatore e filoclericale. Non avranno bisogno della mia firma oggi e del mio voto domani.

Vendola, le primarie e il circo dei clown che non fan ridere nessuno

C’era da aspettarselo. Se domani si facessero le primarie, tra Bersani e Vendola vincerebbe il secondo. E grazie tante. Per essere un leader, lo storia ce lo insegna, non devi solo essere bravo. Devi essere qualcuno. E attenzione, non sto dicendo che Bersani sia nessuno, parlo, in realtà, di carisma.

Una critica che si faceva a Prodi era quella di essere soporifero. Se Prodi è soporifero, Bersani è nullificante, come lo zero nella moltiplicazione. Appena apre bocca sei già morto di noia. Un concetto elementare come “occorre pagare meno tasse” viene pronunciato con una lentezza indicibile e recitato o spiegato con un giro di perifrasi (che poi sarebbero giri di parole) capaci di narcotizzare un branco di rinoceronti inferociti. Bersani sarà un bravo tecnico, ma è più grigio di Fassino. Vendola ha il carisma, invece. E viviamo un’epoca in cui non vince la bravura, ma l’essenza. Essere qualcuno, appunto. Spiccare. Berlusconi è il segno più evidente dei tempi che viviamo: un’enorme scatola vuota, rivestista internamente di marcio. Ma la gente lo ama e lo vota, perché ha e dà l’impressione che dentro quella scatola, oltre il marcio, ci sia un sogno.

Bersani il suo curriculum ce l’ha. Le famose liberalizzazioni, la lenzuolata. Sepolta e azzittita dai clacson dei tassisti in rivolta. Vendola ha governato la Puglia, ha vinto per ben due volte le primarie contro l’apparato dalemiano, ha promesso che avrebbe impedito la privatizzazione dell’acqua e lo ha fatto. Non è un caso che se domani ci fossero le primarie le vincerebbe lui. Anche dentro l’elettorato del pd, uno dei più lenti a recepire il cambiamento (basta vedere chi è stato il primo segretario e con quali percentuali ha vinto), ci si è resi conto che a parità di valore tra il grigiore e il colore è più interessante la seconda ipotesi.

L’aspetto sostanziale, che adesso dovrebbe saltare davanti agli occhi di tutte e di tutti, è che l’autocandidatura del governatore pugliese e il sondaggio di Repubblica hanno visibilmente irritato Bersani, che lascia intendere che le primarie non sono poi questa panacea democratica e che, sopra ogni cosa (Vendola incluso), bisogna salvaguardare la coalizione. Il principio democratico che ha avuto valore per Prodi e Veltroni, adesso non piace più. Complimenti per la maturità.

Che Bersani voglia fare il leader è legittimo. Eletto pochi mesi fa, rischia di fare da portavoti a Vendola. Dovrebbe esserci abituato, visto che il pd è un contenitore in cui i voti degli ex comunisti sono stati regalati a piene mani al progetto cattolico, conservatore, neocentrista e anche malcelatamente omofobo di un partito che ha come presidente una criptolesbica che sostiene che un bambino africano è meglio che crepi in Africa piuttosto che essere adottato da una coppia gay. O almeno è questo ciò che i suoi dirigenti hanno creato in questi mesi – a proposito: a Pesaro il pd ha votato col PdL contro il registro delle unioni civili con tanto di demonizzazione delle coppie arcobaleno – in barba alla bontà di buona parte della base, che a Roma ha creato una festa dell’Unità che è stata un vero e proprio tripudio di confronto tra culture diverse.

Bersani, dunque ha le sue buone ragioni a voler fare il leader indiscusso di un partito-fantoccio. Il problema che si pone, tuttavia, è un altro. Ed è duplice.

Innanzi tutto la candidatura di Vendola e la sua possibile vittoria dimostrerebbero che il pd è, per l’appunto, un contenitore vuoto. Talmente vuoto da non riuscire nemmeno a esprimere un candidato premier, come avviene in tutti i paesi. Lasciar questo onere/onore a Vendola, leader di un partito che non ha nemmeno il 3%, dimostrerebbe che il progetto del pd è perdente ab origine. E io posso pure aggiungere: ve l’avevo detto…

Secondo poi: con la candidatura di Vendola si rischia di dare al centro-sinistra (e il trattino è d’obbligo) una fisionomia politica concreta. Non un blob indistinto di conventicole unite in nome dell’antiberlusconismo, ma un soggetto in cui c’è un candidato premier che ha alle spalle una storia di buona politica, che ha un suo seguito dentro l’elettorato di pd e SEL almeno e che non viene visto male dentro l’IdV e possibilmente anche dentro l’estrema sinistra. Dare al centro-sinistra un’aura politica, senza farne il circo di clown che non fanno ridere nessuno che per adesso è, è un rischio che preoccupa molti. Soprattutto un certo Pierferdinando Casini che aspira a fare da ago della bilancia tra destra e pd e che, in quanto leader di un partito fieramente omofobo, clericale e che candida condannati e delinquenti, osteggia un candidato di sinistra, dichiaratamente gay che in Puglia ha fatto fallire il progetto dell’UDC della privatizzazione dell’acqua pubblica. Tutti meriti, questi, che porterebbero molte persone come me, quelle affezionate alla democrazia, alla serietà e alla legalità, per intenderci, a non votare.

Bersani, a ben vedere, vuole difendere questo stato di cose quando parla di priorità della coalizione: sacrificare Vendola, fare il leader del pd e perdere le elezioni. Avviare quella vocazione peggioritaria che da Veltroni in poi ha sistematicamente fatto perdere al centro-sinistra tutto ogni importante competizione a livello nazionale. Ai vertici del pd ci sono evidentemente abituati. Noi, invece, ne avremmo un attimo le palle piene. Qualcuno, a questo punto, dovrebbe farlo sapere al direttore del circo che non fa ridere nessuno.

Essere un prof di sinistra (e anche gay) oggi.

Oggi ho fatto studiare ai miei studenti la Costituzione. Ho spiegato loro da cosa nasce – parole chiave: antifascismo, resistenza – chi l’ha fatta – c’erano anche i comunisti, sapete? – e a che serve. Abbiamo letto insieme, e commentato, i principi fondamentali della Carta (artt. 1-12). A stento mi sono trattenuto dal dover dire – perché a un certo punto si tratta di dovere e non più di opportunità del dire – che Berlusconi in tutto questo è più di un’anomalia: è un errore. E dunque, non l’ho fatto. Perché non è mio compito dare un giudizio politico, ma fornire strumenti critici per analizzare il reale, quello sì.

Va da sé che certe incongruità dell’attuale sistema politico venivano fuori da sole. L’analisi del presente mi riporta spesso ai paralleli con la storia. Crisi della repubblica a Roma. Qualcuno – Cesare – che a un certo punto decide che il vecchio ordinamento non è più adatto. E invece di modificarlo, si sostituisce ad esso. Con tutto quello che ne consegue. La dittatura, in una parola semplice e durissima.

Vogliamo arrivare a questo?
E soprattutto: vi ricorda qualcuno?

Ho fatto questo preambolo non per parlar male del nostro premier. Parlarne male (per i canoni del berlusconiano) o, in alternativa, provare affetto per la legalità e la giustizia, in pieno accordo col dettato costituzionale, è atto dell’uomo onesto, intellettualmente prima di ogni altra cosa. La vera ragione risiede in una contraddizione che mi fu fatta notare, tempo fa, da una persona della schiera dei cultori del “contro”.

Questa persona – damnatio memoriae! – partiva da un assunto: essere di sinistra oggi significa mettere in discussione il modello di società in atto. Siccome la Costituzione e la scuola, ad essa collegata, non pongono in discussione quel modello di società – libertario, democratico e capitalista (vi prego di capire che non sono parole mie) – un insegnante di sinistra, quale io sono, e in prima linea per la lotta per i diritti civili, che lo Stato non riconosce, come si può porre di fronte a certi argomenti? Si apre una contraddizione? Si tradisce la propria mission politica? Si attua la politica della doppia morale?

D’altronde, un sistema di pensiero “antagonista” ha ragion d’essere in un sistema come il nostro, che ammette che il suo assetto possa esser messo in discussione nell’ambito della salvaguardia di certi fondamenti. Il che apre un ulteriore dibattito: la democrazia deve ammettere ciò che mira a migliorarla, pur in un quadro di radicale ripensamento?

Mentre parlavo di guerra, tutela delle minoranze, di condizioni personali – ci sarebbero pure le persone GLBT in questo paese – queste domande mi venivano in mente. Come risolvere certe contraddizioni?

Dopo di che una piccola illuminazione ha rischiarato la mia tempesta del dubbio, portando non dico l’arcobaleno della certezza, ma la quiete conseguente a ogni procella. L’ordinamento dello Stato si regge sulla Costituzione stessa. La Costituzione è stata scritta da forze tra loro eterogenee: comunisti, socialisti, democristiani, liberali, repubblicani, azionisti. Tutti hanno rinunciato al loro non condivisibile per puntare alla mediazione sui punti comuni: cioè, all’unità. Il risultato è un testo che garantisce saldezza istituzionale, dinamismo nell’architettura dello stato, valori comuni, rispetto dei diritti umani, politici e civili. La strada, a ben vedere, è segnata da tempo. Si tratta di prendere di petto quella strada, percorrerla, farne tesoro. Così non è stato.

Così non è, ad esempio, quando si critica il tricolore. La cui esistenza è sancita nell’articolo 12, che dice come deve esser fatto. Il tricolore è un simbolo e indica uno stato – e non una nazione, stiamo attenti – retto da principi di uguaglianza. Perché certa sinistra lo ha abbandonato al suo destino, scambiando il rispetto per le regole democratiche che quel simbolo richiama per nazionalismo? Adesso il tricolore è il simbolo della destra, e di una in particolare. Si è reso un servizio alle lotte partigiane dei nostri padri costituenti, che lo hanno voluto dentro la Costituzione stessa? Perché un partito neofascista deve riconoscersi in un simbolo che proviene anche dalla Resistenza e chi si dice di certa sinistra si permette di abbandonarlo in nome di non si sa quale cosmopolitismo teorico?

Si critica l’istituzionalismo, scambiandolo per acritica adesione a codici di comportamento. Penso alla critica che si fa ai corpi di polizia, critica che condivido pienamente – a scanso di equivoci – quando si verificano fatti come quelli di Genova. Ma perché certa sinistra, o la sinistra tutta, non ha preteso il rispetto del principio fondamentale che la polizia serve a gestire la sicurezza democratica e civile del paese e non essere uno strumento di repressione del popolo? Abbiamo reso un buon servizio al concetto stesso di democrazia schifando il sistema immunitario dello stato contro i suoi stessi mali (mafie, prima d’ogni altra cosa)?

Si critica la democrazia. Troppo spesso sento dire «la democrazia ha fallito», ma cosa si è fatto per renderla vincente? L’elettore o il militante di questa o quella sinistra hanno difeso un valore, attraverso le sue istituzioni, i suoi corpi, le sue leggi? Lo hanno reso carta viva? Siamo davvero stati migliori di chi contestavamo e che adesso usano la democrazia come un’arma contro i fondamenti stessi della condivisione civile? (Ogni riferimento alla Lega e all’azione di questo governo è voluta).

Leggendo soltanto i principi fondamentali ci si rende conto di avere uno strumento potentissimo di libertà, di unione, di opportunità. Seguire ciò che dice quel testo non è tradire la propria coscienza, ma ritrovarla nell’istituzione che magari qualcuno condanna aprioristicamente, ma che tutela principi fondamentali per cui si dice di lottare.

Mentre oggi leggevo l’articolo 3, mentre oggi commentavo il passo sulla libertà religiosa, mentre spiegavo la tutela delle minoranze, mi sono sentito di sinistra. Non ho segnato un limite tra ciò che è bene e ciò che è male, semmai ho detto come la penso io, come valuto certe cose, certi atteggiamenti. Come, ad esempio, sostenere l’azione politica del presente sull’anticomunismo è un atto idiota, inutile, visto che i comunisti hanno rappresentato uno strumento di tenuta democratica per questo paese, per anni. E ho accolto le proteste di chi mi diceva che proprio no, il comunismo non gli piace. Ok, è legittimo. Non votarlo, combattilo. Ma non pensare che sia come il fascismo (come quello attualmente al potere, avrei dovuto dire).

Ho detto ai miei ragazzi e alle mie ragazze che un giorno voteranno e che voteranno per una parte o per l’altra. Quando questo accadrà, dovranno pretendere dai loro futuri rappresentanti di essere le persone migliori a cui affidare il proprio destino. Abbiamo una legge suprema che ci dice come fare. Chiunque ha l’obbligo morale e civile di seguirla, se vuole essere un cittadino degno di questo nome.

Essere di sinistra, per me, significa esattamente questo. E porre l’altro a credere di poter essere altrettanto, pur da principi politici completamente dai miei, ma nel rispetto dell’identità dell’altro.

P.S.: tralascio, per adesso, il discorso su come coniugare l’argomento dei diritti civili in una chiave che tenga conto di tutte le diversità dentro una classe e dentro il dibattito politico per l’estensione del matrimonio civile a gay e lesbiche. Dico solo che ho inserito un modulo sulle nuove famiglie. Quando lo tratterò, ne darò testimonianza.