Il giardino delle mele avvelenate

Siccome questa è una fiaba comincerò come si conviene a una fiaba. Dirò c’era una volta. Una volta c’era una principessa, la principessa Escrementa. Con la sua corte di nani da giardino, accanto a orridi troll che, in ritardo sul concetto stesso di inetto sveviano, aspiravano a divenire orchi. Con un’altra principessa al suo fianco, che non aspettava altro che darle la mela avvelenata. E quando questo avvenne, la principessa Escrementa si ritrovò a suo fianco non solo le statue di gesso che popolavano la sua vita o le orride creature che vivevano nelle ombre e negli anfratti dei suoi passi, ma anche l’alleanza di un elfo e di una strega. I quali, guerreggiando contro il demone dell’impotenza, cercavano di rendere i giorni della principessa abbandonata meno tristi, meno vuoti. Perché quando anche l’amore ti tradisce la presenza di parole amiche non può di certo cocatrizzare le ferite, ma può avere lo stesso effetto di un balsamo lenitore.

E le cose andarono come dovevano andare.

Perché se nel tuo regno fai entrare spiriti maligni, orrende fattucchiere e ogni sorta di creatura del buio, non fai altro che trasformare le tue terre nelle lande dell’oscurità. E se ascolti chi ti dice che i tuoi alleati ti stanno tradendo, non fai altro che tradire la parte più luminosa che la vita, la tua vita, in quel momento, può regalarti.

“State rubando nei miei giardini reali” gridò perciò la principessa Escrementa all’elfo e alla strega. Non si rendeva conto che in quei giardini c’erano sempre meno erbacce e frutti più maturi, non nutriti con concime velenoso. E non si rese conto neppure che il piccolo troll che aveva scelto come consigliere la nutriva soltanto dell’erba della malevolenza. E i suoi intrugli malvagi ottennero ciò che la sua volontà gli aveva fatto tramare. L’elfo e la strega vennero cacciati dal regno, che da quel giorno non ebbe più magia e luce, ma solo gramigne amare e frutti velenosi.

E la fiaba finisce proprio così. Per cedere il posto alla realtà. La realtà di chi, dopo tutto questo tempo, si impone alla mia vista, rivolgendomi la parola come se niente fosse, mentre magari parlo d’altro, della mia vita, mentre magari offro a persone più meritevoli parole amiche. Come se adesso fosse normale. Come se chiedere scusa fosse un’opportunità come un’altra, anche da evitare. Come se si trattasse di bere solo una birra.

E magari se fosse stata una fiaba sarebbe finita come si conviene alle favole e avrei detto che tutti vissero felici e contenti. Ma questa è la vita e nella vita l’eternità non può accadere. Si naviga a vista. E poi diciamocela tutta, è da almeno mezzora che scrivo che sei una povera stronza. Tieniti pure il tuo miserevole troll e le sue insalate di cicuta. Io continuerò a circondarmi di streghe buone. Non sarò felice per sempre, ma ogni tanto mi aiutano a crederlo. E alla fine conta solo questo.

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