Un regione “normale”…

Dunque, se ho ben capito:

1. l’ex governatore del Lazio, Marrazzo, si è dovuto dimettere solo perché frequentava una prostituta transessuale, senza che la cosa incidesse sulla vita delle persone – almeno quelle non omo-transfobiche

2. l’attuale gestione della regione Lazio, in mano a Renata Polverini e al centro-destra, UdC compresa – che tanto piace a Bersani – è al centro di uno scandalo senza precedenti a base di sperperi e di festini da ventimila euro l’uno (per non parlare degli stipendi coi consiglieri regionali, ingrassati oltre modo) il tutto a discapito, tra le altre cose, dei posti in ospedale, ridotti dall’attuale governo regionale, e la presidente in carica rimane ben ancorata al suo posto.

Temo che, ancora una volta, l’odio indiscriminato verso le persone LGBT, agitato come questione morale contro il centro-sinistra, abbia colpito fasce di popolazione ben più larghe. In nome del più becero moralismo – cattolico, omofobo ed eterosessista – si è premiato chi prometteva una regione “normale”, dopo lo scandalo Brenda. Una regione “normale”, appunto. E invece…

Se fosse il nostro paese a essere normale – come possono esserlo Francia, Germania, USA e Regno Unito, tanto per citarne alcuni – certa gente andrebbe in galera e, subito dopo, nel posto più lontano possibile da ogni carica pubblica e politica. E invece.

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Salvare la Fondazione Santa Lucia

Non facciamo che l’eccellenza venga cancellata, solo perché siamo in un paese che premia i balordi e lascia fuggire le cose belle e importanti…

Ricevo e inoltro, dalla mia amica Giada. Con la preghiera di massima diffusione.

Le vedo ogni giorno, nel luogo in cui mi sento orgogliosa di apprendere una professione che, insieme a tante altre che vengono svolte all’interno della Fondazione Santa Lucia, contribuisce a rendere tale struttura un “Ospedale di rilievo nazionale e di alta specializzazione per la riabilitazione neuromotoria”. Quello che questa dicitura materialmente significa è quello che ho il privilegio di vedere ogni giorno, almeno in parte, studiando al suo interno. Ho ancora diversa strada da percorrere prima di diventare una professionista – a questo punto mi chiedo se riuscirò a diventarlo – per questo voglio raccontare con gli occhi di una persona qualsiasi quello a cui nell’ultimo anno ho potuto assistere.

Ho visto pazienti, uomini e donne di ogni età e condizione sociale, ridotti a poco più che vegetali, riprendere a vivere – e per vivere intendo camminare, mangiare, parlare, tutto ciò che noi ogni giorno facciamo dandolo per scontato – reimparando ogni gesto, ogni passo, ogni movimento ed ogni singola parola con fatica ed impegno enormi, e questo grazie ai medici, ai terapisti ed a tutti i professionisti che li seguono e li aiutano ogni giorno.

Ho visto questi stessi pazienti sorridere, a volte anche dei propri mali, perchè ridendo ogni cosa, anche la più atroce e difficile da accettare, viene ridimensionata e sembra meno insormontabile; perchè qualche volta è anche provocandoli – bonariamente – e inducendoli a sorridere che i riabilitatori riescono a spronarli a fare cose che fino ad un istante prima sembravano impossibili; perchè sono i pazienti stessi a prendersi e a prenderci in giro, nei momenti più inaspettati, dimostrando una forza d’animo ed uno spirito che più di una volta mi hanno stupita e commossa, oltre che divertita. Ci sono stati dei momenti, anche grazie a quei sorrisi, in cui mi sono vergognata di essermi chiesta se valesse la pena di insistere a riabilitare pazienti in condizioni che sembravano irreversibili e senza speranza, quando, rivedendoli a distanza di pochi mesi, mi meravigliavo nel riconoscere gli stessi pazienti in grado di muoversi, comunicare e nutrirsi autonomamente.

Ho visto bambini, anche piccolissimi, giocare e divertirsi imparando, pur con grande impegno e fatica, a camminare, a parlare, a leggere e scrivere, anche soltanto a mangiare, con i professionisti del reparto di età evolutiva; tutte attività che ogni bambino impara “naturalmente” dai propri genitori, a scuola e nella vita quotidiana, ma che questi bimbi invece non hanno la possibilità di apprendere se non grazie all’aiuto di chi con professionalità, pazienza e dedizione li aiuta a crescere ogni giorno, passo dopo passo, gioendo insieme ai genitori di ogni piccola, grande vittoria.

Ieri mattina ho visto la rabbia e le lacrime di quegli stessi genitori, che dal 1 gennaio 2012 vedranno chiudersi le porte della Fondazione.

Ho potuto ascoltare alcune delle loro storie, che parlavano di tanti altri centri e specialisti non all’altezza delle cure di cui necessitano i propri figli; loro stessi hanno parlato della Santa Lucia come di “un’oasi di salvezza”, con una gratitudine ed un rispetto infiniti.

Non si fanno miracoli alla Santa Lucia, ma si fa tutto ciò che è umanamente possibile per migliorare situazioni che a volte sembrano impossibili; questo anche grazie alla ricerca scientifica, punto di forza della Fondazione, la quale da sola produce ricerca quanto una piccola facoltà di medicina ed è al primo posto nel campo delle neuroscienze. In Italia sono davvero pochi i centri che possono avere un simile vanto, o non si spiegherebbe perchè gran parte dei pazienti che si affidano alla struttura provengano da ogni parte del Paese, disposti a percorrere centinaia di kilometri pur di usufruire dei suoi servizi.

Poco tempo fa il marito di una paziente si è avvicinato a me, probabilmente non sapendo che fossi una semplice tirocinante, e mi ha detto: “I parlamentari prendono 15.000 euro al mese per non fare un tubo; dovreste prenderli voi quei soldi, che fate un lavoro altamente specializzato e così utile alla società”.

Non è 15.000 euro al mese che chiedono i 750 dipendenti dell’IRCCS Santa Lucia (che non percepiscono da oltre due anni neppure gli adeguamenti contrattuali), ma soltanto di poter continuare a svolgere, come hanno egregiamente fatto fino ad ora, il proprio lavoro, ovvero prendersi cura dei pazienti dei 325 posti letto e degli oltre 300 ambulatoriali che fanno terapia ogni giorno all’interno della Fondazione.

Ancor meno chiedono i pazienti, i loro genitori ed i parenti: che venga rispettato l’Articolo 32 della Costituzione Italiana: il diritto alla salute.

Io, e credo di poter parlare anche a nome degli oltre 400 studenti che come me studiano in questo centro d’eccellenza, chiedo che venga rispettato il mio diritto allo studio; il diritto per il quale pago puntualmente le tasse due volte l’anno; il diritto di poter diventare un giorno all’altezza, sia dal punto di vista professionale che umano, dei lavoratori di questo grande ospedale che rischia tra poco più di un mese di chiudere definitivamente i battenti.

A nulla sono valse le svariate sentenze del TAR (le ultime due risalgono a dieci giorni fa), tutte a favore della Fondazione Santa Lucia: la Regione Lazio le ignora, rifiutandosi di pagare quanto le spetta di diritto e mettendola così in ginocchio di fronte a banche e fornitori.
Per questo motivo il direttore generale Luigi Amadio ieri ne ha annunciato la chiusura al 31 Dicembre di quest’anno, a meno che entro quella data non venga saldato almeno una parte del debito che grava sull’Istituto: 20 milioni di euro a fronte degli oltre 60 milioni totali.

Ieri si è parlato di nuove manifestazioni, azioni legali, lettere e mobilitazioni.
Io, nel mio piccolo, ho intenzione di fare tutto quello che è in mio potere per impedire che questo accada, e questo perchè, prima ancora del mio diritto all’istruzione, mi è difficile immaginare ingiustizia più grande che togliere a queste persone, già messe a così dura prova dagli eventi, la possibilità di un “ritorno alla vita”.

Giada De Pasquale

 

Regionali 2010 e caso Bonino: il pd ha drogato la democrazia?

Cerchiamo di ricostruire i fatti.

L’intervento di Concita De Gregorio potete sentirlo direttamente voi qui: http://www.radioradicale.it/scheda/340729

Poi c’è il comunicato dei Radicali Italiani, pesantissimo, che si può riassumere così: «il Partito Democratico ha voluto far perdere Emma Bonino alle Regionali del Lazio».

La cosa di per sé non è una novità. Che certi partiti di centro-sinistra non amassero la candidatura di Emma Bonino è stata cosa fin troppo evidente.

Ma cosa ha detto l’ex direttrice dell’Unità? Raccontando di un suo incontro con un “altissimissimissimo” (sic) dirigente del partito democratico, sull’appoggio alla leader radicale, allora candidata per la coalizione progressista contro la destra, emerge che l’anonimo interlocutore abbia risposto così:

«A noi questa volta nel Lazio ci conviene perdere. Perché, siccome la Polverini è la candidata di Fini e siccome è l’unica sua candidata della tornata, se vince, Fini si rafforza all’interno della sua posizione critica del centrodestra e, finalmente, si decide a mollare Berlusconi e a fare il terzo polo, insieme a Casini. E noi avremmo le mani libere per allearci con Fini e Casini e andare al governo.  Senza ovviamente che gli elettori ci mollino, senza perdere troppo consenso. Perché non saremo noi a condurre questa operazione, noi perdendo oggi daremo solo il via, il resto lo farà la crisi economica».

Gli aspetti inquietanti di questa vicenda, finora non smentita da nessuno dei “altissimissimissimi” del pd, e contestata, per altro male, da alcuni suoi militanti (Cristiana, mi duole dirlo il tuo ragionamento fa torto alla tua onestà intellettuale), sono molteplici:

1. Concita De Gregorio non è una giornalista qualsiasi. È la direttrice dell’organo ufficiale del pd. È stata, cioè, la voce del partito. E questa voce ha detto che il partito, nella persona di un suo massimo dirigente, ha lavorato contro se stesso e contro i suoi militanti, che invece puntavano alla vittoria delle regionali del 2010.

2. Se quanto detto da De Gregorio è vero, e fino ad adesso pare che lo sia, cosa ci autorizza a non pensare che il pd non farà lo stesso in altre competizioni elettorali per seguire il disegno neoconservatore e reazionario dei suoi leader?

3. Il progetto di un’alleanza che coinvolga Casini – che, ricordiamolo, ha portato in parlamento un condannato per rapporti con la mafia (Cuffaro) e un indagato per lo stesso reato (Romano) – e Fini – ex fascista – è nei piani manifesti dell’attuale dirigenza del pd. I conti tornerebbero, in tal senso.

4. Il principale partito di opposizione pare aver bisogno dell’aiuto di frange integraliste cattoliche per poter ritornare al potere. Si mostra, dunque, incapace di riprodurre una strategia politica vincente che lo renda autonomo dai suoi alleati. Questi, per altro, non sono cercati a sinistra – come IdV o SEL – bensì in quella stessa destra che ha contribuito fattivamente a fare le fortune di Berlusconi negli ultimi diciotto anni.

5. Ancora sulle alleanze: il pd è fermo al 27% dei consensi secondo tutti i sondaggi. SEL e IdV, insieme, arriverebbero al 18%. Ancora, secondo i sondaggi, l’UdC non va oltre il 7% e Fini è fermo al 3%. Per quale ragione preferire un patto con una forza accreditata tra il 10-12%, per di più di destra clericale?

Da queste evidenze, emergono due ulteriori considerazioni.

La prima: se domani si proponesse un’alleanza pd-terzo polo, sarebbe la fine di qualsiasi intervento politico su questioni vitali per i diritti civili. Testamento biologico e coppie di fatto, ad esempio, verrebbero cestinati per sempre nel nostro panorama politico. Per non parlare di altri settori strategici, come sanità e scuola. I fondi pubblici sarebbero destinati a enti religiosi, in spregio della nostra Costituzione e del concetto stesso di laicità.

La seconda: i militanti e gli elettori del pd sono stati trattati, da quel dirigente, come pecore disposte ad accettare supinamente le decisioni dei piani alti. Vedremo se è vero. Perché in qualsiasi paese serio, un partito serio defenestrerebbe immediatamente quel dirigente. In alternativa, il partito perderebbe milioni di consensi in pochi mesi. Anche se io temo che non accadrà nulla di tutto questo.

Un fatto rimane, comunque, incontrovertibile: Emma Bonino ha perso e la democrazia pare esser stata drogata proprio dalla dirigenza di quel partito che porta, dentro il suo nome, l’aggettivo che si rifà ad essa. Non è decisamente un buon segno.

Perché votare Cristiana Alicata alle regionali in Lazio

Per fortuna non voto nel Lazio, perché sarebbe un bel dilemma. E le ragioni di questo dilemma potete leggerle qui.

Tuttavia, poiché mi è stato chiesto di dare un’opinione e per non peccar di ignavia, avevo già detto, giorni addietro, che avrei dato la mia indicazione di voto. E, nonostante io mi senta più vicino alle istanze di SEL e sebbene nutra una stima infinita per gli altri due candidati, la mia scelta cadrebbe – e uso il condizionale solo perché non voterò a Roma in quanto non residente – su Cristiana Alicata.

Le mie ragioni sono le seguenti:

1. è una donna, e voglio una politica più in rosa;
2. è lesbica, è voglio una politica più rainbow;
3. è una persona con cui ho litigato molte volte, perché non ho accettato la sua militanza dentro un partito considerato nemico delle persone GLBT, ma lei mi ha fatto capire che la sua lotta dentro il pd è giusta e solo dando al partito democratico rappresentanti migliori, riusciremo ad avere un partito migliore;
4. è sì una candidata lesbica, ma la questione omosessuale è un aspetto della sua campagna, non l’aspetto primario o univoco. Questo dà pari dignità a questo tema, rispetto ad altri da lei portati avanti;
5. è una persona di sinistra che non rinuncia a una identità politica specifica, declinandola sulle esigenze del presente e della società odierna.

E poi, se vogliamo dirla tutta, la pensa come me su una questione fondamentale. Vuole la luna, ma ha i piedi per terra. Per cui vai Cri, gli elfi, il piccolo popolo e le streghe buone, per stavolta, tifano per te!

Affidereste a questi incapaci il governo del Lazio?

Vabbè che sono ex fascisti ed ex forzitalioti. Ma ci dovrebbero spiegare quali di queste parole non comprendono: «il regolamento prescrive la presentazione delle liste in tribunale entro mezzogiorno.»

Cioè, proviamo a tradurre: se non sei entro le dodici nel dato luogo con la data lista, la legge – non i radicali, non il papa, non Luna Lovegood – non ti permette di candidarti. Mi sembra facile da capire anche per le menti primigenie di un leghista. Figuriamoci per tutti gli altri.

Se poi dentro il Popolo delle Libertà – il partito col nome più cretino dell’universo – sono tendenzialmente incapaci, il problema non è dei giudici o di chi vuol far rispettare le regole ma, appunto, di chi non sa nemmeno regolarsi con la pausa pranzo.

Domanda conseguente: il partito berlusconiano non è nemmeno capace di pensare a se stesso. Voi gli affidereste il governo del Lazio?

(Im)manifesti elettorali

Non so se lo avete notato. Almeno chi vive a Roma. E pure Queerway ci ha fatto un post. Parlo della campagna elettorale delle regionali.

La cosa funziona più o meno così. Da una parte – a destra, cioè – una selva di personaggi, più o meno oscuri, almeno per me, che promettono, anche con ardite prodezze linguistiche, di realizzare qualsiasi tuo desiderio. Manco fossero la lampada di Aladino. A capo di questo olimpo, lei, la dea con tailleur e pantalone, colei che ha fatto della monotonia la bussola estetica per il taglio dei capelli, la sempregrigia Renata.

Roma è tappezzata dei suoi manifesti in cui assicura di proteggere la famiglia, le imprese, il lavoro e tutto ciò possa sembrare rassicurante a un elettore medio del centro-destra italico.

A questa sovraesposizione mediatica, le opposizioni rispondono male, in modo disorganizzato e, soprattutto, senza comunicare nulla.

I manifesti del partito democratico, ad esempio. Nessuno di questi pubblicizza la candidatura Bonino. Il pd ha messo in giro facce di elementi che sembrano venuti fuori da un film, uno qualsiasi, e che richiamano l’estetica di un album di Carmen Consoli o di una stagione di Lost e che dicono, guarda un po’, tutto ciò possa sembrare rassicurante a un elettore medio del centro-destra italico. A capo di questa montagna di niente, spunta fuori il faccione di Bersani, eccitante come un attacco narcolettico, a commentare “in poche parole, un’altra Italia”. E amen.

Per cui: da una parte il candidato della destra alle regionali, con tutto il suo empireo ghignante. Dall’altra Bersani col suo esercito del niente. E adesso, io sono uno di quelli che si impressiona facilmente – e a dirla tutta, amo sia la Consoli sia Lost – ma vedere quei visi sofferenti che suggeriscono, senza dir come, che tutto dovrebbe essere migliore non è che ti mette esattamente di buon umore.

La ciliegina sulla torta di questo delirio che ha, come unica conseguenza, il trionfo del peggio – a cominciare dagli alberi tagliati inutilmente per permettere a questi loschi individui di esporre impunemente certe inanità – è rappresentata dalla campagna elettorale dell’UdC, che ha scelto una linea chiara e elementare: il tricolore ricucito, il simbolo del partito sul bianco e il nome del leader in bella vista.

Casini – che almeno ha avuto il buon gusto di risparmiarci il suo ipocrita sorrisino da secchia – vuol dare l’idea di essere colui che salverà l’Italia dalle lacerazioni tra una sinistra incapace e una destra oscena. Sì, alleandosi con entrambe. Vuol far dimenticare, forse, che se Berlusconi è arrivato dov’è arrivato è anche per merito suo. In quanto allo slogan “estremo centro”, ho reminiscenza di qualche lettura passata (perdonerete se non ricordo il titolo del testo) in cui furono proprio i fascisti a esser definiti estremisti di centro. Forse  l’elettore medio del centro-destra italico non lo sa ma, a livello subcosciente, anche questo potrebbe essere rassicurante. Almeno per quella fetta di elettorato che vede nello strapotere di un uomo solo una garanzia di libertà per tutti.

Per noi, invece, che crediamo allo stato di diritto, non rimane che qualche cartellone con volti sofferenti e, allo stesso tempo, senza espressione alcuna.

Il partito senza volto

Seconda riflessione sulla telenovela tutta piddina riguardo alle regionali. A distanza di due mesi dalle elezioni il partito di Bersani non garantisce alcuna certezza su quali esponenti candidare in regioni chiave come la Puglia e il Lazio. In Umbria, dove il pd potrebbe fare man bassa, c’è una faida in corso. In Calabria ci sono addirittura quattro nomi attorno ai quali si sono scatenate altrettante fazioni in guerra.

Ora, a parte la Bresso per il Piemonte – candidata che, per altro, hanno tentato di far fuori – il pd non è in grado di esprimere personalità di prestigio. In Lazio solo la mossa della Bonino (Radicali Italiani) sta velocizzando le cose. In Puglia è Casini (UDC) a porgere ultimatum a danno di una figura di primo piano, decisa dal popolo e non dall’apparato, come Vendola (SEL).

Bonino e Vendola, in pratica, sono candidati carismatici rispetto ai quali il maggior partito d’opposizione non è in grado di esprimere un nome che non richiami al grigiore delle burocrazie e dei bizantinismi di palazzo.

Leggendo un articolo di Michele Serra su Repubblica di oggi, si capisce il perché di questa situazione: il pd non ha una linea politica, non ha un progetto che non sia quello di tenere a galla i vari D’Alema e i vari baroni d’apparato. Persino la rustica personalità di un Di Pietro sembra un’alternativa culturalmente valida, al di là del suo pregevole tentativo di salvaguardare le libertà repubblicane.

In altre parole: non hanno idee, non hanno charme politico e in tutto questo il neosegretario pare assolutamente assente dalla scena politica nazionale.

E non per essere odioso, e anche se lo pensate sopravviverò lo stesso, ma io è da tre anni almeno che lo dico: un partito che nasceva con l’ambizione di essere “nuovo” dalle mani di Fassino e Rutelli, e coi voti degli ex comunisti a un progetto neodemocristiano, non poteva produrre niente di buono. I fatti lo dimostrano egregiamente. Purtroppo e per tutti e tutte noi.