Primo maggio?

Quarto_Stato_(Volpedo)_DetailPrimo maggio. Festa dei lavoratori e delle lavoratrici. Perché sì, siamo in due metà, da questa e quella parte del cielo. Ma non solo. Siamo in un paese in cui una donna, se vuole trovare un’occupazione, si sente dire “ma lei ha intenzione di avere figli?” e se risponde di sì, non ottiene il posto. E bene così.

In Italia è ancora possibile discriminare sul posto di lavoro per la propria identità sessuale: non solo se appartieni al sesso femminile, ma anche se sei “fuori norma”. Se sei gay, trans, ecc. Ci sarà sempre qualcuno che penserà di poterti rendere la vita un inferno e lo Stato non è riuscito a legiferare per in tal senso. E l’unica legge che è stata pensata (e giace ancora in Senato, in attesa di non si sa bene cosa) per combattere l’omo-transfobia, ammette che in fabbrica, nel sindacato o nelle scuole si possa dire qualcosa sul nostro essere persone LGBT. Anche qualcosa di poco carino, tipo che i gay si possono curare e amenità similari.

Siamo in una nazione in cui le riforme si fanno in inglese (pensiamo a come è stata nominata la riforma del lavoro), novello “latinorum” del governo in carica. Una riforma che con la scusa del tempo indeterminato ti rende licenziabile in qualsiasi momento. “Però adesso abbiamo diritti che prima non avevamo”, dicono i possibilisti. Sì, magari occorrerebbe capire che quei diritti sarebbero garantiti costituzionalmente e che non è il potere politico che li concede, ma noi cittadini/e a doverli esigere perché sono già nostri.

E che se ti “concedo” di avere una cosa, uno stipendio o la possibilità di unirti con chi vuoi, allo stesso modo posso toglierti tutto questo in ogni istante, con o senza giusta causa. A ben vedere, è così che funziona il jobs actEd è così che funzionerà, a regime, la cosiddetta “buona scuola”. Sei un/a prof? Si obbedisce al preside, altrimenti ti manda via. Ad un convegno qualcuno utilizzò il termine “contrastivo” per indicare l’insegnante da mandar via. Incensando la riforma scolastica, perché “adesso si può fare”.

E ricordiamoci che tali nuove regole sono fatte in un’Italia in cui, ancora oggi, essere persone LGBT può portare a mobbing e a scarse tutele. Insomma, vi vedo messi/e bene. Per cui, non so se oggi ha poi tanto senso festeggiare. Di certo c’è la necessità di riflettere, sul senso da dare alle ricorrenze, se esse abbiano ancora valore nell’Italia renziana in cui i diritti, quando non spacciati per privilegi, sono continuamente sviliti al rango di facoltà ottriate. E lo dico da persona che va contenta a lavorare, ogni mattina. Ma ecco, credo che dovrebbe essere la norma, non una fortunata eccezione.

Ditelo a Poletti

Conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri

Giuliano Poletti – Foto di Fabio Cimaglia

Ditelo a Poletti: mi sono laureato a 28 anni – per fatti di natura privata, c’è stato un blocco nel mio percorso – con 110 e lode e ho sempre lavorato dopo la laurea.

All’inizio con piccoli contratti a tempo determinato. Con collaborazioni e borse di studio. Nel frattempo ho pure preso un master, una specializzazione e ho fatto un dottorato, recuperando gli anni “persi” e rimettendomi in carreggiata con le persone della mia età. Oggi ho una professione che mi soddisfa pienamente, anche se io voglio sempre andare oltre.

Nel corso della mia vita ho avuto lavori per lo più gratificanti, altri li ho fatti fuori dal mio percorso di studio. Poi altri ancora, anche se non mi piacevano. Ma ho lavorato. E contrariamente a quello che mi suggerivano in molti, senza dire grazie a nessuno. Perché non si deve dire mai grazie quando qualcosa ti appartiene di diritto, o lo depotenzi.

Tutto ciò senza  l’ombrello di un partito che, magari, prima mi fa gestire una coop e poi mi assegna un dicastero strategico con un semplice diploma di perito agrario. Perché quando si studia e si lavora davvero, non si ha il tempo di maturare l’arroganza tipica dell’uomo di potere, lontano dalla strada e ben protetto dai palazzi che, strano a dirsi, risultano sempre più invisi alla gente per bene di questo paese. Ditelo al ministro.

Primo maggio e altre amenità 

  

Oggi è la festa di chi lavora. Due cose soltanto: uno, ricordiamoci di chi oggi non ha nulla da festeggiare perché il lavoro non ce l’ha; due, ricordiamoci pure di chi potrebbe fare a meno di scrivere del primo maggio, tra quanti/e sostengono o hanno votato l’attuale premier consentendogli, tra jobs act e “buona” scuola, di distruggere i diritti di lavoratori e lavoratrici. Giusto per essere coerenti.

CGIL e Leopolda, ovvero: lavoratori VS miliardari

la piazza della CGIL a San Giovanni

la piazza della CGIL a San Giovanni

Rispetto alle due “piazze” che si sono confrontate e scontrate ieri, tra Firenze e Roma, è difficile schierarsi così come è facile capire dove sta il torto e dove c’è la ragione.

Cominciamo dalla fine, ovvero da chi ha ragione e chi no. Va da sé che la piazza radunata dalla CGIL riesce a essere ancora gloriosa, ma non certo così temibile. C’erano pensionati/e e chi il lavoro già ce l’ha, categorie che a ragione non vogliono vedere erodere i loro diritti. Il sindacato tuttavia, per essere credibile sulla battaglia del lavoro e incisivo sul piano politico, deve capire che la piazza di ieri rappresenta l’Italia di ieri. Nel qui ed ora ci sono anche le partite IVA, precari e precarie. E per far fronte ai problemi delle nuove generazioni, oltre a quelli di chi perde il lavoro e ha già cinquant’anni, bisogna trovare soluzioni nuove che coinvolgano non solo le classi agiate ma anche chi ieri e giustamente manifestava contro il governo Renzi.

A Firenze, invece, i media hanno restituito l’immagine di una Leopolda in cui le star non sono state le persone che lavorano, che si alzano alle cinque per andare in fabbrica, il precario che non ha il diritto alle ferie o la partita IVA che non può nemmeno ammalarsi, altrimenti non viene pagata. Vi erano amministratori delegati, magnati della finanza, gente sostanzialmente ricca. Un solo esempio: Davide Serra, il cui nome se cercato su Google ci riporta alle isole Cayman, ha già fatto sapere quale dovrà essere la priorità del nuovo Pd, ovvero la riduzione del diritto di sciopero.

Mentre queste due realtà si confrontavano, i residui del vecchio Pd – ovvero chi ha la responsabilità storica e politica di aver distrutto la sinistra in Italia – lanciavano frecciatine al veleno contro Renzi, accusandolo di aver chiuso con la sinistra nel nostro paese. Che poi a parlare sia Rosy Bindi, cattolica centrista e per di più omofoba, e che ciò dia al tutto il sapore della tragicommedia, è un fatto su cui non mi dilungherò oltre. Gustosa, invece, la piccata reazione di Debora Serracchiani, partita come speranza emergente della sinistra del domani, trasformatasi in starletta post-berlusconiana, incapace di ribattere ad accuse abbastanza banali – bastava dire: i primi ad aver distrutto la sinistra in questo paese siete stati voi – e quindi ridotta a dover difendere le scelte del leader, ripetendo il solito mantra preconfezionato. Ci mancava solo che le desse della “gufa” e il copione sarebbe stato recitato fino alla fine.

il tavolo dei diritti civili alla Leopolda

il tavolo dei diritti civili alla Leopolda

Riguardo alle questioni dibattute alla Leopolda, oltre alla fine dello stato sociale, dei diritti dei lavoratori ed altri temi cari alla sinistra classica, c’è stato il capitolo delle unioni civili, ad un tavolo apposito diretto dall’immancabile Scalfarotto, ormai icona del gaysmo che non piace ai gay e quindi ottimale per il renzismo di facciata, e la povera Cirinnà che ancora crede che il suo testo avrà un futuro qualsiasi in questo parlamento e con questo governo.

Concludendo: la sinistra in Italia ci sarebbe pure, ma è in mano a un pugno di persone che, ok, sa cantare Bella ciao e agitare il pugno chiuso ma non sa andare oltre, a livello di innovazione e di risposta ai problemi della contemporaneità. Anche qui ci vorrebbe, a parer mio, uno svecchiamento di modi, di dinamiche, di approcci e di linguaggio. Ferme restando le priorità (il lavoro e i diritti) e gli ideali (la tutela dei più deboli).

Quel partito che dovrebbe essere di sinistra – sì, sto parlando del Pd – ma ragiona e agisce come avrebbero fatto i conservatori inglesi ai tempi della Tathcher, ha tutto il diritto di trasformarsi in un soggetto politico che guarda a destra. Dovrebbe solo fare un ulteriore passaggio: dichiararlo, a chiare lettere, a chi lo vota. Renzi per altro può star tranquillo, di fronte a questa ipotesi: l’elettorato del Pd ha già dato prova di ottusità elettorale, in passato. Lo voterà comunque, quindi, anche dopo anni in cui si dichiarava alternativo al berlusconismo per poi adottarne l’intera politica economica e sociale pur di poter dire che è in grado di vincere le elezioni in un paese sostanzialmente orrendo. Sul piano politico, almeno.

Un pensiero affettuoso, infine, va a quei gay e quelle lesbiche renziani – di vecchio e nuovo corso – che adesso, dopo esser stati banditi dai pride, non potranno più partecipare nemmeno a uno sciopero. Gli rimarrà sempre l’illusione di far parte di un qualcosa di importante e di avere una sinistra “normale” in un’Italia sostanzialmente folle.

Fermi tutti, forse voto Tsipras

Alexis Tsipras

Forse, appunto. Perché mi lascia perplessa una lista che, in Italia, è sostenuta dai soliti ex PCI, transfughi di qualsiasi cosa possibile. Ma stavolta – sempre che trovi un aereo che non trasformi il diritto di voto in privilegio per ricchi – voto il messaggio, più che il partito.

E il messaggio è che di fronte a un Pd servo di banche e poteri forti, una destra da sempre più vicina all’idea che la lingua italiana ha di un’associazione a delinquere, un M5S che raccoglie il mal di pancia del paese ma non fa nulla per curarlo – lasciando intatte la cause dell’irritazione del popolo – scelgo chi si oppone a un’Europa disegnata sullo strapotere delle banche e che al concetto di “popolo” contrappone quello di società civile, fatta da persone, da lavoratori e lavoratrici di cui bisogna tutelare il diritto alla felicità e al futuro.

Vediamo come se la giocano, nei mesi a venire. Ma Tsipras, di per sé – e in un contesto europeo che ha distrutto la Grecia, lasciando intatti i privilegi di chi quel paese l’ha portato a quelle condizioni (modello che, una volta provato, può essere ripetuto ovunque) – mi convince.

Primo maggio: i pensieri del giorno prima

fanculo«Io penso che il tuo lavoro sia bellissimo…»
«Pensi questo perché non lo fai. Il mio è un mestiere orrendo e frustrante.»
«Ringrazia che ce l’hai…»

Ecco, quando sento dire queste cose mi incazzo. E sapete perché?

Prima regola della creazione di forza-lavoro a diritti minimi e mal garantiti: pensare che esercitare una qualsiasi professione sia un dono di cui rendere grazia. Sempre e comunque.

No signori miei. Bisogna lamentarsi, altrimenti poi non ci potremo lamentare davvero. E avere master e dottorato per fare da badante a undicenni non è lavoro. È umiliazione di stato. E di questo mi lamenterò sempre. Porco cazzo!

E ci stanno rincitrullendo il cervello col fatto che siete choosy, che la miseria che vi concedono equivale a possedere una somma fortuna.
Ci stanno facendo credere che la schiavitù di una quotidianità a emozioni zero è il massimo a cui potete aspirare.
Ci stanno trasformando in qualcosa di molto simile agli animali della fattoria di Orwell, nell’attesa che un camion, prima o poi, prenda anche voi e vi conduca al macello, quando non servirete più.

Questo stanno facendo di noi. Per questo non dico grazie a un lavoro che mi usa, ogni anno, dai primi di settembre a fine anno scolastico, senza nemmeno un grazie – e loro sì che dovrebbero dirlo – il giorno del licenziamento.

Perché i sogni, signori miei, i sogni non valgono 1300 euro al mese e il TFR che non arriva perché lo stato deve fare cassa.

E se qualcuno trova queste mie parole inaccettabili, è perché magari si è già rassegnato a quel sogno chiamato mediocrità. Mentre Marx e Gesù gongolano, contemplando la loro migliore creatura dal dì delle loro predicazioni. Quando bastava semplicemente capire che non c’è nessuna ricompensa futura e che la felicità è adesso, se sei in grado di creartela e di vivertela.

Per cui, se ogni mattina vi alzate e pensate che la strada che farete ogni giorno, assonnati e schiacchiati in un tram – da qui ai prossimi trent’anni senza nemmeno la garanzia finale di uno straccio di pensione, nonostante i vostri studi e i vostri sacrifici – sia la cosa migliore che vi possa capitare, benissimo, io non sono contento per voi. Ma se non lo sarete anche voi arrabbiati, incazzati, vere e proprie erinni al cospetto della parte più vera di voi, ebbene, allora forse quella non-felicità un po’ ve la siete cercata. Ed è proprio questo che non si può più accettare!

Ci vuole karma (e sangue freddo)

Io vado avanti.
Nonostante il lavoro, che non mi piace.
I maschi maledetti.
L’ipocondria.
La terapia (che di per sé non è un male, ma se ci vado è perché il male c’è).
La politica italiana.
I casini vari.

Chissà che persona orrenda ero nella mia vita passata…

Scuola, 24 ore: suicida insegnante

Dal Fatto Quotidiano:

Amava la scuola. A settembre aspettava la chiamata per l’incarico che non è arrivata. Carmine Cerbera, 48 anni di Casandrino, provincia di Napoli, era un professore precario da anni, insegnante di discipline pittoriche, storia dell’arte. Si è tolto la vita, giovedì mattina, con una coltellata…

Una frase di quell’articolo restituisce il senso del dramma che sta vivendo la scuola, attualmente: «Ma quella chiamata che non arrivava e la proposta del ministro dell’Istruzione Francesco Profumo di aumentare le ore lavorate dei docenti, tagliando fuori incaricati annuali e supplenti, era il suo tormento.»

Bene signor ministro. Credo che lei ci debba un po’ di lacrime, visto che questo suicidio le pesa sulla coscienza. E se vuole sapere come agire, in questi casi, chieda alla sua collega, Elsa Fornero. Tra coccodrilli ci si intende che è una meraviglia.

Dieci idee per rimettere in piedi la scuola (e pure l’economia)

Visto che tutte/i straparlano di scuola, dal governo a ex ministri della pubblica istruzione, fino a dirigenti di questo o quel partito, e visto che si prova a dare soluzioni sulla falsariga delle parole in libertà – a povertà di contenuti – provo anch’io a dire la mia.

Ecco cosa andrebbe fatto per una scuola di qualità, in dieci comodi punti:

1. abbattere i tagli previsti dalla riforma Gelmini e avviare una massiccia campagna di assunzioni
2. ridurre il numero di alunni per classe, per un massimo di venti unità (contro la media attuale di 27 allievi)
3. ridurre l’orario di presenza dell’insegnante in classe: da 18 a 15 ore. Le tre ore potranno essere messe a disposizione per le supplenze giornaliere (ciò eviterebbe i vuoti e gli spostamenti delle classi da aula in aula) o per altre attività didattiche (organizzazione dei laboratori, turnazione in mensa, doposcuola per gli studenti in difficoltà, ecc)
4. sovvenzionare la scuola pubblica e azzerare i fondi ai diplomifici privati (il 99% cattolici): la Costituzione vieta per altro di finanziare le scuole private
5. abolire l’otto per mille e orientare lo stesso alla scuola, tagliare la spesa militare e gli sprechi della politica a favore di istruzione e ricerca
6. procedere alla costruzione di nuovi plessi scolastici e al miglioramento delle strutture presenti e dell’arredamento (in caso di danni a banchi e sedie, sarà la classe a pagare collettivamente i danni e ciò responsabilizzerebbe i ragazzi e le famiglie)
7. migliorare gli stipendi dei docenti e del personale scolastico e aumentare l’organico di supporto (ATA)
8. settimana corta e ore ridotte a 50 minuti per un massimo di sei al giorno. Ciò permette di risparmiare, per altro, su luce e riscaldamento (sabato e domenica le scuole rimarrebbero chiuse)
9. rendere omogenei i diritti di insegnanti precari e insegnanti di ruolo (e stesso trattamento per il personale ATA di ruolo e precario)
10. assumere direttamente dalle graduatorie ad esaurimento e destinare una parte dei nuovi posti creati agli insegnanti non abilitati già presenti nelle scuole con contratti di almeno due anni, da integrare con un agile test di idoneità su discipline psico-pedagogiche.

Faccio notare altri due aspetti importanti di questi provvedimenti:

a) creando più occupati, si genera maggiore ricchezza e ciò avrebbe ricadute sull’economia nazionale;
b) la creazione di nuovi edifici e la ristrutturazione di quelli esistenti sarebbe un altro input alla ripresa dell’economia, con conseguente sviluppo del settore edilizio.

La differenza tra queste soluzioni e quelle proposte attraverso concorsi e operazioni di chirurgia sociale, sta nel fatto che vengono dopo un’attenta riflessione sul mondo della scuola. Nel mio caso è bastato lavorarci. Chissà da quanti anni il ministro – insieme ai vari dirigenti di partito – non entra in un edificio scolastico. Sarebbe interessante saperlo.

Tutti i numeri del precariato

Siamo tre milioni e cinquecentomila. Precario in più, precario in meno. Contrariamente a quello che si dice, non siamo un peso per lo Stato, e per due ragioni: la prima, svolgiamo un servizio senza il quale scuole, ospedali ed enti pubblici chiuderebbero. In altre parole, lavoriamo, non chiediamo l’elemosima. La seconda ragone: di quella cifra solo un terzo lavora nel pubblico impiego. Gli altri stanno tutti nel privato.

A quanto pare solo il 15% è laureato. Moltissimi i giovani. La media retributiva è di 800 euro al mese. Le donne, strano ma vero, sono pagate di meno.

La maggior parte dei precari sta laddove c’è disoccupazione, cioè nelle regioni del sud.

I numeri, usciti oggi in un articolo di Repubblica, ci lasciano una fotografia che suggerisce un’evidenza: combattere il precariato significa risolvere almeno tre mali storici del nostro paese. La disoccupazione giovanile, la subalternità delle donne, la questione meridionale.

La politica di domani deve ricominciare da qui. Tutto il resto è già visto. E porta a nuovi eserciti di disperati. Di cui non si sente davvero il bisogno.