Europee 2014: due sole opzioni di voto

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Scrivo questo post mentre sono in viaggio, visto che tornerò in Sicilia per votare per le elezioni europee.

Per la prima volto dopo anni torno senza quel sentimento di logoramento interiore, perché vedo segnali importanti di cambiamento. Credo che allo stato attuale solo due partiti siano votabili nel panorama italiano: la Lista Tsipras e il Movimento Cinque Stelle.

Su quest’ultimo credo che sia un voto di protesta, valido, democratico e legittimo. Ancora di più se si pensa che i suoi principali detrattori, dopo anni di demonizzazione reciproca, ora invitano a votarsi l’un l’altro. È una scelta che dà un volto alla rabbia e per chi fa psicoterapia come me sa che la rabbia non va ingabbiata o rimossa. Semplicemente, la si lascia andare. Per poi fare in modo che essa si trasformi in cambiamento. Credo che il M5S sia ancora fermo alla sua pars destruens. Per tale ragione, seppur credo sia una scelta legittima (e più nobile di mettere una croce su Pd o qualche alleato mobile), non lo voterò.

Dall’altra parte rimane la Lista che fa capo al leader greco. Con tutti i limiti che ci sono nella sua formazione italiana, a cominciare dalle solite liti tra i partitini che la compongono. Ma qui non si vota per Diliberto o Vendola, bensì per una visione di Europa che dice no allo strapotere delle banche, alla sottomissione della politica alla finanza, alle larghe intese che tutelano chi genera crisi e fa pagare le conseguenze a chi vive del proprio lavoro.

Domani in altre parole si sceglie tra la rabbia e l’alternativa. Al di là di questo rimangono le carriere politiche di chi lavora contro gli interessi della società civile e prende ordini da chi poi non ha tanto problemi a delocalizzare, a distruggere le economie dei paesi più deboli, ad affamare la gente solo perché i guardiani di aride parole quali spreadh e PIL hanno deciso che non è poi così importante rovinare la vita altrui.

Concludo con un monito ai soliti piddini: non vengano a battere cassa o a scandalizzarsi, qualora le intenzioni elettorali non coincidano con le loro aspettative. Il voto non è una sorta di omaggio feudale, da pretendere e di cui disporre a piacimento. Un voto è una scelta di fiducia e c’è ben poco di che fidarsi da chi per anni ha detto che era diverso da Berlusconi per poi farne interlocutore privilegiato. L’epoca delle cambiali in bianco è scaduta almeno dal 2013 (se non prima). Se non l’hanno capito nonostante il tempo trascorso, non meritano di sedere nemmeno in una assemblea condominiale. Insieme a tutto il resto, sia ben chiaro.

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Due, tre pensieri sulla crisi di governo

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Ora non so se ve ne siete accorti, ma il sole è sorto anche senza i ministri del PdL al governo. Vorrà dire qualcosa? Buongiorno…

Ancora: secondo me Giorgio Napolitano è una delle vergogne di questo paese. E pazienza se qualcuno si offende.

Dulcis in fundo, adesso il Pd ha due strade: o ritrovare la dignità mai avuta, oppure supplicare Berlusconi per un ripensamento. Ma pare che siano già pronti i ceci. Rigorosamente crudi.

P.S.: ricordiamoci tutti e tutte che Scalfarotto, in nome delle larghe intese, ha sacrificato i diritti delle persone LGBT per tenersi buona questa gente.

Più vicini alla Russia di Putin

Lo scorso anno scolastico ho parlato della Giornata mondiale contro l’omofobia nelle mie classi. Come faccio sempre, perché insegno anche educazione civica e mi sembra giusto dare valore all’articolo 3 della nostra Costituzione. Alcuni genitori si lamentarono della cosa, perché «a scuola di queste cose è meglio non parlarne» – questa fu la motivazione ufficiale, in una lettera di protesta alla presidenza dell’istituto in cui prestavo servizio – e perché sarebbe stato opportuno informare le famiglie rispetto alla proiezione di video che potevano urtare la loro sensibilità in virtù delle loro idee e della loro fede.

Dissi al mio dirigente scolastico che avevo tutte le carte in regola per fare quella lezione: era legata a una parte del programma ministeriale, c’era l’avallo del ministero, i video erano assolutamente idonei a un pubblico di minori – e solo dover giustificare questo fu per me abbastanza umiliante, in quanto si fecero associazioni mentali con materiale non adatto, come se avessi fatto vedere film a luci rosse – e che così non mi ero curato della “sensibilità” di certe famiglie su temi come la Giornata della Memoria e la Giornata internazionale della Donna, non vedevo il motivo di pormi il problema dell’eventuale omofobia di padri e madri che hanno paura che si possa insegnare ai loro figli e alle loro figlie il concetto di pieno rispetto altrui.

Ieri è stata approvata alla Camera una legge che se da una parte dice di punire comportamenti lesivi contro gay, lesbiche, trans, ecc, dall’altra dà la possibilità agli omofobi di esprimere il loro disgusto contro tutti e tutte noi nelle chiese, nelle strutture sanitarie, nelle associazioni, nei partiti e, appunto, nelle scuole.

Mi chiedo: con questa legge, cosa accadrà il prossimo 17 maggio? Avrò la libertà di fare quello che ho sempre fatto o dovrò dare diritto di rappresentanza a chi vorrà dire, ad esempio, che va bene, i gay non vanno picchiati, ma che devono comunque rimanere ai margini della società perché così c’è scritto in qualche versetto biblico? Perché così come appare, e sempre se verrà approvato anche al Senato, il ddl in questione permetterà questo tipo di affermazioni da parte di un docente di religione o di una collega di lettere dell’Opus Dei.

C’è una profonda amarezza in quella che dovrebbe essere una giornata di festa. La sensazione dell’ennesima sconfitta storica, di fronte alla pressione di poteri che la politica non solo non riesce a contrastare, ma che vuole a tutti i costi compiacere. Perché di questo si è trattato ed è l’ora di dirlo in modo chiaro e forte: la legge “contro” l’omofobia è stato il banco di prova della tenuta delle larghe intese, sul quale si sono sacrificati i diritti civili e a danno specifico delle persone LGBT; ed è stato l’ennesima concessione alle sfere religiose, di cui questo Pd è succube.

La legge ha evidenziato in modo chiaro che, contrariamente a quanto ci dicono i vari militanti, sicuramente in buona fede, il Partito democratico non è l’unica forza con la quale otterremo dei diritti. È, invece, il principale ostacolo affinché questi si affermino nella loro interezza e in nome della piena dignità delle persone LGBT. Nel nome di quel pieno rispetto che cerco di inculcare nelle mie classi.

Per non parlare del fatto che l’intero decorso di questa norma è e rimane un magistrale esempio di omofobia istituzionale, proprio per come è stata condotta: continui rimandi, sudditanza culturale alle destre, totale sordità alle richieste del movimento e dei partiti che erano disposti a votare l’estensione alla legge Mancino, gioco al ribasso, ecc. E perché tutto questo? Perché si trattava di un provvedimento per “froci”, nella cultura giuridica di buona parte di quell’aula.

Mi chiedo come faranno quei deputati – e relativi supporter – che hanno decretato questa sconfitta umana, prima ancora che politica, a presenziare serenamente ai prossimi pride o alle iniziative del movimento LGBT. Personalmente, non vorrei più vederli a utilizzare le nostre giornate per farne strumento di autopromozione. Se politica e movimento non riescono a incontrarsi, prendiamone atto: meglio fuoco sotto la cenere, in attesa di tempi più opportuni, che annacquati nella fanghiglia dei compromessi di palazzo.

Mi chiedo, ancora, se queste sono le premesse sul minimo sindacale – svilito e reso inutile proprio da chi avrebbe dovuto rappresentarci – della legge “contro” l’omofobia, cosa mai potranno partorire questi individui su futuri provvedimenti sulle unioni civili. Forse è meglio fermarsi un attimo e riflettere: è giusto dare ancora credibilità a un partito che da sempre, da quando è nato a oggi, si è dimostrato non all’altezza, per non dire complice di quello che nel sentire comune è stato visto e vissuto come l’ennesimo tradimento?

Una critica va fatta anche al movimento: anni di divisioni e personalismi ci hanno condotto a questi risultati. Ritrovare unità e strategia. E colpire duro – nei margini della lotta democratica – chi ci vuole le persone LGBT insultate, discriminate, picchiate o addirittura morte.

Doveva essere una giornata di gioia, per cui festeggiare l’ingresso reale nell’Europa dei diritti. E invece ci siamo avvicinati di un passo, e pure importante, alla Russia di Putin. Vedo solo molta rabbia da parte della gente comune, mentre nei palazzi si recita il mantra “dell’unica legge possibile”, per cui meglio una schifezza che niente.

A scuola il mio professore di filosofia ci diceva che tra niente e pseudoniente era preferibile il primo. Su quello puoi sempre costruire qualcosa. Sulle rovine del diritto puoi solo aspettarti il peggio. Oggi il peggio è arrivato.

Antiomofobia: meglio una legge giusta che una cattiva legge

Stavo scrivendo un post sull’incontro, tra gli altri, con Ivan Scalfarotto alla Festa democratica del Pd Portuense di venerdì scorso, 6 settembre a Roma, in cui si è parlato di questione omosessuale e di legge contro l’omo-transfobia.

Mentre elaboravo ipotesi e opinioni, un grande senso di vuoto si è impadronito di me. Ripetere le stesse cose, di fronte a una legge assurda e figlia delle grandi intese, per cui per salvare Berlusconi, il suo partito e gli interessi di quella parte, si sacrificano – tra gli altri – i diritti delle persone LGBT. Per non parlare del salvacondotto dato a vescovi e cattolici che grazie a questa legge, così com’è concepita, potranno continuare a propagandare odio sociale contro le persone omosessuali, bisessuali e transessuali.

Purtroppo non c’è nessuna possibilità di confronto dialettico con questa gente. Queste persone vanno sconfitte sul piano politico. Sia i creatori della situazione istituzionale attuale, sia coloro che si sono ritrovati – forse impotenti – a dover subire diktat e imposizioni in merito, finendo, tuttavia, nelle maglie del collaborazionismo.

Mi limiterò a due soli constatazioni.

1. Molta gente voleva intervenire, alla fine del dibattito, ma i tempi stretti hanno impedito il confronto. Evidentemente le persone sono molto interessate all’argomento, più di quanto la politica sia disposta a credere.

2. Scalfarotto ha detto che con il solito mantra “meglio nessuna legge che una cattiva legge” non si è arrivati a nulla in Italia sul piano della questione LGBT. Affermazione interessante per almeno due ragioni. La prima, perché ha riconosciuto implicitamente che le leggi fino a ora proposte (i DiCo e la sua) sono non buone. La seconda, perché dimentica che proprio su certi temi a non far nulla sul piano politico è stata l’intera classe politica a cominciare dal suo partito. Non certo il movimento omosessuale che al contrario di quanto ha lasciato credere non ha mai oscillato tra il niente e lo pseudo-niente, ma ha sempre e solo chiesto provvedimenti veri, efficaci, rispettosi del concetto di dignità.

Le larghe intese, evidentemente, tengono Scalfarotto in ostaggio e questo dispiace. Perché in nome di privilegi di casta non si guarda agli interessi reali del paese, sebbene di una sua parte minoritaria. Ma sarebbe ora di guardare la cosa, forse, proprio da questa prospettiva, richiamare la politica alle sue responsabilità oggettive e smetterla di fare generalizzazioni che offendono ulteriormente un’intera comunità (quella gay, nella fattispecie) e il suo movimento politico di riferimento.

Noi non vogliamo “tutto o niente”. Come ha detto Daniele Viotti, uno dei relatori dell’incontro, il problema non è scegliere tra il meno peggio e il niente, preferendo quest’ultimo. Il meglio sarebbe, appunto, una buona legge. Un provvedimento giusto.

In altre parole: vogliamo la stessa dignità umana e parità giuridica di ogni altro/a cittadino/a.
La politica è andata in questa direzione, o ha cercato di disattendere questa domanda di democrazia da parte di una minoranza specifica?
Le leggi fino a ora presentate sono state considerate “cattive” per capriccio di una parte sociale precisa (la comunità LGBT) o forse perché lesive del concetto di eguaglianza?

Riflettiamo su queste domande e poi ognuno faccia i conti con la propria coscienza.

Legge antiomofobia: Scalfarotto è contento. Il popolo LGBT no

E niente. Ivan Scalfarotto non ce la fa. Il suo tentativo di rispondere a Civati, che su Gay.it ha detto l’unica cosa sensata sulla legge contro l’omo-transfobia – ovvero: così com’è è da buttare e non va votata – diventa l’ennesimo attacco alla comunità LGBT (stavolta nella persona di Flavio Romani) e un’ulteriore conferma che questo provvedimento nasce male e rischia di finire ancor peggio.

Vi invito a leggere la sua intervista dell’esponente del Pd. Io, qui, mi limiterò a sottolineare quei punti che trovo, ed uso un eufemismo, controversi.

Quando Scalfarotto dice che «non possiamo dimenticare che c’è un governo in carica e che, davanti a un suo parere contrario, ci saremmo trovati davanti alla necessità di scegliere tra il governo e la legge» ammette implicitamente che questo esecutivo è omofobo. Se una legge, per poter andare alle Camere deve essere depotenziata della sua stessa essenza, come ci ricorda per altro Tommaso Cerno – ovvero punire propaganda, incitamento all’odio e violenze per motivi legati all’identità di genere e all’orientamento sessuale, con un’aggravante per i reati già previsti – significa che chi dice di volerla in realtà non la vuole.

Fermo restando che ci dovrebbe spiegare, l’ottimo Scalfarotto, che razza di governo è quello che si regge sulla negazione della dignità e della sicurezza di una parte della società civile. Con quale logica si barattano i diritti fondamentali con la sopravvivenza di un esecutivo? Ma questo è un problema che, per nostra fortuna, riguarda solo lui e la sua coscienza.

Ancora, nell’intervista possiamo leggere: «Come PD abbiamo già presentato un emendamento che la prevede, e che contestualmente introduce una norma che chiarisce che l’intera legge Mancino (tutta, non solo dunque la parte sull’omofobia e la transfobia) non si applica alla manifestazioni del pensiero riconducibili al pluralismo delle idee».

Facciamo un passo indietro: la legge Mancino prevede che non si possa propagandare la superiorità razziale e religiosa. Dire che neri ed ebrei sono inferiori è già reato. Secondo la sua affermazione, saremmo forse autorizzati a credere che per permettere agli omofobi di poter continuare a dire che essere gay è una perversione, una malattia, qualcosa di cui vergognarsi, adesso anche razzisti e antisemiti potranno, grazie a un non meglio identificato “pluralismo delle idee” – configurabile come razzismo – esser tali?

Il capolavoro, poi, Scalfarotto lo raggiunge in questa frase: «Questa legge non serve a mettere in prigione le persone che non la pensano come noi, ma a colpire espressioni di violenza verbale e fisica che costituiscano un limite alla dignità e alla libertà delle persone. Io non vorrei mai vivere in un Paese dove si va in galera per le proprie opinioni […] Romani si ricordi sempre che se vuoi mettere in galera qualcuno per le sue idee, corri sempre il rischio che prima o poi in galera ci mettano te per le tue».

Ecco, questo è il centro della questione. Nessuno vuole mettere in galera chi pensa che due gay non possano sposarsi o avere figli. Se ci facciamo caso, siamo già circondati da milioni di imbecilli che pensano che i neri siano persone di serie B e tutti questi vanno in giro a piede libero.

Il problema sorge, semmai, se sei un parlamentare come Binetti, per fare un esempio, e vai a dire pubblicamente che l’omosessualità è una malattia che va curata. Cosa accadrebbe se io fossi un esponente di punta di un partito e dicessi che essere cattolici è una grave patologia mentale o che chi va a messa la domenica non dovrebbe avere gli stessi diritti di chi è ateo?

Qualcuno poi spieghi a Scalfarotto che un vescovo che dal suo pulpito descrive tutti/e noi, lui e il suo compagno inclusi, come depravati, malati di mente e altre amenità simili, sta già compiendo una violenza verbale. Su questo tipo di violenza, altri poi si sentono in dovere di aggiungere quelle fisiche. Forse dovremmo combattere non solo i sintomi del male (le aggressioni e le violenze), ma anche le cause (la diffusione e la propaganda dell’omo-transfobia).

Il punto è che il progetto di legge originario non prevedeva alcuna restrizione della libertà di espressione del pensiero e semmai faceva sì che tutte le fattispecie penali ad hoc previste dalla legge Mancino si estendessero all’orientamento sessuale e all’identità di genere, non creandone altre specifiche (come è poi successo) e soprattutto non utilizzando termini come “omofobia” e “transfobia”, che mancando di definizioni giuridiche rendono nei fatti la legge incostituzionale.

Poniamo una questione pratica: ma uno che picchia un gay ha bisogno di una perizia psicologica per sapere se è affetto da una fobia? E se è sano che facciamo? lo mandiamo a casa e gli facciamo i complimenti?

Non concordo infine con la teoria del cavallo di Troia caldeggiata dal deputato per cui si fa una leggina, così almeno arriva in parlamento. E in parlamento poi rimettiamo tutte le modifiche tolte all’inizio. Peccato però che abbia già detto, il nostro, che abbiamo un problema di tenuta del governo. Chi ci assicura che i parlamentari del PdL non faranno pressioni a quelli del Pd per lasciare le cose così come stanno?

Ricordo, ancora, che anche quando ciò dovesse verificarsi, rimane l’onta di aver trattato – per l’ennesima volta – tutte le persone LGBT come non meritevoli degli stessi diritti, da far uscire dalla porta della legge per far rientrare quei diritti stessi dalla finestra dei giochi di palazzo. E ciò è di per sé lesivo della nostra dignità.

Ivan Scalfarotto, esordisce l’articolo, non nasconde la soddisfazione per essere riuscito dove altri prima di lui non sono arrivati. Ovvero: aver svuotato di senso un provvedimento di cui si sente una certa urgenza (ricordiamoci i ragazzini che si lanciano dai balconi e il bullismo nelle scuole), aver insultato ripetutamente il movimento LGBT che quella legge vede come pericolosa, aver dato prova di incapacità di dialogo e di ascolto e aver ricevuto – per tutto questo – il plauso dei teodem, da Bindi a Buttiglione!

Non so voi, ma fossi in lui non sarei poi così contento.