Gay e sinodo? Bergoglio è omofobo come tutti gli altri

310x0_1435056923465_SINODOOra, non per fare sempre quello che ve l’aveva detto, ma io ve lo avevo detto. Così come per Renzi sulle unioni civili, per cui non mi ha stupito per niente l’ennesimo rinvio a data da destinarsi e la creazione di una legge sostanzialmente omofoba, allo stesso modo non mi sorprende la posizione del Sinodo sulla questione LGBT.

Perché possiamo finalmente dircelo prove alla mano (per quanto gli indizi fossero tutti lì di fronte ai vostri occhi): Bergoglio, insieme all’organizzazione di cui è a capo, è un papa omofobo esattamente come tutti gli altri. Per cui, più che ridestarvi con un bel “buongiorno” oggi ci starebbe uno “sveglia!”.

Ancora, sarà che mi piace collegare processi che vedo come speculari, ma a ben vedere il “simpatico” Francesco e il nostro premier sono le due facce della stessa moneta. Fanno sognare ad occhi aperti illusi e ingenui, mentre hanno l’appoggio dei soliti noti. Ma se gratti la facciata di “novità” emerge la realtà consueta. La solita chiesa che discrimina gay e lesbiche, la solita politica cialtrona. Non capisco il vostro stupore, oggi come ieri. Sulla questione dei diritti meno che mai.

Ovviamente, in uno stato laico e civile un consesso di uomini in tunica che nulla sanno di relazioni, di problemi reali, di come vive la gente comune (e occorrerebbe dire, molto spesso, per bene) e una simile ostentazione di autoreferenzialità dovrebbe avere il sapore della “carnevalata”, del folklore tutto interno a un’organizzazione sempre più lontana dai veri problemi della società contemporanea. Credo, in altre parole, che divorziati e persone non eterosessuali potrebbero e dovrebbero continuare a vivere serenamente la loro vita pur non rientrando nel cosiddetto disegno di Dio – e a giudicare dai suoi supporter, tale disegno è molto più simile a uno scarabocchio di un artista senza talento – ma il problema, nel nostro paese, è proprio di una classe politica che da quel folklore si lascia dettare l’agenda politica.

In altri termini, lo Stato – degno dell’iniziale maiuscola utilizzata in discorsi come questo – dovrebbe continuare ad andare avanti nell’approvazione di una legge seria (non la buffonata di Cirinnà & co.) sulle unioni di gay e lesbiche. Ma sul grado di cialtronaggine della nostra politica mi sono già espresso. Rimane quindi solo il vostro stupore, cari amici e amiche LGBT che avete provato a crederci. Ma ribadisco: le prove erano tutte di fronte ai vostri occhi. Se oggi li sgranate, forse siete complici dell’ennesimo insulto proferito in direzione delle vostre vite.

Annunci

Sinodo e gay: parole nuove, ma stesse idee

il sinodo apre davvero alle persone LGBT?

Le parole scaturite dal sinodo dei vescovi sull’accoglienza delle persone omosessuali vengono salutate da molti e molte come una novità assoluta, come un’apertura senza precedenti, come il cambio di passo del Vaticano rispetto alla questione dei diritti civili. Aurelio Mancuso, ex presidente di Arcigay, in qualità di gay credente nota parole nuove che gli riempiono il cuore di gioia. Sergio Lo Giudice, senatore del Pd, scrive su Facebook «A questo punto alleiamoci direttamente col Vaticano e lasciamo perdere gli integralisti omofobi di NCD».

Ma quali sono queste parole nuove che dovrebbero colmarci di gaudio e farci giubilare come in una domenica di Pasqua?

Le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana. Siamo in grado di accogliere queste persone garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità? Spesso esse desiderano incontrare la chiesa che sia casa accogliente per loro. Le nostre comunità sono in grado di essere, accettando e valutando il loro orientamento sessuale senza compromettere la dottrina cattolica su famiglia e matrimonio? La questione omosessuale ci interpella in una seria riflessione su come elaborare cammini realistici di crescita affettiva e di maturità umana ed evangelica integrando la dimensione sessuale: si presenta quindi come un’importante sfida educativa.

Adesso, che tra queste parole e quelle di Ratzinger che faceva coincidere il matrimonio egualitario ai pericoli intrinsechi in una guerra ci sia un abisso è cosa più che evidente. Ma Benedetto XVI era un estremista ultraconservatore. In altri termini: ci vuole veramente poco ad essere migliori. Oltre le questioni di forma, tuttavia, bisognerebbe anche capire qual è la sostanza effettiva di certe dichiarazioni.

Quanto detto dal cardinale Peter Erdo, lascia intravedere per lo più uno “spazio di fraternità” – che non è piena inclusione, soprattutto dentro un sistema di fede che concepisce la società su struttura gerarchica – e si pone la questione se la comunità cristiana possa accogliere le persone LGBT senza rinunciare alle proprie idee su famiglia e matrimonio.

Sembra quindi che oltre Tevere si sia disponibili ad abbassare la tensione sugli attacchi contro gay e lesbiche, mantenendo inalterato il concetto di peccato – che non viene minimamente riconsiderato – e soprattutto la visione tradizionalista e conservatrice di una società che si struttura sul matrimonio di tipo religioso.

Adesso, io sono anche contento che un gay credente si possa sentire rincuorato dal fatto che la sua chiesa non lo tratterà più da “frocio”, ma solo da peccatore, ma nel mondo dei giusti il concetto di rispetto si costruisce su altri presupposti. Ma, ribadisco, questa è questione interna a chi non ha il dono di non avere una fede. E lì taccio.

Più problematico il fatto che un senatore della Repubblica cerchi l’alleanza con queste persone, ribadendo di fatto che il proprio partito è ostaggio – su questi temi come su altri, con tutta evidenza – di uno psedo partitino omofobo. Lo Giudice fa outing e dimostra, forse inconsapevolmente, l’inadeguatezza della classe dirigente di essere autonoma rispetto alle questioni dei diritti civili.

E qui il problema non è più di tipo privato, ma politico e quindi pubblico: è davvero necessario l’avallo delle istituzioni religiose per poter legiferare in materie come matrimonio egualitario, omogenitorialità, legge contro l’omofobia e trattamento di fine vita? Anche perché dalle parole che leggo, se la chiesa da una parte sta indietreggiando su generici riconoscimenti delle convivenze, dall’altra mantiene inalterate le sue posizioni su matrimonio e famiglia. Il senatore Lo Giudice quando arriverà il momento di votare sulle unioni civili, come si comporterà? Aspetterà il benestare di qualche vescovo, ne seguirà le indicazioni o propenderà per quella laicità dello Stato che dovrebbe essere recinto di garanzia per tutti e tutte, credenti inclusi/e?

Credo sia preoccupante che due ex presidenti di Arcigay vadano in brodo di giuggiole nei confronti di parole che non si discostano di molto da quello che la chiesa ha sempre detto sulle persone LGBT, indicate come fautrici di peccato, sempre da condannare, ma da comprendere e accettare in quanto esseri umani. Poi per carità, i toni sembrano più morbidi, ma le diffidenze da quella parte ci sono tutte, per il momento. Evidentemente il poter essere accettati in chiesa, in una panca a parte e magari col permesso di vedere che gli altri prendano la comunione per qualcuno è rassicurante.

In uno stato laico e pienamente democratico – in una parola soltanto, libero – una classe politica seria dovrebbe comportarsi in modo diverso, a parer mio. Innanzi tutto, non andare in brodo di giuggiole nei confronti della più piccola apertura che andrebbe valutata con ogni cautela possibile . In secondo luogo, agire nell’interesse superiore della collettività e nel rispetto delle minoranze. Piaccia o meno a sacerdoti, rabbini o imam. Da noi questo passaggio essenziale deve diventare patrimonio comune. A cominciare da chi, fino a ieri, si faceva paladino della causa LGBT e che oggi si riscopre un po’ più guelfo del dovuto.

Cose turche: l’omofobia non è un’opinione

Turchia gay-friendly

Turchia gay-friendly

«La Corte Costituzionale turca ha sentenziato che definire i gay con l’appellativo di “pervertiti” è incitamento all’odio». La notizia la riporta Gayburg, per cui potete leggerla direttamente lì.

Qui mi limiterò solo a un paio di considerazioni:

1. al prossimo che mi oppone la “questione musulmana” quando si parla di problemi mediorientali di vario tipo, con frasi come «se ti piace tanto l’islam, ricordati come vengono trattati i gay in quei paesi», ricorderò che se un paese è confessionale per le persone LGBT ci sarà sempre qualche problema di troppo. Se è laico, invece…

2. nell’articolo si legge che «la Corte Costituzionale ha anche dichiarato che l’incitamento all’odio nei confronti dell’orientamento sessuale è da ritenersi di uguale gravità a quello commesso per motivi di razza, etnia o colore della pelle», mentre noi abbiamo in bilico sulle nostre teste la spada di Damocle della legge Scalfarotto che permette di dire proprio un certo tipo di enormità a scuola, al sindacato, in fila alla posta, ecc.

Essere surclassati anche in questo non solo dall’est europeo – di recente la Croazia ha approvato le civil partnership esattamente come le vorrebbe il Pd, qui in Italia – ma anche da una fetta di mondo che l’occidente ritiene di serie B per questioni legate al diverso credo religioso, getta vergogna non tanto sul nostro paese, quanto su un’intera classe dirigente che si mostra sempre più inadeguata rispetto all’urgenza e all’importanza di certi temi.

Poi ognuno faccia le sue considerazioni in merito. E no, non sono un fan della religione islamica – così come delle religioni nel loro complesso – sia ben chiaro.

Maria Elena Boschi e la superiorità dei credenti

Maria Elena Boschi

Dice Maria Elena Boschi, tra le altre cose, in una intervista su Vanity Fair: «La fede ispira anche il mio impegno politico ma le scelte devono essere fatte rispettando le idee di tutti, anche di coloro che non credono».

Il legislatore tuttavia – anzi, la legislatrice nella fattispecie – dovrebbe agire non secondo la sua fede, ma in base a quanto scritto sulla Costituzione. Credere che avere una fede – caratteristica che ai nostri tempi si configura sempre di più come una tara ideologica e non certo un qualcosa che aiuta a progredire nel benessere collettivo (si veda la legge 40, in merito) – sia una marcia in più è un atto di arroganza che posiziona il credente (o il religioso) in un posto privilegiato nel consesso civile e riduce il laico (o l’ateo) ad eccezione dalla norma da “tollerare”.

La ministra, con le sue parole, ci ricorda che si può sopportare anche chi pretende che l’eguaglianza tra esseri umani sia una prerogativa della democrazia e non una concessione divina.

Ma anche questo, appunto, è renzismo.

Non toccare le suore dei talent o muori

Al solito, un post di critica contro il potere precostituito (e mediatico) diventa una polemica epocale. Parlo dell’articolo di ieri, quello su suor Cristina, per intenderci. Nello specifico, mi si è descritto – e cito a caso – come talebano, omofobo, cattofascista, ecc. Quando invece l’unico termine corretto era: nauseato. Ma capisco che per certi tutori di certo garantismo il diritto del peggio ad essere tale coincide con l’impossibilità che tu possa essere critico nei confronti del peggio in questione. Ne prendo atto.

Due sole considerazioni, a chiosa di quanto accaduto:

1. Non ho mai detto che la suora non dovesse andare a cantare e amenità simili. Ho detto, semmai, che la “persona” Cristina non interpreta se stessa, ma interpreta un abito, un messaggio, un progetto politico di riqualificazione mediatica, già avviata con Bergoglio dopo il disastro ratzingeriano. Avallare e applaudire questo atto di restyling significa, né più né meno, appoggiarne il piano politico di cui si fa portatore. E per me è da imbecilli. Non vi piace se lo dico? Pazienza, ma se una suora può cantare e portare il messaggio di Dio in TV, io posso pure reagire così:

2. Non credo di aver offeso nessuno usando la chiosa finale “coglioni”. Ho solo usato un epiteto in un contesto volutamente dissacrante, così come avrei potuto scrivere o dire “raga’ non diciamo cazzate”.

Il problema semmai è che ci sono ambiti di intoccabilità per cui non si deve discutere su quanto si possa essere sgallettate dietro un talent (e ci sta, ognuno è libero di essere leggero come meglio crede) e, più in generale, contro il buonismo imperante, meglio se interpretato dalla tonaca di turno.

Il dramma è quando la leggerezza diventa veicolo di pericolosità sociale. E ogni indicatore politico ci suggerisce che la strada intrapresa è quella. Ostinarsi a non voler vedere la cosa è, per me, miope.

Forse non dovevo toccare il giocattolo, perché altrove e in altri contesti sono stato anche più sgradevole. Non capisco, tuttavia, perché posso descrivere un omofobo come un laido idiota ma non posso dire a uno o più gay che non rendersi conto della pericolosità del maquillage vaticano in atto – che passa anche per la suora in questione – sia un atto di imbecillità collettiva.

Poi non si condivide questo mio pensiero? Liberi/e di esternare in tal senso, ma faccio notare, visto che si gioca a chi è più liberal e a chi è più taleban, che io non dico che non si possa esprimere pareri contrari, mentre si pretende che chi ha certe posizioni non debba averle. Magari solo perché “offendono” la sensibilità da fan del talent del momento.

Poi sapete che c’è? Che uno può pure ritirarsi a vita privata. Poi voglio vedere come vi sposate votando Renzi e osannando suore.

La suora di regime (ma poi non venite a lamentarvi)

un momento laico a The Voice

Non è per fare sempre l’anticlericale – che in Italia significa, né più né meno, avere a cuore la democrazia – ma questo entusiasmo collettivo e generalizzato per la suora di turno vi rende degni e degne di tutto quello che la chiesa sta facendo a questo paese. E sì, sto parlando di suor Cristina a The Voice.

Perché il pubblico che si alza inneggiante dopo le prime sette notte – per un’interpretazione che poi si rivelerà pure accettabile, ma ora ditemi che ha cambiato il panorama musicale mondiale o i vostri ultimi destini – denuncia la nostra solita e provincialotta sudditanza culturale e fa regredire, ancora una volta, la società italiana in gregge, concetto molto caro in Vaticano. Basterà che la prima delle pecore si getti nel burrone che tutto il resto le andrà dietro.

Le lacrime di J-Ax, poi – uno che è diventato famoso per un cantico all’istituto della marijuana, per non parlare del fatto che sarebbe anche l’ora che realizzasse di non avere più tredici anni – ci fanno capire che c’è salvezza per chi si fa di canne dalla mattina alla sera e forse dimostrano che un abuso di certe sostanze alla lunga ti rincoglionisce, ma in ogni caso anche lì vince san Patrignano e quell’ideologia su cui si basano leggi come la Fini-Giovanardi, per intenderci. Ma contenti voi!

Ancora: mi sembra oltre modo patetico l’entusiasmo incondizionato di quelle orde di froci (uso un altro termine molto in voga nella cultura cattolica) che nella vita di tutti i giorni sono pro-matrimonio e cose così, quando la suora di cui sopra sta alla loro voglia di sposarsi come Crudelia Demon sta a una cucciolata di dalmata.

E non voglio aprire il capitolo sull’immaginario di autorappresentazione estetica degli stessi, signori incondizionati della “selfie incazzata” e fuori dal coro, con pelo e barba come filosofia di vita, per poi ridursi all’equivalente bear di un chierichetto da oratorio. Ma l’aggettivo che descrive tutto ciò l’ho già usato e ricorda, appunto, il pathos nel suo significato primario di sofferenza. Altro concetto caro oltre Tevere.

Il tutto mentre abbiamo un papa ultra-mediatico che fa finta di essere all’ultima moda quando ha già fatto sapere – ma voi siete troppo ciechi per rendervene conto – che su coppie gay, interruzione di gravidanza e genitorialità fuori dal matrimonio in chiesa lui non è nessuno per decidere, visto che tutto è stato già detto nel catechismo. Dove c’è scritto che, se proprio ci vogliono bene, siamo malati da compatire.

Insomma, per farla breve: oggi a The Voice tifate il team “suora & Bergoglio”, ma domani quando vi tolgono 194 e divorzio – e se vi aprono le cliniche per le teorie riparative – poi non venite a lamentarvi. Coglioni.

La Russia bandirà i gay?

Putin e il patriarca russo

La chiesa ortodossa russa vuole proporre un referendum per bandire le relazioni omosessuali. In un paese ad elevato tasso di omofobia dove già vige una legge che vieta la libertà di associazione e di espressione per le persone LGBT.

A riprova che quando la religione nuoce alla democrazia, la libertà religiosa non è un valore.

La nostra cultura, democratica e occidentale, è molto chiara su questo punto. La “libertà” religiosa non è un valore assoluto, ma va sottoposto alle leggi vigenti. Se le leggi sono buone, cioè orientate al rispetto della comunità, minoranze incluse, si può essere liberi di praticare la fede che più piace. Se le leggi sono disumane, si crea questa commistione tra legge e un certo tipo credenze, le quali trascendono in dogmatismo, integralismo e fondamentalismo.

La storia dell’Europa è attraversata da una tensione che porta le società a liberarsi da questo tipo di giogo. Non a caso le società più libere (e liberali) sono quelle laiche, che pongono paletti costituzionali alle istanze della fede.

In parole più povere: puoi credere in Allah, in Gesù o in un feticcio precolombiano, ma non puoi infibulare le donne, pensare che siano inferiori agli uomini (o pensare che gay e lesbiche siano meno meritevoli di diritti rispetto agli eterosessuali) o praticare sacrifici umani.

Per tale motivo alla libertà religiosa, che è un “falso valore” poiché inapplicabile, preferisco la verità della ragione che è l’essenza della democrazia.  Lo capissero anche in Russia, forse farebbero un passo in avanti verso il concetto di civiltà. Perché dopo zarismo, stalinismo e l’era di Putin stanno veramente messi male, all’ombra degli Urali.

Amari risvegli

20130912-201826.jpgLa cosa non mi sorprende. Sapevo che Bergoglio non sarebbe stato diverso rispetto ai suoi predecessori su famiglia e matrimonio. È un papa, appunto. Titolare di un’agenzia che ha fatto del sentimento omofobo e transfobico un lato caratterizzante della sua identità. Che oggi egli dica di essere a favore dell’unico tipo di famiglia possibile, nell’ottica cattolica, rientra in una coerenza ineccepibile, da questo punto di vista.

Non capisco perciò stupore e sgomento da parte di chi, gay e lesbiche credenti in primis, si sente deluso o tradito da queste dichiarazioni.

Lo aveva detto già in estate, il pontefice argentino: non serve giudicare un gay, è già tutto scritto nel catechismo della chiesa. E quel documento parla in modo chiaro e ferreo: se si è credenti, buoni credenti, non si può essere anche omosessuali se non a prezzo della castrazione emotiva.

Alcune considerazioni invece vanno fatte sul momento storico in cui l’anatema pro-etero (e quindi antigay nella logica escludente del pensiero vaticano) arriva.

Innanzi tutto, è ancora fresco lo scambio di affettuosità epistolari tra Bergoglio e l’ex direttore di Repubblica, Eugenio Scalfari. Di fronte a un insieme di problematiche riassumibili con “può esistere un’etica senza Dio?”, il pontefice ha risposto che a prescindere da questo tipo di questioni Dio c’è e perdona ogni cosa, purché ci si comporti bene. Un tentativo ben riuscito di assoggettare l’etica laica, che è l’unica possibile, a una visione confessionale che permette ai laici di esistere. Quell’abbraccio non richiesto di Dio ai non credenti si trasforma in un atto di arroganza per cui non importa se hai fede o meno. Tanto Dio c’è e prima o poi te la vedrai con lui. Anche ai non cattolici (atei, agnostici e via dicendo) è dato scegliere tra la luce (il bene) della propria coscienza e le tenebre (il male) del tradimento della stessa. Peccato che si parta dal presupposto che luce, fede, bontà e Dio siano legati a quadruplice mandata. Ergo… E ringraziamo anche Scalfari per aver contribuito a rendere il dibattito sulla laicità una dependance ideologica del pensiero religioso.

Forte dell’assist della stampa “progressista”, Bergoglio si scaglia dunque contro le coppie omosessuali, ma in modo implicito. Non saremo un pericolo per la pace, come sosteneva Ratzinger, ma rimaniamo in quanto tali fuori dal concetto di famiglia. La famiglia però, si badi, è per i cristiani la cellula fondamentale della società. Quindi siamo anche fuori da essa in quanto persone LGBT. E, aggiungo io e vi faccio notare, come richiedere diritti e tutela giuridica a un qualcosa dal quale si è “naturalmente” esclusi?

E veniamo al punto cruciale delle tutele giuridiche: in questi giorni è ripartito l’iter della legge contro l’omofobia e la transfobia. Una legge che per la solerte opera di mediazione dei deputati del Pd in commissione giustizia, darà legittimità a questo tipo di dichiarazioni (la cosiddetta clausola salvavescovi).

Facciamo chiarezza: se fosse già stata approvata la legge Mancino le dichiarazioni di Bergoglio di oggi non sarebbero rientrate nella casistica prevista per far scattare l’accusa di omofobia. Avrebbe quindi potuto dirlo, come e uguale ad ora. Nonostante gli strepiti dell’Avvenire che paventa la fine dell’umanità se quel provvedimento dovesse essere approvato.

Cosa cambia allora? Che quelle dichiarazioni, con la clausola di salvaguardia per questioni inerenti al credo religioso, avranno tutela legale. Si potrà dire e protetti dallo Stato, se passa il ddl Scalfarotto-Leone così come è stato architettato ed emendato, che le persone LGBT non devono avere diritti o che stanno al di fuori della società.

Le dichiarazioni a favore della famiglia eterosessuale e, di conseguenza, contro la legittimità delle relazioni tra gay e tra lesbiche sono solo le prove generali di un progetto politico specifico, che non concede nulla ai soggetti da tutelare (visto che non esistono nemmeno i reati puniti dal ddl in questione) e che rischia di aprire all’omofobia di stato.

Ritornando a Bergoglio, credo sia evidente che non basta un nome evocativo e un accento accattivante per far diventare un papa ciò che non è e che non sarà mai: un sostenitore dell’uguaglianza per gay, bisessuali, trans e lesbiche.

Prima se ne renderanno conto dentro il movimento e la gay community, prima ci libereremo dalla sudditanza culturale che contraddistingue certe sue frange. E non si avranno ulteriori amari risvegli. Posso garantirvelo.

Andiamo a litigare col parroco…

Riporto dal sito dell’UAAR:

Lo sbattezzo, visto dalla parte della Chiesa, si chiama apostasìa. Se da un punto di vista dottrinale è un peccato mortale, per il diritto penale della Chiesa, applicabile a tutti i battezzati, rappresenta invece un «delitto» (Codice di diritto canonico, can. 1041).

Quindi se ho ben capito, se non mi dichiaro cattolico sono peggiore dei pedofili che questi signori nascondono nelle loro chiese.

Per questa ragione durante il 24 dicembre, proprio in occasione del Natale, decisi di regalarmi la cancellazione dai registri parrocchiali, sia perché lo dovevo a me stesso e all’alta considerazione che ho di me in quanto cittadino onesto e laico, sia perché non posso più permettere a questi signori di battere cassa allo Stato italiano, in un momento di crisi come questo, in virtù del fatto che mi considerano un loro credente, con quella truffa chiamata otto per mille.

Ebbene, a distanza tre mesi e oltre, non ho ancora ricevuto nessuna notifica da parte di questi gentili signori che per legge sono obbligati a trasmettermi, attraverso raccomandata, l’avvenuta cancellazione dagli elenchi della parrocchia.

Vorrà dire che per Pasqua, dentro l’uovo, troverò una bella lite (con tanto di denuncia penale da parte mia) col parroco della chiesa in cui sono stato battezzato.

E tanti auguri!