Addio a Giorgio Bocca: fu partigiano, giornalista e scrittore. E omofobo e razzista

È morto Giorgio Bocca: è stato partigiano, giornalista e scrittore.

Parlando dei tempi moderni e soprattutto dell’età berlusconiana fece notare che la tragedia del presente stava nell’esser traghettati «senza accorgercene, senza reagire, dal mondo dei miti e delle leggende, cioè della fantasia e della poesia, a quello dei consigli per gli acquisti».

Sempre riguardo ai mali dell’Italia, dichiarò: «Questa democrazia malata la dobbiamo pure a questa sinistra alla D’Alema che collabora da 15 anni con Berlusconi. Hanno capito che, se non partecipano in qualche modo alla sua greppia, non campano più».

Adesso io non so se era davvero un “grande”, come la retorica giornalistica – a cominciare da la Repubblica, che con quel D’Alema criticato da Bocca è, a volte, ammiccante – lo vuole descrivere. Giornalisticamente lo conoscevo poco. Di certo non si può negare che avesse un grande senso della sintesi.

Peccato fosse pure omofobo, come quando disse: «Pasolini è morto perché, la rigirino pure come vogliono, era di una violenza spaventosa nei confronti di questi suoi amici puttaneschi. Poi mi dava noia questo: ho un po’ di omofobia, che poi è una cosa militare».

E razzista: «la gente del Sud è orrenda. […] Una volta, a Palermo, c’era una puzza di marcio, con gente mostruosa  che usciva dalle catapecchie. Vai a Napoli ed è un cimiciaio, ancora adesso. Una poesia il il modo di vivere di quelle parti? Per me è il terrore, è il cancro. Sono zone urbane marce, inguaribili».

Per cui, onore a Giorgio Bocca: partigiano, giornalista e scrittore. Soprattutto di fronte allo squallido panorama dei nostri cronisti attuali, popolato da maggiordomi, stenografi e marchette.

Ma il suo essere italiano esattamente come quel Berlusconi e l’italietta da lui rappresentata… beh, questo non credo ci mancherà.

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Riccardi di Sant’Egidio, ministro senza vergogna

Siccome oggi è Natale, sarò più buono.

Ho letto su Repubblica che la comunità di Sant’Egidio ha offerto a duemila poveri il tradizionale pranzo natalizio. Andrea Riccardi, suo fondatore e ministro dell’attuale governo Monti, quello che punisce i cittadini e mantiene i privilegi di chiesa e casta, dichiara: «Ci sono brutti segnali, ma l’Italia non è razzista».

Già, l’Italia non è (solo) razzista. È pure omofoba e sessista e la sua chiesa – di cui Sant’Egidio è parte integrante – se la prende con i divorziati, è impietosa con i malati terminali e invita cardinali pedofili alle feste di paese.

Come se non bastasse, il suo governo prende ai poveri per dare ai ricchi.

Certa gente, a cominciare dal neo-ministro, deve aver perso, con ogni evidenza, il senso del ridicolo e della vergogna: Riccardi pensi piuttosto a pagare l’IMU per tutte le proprietà che la sua comunità detiene a Trastevere.

E come dite? Avevo promesso di essere più buono? Lo sono stato. Altrimenti partivano pure i vaffanculo.

La calda estate dell’omofobia: ci si mette pure Repubblica!

Il titolo è chiaro: gay, solo e ha tradito l’America. Perché nella società d’oggi la solitudine una colpa e l’omosessualità, ça va sans dire, pure. Con l’aggravante, però, di essere anche un peccato che porta al male, alla rovina, alla tragedia finale.

L’articolo odierno di Federico Rampini su Repubblica on line segue grosso modo questa falsariga. Si parla di Bradley Manning, il soldato americano che ha violato gli archivi del Pentagono pubblicando su WikiLeaks dossier segretissimi che grande scalpore hanno fatto in tutto il mondo non solo per la notizia in sé, ma per la stessa conduzione della guerra in Afghanistan made in USA.

Adesso è venuto fuori che Manning è gay. E Rampini ci fa sapere che questa sua condizione lo ha condannato alla solitudine, relegato alla marginalità sentimentale – l’unico amore della sua vita sarebbe una drag queen – e condotto, inevitabilmente, al crimine.

Forse un’informazione più corretta, anche intellettualmente parlando, avrebbe evitato certe semplificazioni e certe imprecisioni che solo un ignorante o un deputato dell’UDC avrebbe potuto concepire.

Perché non è la condizione di esser gay che relega automaticamente alla solitudine: è l’omofobia che isola le persone, in nome di una normalità che deve ancora essere dimostrata, e a volte le picchia e le uccide pure. Questo forse doveva essere messo maggiormente in evidenza.

Così come non significa nulla affermare che l’accettazione sociale è «la stessa molla che due anni fa lo spinse nelle braccia di una drag queen, una storia d’amore impossibile». La drag queen è una categoria artistica: un po’ come essere mimi, clown, ballerini e via dicendo. C’è dietro, in altre parole, la stessa coerenza logica di chi vorrebbe affermare che l’eterosessualità di Raimondo Vianello ha spinto il comico a cercare affetto da Sbirulino.

In altre parole, l’intera redazione di Repubblica dovrebbe vergognarsi per il pressapochismo di questo articolo.

La calda estate dell’omofobia è pure questo: non sapere di cosa si sta parlando, ma fare in modo che certi pregiudizi, non importa se utilizzati come muse ispiratrici o morali finali della favola di turno, restino saldamente in piedi.

E se queste sono le elaborazioni culturali dell’élite intellettuale del nostro paese, poi non dobbiamo stupirci se ieri, dopo la presa di posizione dei finiani a favore delle unioni gay è seguita la solita manfrina delle suore mannare di turno capeggiate dall’immancabile Binetti, che ai gay deve tutta la sua fortuna politica e parlamentare.

Rientra tutto, a ben vedere, in una logica ferrea. Per quanto tragica.

Guerra di civiltà: in Portogallo si approva il matrimonio gay. In Italia il Corriere stupra la lingua italiana

Titolo di Repubblica: «Il Portogallo dice sì ai matrimoni gay.»
E titolo del Corriere: «Portogallo: si’ a legge sulle unioni gay.»

Adesso non so se ci avete fatto caso pure voi. Ma:

1. la parola “si” intesa come avverbio di affermazione si scrive in due modi. “Si” senza accento, oppure “sì”, secondo tale grafia. La presenza dell’apostrofo per indicare altri simboli è semplicemente orribile, come altrove dimostrato. Nel caso del giornale che si vanta d’essere il più letto e il più fico d’Italia, è pure scandalosa e intollerabile. L’orrore è reiterato, per ben tre volte, all’interno dell’articolo.

2. In Portogallo esistevano già i PaCS. Per cui il titolo del Corriere è fuorviante. Fa, in pratica della disinformazione. Ovvero, dice una stronzata.

3. Nel testo del Corriere si legge ancora: «Via libera del Parlamento portoghese alla legge che rende legali le unioni omosessuali», come se prima fossero illegali. Abbiamo già visto che non solo erano lecite ma pure tutelate dallo Stato. Semmai questa nuova legge permette di sposarsi. Grazioso, ma da stronzi, l’accostamento tra “matrimonio gay” e “illegalità risolta”.

4. Non si cita mai la parola matrimonio. Adesso capiamo benissimo che il Corriere è un giornale conservatore, ma la lingua italiana per fortuna esula dall’imbecillità di certi arrocamenti ideologici. Il Portogallo non è il sesto paese a «a dare il suo via libera alle unioni omosessuali», bensì la sesta nazione in Europa a estendere il matrimonio anche a gay e lesbiche.

Morale della favola: adesso nessuno vuol fare le lodi di Repubblica, a volte troppo subalterna ai voleri degli oscuri padroni del piddì, ma, sarà che rimane, nonostante tutto, un giornale di sinistra, almeno su quelle colonne sanno distinguere tra matrimonio e unione civile. E, quando si tratta di persone transessuali, usare addirittura il femminile se il caso lo richiede. E non ci vuole una particolare propensione per i diritti umani. Basta saper usare la lingua italiana. A cominciare, possibilmente, dall’accento.