Le regionali, i gay russi e i leader di casa nostra

Il pride a Mosca (foto di Repubblica.it)

Il pride a Mosca (foto di Repubblica.it)

Sfogliando i giornali, vengo a sapere che anche quest’anno il “mini-pride” degli attivisti russi è finito con le solite aggressioni e i soliti arresti. Non che da Putin e il suo regime ci si potesse aspettare qualcosa di meglio. Ma vi invito a vedere i volti di chi viene massacrato di botte e quelli di chi fa violenza. Giusto per capire che non è poi così automatico lo stile di vita che possiamo permetterci qui in Italia (tra mille se e ma) e più in generale in occidente. E che dovremmo difenderlo. Anche qui, a casa nostra.

Credo a questo proposito, ed è una mia personale suggestione, che nelle piattaforme politiche dei nostri pride dovrebbe esserci una voce che solidarizza con chi, tra comunità in Russia e in altri paesi, lotta contro questo tipo di violenze.

Ricordo inoltre che oggi ci sono le elezioni regionali. Salvini, considerato l’antagonista principale del Pd, ha detto di essere un estimatore di Putin e lo ha detto più volte. Se qualche persona LGBT pensa di dare il voto ai suoi candidati, guardi prima le foto e poi si faccia due domande. Non è un esercizio mentale difficile. Basta chiedersi, per cominciare: “è questo che voglio per me?”.

Dopo di che votate in libertà. Ma votate, anche, nel nome di essa.

Ahi serva Italia…

B2etylNIIAAgTkZ.jpg-largeL’immagine che vedete è estratta da un inserto del Corriere della Sera. Ed ecco cosa siamo diventati: il paese che ha la metà e oltre del patrimonio artistico mondiale e che fu patria del Rinascimento è divenuto un ricettacolo di cavernicoli (basta vedere come ha votato e come continua a votare il nostro elettorato, da Berlusconi ai due mattei).

Vorrei far notare anche che siamo un paese in cui le “radici giudaico-cristiane” sono viste come valore culturale imprescindibile per decifrare e comprendere la nostra società tutta.

Ed è così che ci siamo ridotti: un luogo abitato da gente che interpreta il mondo per pregiudizi, stereotipi e luoghi comuni. Siamo un popolo di ignoranti. E questo spiega il fatto che se vedi le Femen ad AnnoUno realizzi che i/le giovani presenti in studio si incazzano perché criticano il potere clericale e lanciano preservativi al pubblico (meritate Giovanardi, ve l’ho già detto?). Questo chiarisce come mai fenomeni come “Manif pour tous” e “Sentinelle in piedi” – che in qualsiasi consesso civile andrebbero bollati come raduni di balordi che hanno fatto dell’omofobia un momento di visibilità politica e una scusante esistenziale – siano ritenuti interlocutori politici. Questo spiega il Nuovo Centrodestra al governo. O le leggi del solito Pd che invece di punire l’omofobia l’avallano. Questo spiega come mai abbiamo un esecutivo popolato da “avanzi da oratorio” (cit). E tutto il resto.

Cose turche: l’omofobia non è un’opinione

Turchia gay-friendly

Turchia gay-friendly

«La Corte Costituzionale turca ha sentenziato che definire i gay con l’appellativo di “pervertiti” è incitamento all’odio». La notizia la riporta Gayburg, per cui potete leggerla direttamente lì.

Qui mi limiterò solo a un paio di considerazioni:

1. al prossimo che mi oppone la “questione musulmana” quando si parla di problemi mediorientali di vario tipo, con frasi come «se ti piace tanto l’islam, ricordati come vengono trattati i gay in quei paesi», ricorderò che se un paese è confessionale per le persone LGBT ci sarà sempre qualche problema di troppo. Se è laico, invece…

2. nell’articolo si legge che «la Corte Costituzionale ha anche dichiarato che l’incitamento all’odio nei confronti dell’orientamento sessuale è da ritenersi di uguale gravità a quello commesso per motivi di razza, etnia o colore della pelle», mentre noi abbiamo in bilico sulle nostre teste la spada di Damocle della legge Scalfarotto che permette di dire proprio un certo tipo di enormità a scuola, al sindacato, in fila alla posta, ecc.

Essere surclassati anche in questo non solo dall’est europeo – di recente la Croazia ha approvato le civil partnership esattamente come le vorrebbe il Pd, qui in Italia – ma anche da una fetta di mondo che l’occidente ritiene di serie B per questioni legate al diverso credo religioso, getta vergogna non tanto sul nostro paese, quanto su un’intera classe dirigente che si mostra sempre più inadeguata rispetto all’urgenza e all’importanza di certi temi.

Poi ognuno faccia le sue considerazioni in merito. E no, non sono un fan della religione islamica – così come delle religioni nel loro complesso – sia ben chiaro.

Luxuria arrestata a Sochi. Ma l’Italia non se la passa meglio

Il tweet di Luxuria a Sochi

Un paio di pensieri a caldo sugli ultimi fatti accaduti alle olimpiadi in Russia.

Vladimir Luxuria è stata arrestata, dopo essersi recata in Sochi per manifestare contro la legge anti-gay. La notizia è stata diffusa da Imma Battaglia che dichiara che l’ex parlamentare del PRC è stata portata via dalla polizia locale in quanto aveva con sé una bandiera con su scritto, in lingua russa, «gay è ok». Pare, inoltre, che gli agenti si siano comportati in modo abbastanza brutale.

Nell’attesa che venga rilasciata al più presto, che le nostre autorità siano sollecite e esemplari in tal senso, e nell’augurio che stia bene, non rimane che una triste considerazione su quanto sta succedendo in questi giorni in Italia e nell’Europa dell’est: la Russia ci fa orrore, perché omofoba. Ma – dopo le ultime eroiche gesta di sottosegretari del Pd che censurano le iniziative di lotta all’omofobia dell’Unar – il nostro paese che, per compiacere le sfere religiose, vieta di parlare di rispetto delle persone LGBT nelle scuole non è poi così diverso.

Non possiamo scandalizzarci più di tanto per quanto accade nel mondo, quando dentro casa nostra si sta prendendo quella china. Occorre riflettere approfonditamente su questo. E, conseguentemente, porvi rimedio.

Fermi tutti, forse voto Tsipras

Alexis Tsipras

Forse, appunto. Perché mi lascia perplessa una lista che, in Italia, è sostenuta dai soliti ex PCI, transfughi di qualsiasi cosa possibile. Ma stavolta – sempre che trovi un aereo che non trasformi il diritto di voto in privilegio per ricchi – voto il messaggio, più che il partito.

E il messaggio è che di fronte a un Pd servo di banche e poteri forti, una destra da sempre più vicina all’idea che la lingua italiana ha di un’associazione a delinquere, un M5S che raccoglie il mal di pancia del paese ma non fa nulla per curarlo – lasciando intatte la cause dell’irritazione del popolo – scelgo chi si oppone a un’Europa disegnata sullo strapotere delle banche e che al concetto di “popolo” contrappone quello di società civile, fatta da persone, da lavoratori e lavoratrici di cui bisogna tutelare il diritto alla felicità e al futuro.

Vediamo come se la giocano, nei mesi a venire. Ma Tsipras, di per sé – e in un contesto europeo che ha distrutto la Grecia, lasciando intatti i privilegi di chi quel paese l’ha portato a quelle condizioni (modello che, una volta provato, può essere ripetuto ovunque) – mi convince.

La morte di Mandela alla lente dell’Italia berlusconiana

Nelson Mandela

Muore Nelson Mandela. Non credo ci sia molto da dire perché è di grande portata storica la sua figura, un personaggio chiave del secolo scorso, il padre della democrazia in Sud Africa, l’esempio che cambiare è possibile anche sotto la lente della “rivoluzione”, del sovvertimento dello status quo, se questo significa il perdurare di un’ingiustizia.

Per cui aggiungere altro al vuoto assoluto che lascia la sua morte rischia di essere oltre modo retorico. La storia, e la sua storia nello specifico, parla da sola.

Poi ti svegli in Italia e questa notizia si declina con le reazioni di politica e media. Due casi limite per capire quanto ancora sia inadeguato il nostro paese in tema di diritti civili.

Il Giornale che fa un titolone con tanto di refuso, chiamandolo padre dell’apartheid. I lapsus si sa dischiudono verità nascoste. È la destra italiana è ben lontana dal non essere razzista. Quel titolo dice molte cose in merito.

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“Mandela padre dell’Apartheid!” pessima figura del Giornale

Poi ancora: l’immancabile retorica del Pd che lo piange. Dimenticando, lor signori d’apparato, che se c’erano loro in Sud Africa, avrebbero fatto una legge contro l’apartheid a tutela dei bianchi razzisti. Ricordiamoci la recente legge sull’omofobia….

Concludo con una piccola nota a margine. Nel Sud Africa nato dalle lotte di Mandela, dopo anni di dittatura bianca, si approvarono i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Nessuno disse mai che c’erano altre urgenze. Si fecero perché o è democrazia per tutti/è o non è democrazia. Da noi certi benaltrismi sono portati avanti, a ben vedere, proprio dai capi del Pd. O osteggiati dai lettori del Giornale e dai loro rappresentanti in parlamento.

Gli stessi “microbi” di un sistema di potere che scompaiono, umanamente e politicamente, di fronte alla grande lezione di civiltà data al mondo intero da Mandela. Ricordiamocelo sempre.

Il fuoco sotto la cenere. O della sfiga dell’omofobo italiano

Tempi duri per gli omofobi italiani.

Guido Barilla ha fatto un colossale errore e la rete è esplosa. Il boato susseguitosi alle sue dichiarazioni rimbomba ancora su Twitter e Facebook e ha diviso l’opinione pubblica tra chi lo sostiene, anche in maniera politica, e chi lo ha decretato come morto dal punto di vista commerciale. Ovviamente Barilla non è morto, e continuerà a fare i suoi affari. E penso pure che il boicottaggio non cambierà, almeno qui in Italia, di una virgola le sorti di una multinazionale di quelle dimensioni. Anche se penso che sia una pratica valida sotto il profilo morale, fosse anche per stare in pace con la propria coscienza. Ma non è di questo che voglio parlare.

Infatti, partendo da questo caso, sono successe due o tre cose che lasciano riflettere e che sarebbe il caso di guardare più da vicino. Vediamole.

scusebarillaitaliaIn primis: da una parte le sezioni straniere del marchio si sono affrettate a prendere le distanze dalla casa madre. Barilla USA ha subito scritto le sue scuse, dichiarandosi profondamente addolorata da quelle dichiarazioni.

Sono seguite, subito dopo, le scuse anche in Italia, per opera dello stesso patron, dirette sia alla popolazione tutta, sia ai propri e alle proprie dipendenti. Barilla ha ribadito il suo sì a favore del matrimonio egualitario, cercando di correggere il tiro delle sue dichiarazioni.

Immagino la faccia – e non oso pensare agli sconvolgimenti dei circuiti neuronali – di chi lo aveva osannato come alfiere della famiglia tradizionale, intesa nel senso di “realizzazione sociale anti-gay”. Foucault sosteneva che l’eterosessualità si definisce in negativo rispetto all’omosessualità. Cosa significa più nel dettaglio? Che questa gente – quella che ha osannato quelle frasi per intenderci – ha finalmente trovato un’identità nella negazione delle realizzazioni affettive delle persone LGBT. Per poi ritrovarsi, dichiarazioni alla mano, un endorsement alle stesse. Credo, e non ho problemi a ripeterlo, che gli omofobi siano essenzialmente sfigati. Mi si dirà: ma in Italia la maggioranza delle persone è omofoba. Io non credo che il loro numero sia così elevato, seppur importante. Ma ad ogni modo ciò non cambia l’evidenza che l’Italia sia un paese composto essenzialmente da minus habentes. Basta guardarne le sue sorti politiche per capirlo. E la questione omosessuale è cartina al tornasole della tenuta democratica di questo paese.

sposelelleC’è poi il contesto internazionale. Il matrimonio egualitario è una realtà storica incontrovertibile. Si è diffuso o si sta diffondendo in  Europa (quella democratica, almeno), nell’America tutta, in Sud Africa, nella lontanissima Oceania. Mentre l’Italia è il paese del ritardo culturale, degli Scalfarotto che vanno a braccetto prima con Rosy Bindi e poi con Paola Binetti, per intenderci, spacciando trasformismo per mediazione.

È il paese in cui tutti i progressi che fanno di una “nazione” uno Stato, sono arrivati con secoli di ritardo: l’unità politica è stata posticipata di un millennio. La rivoluzione industriale è arrivata con oltre un secolo di ritardo. L’unità linguistica si è raggiunta solo negli anni sessanta, grazie alla televisione. Siamo un paese di ritardati, oltre che di sfigati.

Ma questo non ci deve scoraggiare. Il cambiamento arriva e se non lo cogliamo rischiamo di diventare alla stregua dell’ultimo giapponese arroccato sull’isola. Pare che questo lo abbiano capito anche in Vaticano, pur con tutto l’opportunismo che può partorire una casta arroccata ai propri privilegi.

In Italia, quindi, abbiamo due minoranze e una maggioranza. Una popolazione, nel suo complesso, anestetizzata. Un drappello di omofobi, reazionari e conservatori, legati più a una visione nostalgica e vetero-ottocentesca di qualsiasi cosa. E un gruppo di elementi che, in un quadro miserabile come quello attuale, cerca di agganciarsi – tra alterne vicende e in modo più o meno goffo – al progresso del mondo.

Adesso gli omofobi hanno l’illusione, proprio perché viviamo in una nazione di ritardati (parola intesa nel suo senso politico e culturale) di essere maggioranza nel paese. Come se io mi sentissi il fiero generale di una piantagione di lattughe interpretando il loro silenzio come un tacito assenso per le corbellerie che sono disposto a dire su questa o quella categoria.

Ma per loro sfortuna, le cose sono destinate a cambiare. Nonostante la natura malata del fare le cose, nel nostro paese, “all’italiana”. Nonostante la presenza del Vaticano. Nonostante un Partito democratico che cerca di assecondare lo status quo, invece di dirigerlo verso il progresso sociale a beneficio di tutti – ed è questo il senso di un partito progressista, oggi – e nonostante tutti gli Scalfarotto e le Binetti che esistono (oltre che gli Alfano e le Santanché, ovviamente). Anche dentro noi, oltre che attorno a noi.

colosseoLa rivoluzione del web, infine. La reazione dei social network lascia ben sperare. Ma non illudiamoci. Il cambiamento non arriverà in fretta. Dovremo aspettare almeno altri dieci anni per avere misere unioni civili (mentre nel resto del mondo, magari, si arriverà al superamento stesso del matrimonio). Fa parte di un copione già visto. Dai longobardi in poi.

Ma alla fine ci arriveremo anche qui. I gay, le lesbiche, i bisessuali e le persone trans (assieme a tutti gli elementi gay-friendly) si troveranno a sedersi dapprima dalla parte del torto, perché i posti di chi aveva ragione erano stati già presi, per poi lasciar scoprire a tutti gli altri, che, come si dice in Sicilia, la “ragione” – intesa come valore intellettuale neutro – è propria degli imbecilli.

Adesso è il momento del fuoco sotto la cenere. Pronto a esplodere in momenti più propizi. Un fuoco che non brucia, ma che forgia e modella la realtà. Noi dobbiamo continuare a lottare, perché alla mediocre ragione comune di cui sopra si sostituisca una ragione sociale, dove tutti e tutte possono trovare una collocazione. Omofobi esclusi, va da sé. Per loro c’è solo il dito puntato della storia, pronta a deriderli come adesso si deridono coloro che un tempo ce l’avevano con neri, donne ed ebrei.

Caro movimento LGBT, o tifi USA o tifi Idem

Qualche giorno fa è uscito un comunicato di solidarietà da parte di diversi esponenti nazionali del movimento LGBT in supporto della ex ministra Idem.

In queste ore seguiamo con apprensione l’evolversi della vicenda che coinvolge la Ministra Josefa Idem e le accuse di illecito che le vengono rivolte. Senza entrare nel merito della questione giudiziaria, rispetto alla quale solo la Magistratura è titolata ad esprimersi, stigmatizziamo la deriva misogina che questa vicenda ha raggiunto nei commenti di alcuni rappresentanti della politica e con sospetto osserviamo la curiosa simultaneità di questa vicenda con altre di ben altra evidenza rispetto alla quale il caso Idem ha quasi i connotati di un diversivo perfettamente organizzato. Per quanto ci riguarda, Josefa Idem ha mostrato in pochissimo tempo di voler affrontare con serietà e dedizione temi urgenti da troppo tempo accantonati nel nostro Paese, primo fra tutti quello dei diritti delle persone omosessuali e transessuali e delle loro famiglie. Pertanto è con preoccupazione che accogliamo l’ipotesi di un avvicendamento alla guida del Ministero alla Pari Opportunità, eventualità che potrebbe mandare in fumo il lavoro che con serietà e spirito di dedizione la Ministra Josefa Idem ha costruito fino ad oggi. A Josefa Idem inviamo la nostra solidarietà per la violenza degli attacchi di cui è vittima e al Governo l’invito alla ponderazione nel valutare gli esiti di scelte affrettate rispetto a una vicenda ancora oggi poco chiara.

Flavio Romani (presidente Arcigay)
Paola Brandolini (presidente Arcilesbica)
Rita De Santis (presidente Agedo)
Giuseppina La Delfa (presidente Famiglie Arcobaleno)
Porpora Marcasciano (presidente Mit)
Titti De Simone (presidente comitato Palermo Pride)

Adesso, va benissimo che si stia vicini/e a una ministra attaccata in quanto donna. Il maschilismo è uno dei tanti ingredienti dell’omofobia, d’altronde. Ma c’è un passaggio, in quel comunicato, che lascia alquanto perplessi: “Per quanto ci riguarda, Josefa Idem ha mostrato in pochissimo tempo di voler affrontare con serietà e dedizione temi urgenti da troppo tempo accantonati nel nostro Paese, primo fra tutti quello dei diritti delle persone omosessuali e transessuali e delle loro famiglie”.

Bene, mi pare che le dichiarazioni di Idem non vadano nella direzione narrata nel comunicato. Perché sarà pur vero che ha speso parole di sostegno verso la questione omosessuale e transessuale, ma – e ricordiamolo sempre – non certo in seno alle richieste del movimento LGBT.

Il pensiero di Idem, infatti, potrebbe essere così riassunto: l’Italia non è pronta al matrimonio egualitario, per le adozioni non è il momento politico opportuno, un’accelerazione in tal senso metterebbe a rischio il governo, le unioni civili sono più che sufficienti e in fin dei conti la linea da seguire la decide il Pd. Più che un’elaborazione politica sembra  una “charte octroyée” da burocrate di partito.

E si badi, questo comunicato nasce poco prima della storica sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti, che ha rigettato l’esclusività eterosessuale del matrimonio. Mentre il mondo va avanti, le associazioni nazionali LGBT in Italia fanno il tifo per personaggi come Josefa Idem, la cui linea, e ricordiamoci anche questo, si basa sulla creazione di istituti separati e a diritti minori per le persone LGBT. Mentre il mondo va avanti, in Italia si tifa per l’apartheid, in altre parole. E mi spiace dirlo, perché tra quelle firme ci sono persone che conosco personalmente e verso cui ho sentimenti di stima e amicizia.

L’ennesimo passo falso del nostro sgangherato movimento che denuncia un deficit di strategia e, soprattutto, una certa difficoltà a leggere i cambiamenti che ci circondano. Avranno un bel da fare i leader LGBT italiani a essere credibili tra il tifo per chi ci vuole a cittadinanza limitata e esultanza verso fatti storici di segno diametralmente opposto.

Corte Suprema USA: matrimonio diritto per tutti/e

Cade l’ultimo tabù: il matrimonio non è, non può e non deve essere riservato solo alle coppie eterosessuali. Bastava leggere la Carta dei diritti umani per capirlo. E negli USA ci sono arrivati prima di noi, dove la Corte Suprema ha abolito il Doma, legge voluta dall’allora presidente Clinton che riservava le nozze solo alle coppie formate da persone di sesso opposto.

La situazione adesso nel mondo è la seguente:

1. Paesi che hanno istituito il matrimonio egualitario

 

2. Paesi che hanno istituito le unioni civili

Da oggi gli Stati Uniti sono un po’ più verdi. L’Italia rimane sempre nella zona grigia. Speriamo che le cose cambino e in fretta anche da noi. Ma per sperare bene occorre lavorar bene! Magari lasciando perdere leggine insulse alla Galan o alla Bindi – entrambe indistintamente bene accolte da certa politica – e ispirandosi al principio di eguaglianza garantito dalla Costituzione si può arrivare alla piena equiparazione.

Per oggi si festeggia, anche se il party è oltre oceano. Domani si ricomincia da qui.

Biancofiore declassata: l’Italia pure

Trasferiamoci per un momento sul piano delle ipotesi. Vi porrò, dunque, una serie di interrogativi. Del tipo:

• mandereste vostro figlio o vostra figlia in una scuola in cui il preside sostiene la teoria della razza?
• andreste a farvi curare da un medico che vi dice che Hitler due o tre cose buone, con gli ebrei, alla fine le ha fatte pure?
• andreste a fare shopping in un negozio il cui titolare sostiene che le donne sono naturalmente inferiori?

Ecco, non credo che accadrebbe (e se qualcuno di voi ha risposto di sì vi informo che siete persone orrende).

Ritorniamo sul piano della realtà e, più precisamente, sul fatto di Biancofiore nominata sottosegretario alle Pari Opportunità. Per chi non lo sapesse (ancora): dapprima Letta l’ha messa accanto a Idem, la ministra incaricata, a mo’ di cane da guardia – ricordiamoci che pure il neo-premier un attimo omofobo lo è. Poi, di fronte alle proteste delle associazioni, l’ha trasferita a far da passacarte a D’Alia, per la pubblica amministrazione.

Il fatto è questo: in un paese che si rispetti, degno del concetto di civiltà, persone come Biancofiore – e come lei altri suoi colleghi di governo, quali Lupi, Alfano, Lorenzin, ecc – non potrebbero nemmeno passare davanti la sede delle istituzioni democratiche proprio a causa delle loro posizioni palesemente omofobe.

Immaginate cosa sarebbe successo a Obama o a Merkel se avessero nominato ministri che negano la Shoah o che reputano una “razza” inferiore quella dei “negri”? Perché all’estero essere omofobi significa essere uguali a chi sostiene queste enormità (e vi rimando a leggere le domande in apertura, a tal proposito). Significa essere come un simpatizzante del nazismo, come un militante del Ku Klux Klan.

Letta, invece, ha solo operato una semplice sostituzione per placare il vespaio di polemiche nato dopo la nomina di Biancofiore. Per lui è irrilevante che questa gentile signora disprezzi gay, lesbiche e transessuali. Il vero dramma (per Letta) è che se dovesse togliere le nomine per le qualità personali e umane dei suoi ministri, sarebbe già crisi di governo. L’altro dramma (sempre vero, per noi) è che questo governo, invece, durerà.

Anche questo atto istituzionale dimostra l’assoluta inadeguatezza di questo lugubre personaggio che abbiamo la sfortuna di avere come presidente del consiglio. Voglio proprio vedere con quale faccia di bronzo si presenterà, in futuro, di fronte al ministro degli esteri tedesco, alla premier islandese, al primo ministro belga, ai sindaci di Berlino e Parigi: forse non è stato informato, nel momento in cui accoglieva acriticamente l’esponente del PdL nel suo governo, ma sono tutte persone LGBT.

Una brutta figura, a livello internazionale, e un’orrida pagina, nei confronti della democrazia, di cui non si sentiva la necessità. Decisamente.

Insomma: qualcuno spieghi a Letta, quindi, che la vergogna è nominare un sottosegretario omofobo, non (solo) di metterlo alle pari opportunità.