Pensavo fossimo gay, invece siam solo capponi

Ci siamo. O ci risiamo. Domani, a Roma, nella sede della CGIL di via Buonarroti, ci sarà una riunione di coordinamento del movimento GLBT. O almeno di quella parte che ha partecipato alla manifestazione di ottobre Uguali e che si prepara a decidere il luogo in cui celebrare il pride del 2010.

Questo egregio e lieto appuntamento mi dà lo spunto di fare un paio di riflessioni sullo stato del movimento GLBT italiano.

Non è mistero per nessuno che tale movimento pare sopravvivere su una sostanziale contrapposizione di progetti politici diversi. Abbiamo almeno due correnti. La prima: quella che si richiama ad associazioni strutturate nazionalmente e la selva di piccole e grandi associazioni indipendenti che lavorano in ambito locale. Associazioni che fanno anche cose importanti e utili, io stesso faccio parte di una di queste, ma che, a mio avviso, scontano di una autoreferenzialità che ci rende non dico marginali, bensì insignificanti.

Le nostre guerre intestine non interessano a nessuno, non preoccupano il potere, lasciano indifferenti o disgustati, ma giusto per un giorno, i frequentatori di scalinate siciliane, gay street romane, saune, discoteche et similia. La guerra dei mondi delle associazioni, per altro, è un film più volte visto che potrebbe essere intitolato “La guerra degli sfigati”. I capponi manzoniani dovrebbero suggerirci a cosa assomigliamo. Se lo stato si interessa se cosche mafiose locali si fanno la guerra e non sa nemmeno che esistono lacerazioni tra Arcigay e Mieli (sto usando una sineddoche, ok?), vorrà pur dire qualcosa.

Accanto alle associazioni, abbiamo le piazze. Chi vive a Roma non può non ricordare la bellezza di quel movimento che è (stato?) We have a dream. Le fiaccolate, autoconvocate, che hanno portato in piazza migliaia di persone sono state un grande momento di partecipazione collettiva. Tuttavia quell’urgenza è finita. E finita l’urgenza le persone sono tornate a casa. Forse ritorneranno in piazza quando ci sarà il prossimo ferito. Forse. Da osservatore interno posso dire che c’è molto movimento tra gli organizzatori del popolo delle candele. Vediamo che sviluppi ci saranno, ma di fatto non si scende in piazza da diverse settimane, anche se penso sia comprensibilissimo.

Una terza corrente del movimento, che però non vuole stare dentro il movimento, è la frangia antagonista. Troppo impegnata a teorizzare al mondo come dovrebbe essere – possibilmente kontro – a dire che il matrimonio non ci piace, che bisogna fare la rivoluzione (mettici pure un bel “cioè”), che la famiglia va distrutta e che si è più felici solo se si è incazzati. Sarà…

Questo è quanto succede dentro il movimento.

Negli ultimi mesi il panorama politico, dal canto suo, non si è fermato agli accoltellamenti e alla legge Concia. Abbiamo almeno due grandi momenti di microperiodo: il No B Day e l’aggressione al premier. Tralascio il secondo. Non ho potuto fare, invece, a meno di notare che al No B Day il movimento, inteso come gruppo unito e organizzato, anche di semplici cittadini/e GLBT, non c’era. Le associazioni sono troppo impegnate a discutere su come e dove fare il pride, per i loro congressi e per le elezioni al loro interno.

Abbiamo, come cittadini/e GLBT e come movimento, sostanzialmente perso un palcoscenico fondamentale per riportare al centro del dibattito politico la lotta all’omo-transfobia e la questione dei diritti civili (anche il tribunale di Ferrara, intanto, ha detto che due gay possono sposarsi, non so se la cosa può sembrare importante a qualcuno). Il No B Day era un momento di autoconvocazione. Perché WHAD non ha partecipato? Perché non abbiamo portato una fiaccolata dentro l’onda viola? Il tema dell’omofobia e della transfobia non è forse intimamente connaturato al berlusconismo? Le associazioni che domani si incontreranno per discutere (o litigare?) su dove-come-quando fare il pride estivo – che andrebbe profondamente rivisto, ridiscusso e cambiato – perché non hanno dato aiuto economico (per chi poteva) e fattivo agli organizzatori che pure lo chiedevano?

Nel frattempo – mentre Arcigay pensa al suo congresso, il Mieli vive una normalizzazione dopo i recenti fatti che tanto ci lasciano perplessi, mentre le associazioni in buona sostanza ripiegano nella loro autoreferenzialità – abbiamo un apartheid in atto, chi vuole le leggi speciali per il diritto di scendere in piazza, un premier con la sindrome di Ottaviano Augusto e movimenti di piazza che ottengono una ribalta mondiale e a cui noi, come persone GLBT, non abbiamo dato una mano concreta e da cui non abbiamo preteso una voce sul palco.

Domanda: sono solo io che ci vedo qualcosa che non va? E ancora: domani, quando si discuterà di pride, si parlerà anche di Politica?