Oggi su Gay’s Anatomy: “Un dio piccolo piccolo”

Oggi ho deciso di parlare di omofobia religiosa, in merito all’esecuzione dei tre ragazzi gay in Iraq, condannati al rogo.

«…le religioni, che l’uomo ha inventato per rendere più sopportabile la vita su questa terra, si sono trasformate in strumenti di tortura, di perversione dell’umanità e di negazione del diritto. Ed è triste pensare che Allah possa essere grande attraverso il lezzo della carne bruciata di quei poveri ragazzi, così come è tragicomico ricercare la gloria del dio dei cristiani nei continui dinieghi da parte di Ratzinger e dei suoi galoppini parlamentari su questioni quali le leggi anti-omofobia e sulle coppie non sposate.»

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Gli 11 settembre

11 settembre 2001, attentato terroristico alle due torri di New York da parte di Al Qaeda, 3000 morti. Seguiranno due guerre, in Afghanistan e in Iraq, con la scusa di esportare la democrazia.

11 settembre 1973, colpo di stato in Cile, attuato da Augusto Pinochet – con l’aiuto della CIA – contro Salvador Allende, presidente democraticamente eletto. 3000 morti, 30 mila persone torturate, 17 anni di dittatura.

Ricordiamole tutte, queste date. E non certo per stilare una classifica di buoni e cattivi, ma, semplicemente, per capire fin dove può spingersi la follia dell’uomo.

La memoria degli eroi. Con particolare riferimento a Giovanni Falcone

Fabrizio Quattrocchi venne ucciso in Iraq da un gruppo di terroristi, le cosiddette “Brigate Verdi”, un gruppo armato vicino al regime, nell’ormai lontano 2004. Prima di essere giustiziato disse, togliendosi il cappuccio: «adesso vi faccio vedere come muore un italiano». Per questa frase venne considerato un eroe. In Iraq svolgeva mansione di security. Per tale ragione la magistratura indagò per accertare l’eventualità di arruolamento mercenario presso uno stato estero, accusa che poi decadde.

La parola “eroe” si è scomodata, ancora, per tutte quelle vittime, sempre in Iraq come in Afghanistan, per i soldati uccisi dagli attacchi dei ribelli. A cominciare da quello di Nassiriya.

I ragazzi e gli uomini morti in medio-oriente sono sicuramente delle vittime, soprattutto di una guerra portata avanti per interessi internazionali, tra cui anche quelli italiani. Non credo, dunque, che si possa parlare di eroi, almeno nel senso classico del termine.

E attenzione: dico questo perché considerare tutti questi morti per quello che sono stati, persone sicuramente degnissime, a cui va concesso il rispetto più assoluto, mandate al fronte per ragioni varie e per interessi specifici – sulla legittimità di questi si può concordare o meno, naturalmente – significa rendere giusta memoria alle loro vite, senza invischiarle nella retorica di guerra, sempre odiosa, che sublima un destino ingrato confondendolo con i più alti valori.

Fossi io uno di loro, in altre parole, non gradirei che si usasse il mio cadavere per giustificare, da parte dei politici, una ragion di stato di cui non essere poi così orgogliosi.

Ho fatto questa lunga premessa perché oggi ricorre il ventennale della morte, nell’attentato di Capaci, del magistrato Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e della scorta, costituita da Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Queste persone hanno sacrificato le loro vite, senza un tornaconto personale, per il bene collettivo: rendere il paese più libero, più giusto, e per non farlo cadere in mano alle forze del male.

Quest’ultima definizione coincide maggiormente con il significato di eroe. E dovremmo ricordarlo più spesso. Noi siamo un popolo che si entusiasma, invece, per entrare in un sistema valoriale, per la morte di soldati mandati a morire a pagamento. Quando i valori non c’entrano, dietro il pallone di un calciatore miliardario o all’ombra del bikini di una velina.

E una nazione che ha punti di riferimento così disomogenei, mi chiedo, sta andando nella direzione del proprio futuro?

Gay massacrati dagli sciiti: anche questa è democrazia irachena

La notizia, purtroppo, non sorprende. Non è nuovo il fatto che in Iraq, esattamente come in molti dei paesi vicini, a cominciare da Iran e Arabia Saudita, si condannino a morte omosessuali perché tali.

Si hanno, infatti, prove di esecuzioni sommarie, pene capitali e torture, con tanto di amputazione di parti del corpo, già dal 2006.

La recrudescenza di tali violenze deriverebbe dal fatto che con la caduta del regime di Saddam i gruppi religiosi più integralisti, di origine sciita, stiano instaurando un vero e proprio regime di terrore nella zona e soprattutto nel sud del paese.

Già l’UAAR, nel 2007, denunciava:

Diversi corpi sono stati infatti trovati senza vita e con scritte sul petto offensive nei confronti dell’omosessualità. In alcuni casi i cadaveri sono stati gettati nella spazzatura, o lasciati per strada a mo’ di monito. Delle uccisioni sono sospettati gruppi islamici sciiti. L’organizzazione Human Rights Watch ha chiesto al governo iraqeno di indagare e intervenire urgentemente per porre fine a quella che hanno definito “una pulizia sociale”.

Allo stato attuale le condizioni di migliaia di persone GLBT, nella regione, non sono migliorate, anzi.

Mi limito a far notare due aspetti importanti di tutta la questione:

1. gli USA avranno pure “liberato” l’Iraq da una tirannide crudele, ma non hanno portato la democrazia. E le bombe, a quanto pare, fanno venir fuori l’estremismo più sanguinario;

2. questi signori che uccidono senza pietà esseri umani sono gli stessi che il Vaticano vuole garantire opponendosi alla depenalizzazione dell’omosessualità all’ONU, promossa a suo tempo dal governo francese.

Questo dovrebbe farci riflettere, tutte e tutti, e non solo a noi della comunità GLBT, su chi sono coloro che si ergono a guide dell’umanità, a livello politico e religioso. E, soprattutto, sulla loro incapacità di rendere migliore davvero questo pianeta o sulla facoltà di poter parlare di sacralità della vita.