I figli dei gay e l’apocalisse degli etero

A distanza di poco tempo sono usciti due articoli sulle colonne del Corriere della Sera. Entrambi si concentravano sul tema dell’omogenitorialità. Il fatto, specifico della (sub)cultura italiana, è che la problematica siffatta viene vista come “problema”. Temo, e mi scuso per la divagazione, che non sia un caso che, a Roma soprattutto – e tramite i mezzi di informazione anche in altri luoghi del paese, secondo la dinamica delle forme paracadutate – i due termini stiano diventando sinonimi: si perde il gusto del pensiero critico e lo si bolla, più sbrigativamente, come patata bollente… meraviglie del berlusconismo? Ma sto tergiversando.

I due “contributi” sono firmati da Ernesto Galli della Loggia e Silvia Vegetti Finzi. Per cui, andiamo per ordine.

1. Il cavaliere dell’apocalisse

Secondo lo storico, il matrimonio egualitario e la possibilità di adozione, per non parlare dell’omoparentalità, starebbero alla base della distruzione delle «radici più profonde e vitali della nostra antropologia e della nostra cultura». Questa visione apocalittica, paventata ma non dimostrata, viene confutata, punto per punto da una lettera di Tommaso Giartosio che possiamo sintetizzare come segue:

  • il mantra catastrofista è già stato agitato, in passato, per impedire il riconoscimento dei diritti delle donne, dei neri e di altre categorie discriminate
  • il potere precostituito, in pratica, quando deve cedere terreno alle rivendicazioni democratiche agita lo spauracchio dell’apocalisse, che poi, puntualmente, non si verifica. Lo stesso vale per la questione del matrimonio egualitario: laddove è realtà, infatti, non ha portato nessuna disgregazione sociale
  • tutte le teorie di negazione dei diritti, attraverso le profezie di sventura allegate, non tengono conto dei dati reali che dimostrano, semmai, il loro esatto contrario. Aggiungo, ad esempio, che in Francia il riconoscimento delle coppie di fatto non ha portato affatto alla disgregazione sociale e, semmai, ha permesso un vero e proprio baby boom negli anni precedenti.

Indicatori e fatti reali smentiscono, in pratica, lo storico romano che risponde stizzito, mettendo in dubbio l’onestà intellettuale di Giartosio, della sua associazione – Famiglie Arcobaleno – lamentando un trattamento che, in verità, egli stesso riserva al suo interlocutore. Ci aspettavamo qualcosa di più da uno dei massimi intellettuali italiani, ma si capisce pure che la nebbia di certe posizioni omofobe riesce a far vacillare in lucidità anche le menti più raffinate, ragion per cui – torno a ripetere – l’omofobia è un male da debellare per la salute di una società nel suo complesso e non certo per tutelare i gay. Stavolta, a ben vedere, ne è stato vittima Galli Della Loggia e le sue capacità di giudizio. Ma noi non siamo rancorosi e glielo perdoneremo.

2. La lady di Freud

Siccome non ci facciamo mancare proprio nulla, la lettera di Giartosio viene accompagnata da un secondo intervento, scritto da una delle madri della psicoanalisi freudiana in Italia. La quale altro non fa che ripetere a memoria la lezioncina imparata ai tempi dell’università, per cui emerge un pensiero, tendenzialmente reazionario e conservatore, per cui la psicologa:

  • si para con un ipse dixit, per cui Freud ha proferito la sua sentenza sulla psicologia dello sviluppo del bambino la quale è, attualmente, e rimane insuperata
  • afferma che il bambino ha bisogno delle due figure, materna e paterna, per sviluppare secondo un concetto di “normalità” una sessualità felicemente orientata
  • si disinteressa del “destino” delle bambine, per cui, ammesso e non concesso che le sue teorie siano valide, l’urgenza sta tutta nel recuperare la sessualità “sana” del maschio, senza perdere tempo a “salvare” anche quella femminile.

La dottoressa Vegetti Finzi, terrorizzata dal fatto che un bimbo cresca “gay tra gay” (senza per altro avere il buon gusto di dirlo), ignora – o finge di ignorare – che la teoria freudiana è stata ampiamente discussa e superata dalla psicoanalisi contemporanea, per cui, se proprio vogliamo rifarci a un paradigma scientifico, l’APA, l’Associazione Psichiatrica Americana, dopo studi decennali ha dichiarato:

Sulla base di un gruppo di ricerca straordinariamente coerente sui genitori gay e genitrici lesbiche e dei loro figli, l’American Psychological Association (APA) e di altre organizzazioni sanitarie professionali e scientifiche hanno concluso che non vi è alcuna prova scientifica che l’efficacia educativa dei genitori sia legata all’orientamento sessuale dei genitori.

3. Le storture del sistema

In parole più semplici: è come se io volessi spiegare ai miei studenti e alle mie studentesse la struttura del nostro sistema solare partendo da Aristotele e fermandomi alle sue teorie, per il semplice fatto che il filosofo greco rimane, ancora oggi, un’istituzione. E qui ritorna la critica di Giartosio, per cui certo modus cogitandi non tiene conto del dato reale: cosa direste voi se, infatti, in virtù dell’ipse dixit di cui sopra, affermassi che il sole gira attorno alla Terra? È questo il tentativo portato avanti dalla signora Vegetti Finzi.

E se questo modello, arcaico e superato, viene messo in discussione da qualche scienziato in virtù dei suoi studi, arriverà l’immancabile cavaliere dell’apocalisse – sia egli uno studioso o un rabbino – a preconizzare la fine dei tempi. E pensare che poi ridiamo di chi ha creduto al calendario dei Maya…

4. Elementi di criticità

Al di là del giusto sorriso che certe esternazioni dovrebbero suscitare se fossimo in un paese davvero democratico, credo che vadano messe in luce alcuni elementi di criticità da indirizzare al “pensiero” (un po’ passivo, a ben vedere) di Galli Della Loggia e di Vegetti Finzi.

In primo luogo, si sta parlando di una realtà che già esiste. Ci sono centomila bambini, in Italia, nati e/o cresciuti dentro coppie omoparentali. Milioni, nel resto del mondo. Chiara Lalli ci fa notare nel suo splendido saggio Buoni genitori che le critiche agitate da personaggi come quelli citati hanno la conseguenza di negare, sic et simpliciter, il diritto di esistenza di questi esseri umani. Cosa intenderebbero fare i due nostri eroi – e con essi, molti altri alfieri della subcultura omofoba – di queste persone? Sarebbe interessante scoprirlo. Sperando di non inorridire, va da sé.

Secondo poi, il modello familista classico, costituito da padre, madre e prole, è un falso storico, visto che – ed è grave che uno storico faccia finta di non saperlo – la famiglia nucleare, così come la conosciamo oggi, è un prodotto culturale della società industriale ottocentesca e che le famiglie, nel corso del tempo e in relazione allo spazio, assumono modelli antropologici diversi. Lo dimostra anche Remotti, nel suo saggio Contro natura.

Ancora: un modello, per quanto imperante, non esaurisce le varianti riscontrabili nel reale. Per quanto maggioritario, il modello familista classico è parziale, perché non copre tutte le realizzazioni dei vari modelli di famiglie possibili. Applicare un principio di validità solo per un modello parziale, escludendone gli altri, è lesivo del concetto stesso di democrazia. Le democrazie, a ben vedere, sono tali quando il gruppo – maggioritario, di solito – che gestisce il potere cede margini di esso alle minoranze interne al sistema sociale, fino alla totale equiparazione. Altrimenti si cadrebbe in un sistema di privilegi e di discriminazioni e, purtroppo, il pensiero dei nostri due teorici va proprio in quella direzione.

Terzo. Nessuno mette in discussione la biologia – molto spesso e a torto confusa con la “natura” proprio da certe culture di stampo confessionale – e anche dentro le coppie omoparentali si obbedisce alla regola per cui ovulo e spermatozoo devono incontrarsi per generare altra vita. Il dramma di queste culture sta nel fatto di non voler accettare un’evidenza che va oltre il dato biologico. Affinché il contatto genetico avvenga e il bambino nasca, ci vuole una volontà. Procreare, prima ancora che un dato biologico, almeno nell’essere umano, è, quindi, un atto volitivo. Il pensiero confessionale lo svilisce, appiattendolo sul concetto di natura, vista come creatura di un dio qualsiasi. E i controllori di quel pensiero, a loro volta, autoproclamandosi come custodi e interpreti del volere divino in Terra, mirano proprio a imbrigliare la volontà – e la sua autonomia – proprio al fine di controllare le masse.

In questo quadro, dunque, si capisce perché liberare la genitorialità da una certa impostazione, tutta culturale, spaventa certi poteri religiosi e le loro emananzioni politiche. Di contro, l’omogenitorialità diventa una cartina al tornasole per un incremento democratico (oltre che demografico) di una nazione.

Per altro, tutto dimostra un’evidenza fondamentale: il modello familista classico non dà alcuna garanzia di essere un universo ottimale per il bambino. Al momento, per fare statistica da oratorio, risulta che il 100% degli abbandoni di minore, di lanci nei cassonetti, di stupri tra consanguinei, di assassinio della prole avviene in contesti rigorosamente eterosessuali. Per non parlare del femminicidio… Se dovessi seguire il grado di semplificazione di Galli della Loggia e di Vegetti Finzi, dovrei asserire che l’apocalisse è di fatto avvenuta e non ce ne siamo accorti e che, semmai, per morire bene il bambino ha bisogno di due figure, possibilmente eterosessuali e mentalmente disturbate. Ma non sono così stupido, per mia fortuna.

Infine: se bastasse il riconoscimento dei diritti civili alle famiglie omoparentali per distruggere un modello ritenuto immutabile – e in tale immutabilità starebbe la sua garanzia di solidità sociale – ciò dimostrerebbe, semmai, che il modello familista classico è in verità poco solido. Questo mette in luce, a maggior ragione, l’insufficienza di una realtà che per “essere” ha proprio bisogno della negazione di altri sistemi. Sarebbe triste pensare che la famiglia eterosessuale può esistere solo a queste condizioni. Al netto di ogni considerazione romantica.

5. Conclusioni

Non è un caso, temo, che questi due interventi siano stati pubblicati in un momento storico fondamentale in Italia, quello delle prime elezioni “post”-berlusconiane. Da febbraio prossimo si vedrà se il paese è uscito definitivamente da uno dei suoi periodi storici più bui, ridicoli e umilianti. La ricostruzione della società dovrebbe considerare, in questo processo, anche i diritti richiesti dalla gay community. Il Corriere della Sera, giornale serio ma conservatore, ha dato spazio, sposandone la causa e la filosofia, a teorie arretrate, inconsistenti e finalizzate a mantenere uno status quo inerente alla questione omosessuale italiana, dominata dall’inadeguatezza di una classe politica asservita incapace di interpretare le istanze del paese reale. In una sola parola: dall’omofobia.

Se redattori e articolisti avessero detto, in pratica, che non vogliono i diritti per le persone LGBT perché stanno dalla parte di quel centro-destra magari non proprio (o non più) berlusconiano, ma vicino a Monti e a Casini, ci sarebbero stati antipatici in egual modo. Ma almeno avremmo dato loro il beneficio dell’onestà intellettuale. E invece.

Annunci

Essere un prof di sinistra (e anche gay) oggi: le nuove famiglie

Un metodo di conoscenza che insegnerò sempre ai miei ragazzi, almeno finché mi verrà permesso, ché dati i numeri non è detto che l’anno prossimo sarò riconfermato – questa d’altronde è la destra: togliere fondi alla scuola e alla cultura per creare un popolo di analfabeti pronti a votare chiunque sia in grado di prometterti favole – è il dubbio. E non perché non abbia delle certezze ma, più semplicemente, perché è il dubbio che fa progredire l’essere umano.

Tempo fa lessi un albo di Martin Mystère nel quale uno scienziato scopriva che il mondo era così come gli antichi lo avevano descritto: piatto, sotto una volta chiusa di stelle che altro non erano che fuochi in mezzo al tetto del cielo. E così via. Secondo questo fumetto, quando l’uomo aveva raggiunto tutto il sapere possibile, si era rifugiato nell’ipse dixit aristotelico e aveva creato il medio evo. L’annullamento del dubbio, perché tutto era già stato detto e nulla poteva essere messo in discussione. Quindi una setta segreta aveva cominciato a diffondere menzogne – la sfericità della Terra e l’infinitezza del cosmo, ad esempio – per creare nuovo sapere, per fecondare la mente umana di nuovo dubbio: solo così si sarebbe potuto andare avanti, oltre la barbarie di quei tempi.

Noi, che abbiamo la fortuna di vivere in un universo infinito e in un mondo variegato, non abbiamo bisogno di inventarci bugie per andare avanti. Ci basterà interrogarci sui fenomeni che ci circondano. Analizzarli e, conseguentemente, farci un’idea. Perché il dubbio non è l’incapacità di non sapere che pesci prendere, quanto la facoltà di interrogarsi su una serie di scelte possibili da fare e di pensieri da accogliere.

Dico tutto questo perché, come già scritto altrove, ho deciso di parlare in classe di famiglia e di famiglie. Di un concetto che è fisso è immutabile nella mente di alcuni e che, come dimostrano gli storici, è ampiamente mutato nel corso dei secoli e dei millenni. Poiché, poi, nel resto del mondo si è affacciato il fenomeno delle nuove famiglie, ho deciso di dare rappresentanza anche a queste. Accanto alla famiglia tradizionale – o meglio, tradizionalmente detta – ho citato le famiglie delle coppie di persone dello stesso sesso, le famiglie interreligiose, le famiglie monoparentali, le famiglie allargate e così via.

Prima di arrivare a queste tematiche, ho fatto leggere su un libro dato alla scuola e patrocinato dalla Presidenza della Repubblica, dalla Presidenza del Consiglio dei ministri e dal Ministero dei Beni Culturali: Speak Truth to Power di Kerry Kennedy. In questo libro si parla, e non è un caso (e si badi che la Kennedy è cattolica), di diritti delle persone GLBT. Mi è sembrato un buon punto di partenza per parlare anche di altri fenomeni, quali l’omofobia, la questione transessuale, l’accettazione delle diversità. Il discorso si è poi allargato ai grandi temi etici dibattuti in questi ultimi anni, a cominciare dal testamento biologico.

Durante questi discorsi, sono emerse alcune domande e alcune considerazioni.

Tra le prime ricordo con un certo affetto quella di un ragazzino che mi ha chiesto «professore, ma perché non facciamo i diritti delle persone normali?». Da questa è partito un dibattito su ciò che è normale e su come si fa a considerare normale una varietà tra tutte le altre. Una domanda apparentemente stupida e irritante. E invece, portatrice di un intero mondo da esplorare.

Un altro ragazzo mi ha anche chiesto se io fossi a favore delle “famiglie” omosessuali. Al di là della mia risposta, che non ha senso ripetere, c’è da dire che sono rimasto molto colpito dal fatto che questi abbia usato il termine “famiglia”.

Altri ancora mi hanno fatto notare che «se fossimo abituati a vedere più coppie che vanno in giro mano nella mano non ci faremmo caso. È solo una questione di abitudine.»

In tutto questo diverse volte si è arrivati alla domanda cruciale di quale poteva essere la soluzione a certe problematiche: a cosa arrivare a credere, in buona sostanza. Perché gli studenti e le studentesse ti chiedono questo: una verità assoluta. Ho fatto presente che nessuno deve per forza farsi piacere le “scelte” di vita degli altri, ma che tutti dovremmo portare rispetto per la vita degli altri, pur non condividendola. E ho suggerito loro di interrogarsi a lungo quando sono posti di fronte alla diversità, qualunque essa sia. Per capire se le considerazioni che fanno sono in frutto di un giudizio a priori su una cosa che non si conosce o l’elaborazione di conoscenze e idee su un fenomeno che si è osservato a lungo. Li ho visti, per lo più, assertivi. Alcuni distratti, altri rapiti. Il dubbio per me è questo. Continua ricerca. Il fine, invece, è il rispetto. Le risposte, quindi, arriveranno col tempo. Io cerco di insegnare anche questo.