Daniza e la goccia che fa traboccare il vaso

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l’orsa Daniza e i suoi cuccioli

Cerchiamo di capirci, almeno su un paio di concetti fondamentali.
Il primo: non è solo la storia di un orso, anzi, di un’orsa.
Il secondo: non è un capriccio da animalista o da ambientalista, non è una questione di moda, di puntiglio. Non è per rompervi le palle, in buona sostanza.
Infine: non è che avere a cuore la sorte di un animale e dei suoi piccoli renda meno sensibili verso altre questioni, sicuramente più urgenti e fondamentali per le sorti ultime dell’umanità.

Sì, perché è vero che la questione dell’orsa Daniza ha scatenato lo sdegno di migliaia di persone – diciamo pure: dell’opinione pubblica – e ha lasciato sostanzialmente indifferente l’altra parte. È successo mille altre volte con fatti più o meno contemporanei, dall’ebola all’omicidio di turno, dai marò all’immissione in ruolo dei precari. C’è chi è più sensibile e chi se ne frega. Per cui, il fatto che qualcuno si interessi dell’uccisione di un plantigrado rientra nelle umane cose.

Come dite? L’Isis, la questione ucraina, la strage dei cristiani? E chi ha mai detto che non sono importanti? Solo che, a differenza di Daniza, a occuparsi di queste cose ci sono l’ONU, la NATO, gli USA, l’UE. A occuparsi dei destini di un animale pare esserci solo lo sdegno popolare.

E ancora, diciamocelo davvero, l’assurdità di questa vicenda sta in tutta la sua evoluzione: abbiamo un signore che, contrariamente a quanto scritto e raccomandato da chiunque frequenti i boschi, ha visto i cuccioli di un orso è ha fatto la boiata di avvicinarsi troppo. Quando bastava scappare a gambe levate il prima possibile. Quindi, se poi arriva mamma orsa e fa quello per cui è programmata, non è che poi possiamo lamentarci. Si chiama legge della natura. E non vale o non dovrebbe valere solo per negare i figli ai gay (è una provocazione, sia ben chiaro, visto che sono per tutte le forme di omogenitorialità).

Poi abbiamo un’amministrazione che si mostra, a detta degli esperti, incapace di gestire una situazione simile. Perché ok, l’orsa ha aggredito una persona forse un po’ troppo superficiale e se ne è andata in giro a mangiare pecore. Catturandola cosa speravano di fare? Rieducarla al rispetto delle regole del mondo civile? Un animale selvatico è, per definizione, da selva. Deve vivere nei boschi, in altre parole. A meno che non si abbia la pretesa di insegnargli le buone maniere attraverso l’uso di un buon manuale. E capisco che il nord è pieno di leghisti, ma a tutto c’è un limite.

Infine c’è l’incapacità di chi, per addormentarla, l’ha ammazzata. Con buona pace dei cuccioli che molto probabilmente moriranno. E pazienza se il sentimento di qualcuno – che prima ancora che ecologista, animalista o “animalaro”, come ho letto nei social e in qualche sito un po’ troppo permissivo (strano, eh?) con la vivisezione, è di umana pietà – se ne risente. Ci sono cose più importanti che però, chissà perché, vengono sempre frapposte di fronte a questioni come questa, per poi ritornare nel dimenticatoio.

A me dell’orsa Daniza dispiace un botto, penso si sia capito. E questo non significa che me ne frego di quello che succede in Iraq o in Siria. E se provo umana pietà e decido di palesarlo, è un mio diritto esprimere questo sentimento. E se a qualcuno sembra eccessivo, se si rompe le palle, se sbuffa di fronte a tutto questo, forse dovrebbe considerare l’eventualità, tutt’altro che remota, che lo stronzo è lui. Non venir toccati di fronte all’ennesimo abuso del genere umano rispetto una natura e un pianeta che stiamo distruggendo, forse il problema reale sta tutto qui.

Poi vorrei vedere dove sono queste persone, tutte annoiate dal lamento degli “ambientalisti” – ed io non lo sono, per intenderci ma non considero l’ambientalismo una parolaccia, semmai un valore – quando si tratta di risolvere problemi di ben più grave portata. E non perché io lo pretenda, ma lo dite voi che c’è roba più urgente a cui prestar attenzione. Ebbene, mi chiedo e vi chiedo, dove siete stati voi fino a questo momento di fronte ai mille sfaceli ben più importanti della vita di un’orsa? No, perché non so se ve ne siete accorti, ma il mondo continua a essere una merda nonostante il vostro benaltrismo.

Detto questo e ritornando al discorso di cui sopra: non è solo una storia andata male, una cosa su cui far spallucce. È il risultato dell’arroganza della specie dominante. La stessa che inquina i fiumi, contamina la terra, distrugge le foreste e scioglie le calotte polari. Per questo, di fronte a tutto questo sfacelo – forse altrettanto importante della guerra in medio oriente, soprattutto per i destini ultimi dell’umanità – anche la più piccola goccia fa traboccare il vaso e genera sdegno.

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Parità di genere: il Pd tradisce le donne

La vignetta di Gianfalco

Le donne del Pd non hanno proprio digerito la bocciatura degli emendamenti che avrebbero introdotto, per legge, la parità di genere nelle liste elettorali. Renzi fa spallucce e rassicura: con noi la presenza femminile sarà comunque garantita. Le ex-voci critiche del Pd si accontentano di questa rassicurazione, senza batter ciglio – vero Alicata? – quando il punto è semmai un altro.

Che un partito si doti del principio della parità di rappresentanza – ovvero, tanti uomini quante donne nelle liste – è meritorio per chi opera questa scelta, ma diviene, appunto, scelta privata. Un provvedimento che ha carattere pubblico, quindi una legge dello Stato, non solo sancisce e ufficializza quel principio condividendolo con la collettività (e dovremmo sempre cercare di esportare il lato migliore di noi, soprattuto in politica), ma crea cultura. Se vogliamo, in altri termini, che le donne siano davvero uguali, dobbiamo fare in modo che lo siano di fronte a tutta la cittadinanza e non solo dentro casa nostra. È, per capirci, una questione di democrazia e non di concessioni interne.

La parità di genere è trattata da Renzi – e dal suo partito che però, si badi, l’ha affossata alla Camera – come riserva indiana, come imbellettamento, come atto non di giustizia sociale, ma di dar bella prova di sé: loro la fanno, ma dentro il loro recinto dorato, perché è così che funziona a casa loro. Ma quando si tratta di esportare quel modello, si devono fare i conti coi bisogni di Berlusconi e Alfano. Non più democrazia, ma paternalismo: che per questioni quanto meno etimologiche, va proprio in direzione contraria a quel principio di rappresentanza che si ostenta, ma che non si applica realmente.

Faccio notare, infine, che la cosa ha indignato le deputate del nostro Parlamento, ma non dovrebbe stupirle più di tanto. Per anni, con la questione LGBT, il Pd si è comportato nello stesso identico modo: ha promesso (anzi, ha per lo più ha vagheggiato), per poi fare l’esatto opposto (e quindi, per non fare nulla) di quanto aveva garantito.

Non è un caso, a ben vedere, che il maschilismo sia l’ingrediente primario dell’omofobia. Adesso, che il Pd fosse un partito omofobo, non c’era molto da dire. Che fosse anche una realtà maschilista era una precondizione evidente. Lo stupore, quindi, non lo capisco proprio. Semmai mi stupisce come persone LGBT e donne lavorino per portare avanti un progetto basato, con ogni evidenza, solo sull’ipocrisia.

Scandalo Calderoli-Kyenge? La solita ipocrisia all’italiana

Capisco e non capisco lo scandalo per Calderoli su Kyenge.

Capisco lo sconcerto perché, come dice giustamente Lia Celi nel suo profilo di Twitter, «in qualunque Paese civile se un politico con cariche istituzionali avesse parlato come Calderoli ora al suo posto ci sarebbe un cratere».

Non capisco perché non so cosa ci sia da aspettarsi da un elemento simile. Di certo non citazioni su Socrate e commenti di spessore in merito alla lettura di Voltaire. È stato anche il creatore del cosiddetto porcellum, che da anni ha consegnato l’Italia all’ingovernabilità o alla mercè del cavaliere e del suo entourage. Ed è pure omofobo.

Il dramma, riprendendo Celi, sta nel fatto che l’Italia non è un paese civile. È il paese che ha eletto ripetutamente un personaggio politicamente squallido come Silvio Berlusconi. È un paese, il nostro, che non riesce a produrre una sinistra semplicemente degna, prima ancora che degna di questo nome. È un paese in cui si obbedisce ciecamente al capo di una monarchia assoluta straniera – per i duri di comprendonio e con qualche problema in geografia: il papa e il Vaticano – in materia di diritti civili. È il paese in cui si accoltellano i gay per strada senza che il Parlamento abbia un sussulto in merito, che brucia scuole (con lo sdegno di quella stessa classe politica che distrugge l’istruzione non con la benzina ma con i tagli), che lascia emigrare cuori e cervelli.

In questo contesto, il razzismo di un membro della Lega, che è un partito razzista, dovrebbe essere “accettato” come in certi paesi del terzo mondo è abitudine prendere il mitra in mano quando questa o quella fazione perde le elezioni che sperava o pretendeva di vincere.

Tuttavia, poiché salviamo almeno le apparenze o perché si è razzisti a corrente alternata (e vi rimando ai numerosi articoli su rumeni, senegalesi e nazionalità varie da appiccicare a questo o quel crimine, sulle pagine di cronaca nera), gli insulti alla ministra del Pd ci sconvolgono. Giustamente, almeno se applichiamo il giudizio su quel piano teorico per cui certe manifestazioni vanno sempre condannate. E sappiamo che non è così.

Il Partito democratico, infatti, contava e conta tuttora al suo interno esponenti che nei confronti delle persone LGBT usa(va)no teorie non meno rozze nella valutazione dell’umanità della categoria in questione. Forse certe argomentazioni, ma chiamiamole anche e serenamente “insulti”, sono meno volgari, ma converrete con me che ci vuole poco, congiuntivi alla mano, ad esser meno peggio di un leghista sul piano dell’interazione civica. Estrema destra a parte, va da sé.

Eppure considerare milioni di gay, lesbiche, trans, ecc, alla stregua di malati di mente (cit. Binetti), mostri di egoismo (cit. Bindi e D’Alema), capricciosi e superficiali (cit. componente cattolica tutta del partito) non è meno pesante del paragone tra un essere umano e un primate.

Il Pd si sconvolge per il razzismo solo perché il suo azionista di maggioranza oltre Tevere ha da tempo ritenuto di dover ritirare il suo endorsement alla schiavitù, con cui giustificò l’intera politica sudamericana di Spagna e Portogallo dal ‘500 in poi. Non essendo più palesemente razzista, la chiesa non ha bisogno del disprezzo per neri e etnie altre per esercitare il suo potere coercitivo. Il Pd, dunque, ha gioco facile a essere unanime, per una volta, nella condanna alle parole di Calderoli.

Poiché invece il Vaticano ha ragion d’essere, per il controllo sociale, nel mantenimento dell’omofobia – e bisogna capirli: dopo aver fatto fuori dal suo elenco neri ed ebrei, gli rimangono solo i “froci” – il gruppo dirigente dell’ex maggior partito dell’opposizione al berlusconismo, con cui ora va bellamente a braccetto e al governo contro giudici e democrazia, non può e soprattutto non deve avere una voce unanime contro il disprezzo nei confronti della gay community italiana. Almeno per i prossimi quattrocento anni (che poi è il tempo standard che impiega la chiesa per capire quanto possa aver sbagliato nella valutazione dell’ovvio).

Per tutte queste ragioni, dunque, capisco e non capisco quello sdegno. Lo capisco, perché nel mio intimo mi appartiene. Ma non lo capisco perché, politicamente parlando e fatti alla mano, mi sembra solo una delle tante ipocrisie che contraddistinguono il nostro paese.

Perché non dobbiamo essere cristiani (e men che mai cattolici)

Diciamocelo chiaramente: il cristianesimo tutto, a cominciare dalle parole del suo caposcuola è un’immensa infinita mistificazione.

Ci riflettevo in queste festività di Pasqua. Cos’è questo messaggio se non un tentativo estremo di rinnegare il dolore di vivere? E come avviene questo tentativo di superamento? Attraverso un processo psicoanalitico continuo e costante di negazione e rimozione.

In primo luogo: noi ci rifacciamo a una cultura dalla quale oggi prendiamo, nei fatti, le distanze. La cultura semitica mediorientale di tipo abramitico, dalla quale discendono sia l’ebraismo, che è il capostipite delle tre religioni monoteiste, sia l’islam. L’uomo occidentale ha sempre avuto orrore di queste due culture eppure poi ha costruito un sistema di valori, sempre costantemente disattesi, proprio su quell’insieme di credenze. Non c’è differenza culturale tra il tentativo di lapidazione dell’adultera e le esecuzioni che oggi abbiamo in certo mondo musulmano. C’è un’assoluta continuità logica e storica tra la leggenda di Sodoma e Gomorra e la smania tutta giudaica della perpetuazione della specie, da una parte, e della riduzione della sessualità a procreazione da parte dell’attuale cultura cattolica.

Siamo uguali, nel nostro DNA culturale, a quelle civiltà che di fatto poi – in quanto “bianchi” – detestiamo, per ragioni storiche e politiche precise. E poi ci si chiede come mai l’occidente sia popolato da un così alto numero di spappolati mentali.

Secondo poi: ma davvero continuate a vivere nell’illusione che il messaggio di Cristo sia davvero di amore e di pace? Se quello che dicono i Vangeli è vero, Gesù di Nazaret ha semplicemente preso atto della violenza dei suoi tempi, condannandola. Ma questo non è amore, questa semmai è logica. “Storicamente” parlando era un personaggio scomodo, interno a quel sistema, poiché rabbino, e quindi fatto fuori per bestemmia e eresia (sosteneva di essere il messia). Ma il suo stesso messaggio non era di superamento di quel mondo, bensì di rassegnazione, in previsione di qualcosa di migliore che, guarda caso, non poteva essere tangibile se non in una dimensione auspicata.

Di fatto, poi, la fede che ne è scaturita si basa sull’apologia di un sacrificio umano, cruento e crudele, per salvare un’umanità viscida. Stiamo parlando di una religione che “mangia” il suo dio, che si basa sulla simbologia della carne e del sangue e pretende lo stesso sacrificio dai suoi fedeli. Potremmo sintetizzare il tutto con: sei degno di “pace” solo se prima soffri come un cane. In quest’ottica anche un’aspirina è bestemmia ma non mi risulta che nessun cristiano che si rispetti (e anche molti che non andrebbero nemmeno salutati) rinunci all’anestesia dal dentista.

Il cristianesimo, in altri termini, è irrealizzabile proprio perché consustanzialmente ipocrita: predica ciò che l’uomo non vuole. E le ragioni della sua irrealizzabilità stanno proprio in quel doppio processo di negazione – non vogliamo soffrire, ma non riusciamo a trovare la soluzione del problema del male del mondo – e di rimozione – si proietta tutto quel male su uno solo, con l’illusione che quell’uno paghi per tutti, costruendo un sistema di valori su una cultura che però aborriamo, intimamente.

Poi certo, qualcuno obietterà che almeno lessicalmente parlando nella predicazione di Gesù c’era spazio per termini quali “misericordia”, “speranza”, “pace”, ecc. Ma signori mie e signore mie, non vi viene il dubbio che l’anelito per un mondo migliore – dove appunto si soffre di meno e si gode di più – non sia altro che un bisogno primario dell’uomo e che quel signore non abbia inventato proprio niente di nuovo?

Il mondo è pieno di fulgidi esempi di generosità e di gentilezza. Ma se ci costruissimo una religione, per ognuno di questi, avremmo più templi e chiese che piastrelle per marciapiedi. E le chiese che abbiamo già sono abbastanza ingombranti. È innegabile. Questo almeno.

Una volta di troppo

Ho appena finito di leggere la proposta di legge popolare sulle unioni civili presentata da vari esponenti di partito LGBT – Concia (Pd), Zan (SEL), Grillini (IdV), ecc. – e cercherò di mettere in luce i miei dubbi e le mie perplessità, assieme a quelle che possiamo definire dei punti di forza della proposta stessa.

Tra gli aspetti positivi trovo la valenza pubblicistica delle unioni. Esattamente come il matrimonio, anche per gli istituti più blandi, sarà lo Stato, attraverso un suo rappresentante, a sancire la legittimità giuridica davanti alla legge delle unioni delle persone LGBT.

Bene anche la piena equiparazione dei diritti e dei doveri analoghi a quelli matrimoniali.

Concorde con Alicata, dico inoltre che se questo testo fosse quello che venisse approvato in parlamento, oggi o nella prossima legislatura, dall’attuale classe politica – quella che ha dentro i Fioroni, le Bindi, i D’Alema, certi nominati dell’IdV, Vendola stesso et alii – la considererei una mediazione accettabile.

Siamo in Italia, terra di tutte le ipocrisie. E ipocritamente direi loro: va bene. Se volete essere presi in giro, vi prendiamo in giro, in vista della prossima battaglia, quella che dà un nome alle cose per quello che sono.

Eppure.

Questa è una proposta di legge che non arriva come fine ultimo di un processo di mediazione tra chi vuole giustizia (noi) e chi vuole omofobia e l’attuale apartheid giuridico (la classe politica di cui sopra). No, questa legge arriva da chi, almeno a parole, si propone come portatore/portatrice delle nostre istanze dentro il parlamento. E quelle istanze, in questa legge, zoppicano. Zoppicano nel metodo e nel merito.

Anna Paola Concia mi ha personalmente scritto: «che ne sai che il movimento non è stato coinvolto?», in risposta ai miei dubbi sul fatto che le associazioni, almeno da quello che si legge in giro, non erano state interpellate in merito a questa iniziativa. Ne consegue, quindi, che alcune sono state coinvolte, altre no. Il risultato? L’ennesima spaccatura. Sarebbe interessante, a questo punto, capire quali raltà erano state avvertite e perché non si è creato un dibattito che portasse la proposta stessa ad avere un evidente e chiaro avallo associativo. Così, giusto per darle più forza.

Riguardo ai contenuti, molti sono i dubbi. Ho appena partecipato a un convegno dove ho portato una comunicazione sul linguaggio omofobico dei nostri politici. Un dato che è emerso è quello della confusione delle parole usate, o l’omissione di altre. Dico questo non certo per tacciare di omofobia i promotori e le promotrici della proposta di legge, perché è ovvio che non lo sono. Ma quella confusione rimane. Si crea un contenitore che abbia gli stessi elementi del matrimonio, ma non lo stesso nome. Voi berreste mai del latte in un cartone per le uova? Eppure, vi direbbero, è latte… Il principio è sostanzialmente questo.

Il movimento si è accordato, dopo anni di divisioni, per promuovere il matrimonio. Questi rappresentanti del triciclo del centro-sinistra, invece, sono tornati indietro al 2000. Quando si chiedevano i PaCS. Matrimonio, per tutta l’Italia, ha un significato specifico. PaCS no. PaCS ricorda i DiCo, che ricordano i CUS, che ricordano il niente attuale.

Ci ripropongono di nuovo la politica dei piccoli passi. E, attraverso questa, una legge che ha tre istituti. Unione civile, PaCS e DiCo. Tutti in un’unica soluzione. Cui prodest?

Mi chiedo, e chiedo loro: arrivare in parlamento con una proposta di legge popolare, che si sommerebbe ad altre già depositate, è utile? Si hanno buone speranze che questa e altre vengano approvate? Qual è la ricezione del testo da loro presentato dentro ai rispettivi partiti? Non c’è il rischio che dei tre istituti si veda riconosciuto solo quello più blando, per di più dentro la strettoia dei contratti privati? E se questo dovesse avvenire, ci diranno ancora “meglio poco che niente”?

Io credo, invece, che tornare indietro alle unioni civili quando il movimento chiede il matrimonio – anche di fronte a una situazione internazionale favorevole – è il più grosso regalo che si poteva fare ai partiti. E tra un anno, ricordiamocelo, si torna alle urne.

Ragazzi/e, non ci siamo per niente! Non possiamo essere noi, rappresentanti, o presunti tali, della galassia LGBT dentro i partiti a portarvi dentro elementi di discriminazione linguistica e giuridica. Con le parole creiamo la realtà. Con la legge la regoliamo. Avete, cari amici dentro SEL, Pd e IdV, creato una legge che ha espulso la parola “matrimonio”. La realtà che presentate di fronte ai vostri capi è questa: i gay e le lesbiche si accontentano di “poco”, perché meglio “poco” che “niente”. E siccome il poco può ridursi all’infinitamente piccolo non è escluso che, se mai si partirà dal vostro testo, si arriverà a meno ancora. I DiCo docent…

Personalmente non posso avallare questa scelta. Non mi rappresenta e mi sembra offensiva di un intero percorso politico. Per questa ragione non apporrò la mia firma per la petizione in merito e inviterei a un confronto tra partiti e movimento per arrivare a una proposta più forte, più condivisa, meno rappresentativa del gioco al ribasso.

Gay e scout: vivi e lascia vivere, ma nell’ipocrisia

Qualche anno fa, invitato al Maurizio Costanzo Show, Gianfranco Fini, fresco di doppiopetto ma ancora fascista nell’animo, dichiarò, pensando per altro di dire una cosa sensata, che a parer suo un gay dichiarato non avrebbe dovuto fare il maestro. Su di lui si abbattè lo sdegno non solo dei presenti in sala ma anche di una fetta importante della società civile. A ragione, diremmo oggi, col senno di poi, visto che anche lui, vent’anni dopo quelle dichiarazioni, ha maturato un mutamento di rotta tale da essere considerato addirittura gay-friendly.

Di ieri, a berlusconismo morente, o così parrebbe, l’Agesci, l’associazione degli scout cattolici italiani, ha ribadito, in un seminario apposito, la sua ferma contrarietà all’omosessualità in quanto tale, considerata una grave perversione. Chi è omosessuale, in altre parole, è oggettivamente disordinato. E se sei un giovane scout che pensa di essere gay, per te c’è lo psicologo, che deve farti guarire.

Ma c’è un ma. Se non lo dici, nulla vieta che tu possa fare il capo scout.

Anche in questo caso, la società civile degna di questo nome – e non soltanto i gay, si badi – si è indignata profondamente. Viviamo in un ventunesimo secolo in cui le conseguenze affettive della natura umana, non una ma molteplice, non dovrebbero più essere oggetto di discriminazione, di incitamento all’odio e alla violenza. E invece.

L’Agesci, ovviamente, ha fatto, per quel che riguarda i suoi capi e la sua filosofia, un passo avanti. Coi ritmi di santa romana chiesa, naturalmente. La stessa, per intenderci, che quattrocento anni dopo la sua morte ha dato ragione a Galileo. Viene da pensare che se questi sono i tempi d’attesa, nel XXV secolo i gay cattolici potranno sposarsi all’altare. Ma noi non abbiamo tutto questo tempo, per cui ci limiteremo a pensare che se nella Bibbia i sono scritte bugie, inesattezze e falsità sulla struttura del sistema solare, nulla vieta che anche altri episodi siano stati riportati in maniera errata. A cominciare da Sodoma e Gomorra, visto che tutto nasce da lì.

Sia ben chiaro: non sta a me e a nessuno dei/lle non credenti stabilire in cosa debbano credere i cattolici. È un problema interno alle loro coscienze e a una religione che fa acqua da tutte le parti, a cominciare dalla Genesi, per non parlare del Levitico, fino a san Paolo e al suo amore “incondizionato” verso l’universo femminile (e non a caso il cattolicesimo è profondamente misogino).

Se un genitore cattolico si sentirà a posto con la coscienza mandando il figlio da un capo scout che sarà obbligato a non dichiararsi, pena l’espulsione dal gruppo, e vivere in una congrega profondamente ipocrita – il convegno dell’Agesci ci insegna sostanzialmente questo, vivi e lascia vivere purché nella menzogna (e dentro un certo utilitarismo) – è un fatto privato che merita, paradossalmente, e in nome del relativismo che tanto è disprezzato da Joseph Ratzinger, rispetto. Pur non condividendolo, va da sé.

La cosa che mi stupisce è lo stupore di parte di quella società che guarda alle cose d’oltre Tevere e delle sue diramazioni nel mondo dei giusti – o dovremmo dire dei “normali”, a tal punto?

La chiesa cattolica, a ben vedere, è la stessa organizzazione del Crimen solicitationis, il documento che obbligava al silenzio le vittime degli abusi sessuali da parte dei sacerdoti sui minori e che consigliava, pena ogni ipotizzabile scomunica, i preti onesti a far finta di non vedere.

Purché non si sappia, è il senso dell’azione di questi signori nel mondo. Si coprono i preti pedofili? Non sarà un problema obbligare ai capi scout a tacere sul loro coming out. D’altronde, se sono capaci di tollerare un crimine odioso – la violenza su bambini e adolescenti – saranno in grado di accettare, sempre nel silenzio, un atteggiamento umano (e mai criminale), come l’omosessualità, spacciata per peccato.

Ma per favore, ribadisco, non stupiamoci. Fanno esattamente il loro lavoro.

Il sapore che resta – Lettera a Gesù Cristo nell’anniversario della sua morte

Caro Gesù, diciamo che oggi per te è un anniversario importante. Quasi duemila anni fa, infatti, cominciava il tuo calvario: ti avrebbero messo in croce, avresti assolto tutti i peccati del mondo e, secondo il mito, sarebbe cominciata la nuova era, la fine dei tempi, l’inizio del regno di Dio.

E invece.

Venti secoli dopo il mondo non è migliore rispetto a quello che avevi immaginato. La società non crede più in troppe divinità, ma in una sola. Il potere. E questo ci ha reso, tutti e tutte, molto meno liberi di un tempo. Poi qualcuno, quel potere, lo chiama Dio, qualcun altro denaro, altri ancora conciliano egregiamente tutte e tre le cose – hai presente il concetto di trinità, no? – ma la sostanza non cambia.

Il popolo che preferì Barabba a te è sempre lo stesso. D’altronde, discendiamo dai nostri antenati. Non si è ben capito perché dovremmo essere migliori di chi ci ha preceduto, soprattutto quando la psicoanalisi ci insegna che riproduciamo, in modo più o meno conforme, i modelli che ci hanno educato. Ognuno è ciò che mangia, se vogliamo usare una metafora.

Certo, qualcosa è cambiato: non schiavizziamo più i neri in tuo nome. Le donne possono sedere a consesso con gli uomini nonostante i divieti di san Paolo. Pensa, se studiano e cercano di essere libere pensatrici non le si brucia nemmeno! Ma tanto per non perdere il vizio, siamo ancora razzisti – dal Ku Klux Klan alla Lega Nord, sai quanto orrore, caro Gesù? – siamo sessisti (hai mai guardato un reality o la pubblicità delle mozzarelle?) e, soprattutto, della Bibbia abbiamo dimenticato molte cose, a cominciare dal tuo invito alla povertà più pura – sei mai stato in Vaticano? – però Sodoma e Gomorra ce le teniamo ben strette e allora ce la prendiamo contro al frocio di turno. Di recente, nel Regno dei Cieli, avrai conosciuto persone come Matthew Shepard o Daniel Zamudio. Uccisi, entrambi, perché gay.

Ma se vogliamo, queste sono bazzecole, almeno di fronte ad altre chicche dell’umanità, come le guerre, la distruzione sistematica dell’ambiente in cui viviamo, il costante calpestare i diritti di miliardi di uomini e donne, con le dittature, il mercato, l’indifferenza…

Come facciamo a vivere, di fronte a tutto questo? Basta poco. Nel mio paese, ad esempio, è sufficiente appendere nelle scuole e negli uffici pubblici una statuetta di te, morente – dimmi tu se questo non è cattivo gusto – fare la comunione una volta l’anno e continuare a fottersene bellamente di tutto il resto. La coscienza ne vien fuori integra e pulita, almeno all’apparenza. Ma l’anima?

Per questo mi chiedo, io che non credo, ma che ho abbastanza stima di te da pensare che, anche qualora fossi solo un mito e non un personaggio realmente esistito, hai detto cose abbastanza fighe e rivoluzionarie per i tempi che hai vissuto, se ne è valsa la pena. Se ogni chiodo e ogni tortura che ti hanno attraversato il corpo non siano state un prezzo troppo oneroso, di fronte all’ipocrisia di chi oggi protegge criminali pedofili, va a braccetto con le dittature, vuol tenerci attaccati contro voglia a un respiratore e ci impedisce di amare al meglio delle nostre facoltà. E non sto parlando solo del tuo fan club. Se guardi bene, ho già scomodato tirannidi e distruzione di uomini e donne, animali, pianeti interi.

Era questo che volevi, quando hai deciso di affrontare il supplizio di una croce che ci assomiglia sempre di più? Perché a volte ho l’impressione di assomigliarti maggiormente io, gay, “peccatore” (se mai tale parola dovesse avere un significato qualsiasi), imperfettissimo e ferito dalle circostanze e da un’incontenibile bisogno di assoluto e di verità, che tutti coloro che dicono di parlare a nome tuo.

E allora, mi chiedo ancora: ma davvero sei morto e risorto e lasciare tutto in mano a certa gente, senza intrometterti più, senza dare un segno di disapprovazione, senza far capire che davvero da duemila anni a questa parte hanno sbagliato ogni cosa? No, perché davvero, io ci crederei pure in quella storia dell’amore e del suo abbraccio ad ogni creatura che c’è. Ma il tuo silenzio, in tutto questo tempo, e scusami se te lo dico, mi sa davvero di una prova troppo evidente per convincermi del fatto che forse sei una bella favola: dolce, tragica, senza speranza. E nulla più. Perché è questo il sapore che alla fine resta in bocca.

Per cui, anche se a me non piace, perché mi piace avere sempre ragione, se volessi smentirmi, ecco… per una volta non mi offenderei. Lo prometto. E ti prego di credermi.

Oggi su Gay’s Anatomy: “Orgoglio e pregiudizi”

Leggo sempre più spesso critiche ingenerose, ai limiti dell’omofobia interiorizzata, da parte di persone GLBT che bollano il pride come inutile manifestazione carnascialesca.

Questa gente punta il dito contro le nudità esibite, addossando la colpa del mancato riconoscimento dei diritti civili alla presenza (e all’esistenza) di sculettamenti e delle trans alle feste dell’orgoglio gay.

È davvero così? E come mai questa gente è la prima a pubblicare, sui propri profili – Facebook, Twitter, ecc – bicipiti e pettorali in bella mostra? Ne parliamo nella puntata di oggi di Gay’s Anatomy!

Matrimoni gay: per la chiesa è peccato, per la democrazia è diritto

Oggi su R2 di Repubblica si può trovare uno speciale sul matrimonio e l’estensione dei diritti alle coppie gay e lesbiche. Tra gli articoli proposti, vi è un pezzo molto interessante di Stefano Rodotà che fa notare due aspetti fondamentali della questione omosessuale italiana.

Il primo: con la sentenza 138/2010 la Corte Costituzionale ha dato rilevanza giuridica alle unioni omosessuali. In altre parole, la corte suprema italiana ha stabilito che l’amore tra due uomini o tra due donne rientra nei principi salvaguardati dalla Carta fondamentale del diritto italiano. Su questo c’è poco da discutere, bisogna solo prenderne atto.

Il secondo: nonostante la sentenza, il parlamento continua a far finta di nulla, imprigionato tra la prudenza di una sinistra incapace e il fondamentalismo e la violenza ideologica di un centro e di una destra altrettanto incapaci di cogliere il dato del presente.

E il dato è: la società è cambiata, profondamente. L’omosessualità non è una malattia, non è una perversione, non è un vizio. Chi crede ancora queste cose si appella a un testo epico-letterario che prevede la morte per chi mangia crostacei o per chi rivolge la parola a una donna con le mestruazioni.

Questa è la distanza tra il paese reale – dove è ormai norma che eterosessuali e non eterosessuali convivano pacificamente – e il palazzo, unitosi contro natura con santa romana chiesa e tradendo il principio di laicità dello Stato.

Intanto, mentre la situazione italiana ci ricorda sempre di più certa subcultura che ci rende più vicini all’Iran e all’Arabia Saudita, in tema di diritti civili, negli USA un altro stato – il Maryland – ha aperto le porte al matrimonio per tutti. Proprio in virtù del fatto che la Costituzione americana concede il diritto alla felicità a tutti i suoi e le sue abitanti. Se due donne o due uomini, perciò, per essere felici vogliono sposarsi, secondo quanto stabilito dalla legge, devono poterlo fare.

Questo passaggio è fondamentale. Perché ci fa capire due modi di vedere le cose totalmente all’opposto.

Per le religioni, infatti, l’amore, in qualsiasi sua forma, è sempre peccato. E non lo è solo se subordinato alla procreazione, che è conseguenza e non presupposto del sentimento.
Per la democrazia esso è un aspetto del diritto alla felicità. E da quel diritto può scaturire ogni altra cosa, vita inclusa.

A noi, poi, la scelta tra i dettami di una superstizione qualsiasi o la ricerca della parte più vera di cui siamo capaci.
Allo Stato, invece, il dovere di metterci in grado di operare questa scelta.

Pensieri sparsi sulla bocciatura della legge antiomofobia

La bocciatura della legge sull’omofobia e sulla transfobia non deve sorprendere nessuno. Questo parlamento è composto, dobbiamo ricordarlo, da una banda di nominati che hanno a cuore due questioni: il mantenimento dei privilegi di specifici attori sociali (da parte di UdC e Lega, in particolare) e la tutela a spada tratta delle sorti giudiziarie del premier (la ragion d’essere del PdL).

In tale contesto tutto italiano – per di più aggravato dalla tara della natura politica del governo in carica e di buona parte delle opposizioni – devono stupire, semmai, provvedimenti presi a beneficio della collettività al di là di ideologie settarie.

Ciò che è successo ai danni della comunità GLBT è oggettivamente grave. Questo parlamento non è in grado di elaborare neppure una legge per lo più simbolica, o per malafede dei nostri parlamentari, o per manifesta omofobia, o per inadeguatezza politica degli stessi nei confronti dei tempi moderni.

Per Buttiglione, Lussana, Pecorella e i rispettivi partiti di riferimento – in realtà motori e produttori di omofobia e transfobia e relative discriminazioni – a parole grave è ogni aggressione ai danni di un gay. Nei fatti nulla si fa per mandare segnali concreti al paese. E i simboli, a volte, servono anche a questo.

Eppure, anche in questa orribile vicenda, ci sono alcuni aspetti positivi che non possono essere taciuti.

In primo luogo: la discussione sulla legge ha permesso alla questione omosessuale di essere ancora presente sui giornali, nonostante la catastrofe dei DiCo che sembrava aver cancellato l’argomento dalle agende politiche dei partiti e dalle prime pagine dei giornali. Onore all’onorevole Concia per aver determinato l’attenzione sull’argomento.

In secundis: i partiti, che oggi si dicono sconcertati e sconvolti dal voto della maggioranza e dell’UdC, dovranno dimostrare coi fatti la loro apertura verso la questione omosessuale. Questa critica va rivolta, in particolar modo, al partito democratico per le ragioni che tutti sappiamo.

Ancora: si apre la questione delle alleanze. Il voto di ieri ha permesso alle sinistre, interne ed esterne ai vari partiti presenti in parlamento, di chiedere la testa di Casini e dei suoi scagnozzi. Un partito di sinistra, moderno, europeo e riformista, non può allearsi con estremisti cattolici, integralisti e palesemente omofobi. Ne vale, come dice giustamente Marino, non solo la credibilità sul piano della politica contingente ma anche su quello dell’idea di società.

Infine: quest’ennesima sconfitta dimostra che la politica delle mediazioni al ribasso è assolutamente fallimentare. Dai PaCS si è passati ai DiCo e poi al nulla. Dal reato di omofobia si è passati alle attenuanti generiche e, di nuovo, al nulla. La comunità GLBT, interna ed esterna ai partiti, deve lavorare per richiedere, in modo unitario e inequivocabile, il massimo su ogni questione. Chiedere 100 per ottenere almeno 50. È sempre qualcosa in più dello zero attuale.

A tutto questo si aggiungano due critiche.

La prima, per di più feroce, va rivolta alle associazioni di settore. Ieri, di fronte a Montecitorio, poche decine di manifestanti. Un provvedimento così importante, su cui si lavora ormai da diversi anni, avrebbe dovuto riempire la piazza. Occorreva preparazione, dedizione, spirito di sacrificio. Per il momento, non mi pare si sia andati oltre a generiche minacce di outing peraltro ancora inapplicate. La politica GLBT rifletta, e seriamente, sulla propria inconsistenza.

La seconda, amara, alla componente eterosessuale della popolazione, dei movimenti, dei partiti, della cosiddetta società civile. Tolti pochi casi, si ha l’impressione che anche da quelle file ci sia una solidarietà più sbandierata, tramite comodi comunicati, che dimostrata. Salvo poi accorgersi, possibilmente davanti una telecamera, che i gay esistono quando vengono accoltellati.

Si è capaci di fare manifestazioni interassociative per i precari, le donne offese dal premier, i diritti dei lavoratori. A queste manifestazioni il mondo gay partecipa. Sempre. Sarebbe bello che venisse restituito il favore. Fosse non altro per dare prova che si è davvero diversi da chi è culturalmente più vicino a Svastichella che a Obama.