Una risposta che non arriva

autumn-leaves-fall-wood-fallen-leaves-dead-leaves-2560x1440Il vuoto è quello spazio bianco che hai dentro e ti fa pensare alla morte. Alla dannazione dell’anima, mentre sei ancora in vita. Quando pensi: e se finisse tutto adesso, quale sarebbe stato il senso di tutti questi giorni? Delle opinioni su quella terrazza lontana, delle notti di risate perpetue, dello scoprire la turnazione delle foglie e della speranza accesa? Lo stesso suono di una risposta che non arriva.

Il vuoto lo riempi o ti divora. E allora mangi, vivi a mille all’ora, fai troppo sesso, ti lasci dietro scarpette di lattice che nessuno reclamerà per proporsi come principe dei giorni a venire. È scivolare verso la perdita di senso, non riconoscere più le grammatiche interiori che altrimenti chiamiamo vita, quotidianità, amore. Perché se è vuoto, a un certo punto ritorna, come il buco allo stomaco e all’anima. E a dispetto di tutta la tua bulimia, alla fine si nutre di te.

È, il vuoto, quella distanza interiore che permette, per capriccio o paradosso, a qualcun altro di trovare posto. In riva a uno specchio d’acqua, mentre l’autunno fa cambiare colore alle cose, col libro in mano e la testa tra le nuvole. E quella stretta, che tanto ti somiglia, dentro il petto.

Il percorso

Oggi ho capito che la mia dimensione totalizzante, nel senso di approccio pieno a un’autodefinizione della propria identità, sta nella ricerca militante. Nel produrre cultura per cambiare questa società. Credo sia questo il mio destino. E per questo, ogni strada alternativa diventa deviante rispetto al mio io. Dovrò lavorare perché il sogno diventi la mia quotidianità.

Adesso io non so se è un destino eroico quello di chi per assomigliare all’idea che ha di se stesso, e quindi per essere autentico, deve passare attraverso il sacrificio o se tale valutazione è un retaggio di una cultura millenaria, di tipo “cristiano”, per cui ci aspetta un premio finale dopo un percorso di accidenti e di riconsiderazioni. Io propendo per l’idea che bisogna essere felici ogni adesso possibile, per quanto possibile, per vivere la propria vita dentro l’ambito della piena dignità.

Eppure, per adesso, mi conforta il fatto di avere ritrovato una direzione, qualcosa in cui credere. Anche perché ho letto da qualche parte, in un luogo tra i più improbabili, che l’essere umano è l’unica specie incapace di fare qualcosa se non ci crede davvero.

Io ho trovato una strada. E qualcosa in cui credere. Adesso devo trovare la forza e il coraggio. Ed è difficile, perché il rischio è il fallimento. Ma almeno potrò dire di non aver gettato la spugna. Almeno quello.

Elfi molto cattivi…

iocattivo

Mi fu detto: ragiona con il cuore;
ma il cuore, come la testa, è un’inutile guida. […]

Ho udito molti anni di parole, e molti anni
dovrebbero portare un mutamento.

La palla che lanciai giocando nel parco
non è ancora scesa al suolo.

Dylan Thomas.

Image by Anna “Nim” Borello

Pars destruens

Buoni propositi per le prossime quarantotto ore.
Imparare a non avere più vergogna delle mie fragilità.
E a chiedere più affetto, se necessario.

Poi, ovviamente, c’è anche la pars destruens.
Lavoro, salute, amore…
Mai più scuola.
Pompe col preservativo.
Parole a un unico grado di interpretazione. Perché se dici che mi ami, vorrà dire che mi ami. Da lì in giù, insomma…

Non penso di chiedere troppo. Penso solo di chiedere tutto. A trentanove anni è un mio diritto.

E se è per questo, sono uno di quelli che delle Quattro stagioni di Vivaldi ama l’inverno. Ma poi, nella vita, là fuori, preferisce i mesi da marzo a giugno. L’estate acceca. E il gelo mi paralizza.

Perché sono bilancia, ho due piatti nell’anima, sono doppio. A volte pure spezzato, in due. Scisso. E mi ricucio, da solo. Ogni volta. Perché ho imparato che nessuno ti salva. E ti salvi, sempre e solo, da solo. Questa è la lezione assoluta, per questo ciclo di vite.

Insomma, oggi è una di quelle giornate in cui sento il bisogno di resettare tutto. Cestina, svuota e ricomincia tutto da capo. E quel che è bello, è che non c’è nemmeno un perché.

Il gioco dei “devo esteriori”

Il fatto è che lo so.

Non è questo il mio destino. Mi adagio, per adesso, su questa manciata di giorni per trarne il massimo beneficio possibile. Anche se questo non mi rende felice. Perché – lo so – sto vivendo una vita decisa da altri.

Io non sono un “prof”.
Io non sono il bravo ragazzo con lo sguardo spaventato.
Non sono colui che abbassa gli occhi per dire sì, anche quando non è vero.
Non sono il risultato della menzogna a cui ho creduto da sempre (tu-non-meriti-amore).

Tutto questo mi è stato costruito addosso, in quel gioco crudele e sanguinoso dei “devo esteriori”.

Devo essere bravo.
Devo essere più maschile.
Devo essere più magro.
Devo essere ciò che non sono.

No.

Adesso aspetto, perché è difficile camminare con le tue gambe quando ti han sempre fatto credere che non sei bravo nemmeno a zoppicare. Figurarsi correre, via. In mezzo a ogni cosa, verso la propria direzione.

E allora aspetto quella folata di vento, folle, sano, benefico. Quell’oltre che romperà il castello di paglia che è la mia casa. E disperderà, come i coriandoli di un carnevale triste, questi giorni non miei.

E sarà di nuovo il caos. Ma sarò, in quel momento, io, davvero. Solo io. Per davvero. E se a qualcuno non piace, beh…

Trentasette

E adesso che tutto cambia, tutto appare come è sempre. Da sempre.
Adesso che dai un nome alla luce dei giorni, che non riconosci le strade che navighi quotidianamente e che un tempo ti erano amiche, ti erano amanti.
Adesso che il tempo non è indulgente, adesso è arrivato il tempo.

Di smettere di praticare il dolore, per capire che il dolore fa male.
Di smettere di credere che basta un abbraccio che arriva quando meno te lo aspetti per credere che tutto sia definitivamente cambiato.
Di smettere di credere che verrà il principe azzurro, fuxia o marrone-merda che ti salverà e ti porterà via da qui. Perché solo tu puoi salvarti, per andare in ogni altrove.
Di smettere di guardare al passato come l’unica occasione possibile. Di sentirti senza una direzione anche se la direzione, in fin dei conti, non c’è.
Di smettere di smarrire, un poco alla volta, ogni pezzetto di ciò che sei.

E poi.

Cerca di trovare quella parte di te che non ti rende ancora intero.
Di ritrovare le persone che ti hanno accompagnato, per tutto questo tempo, e che si sono un po’ disperse a guardare il vento e le foglie. Proprio come hai fatto tu.
Di capire che la vita va un po’ oltre la tua pelle, le tue dita, la tua tastiera e il tuo mondo fatto di equidistanze e di squilibri, di nascondigli e di cose che stentano a venir fuori.
Di porre fine alla tirannide delle tue manie.
Di avere più pazienza, ma di non avere paura di dire le cose come stanno.
Di osare.
Di crederci ancora, senza sperare l’inverosimile, perché il tuo cammino si è popolato di unicorni e di streghe buone, ma i miracoli non li hai mai incontrati e forse c’è una ragione.
Di volerti bene.

Per il resto buon compleanno. È questo il mio regalo.

On air: Win one for the reaper

Domande astrali

1. Quanto sei cambiato?
Il necessario per comprendere che il tuo destino è dove decidi di andare e non dove gli altri ti han detto che devi stare.

2. Quale lungo processo dovrebbe finalmente concludersi?
Quello che mi porta ad attendere persone che hanno la stessa dignità ontologica di un preservativo usato. Perché si deve aspettare solo chi è disposto a fare altrettanto.

3. In quale “facoltà” sei pronto a laurearti? (e per “facoltà” intendo qualsiasi situazione che per te sia stata una fucina di apprendimento).
In Scienze dell’autostima. Perché adesso basto a me stesso. Anche se ciò porterà amici e detrattori ad affermare che questo è un ennesimo atto di egocentrismo. Ma alla fine ‘sti cazzi.

Poi, per chi poi volesse saperne di più