Il pezzo di creta

E così ci si risveglia col sapore delle cose passate, con i pensieri intorpiditi, guardando fuori dalla finestra e cercare presagi sicuri. Come il sole che sfiora i mobili, l’orchidea che fiorisce di nuovo, il telefono che ha dato segnali di vita.

A fare i conti con quello che sarai sempre. A guardare nella palla di vetro per vederci i sogni che vuoi realizzare. Perché è così che funziona, o almeno così dicono. Se puoi immaginarlo, lo sai fare. Anche se è difficile dare forma a questa voglia di assoluto e di imprescindibile. Anche se sembra fatto di piccole cose, come i piedi  sull’erba profumata, il rumore dell’acqua, le carezze del tramonto, i panorami senza ossigeno.

Ti fai mille domande. Se sarà come sempre. Se è così che andrà anche per quest’anno. Se esiste la soluzione. Se sta dentro la pelle di qualcun altro. Se è solo una questione di incastri fortuiti, gli stessi che chiamiamo caso. O se è una conseguenza di alchimie dosate con sapienza.

Ci si risveglia così, ed è un po’ come se dopo i botti di ieri, al clamore degli abbracci, la città si fosse immersa in un silenzio conseguente, per permetterci di rifletterci sopra, di prendere tempo, di capire come modellarlo questo pezzo di creta che chiamiamo anno nuovo. E renderlo più simile a noi, per quanto possibile. Per far sì che le cose assomiglino sempre più al concetto che abbiamo di felicità. O almeno provarci.

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Ogni tanto…

…ci si prende una pausa. Perché gli anni passano e si fanno i bilanci. Perché il panorama al di fuori dalla finestra non è quello che avevi pensato, tempo addietro. Perché la pioggia è pesante, a volte.

E allora ci si rannicchia, ginocchia al petto, si rimane nella penombra di se stessi e si ascolta ogni cosa, attorno. E dentro.

In direzione opposta

Io sono di quelli che leggono le poesie, nei bar del pomeriggio.
Io sono di quelli che si immedesimano nelle canzoni.
Oscillando tra rabbia e dolore. Senza mai passare dalla noia. E concedendo, raramente, il diritto di parola alla gioia.
Di quelli che piangono guardando i telefilm alla tv. Contravvenendo a tutte le leggi dell’ “essere uomini”.
Io sono di quelli che bruciano.
Io sono di quelli che baciano una volta soltanto. Ormai troppo spesso.
Di quelli che a volte non baciano nemmeno.
Di quelli che, però, guardano ancora i cartoni animati. Manga giapponesi, possibilmente.
Che ancora, a volte, e pur tuttavia, ci crede. E non sappiamo del tutto perché Pandora aprì il vaso di ogni male possibile, ma conosciamo l’ultimo che vi rimase.
Io sono di quelli che pecca di hybris. Per scontare la punizione degli dèi.
Io sono di quelli che non vedrai mai sul carro della vittoria. I trionfi assoluti richiedono luci nitide e anime intatte. È ogni piccola crepa, al contrario, uno scrigno d’ombra.
Sottolineo le righe dei libri che leggo. Nell’illusione di trattenerli meglio nel vaso rotto della memoria.
E sono di quelli che non riesce a perdere dieci chilogrammi ormai da due anni a questa parte.
E che non segue nessuno sport con la dovuta regolarità.

Io sono di quelli di cui nessuno si innamora. E quando questo è accaduto, gli eventi e i venti spiravano in direzione opposta.