Due o tre cose sull’omosessualità in Italia

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«Risponderò in modo molto crudo e mi scuso in anticipo per questo: …la nostra classe politica è popolata da idealisti che hanno sbagliato partito e da cialtroni che invece, in questo o quel partito, ci stanno più che bene.»

Riporto solo questo stralcio di un’intervista su Il Referendum, un giornale on line che si occupa, tra le altre cose, di diritti di cittadinanza. Credo infatti che la causa primaria del disagio delle persone LGBT in Italia sia di natura squisitamente politica.

Il resto potete leggerlo tra le colonne che mi hanno ospitato e per cui ringrazio ancora Alessandro Bovo, che mi ha intervistato.

Legge antiomofobia: Scalfarotto è contento. Il popolo LGBT no

E niente. Ivan Scalfarotto non ce la fa. Il suo tentativo di rispondere a Civati, che su Gay.it ha detto l’unica cosa sensata sulla legge contro l’omo-transfobia – ovvero: così com’è è da buttare e non va votata – diventa l’ennesimo attacco alla comunità LGBT (stavolta nella persona di Flavio Romani) e un’ulteriore conferma che questo provvedimento nasce male e rischia di finire ancor peggio.

Vi invito a leggere la sua intervista dell’esponente del Pd. Io, qui, mi limiterò a sottolineare quei punti che trovo, ed uso un eufemismo, controversi.

Quando Scalfarotto dice che «non possiamo dimenticare che c’è un governo in carica e che, davanti a un suo parere contrario, ci saremmo trovati davanti alla necessità di scegliere tra il governo e la legge» ammette implicitamente che questo esecutivo è omofobo. Se una legge, per poter andare alle Camere deve essere depotenziata della sua stessa essenza, come ci ricorda per altro Tommaso Cerno – ovvero punire propaganda, incitamento all’odio e violenze per motivi legati all’identità di genere e all’orientamento sessuale, con un’aggravante per i reati già previsti – significa che chi dice di volerla in realtà non la vuole.

Fermo restando che ci dovrebbe spiegare, l’ottimo Scalfarotto, che razza di governo è quello che si regge sulla negazione della dignità e della sicurezza di una parte della società civile. Con quale logica si barattano i diritti fondamentali con la sopravvivenza di un esecutivo? Ma questo è un problema che, per nostra fortuna, riguarda solo lui e la sua coscienza.

Ancora, nell’intervista possiamo leggere: «Come PD abbiamo già presentato un emendamento che la prevede, e che contestualmente introduce una norma che chiarisce che l’intera legge Mancino (tutta, non solo dunque la parte sull’omofobia e la transfobia) non si applica alla manifestazioni del pensiero riconducibili al pluralismo delle idee».

Facciamo un passo indietro: la legge Mancino prevede che non si possa propagandare la superiorità razziale e religiosa. Dire che neri ed ebrei sono inferiori è già reato. Secondo la sua affermazione, saremmo forse autorizzati a credere che per permettere agli omofobi di poter continuare a dire che essere gay è una perversione, una malattia, qualcosa di cui vergognarsi, adesso anche razzisti e antisemiti potranno, grazie a un non meglio identificato “pluralismo delle idee” – configurabile come razzismo – esser tali?

Il capolavoro, poi, Scalfarotto lo raggiunge in questa frase: «Questa legge non serve a mettere in prigione le persone che non la pensano come noi, ma a colpire espressioni di violenza verbale e fisica che costituiscano un limite alla dignità e alla libertà delle persone. Io non vorrei mai vivere in un Paese dove si va in galera per le proprie opinioni […] Romani si ricordi sempre che se vuoi mettere in galera qualcuno per le sue idee, corri sempre il rischio che prima o poi in galera ci mettano te per le tue».

Ecco, questo è il centro della questione. Nessuno vuole mettere in galera chi pensa che due gay non possano sposarsi o avere figli. Se ci facciamo caso, siamo già circondati da milioni di imbecilli che pensano che i neri siano persone di serie B e tutti questi vanno in giro a piede libero.

Il problema sorge, semmai, se sei un parlamentare come Binetti, per fare un esempio, e vai a dire pubblicamente che l’omosessualità è una malattia che va curata. Cosa accadrebbe se io fossi un esponente di punta di un partito e dicessi che essere cattolici è una grave patologia mentale o che chi va a messa la domenica non dovrebbe avere gli stessi diritti di chi è ateo?

Qualcuno poi spieghi a Scalfarotto che un vescovo che dal suo pulpito descrive tutti/e noi, lui e il suo compagno inclusi, come depravati, malati di mente e altre amenità simili, sta già compiendo una violenza verbale. Su questo tipo di violenza, altri poi si sentono in dovere di aggiungere quelle fisiche. Forse dovremmo combattere non solo i sintomi del male (le aggressioni e le violenze), ma anche le cause (la diffusione e la propaganda dell’omo-transfobia).

Il punto è che il progetto di legge originario non prevedeva alcuna restrizione della libertà di espressione del pensiero e semmai faceva sì che tutte le fattispecie penali ad hoc previste dalla legge Mancino si estendessero all’orientamento sessuale e all’identità di genere, non creandone altre specifiche (come è poi successo) e soprattutto non utilizzando termini come “omofobia” e “transfobia”, che mancando di definizioni giuridiche rendono nei fatti la legge incostituzionale.

Poniamo una questione pratica: ma uno che picchia un gay ha bisogno di una perizia psicologica per sapere se è affetto da una fobia? E se è sano che facciamo? lo mandiamo a casa e gli facciamo i complimenti?

Non concordo infine con la teoria del cavallo di Troia caldeggiata dal deputato per cui si fa una leggina, così almeno arriva in parlamento. E in parlamento poi rimettiamo tutte le modifiche tolte all’inizio. Peccato però che abbia già detto, il nostro, che abbiamo un problema di tenuta del governo. Chi ci assicura che i parlamentari del PdL non faranno pressioni a quelli del Pd per lasciare le cose così come stanno?

Ricordo, ancora, che anche quando ciò dovesse verificarsi, rimane l’onta di aver trattato – per l’ennesima volta – tutte le persone LGBT come non meritevoli degli stessi diritti, da far uscire dalla porta della legge per far rientrare quei diritti stessi dalla finestra dei giochi di palazzo. E ciò è di per sé lesivo della nostra dignità.

Ivan Scalfarotto, esordisce l’articolo, non nasconde la soddisfazione per essere riuscito dove altri prima di lui non sono arrivati. Ovvero: aver svuotato di senso un provvedimento di cui si sente una certa urgenza (ricordiamoci i ragazzini che si lanciano dai balconi e il bullismo nelle scuole), aver insultato ripetutamente il movimento LGBT che quella legge vede come pericolosa, aver dato prova di incapacità di dialogo e di ascolto e aver ricevuto – per tutto questo – il plauso dei teodem, da Bindi a Buttiglione!

Non so voi, ma fossi in lui non sarei poi così contento.

Le parole creano realtà (la mia intervista su “Le cose cambiano”)

Dopo il video di qualche giorno fa, oggi è uscita l’intervista che il team di Le cose cambiano mi ha fatto, sempre in merito al coming out e all’accettazione di sé.

Spero che testimonianze come la mia, assieme alle altre, portino sempre più adolescenti (e non solo) ad accettare con serenità il loro essere gay, lesbiche, bisessuali, transessuali.

Buona lettura.

Dario l’abbiamo scoperto grazie al suo blog, Elfobruno, dove usa il lato fucsia della forza per cercare di cambiare le cose. Ha scritto anche un libro, “I gay stanno tutti a sinistra”, che è bellissimo e inizia citando David Leavitt e il suo La lingua perduta delle gru:

«Ciascuno, a modo suo, trova ciò che deve amare, e lo ama, la finestra diventa uno specchio; qualunque sia la cosa che amiamo, è quello che noi siamo.»

Ci ha mandato un video in cui ci ha raccontato di avere passato un periodo difficile, e abbiamo deciso di indagare facendogli qualche domanda.

Com’erano le cose per te prima che cambiassero? E come sono cambiate?
Per me l’infanzia e l’adolescenza sono state particolarmente problematiche: venni discriminato sin da piccolo perché non mi piaceva fare le cose che facevano i “maschi”, ovvero stare tutto il giorno dietro un pallone. Durante le ricreazioni stavo con le bambine, perché i loro giochi mi sembravano più creativi. Questo contribuì dapprima a farmi appioppare nomignoli, e poi la cosa degenerò in veri e propri atti di bullismo a scuola e fuori casa.
Mi isolai da tutto e da tutti, in un contesto – quello della Sicilia degli anni ’80 – in cui era difficile anche solo poter pensare di esprimere il disagio che quella situazione mi creava. Per molto tempo ho sofferto tantissimo, perché non solo ero un emarginato, ma anche perché mi sentivo solo nella gestione del dolore. Ho dovuto fare tutto da solo. Costruirmi una scorza che fosse sufficientemente spessa per reggere l’urto della cattiveria degli altri.
Andavo avanti per inerzia, ma poi è successo l’inevitabile: quando la gente ti conosce per quello che sei non può fare a meno di accoglierti, a meno di rinunciare alla propria umanità. Il muro di sospetto e di dileggio che si era creato attorno a me pian piano ha cominciato ad assottigliarsi. Non ero pronto per dichiararmi, ma amici e amiche compresero chi fossi prima ancora che io fossi in grado di accettarlo.
Alcuni di loro me lo hanno rivelato più tardi: «avevo capito che eri gay, ho aspettato il momento in cui per te non fosse un problema». Quella rete silenziosa di solidarietà e di affetto ha fatto crescere in me una maggiore sicurezza e consapevolezza. Fino a quando, una notte, dopo tante passate a “pregare” perché “guarissi” da ciò che ero, ho avuto una rivelazione: non c’era niente di sbagliato in me. Ero un ragazzo come tanti altri, ero una persona per bene ed ero stato vittima di troppe ingiustizie.
Da quel momento è passato un lungo periodo – adesso ho trentanove anni – e credo che il cambiamento sia una condizione costante della vita di ognuno di noi. Prima ho smesso di avere paura, poi ho imparato il coraggio e adesso mi sento un leone. Pronto a ribellarmi a tutto ciò che reputo delle ingiustizie, verso me stesso e verso le altre persone.

Se potessi parlare con il te stesso quindicenne cosa gli diresti? E lui, cosa ti risponderebbe?
Gli direi di non avere paura. Lo rassicurerei. Gli spiegherei alcune cose sul male del mondo. A cominciare dal fatto che quelle persone che lo perseguitano sono vittime dell’omofobia e dell’odio esattamente quanto lui. Lui rappresenta il bersaglio di un sistema sociale che ha bisogno di creare i “diversi” per impaurire e, di conseguenza, controllare i “normali”. Poi gli direi che per risolvere tutta la faccenda, basta la parola più semplice del mondo: no. Quando lo fanno sentire inadeguato, quando lo insultano e lo attaccano, quando lo deridono alle spalle, l’unica risposta possibile è questa: no, non sono come voi mi dipingete. Le parole creano realtà. Se noi crediamo alle cose orribili che ci dicono, non facciamo altro che permettere a quella realtà di essere possibile. Se poi essa si basa su pregiudizi, e non sulla reale conoscenza di chi siamo davvero, stiamo solo concedendo a una menzogna di prendere il controllo della nostra felicità. Mentre tutti e tutte, indistintamente, a quindici anni, hanno diritto a essere portatori sani di gioia e di speranza.

Con il tuo lavoro di insegnante come stai cercando di cambiare le cose? E come ti ha cambiato?
Attraverso la conoscenza. L’omofobia nasce dall’ignoranza, dal non sapere di cosa si parla quando si parla di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali. Ci mettono tutti e tutte nello stesso identico calderone, ci cucinano nel brodo del preconcetto e ci attaccano un’etichetta con su scritto “sbagliato”. Non va bene. Prima di parlare di categorie dobbiamo ricordarci che dietro ad esse ci stanno sempre esseri umani. Portatori di umanità che, come chiunque, possono essere feriti dall’odio e dal pregiudizio. Cerco sempre di far capire questo alle mie classi, siano esse di scuola media o del liceo. Lego per altro la lotta all’omofobia all’educazione alla cittadinanza. È sorprendente vedere come la nostra Costituzione dia tutti gli strumenti culturali per combattere le discriminazioni.
Questo tipo di lavoro, sempre di trincea – a volte mi è capitato di avere a che fare con le resistenze e l’ostilità di allievi e genitori – ti aiuta a migliorare continuamente. Bisogna avere una grande motivazione per portare avanti un’operazione culturale del genere. Bisogna darsi una forza d’animo enorme, non cedere mai, essere più forti, se necessario, delle piccole e grandi sconfitte quotidiane e politiche. Bisogna imparare a credere in se stessi e ad avere fiducia nel futuro.
Una persona come Giovanardi non sarebbe molto contenta di quello che faccio nelle mie classi. Per questo credo di fare bene il mio lavoro.

Quali sono le maggiori difficoltà che riscontri o che osservi nella scuola per gli adolescenti LGBT?
Nonostante la società stia facendo grandi progressi sulla comprensione dell’omosessualità c’è ancora molta poca informazione e molto pregiudizio. La parola “frocio” è uno degli insulti più ricorrenti che gli adolescenti sentono nelle aule e nei corridoi.
Un suicidio su tre tra i minorenni è generato dall’odio contro le persone LGBT.
Se continuiamo su questa strada avremo la tragica responsabilità storica di non aver protetto le giovani generazioni da quello che si prefigura come un vero e proprio crimine d’odio. L’adolescenza è un’età molto delicata, il nostro io si forma e si trasforma. Non possiamo permettere che questo processo venga turbato dal pregiudizio sociale. Dobbiamo educare alla comprensione, al rispetto, all’accoglienza. Conoscere i fenomeni, sapere ciò di cui si sta parlando, diradare le nebbie dell’ignoranza sono ottime soluzioni per agire dal basso. Poi le istituzioni e la politica devono fare la loro parte con leggi di tutela sull’omogenitorialità, con l’estensione della legge Mancino, con l’approvazione del matrimonio egualitario. In parole più semplici: portando il sapere laddove c’è inconsapevolezza, e l’uguaglianza laddove c’è discriminazione.

I gay stanno tutti a sinistra, su YOU-ng!

Qualche giorno fa sono stato contattato da Chiara Amendola, che mi ha chiesto un’intervista sul libro, per il portale YOU-ng.

Direi che è venuta bene… E quindi, ve la riporto. Con un ringraziamento speciale, ovviamente, alla giornalista!

Sin dalle prime righe del suo blog appare evidente, Dario Accolla, alias Elfobruno, non ha peli sulla lingua. La sua ‘missione’ è chiara:

“Lotto per i diritti di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali. E se anche gli etero hanno qualche problema, beh, di fronte al bisogno non si guarda in faccia nessuno, no?”

E visto che, a differenza di quanto proclama nella sua biografia, le sue ‘storie’ dal retrogusto pungente sono molto apprezzate dai cybernauti, arriva il primo libro “I gay stanno tutti a sinistra”.

Un saggio che ripercorre le tappe che hanno caratterizzato le lotte sociali del movimento LGBT italiano, di cui Accolla è un attivissimo esponente, analizzando la questione dal punto di vista politico, mediatico e religioso.

Un testo a tratti ironico che fornisce una chiave di lettura razionale e coincisa sull’argomento e che trae ispirazione da una famosissima ‘massima’ di Silvio Berlusconi “ Inutile inseguire il voto dei gay, tanto stanno tutti dall’altra parte”…

Dario come è nata l’idea di scrivere il libro visto che hai già un blog dove parli ampiamente della questione? E soprattutto a chi è rivolto principalmente il testo?

Il saggio nasce da una lunga riflessione. Possiamo definirlo un lavoro di sintesi di una militanza lunga quattordici anni nell’associazionismo LGBT italiano. Nel blog – Elfobruno – trattavo (e tratto) ampiamente della questione omosessuale, ma gli argomenti del mio blog sono molteplici, dalle pagine personali, che uso come diario, fino alle ricette di cucina. Poi Francesco Bilotta, un giurista e militante di Rete Lenford – l’associazione che, insieme a Certi Diritti, ha portato la questione del matrimonio aperto alle coppie gay e lesbiche alla Corte Costituzionale – mi ha suggerito di sistematizzare il mio pensiero. Mi sono lasciato convincere e ho cominciato a mettere ordine nelle cose che pensavo e che avevo ancora da dire. E così è nato il libro, rivolto a tutte quelle persone, di destra o sinistra, che hanno a cuore le sorti della democrazia, dei diritti civili, della laicità dello Stato.

Dario i gay sono tutti a sinistra oppure la destra è piena di “capre”?

Né l’uno, né l’altro. Il titolo riprende un luogo comune e, nello specifico, una frase dell’allora premier Berlusconi che disse che era inutile inseguire il voto dei gay, visto che “stanno tutti dall’altra parte”. Credo, inoltre, che la questione omosessuale debba essere trasversale. Se anche la destra apre un dibattito serio sulla questione dei diritti, la battaglia è praticamente vinta.

C’è un capitolo che ha un titolo bellissimo “più uguali degli altri” ce lo spieghi?

Riprende “La fattoria degli animali” di Orwell. Nella fattoria, trasformata in democrazia, i maiali, attraverso l’uso distorto del linguaggio, istaurano la dittatura. E gli animali, che prima erano tutti uguali, si trovano divisi tra uguali e “più uguali”, tra schiavi e privilegiati. La distorsione del linguaggio priva le parole del loro potere di descrivere e creare realtà. E se le usiamo per creare realtà distorte, costruiremo un mondo basato sulla menzogna. Ed è un po’ quello che succede a parole come “matrimonio” o “famiglia”. Costruzioni sociali che mutano nel tempo e nello spazio ma che certe forze politiche si ostinano a presentare come un modello unico e immutabile, con lo scopo di escludere dalla sfera del diritto proprio le relazioni affettive di gay e lesbiche.

Non poteva mancare una “breve” parentesi sui “Limiti del progetto di Dio”… come ti poni da questo punto di vista?

Sono laico, non credente. Ho la mia spiritualità e penso che esista un oltre, al di là della vita terrena. Solo che non sento il bisogno che tutti la pensino come me. E penso che nessuno abbia gli strumenti per avere certezze in merito, contrariamente alle religioni che popolano questo pianeta. I limiti del progetto di Dio stanno nel fatto che molti uomini di chiesa, o ad essa vicini, ci raccontano un dio rancoroso, piccino, più interessato a quello che succede nelle camere da letto delle persone, piuttosto che a ordinare l’universo secondo il principio universale dell’amore. Almeno, secondo il mito, Dio dovrebbe essere al di sopra delle preoccupazioni umane, proprio perché puro amore. Eppure lo hanno trasformato in un guardone. Fossi un credente mi sentirei offeso dal trattamento riservato a Colui che dovrebbe rappresentare la mia massima speranza, su questa terra.

Spesso la comunità gay è accusata di speculare troppo sulla sua sensibilità (come ad esempio il caso delle ultime dichiarazioni di Cassano)… credi anche tu che spesso alcune polemiche siano un po’ ‘forzate’ e ‘sterili’?

Dipende da cosa stiamo parlando. Se un giocatore, come Cassano, che rappresenta un modello per molti giovani e giovanissimi – a cominciare dai miei allievi, a scuola – chiama i gay con l’epiteto di “froci”, diventa un veicolo di omofobia. Criticarlo non significa scatenare polemiche sterili. Significa sottolineare un errore. Se fosse successa la stessa cosa con un nero e se fosse usata la parola “negro” cosa sarebbe accaduto? A me pare, invece, che si accusi le minoranze di vittimismo per inficiare gli aspetti rivendicativi della lotta politica. Si pretende che le minoranze, tra cui quella gay, siano “migliori” rispetto alla maggioranza bianca, cattolica ed eterosessuale che, dal canto suo, può continuare a permettersi di creare ghetti culturali e giuridici. La questione omosessuale ha come punto irrinunciabile la fine di tale “apartheid”. Criticare la comunità in tal senso, accusarla di vittimismo, significa semplicemente non voler vedere i problemi reali che ci sono nel paese, sul versante dei diritti. Da Cassano in poi, fino al Parlamento.

Il libro si conclude con una nuova idea di società… si tratta di un’utopia o di un traguardo possibile?

Una nuova idea di società sta alla base di ogni agire politico. Io propongo una soluzione – che non vi racconto adesso, per non svelare il finale del mio saggio – che va comunque tentata. Altrimenti cadremmo nell’ipocrisia o nel velleitarismo e questa sì che sarebbe la vera tragedia. Se smettiamo di immaginare un mondo migliore, non faremo altro che cedere spazio a ciò che c’è già. E ciò che c’è, molto spesso, non è proprio bellissimo.

Dall’amore non si guarisce, dall’odio sì

È successo lunedi scorso, in tarda serata. Intorno all’una di notte, grosso modo.

«Stavamo caminando con una coppia di miei amici verso la piazzetta di Monti, quando un tipo che con dei suoi amici stava andando nel verso opposto al mio, mi colpisce con una spallata. Io gli ho chiesto spiegazioni e lui ha incominciato ad insultarmi.»

Marco Palillo, militante gay del Partito Democratico, era in giro per il centro di Roma, con due amici, Leo e Dario. E mentre passeggiava è stato aggredito e insultato, gratuitamente. Gli ho chiesto di raccontare la sua storia ed è stato così gentile da rilasciarmi questa intervista, che pubblico per esprimergli la mia piena solidarietà.

Con quale pretesto sei stato avvicinato?
«Non sono stato avvicinato. Sono stato colpito, mentre camminavo.»

Avevi avuto sentore di esser stato preso di mira oppure ti sei ritrovato in quella situazione spiacevole di punto in bianco?
«Sono sicuro che quell’uomo avesse voglia di provocare una rissa, altrimenti non si spiega la forza con cui mi ha urtato mentre camminavo.»

E dopo gli aggressori cosa hanno fatto?
«Ha iniziato a urlarmi contro “mortacci quanto sei frocio”, “frocio di merda” e cose del genere…Noi a quel punto abbiamo preferito non rispondere e rifugiarsi dentro un bar.»

Come ha reagito la gente che stava lì in zona?
«È durato tutto pochi minuti. Nessuno ha avuto tempo di reagire. Neanche io. Di solito, sono uno che sa rispondere a tono alle offese gratuite.»

Hai sentito la vicinanza e la solidarietà della comunità GLBT?
«Ho sentito la vicinanza dei miei amici, prima fra tutti Paola Concia, e del mio partito il PD. Ho ricevuto attestati di solidarietà e amicizia da Equality, Gay Center, Gaylib, SEL, i Giovani Democratici, Luiss Arcobaleno, il circolo Mario Mieli e tanti altri singoli esponenti del movimento LGBT. Ringrazio ovviamente tutti di cuore per l’affetto.»

Tu sei un giovane militante politico. Cosa pensi debbano fare concretamente le istituzioni, attraverso l’azione dei partiti, per evitare che vi siano altre aggressioni e altri pestaggi?
«Le istituzioni devono innanzitutto capire che non se ne può più della solidarietà e degli atti di condanna, servono le leggi per arginare finalmente quelle sacche di violenza che sono presenti sul nostro territorio. Se in Italia la legge Mancino vigesse anche per gli omosessuali io avrei potuto denunciare il mio aggressore per le offese ricevute. Invece, allo stato attuale non è così.»

L’apertura a diritti specifici, quali il riconoscimento delle coppie di fatto o l’apertura al matrimonio per le coppie gay e lesbiche, secondo te, è uno strumento culturalmente valido per arginare e debellare il fenomeno dell’omo-transfobia?
«Io ho sempre detto che la prima arma contro l’omofobia sono i diritti. Quegli stessi diritti che tutti i paesi fondatori dell’Unione Europea garantiscono alle coppie omosessuali. Detto questo oltre ad una legge di stampo europeo sulle unioni gay, possibilmente il matrimonio, serve anche una normativa a contrasto della violenza omofoba e transfobica, per costituire quegli anticorpi sociali che servono a questo paese per fermare l’intolleranza e la cultura della sopraffazione.»

Quanto le dichiarazioni di certi politici, di destra e anche di sinistra, incidono culturalmente, seppur non direttamente, in questa cultura dell’odio?
«Certo. Alimentano quel clima culturale che porta poi ad avere gente che come nel mio caso si sente libera di insultare una persona per strada. C’è un senso di impunità che è inutile negare viene avallato da parte di certe aeree politiche. Del resto se esponenti importanti del parlamento arrivano persino a negare che ci sia stato la persecuzione degli omosessuali durante il nazismo…»

Cosa diresti ai tuoi aggressori, se dovessi incontrarli in un confronto diretto?
«Gli direi che dall’amore non si guarisce, dall’odio sì. Curatevi e vivrete più sereni.»

La mia intervista su Good As You!

Come già scritto tempo addietro, Good As You è la splendida fatica on line di Antonio Eustachio, un’iniziativa assolutamente indipendente che dà voce a giovani (e non) militanti GLBT per parlare di coming out, di testimonianze di vita e di politica per i diritti civili.

Antonio mi ha intervistato, in una bella chiacchierata in cui si è parlato del movimento, dei suoi problemi, dei rapporti con i palazzi di potere, della chiesa e di tanto altro ancora.

Pubblico qui, con grande onore, la mia intervista. E, ammettendo che non vengo poi tanto male in video, vi auguro una buona visione!

Parte prima:

Parte seconda: