I prof hanno troppe vacanze e altre amenità? Provate a farlo voi, questo lavoro

scuola2La cosiddetta “buona” scuola è entrata a regime, lasciandosi dietro più gente scontenta che altro. L’opinione pubblica italiana reagisce in due modi, grosso modo analoghi: o adotta l’indifferenza tipica della nostra società rispetto a fenomeni sociali complessi, oppure giudica in nome della propria ignoranza rispetto ai fatti. A questo punto sorge una domanda: voi che pontificate su quanto è bella e buona la riforma, e quanti ingrati e cattivi i/le docenti che dovranno scontarne gli effetti, cosa sapete di insegnamento? Lavorate in una scuola pubblica italiana? Lo avete mai fatto? Qual è più in generale il vostro strumento di interpretazione e di conoscenza della realtà? E no, miei cari: l’arroganza – diretta conseguenza dell’ignoranza delle cose – non è la risposta esatta. Ma andiamo per punti.

Uno. La cosa che si contesta, tra le molte, di questa riforma è che non terrà conto della professionalità del personale assunto. Faccio un esempio concreto, così che anche le teste più dure possano essere facilitate nella comprensione della cosa: sei un insegnante di musica e lo Stato ti ha fatto abilitare per insegnare, appunto, musica. Per fare questo ti ha chiesto, nell’ordine: concorso per accedere alla specializzazione, denaro per frequentare il corso, esami in itinere ed esame di stato finale. Sarebbe dunque compito dello Stato fare in modo che i tuoi sacrifici vengano ripagati in modo conseguente. E invece no. Sarai chiamato (fasi B e C) laddove serve a far parte di un team di insegnanti che copriranno i buchi di chi si assenta o a fare lavori di altro tipo (sostegno, mensa, laboratori pomeridiani, ecc). Pazienza se la tua professionalità viene mandata a quel paese. Il tifoso standard del leader che ha permesso tutto questo ti darà del gufo e ti dirà che non ami il tuo lavoro.

Due. Questione “deportazione”. Termine forte, me ne rendo conto. Forse improprio, ma forte. Volutamente forte. Si chiama, appunto, iperbole. Se insegni lettere, a scuola, sai di che stiamo parlando. È un po’ come quando diciamo “c’è un caldo da morire”. È ovvio che dopo non muori (a meno che tu non sia anziano e con un cuore malandato). Ma nella retorica politica funziona anche così. Se poi vogliamo usare termini più corretti, possiamo parlare di trasferimento sotto ricatto di licenziamento. Non so se negli altri ambiti lavorativi funziona così. So però che se ti trasferiscono, hai degli incentivi. Dopo di che, leggo di alcune polemiche quali “vogliono il lavoro sotto casa” e cretinate simili. Sfugge, a questi campioni dell’indignazione a buon mercato – eppure fermarsi a riflettere dovrebbe essere gratis – che gli/le insegnanti sono tra le categorie a più alto grado di mobilità per trasferta lavorativa (in direzione sud-nord, per altro). Io stesso quando l’allora ministra Gelmini ha tagliato i fondi all’università prima e alla scuola poi, mi sono trasferito a Roma, dove ho lavorato per cinque anni come precario. Magari poi ti fai nuove amicizie, ti devi abituare a una nuova vita (allora avevo 35 anni) e ricominciare tutto da capo, stravolgendo le regole del gioco che sempre lo Stato ti aveva imposto, un attimo ti fa incazzare. Ma giusto un po’. Perché nel frattempo forse hai comprato casa, ti sei fidanzato, ecc. Nel caso ancora tu fossi insegnante e pure gay, il problema si complica visto che non sei riconosciuto nemmeno come coppia, ma questa è un’altra storia. Tornando al discorso di partenza, perciò: o accettate l’iperbole, nella contestazione alla riforma, o quando dite di morire di caldo o di sete poi per coerenza lo fate. Morire, dico.

Tre. Le critiche del piffero poi. Per non dire proprio “del cazzo”. Ma converrete che mi rovina il climax, per cui non lo dirò. Tra le varie contestazioni, ho sentito frasi quali “hanno due mesi di ferie, di che si lamentano?”. Bene, vale quanto detto al punto uno (professionalità) e due (sacrifici). Poi magari gli stessi sono dei morti di fame e vanno in orgasmo mentale per il calciatore X comprato per dieci milioni di euro dalla loro squadra del cuore. Sempre per aver ben chiaro il nostro contesto sociale. Ad ogni modo – e ricordandovi che tra Natale, Pasqua e feste comandate i mesi di ferie arrivano a tre e se non vi va bene il problema è solo vostro – rispetto a tali contestazioni, il discorso è molto semplice. E anzi vi faccio una proposta: se vi dà così fastidio che un docente abbia tutte queste vacanze, potete provare a farla voi questa professione. Se ci riuscite, ovvio. Si tratta appunto, col vecchio sistema, di superare un concorso di ammissione, due anni di scuola di specializzazione, tirocinio per un anno in una scuola vera, studiare di notte per preparare gli esami, esame di stato finale, 2500/3000 euro di tasse, ecc. Col nuovo sistema sarà solo per concorso (ma devi essere abilitato). Ma anche lì, visto che è così facile, fatelo. Requisito: laurea attinente con massimo punteggio possibile. E poi – dopo un anno in aula con trenta ragazzini per classe, in luoghi fatiscenti, senza internet e con le sedie rotte, senza riscaldamento o climatizzatore e carta igienica in bagno e l’impossibilità di andare a pisciare perché non ci sono bidelli che ti sorvegliano i ragazzini – ne riparliamo. Ok?

Quattro. Come dite? Un insegnante è una figura chiave e deve essere il top? Concordo al 100%. Allora mi direte perché vi piace una riforma che ci porta a fare da tappabuchi e a frustrare la volontà e le capacità di chi vuol fare davvero (ricordate l’esempio al punto uno). Poi io sono dell’idea che se uno lavora male, vada licenziato. E no, con la cosiddetta “buona” scuola non accadrà. L’insegnante svogliato e poco professionale verrà solo trasferito da una parte all’altra. Per cui invece di far danno da una parte sola, andrà a rovinare intere classi un po’ ovunque. Anche questa è una geniale idea di colui che incensate come il meglio che l’Italia possa avere. Complimenti vivissimi. Ah, ultima cosa, a proposito della mancata professionalità: la gente che non lavora esiste un po’ in tutte le categorie. Anche tra quei politici che magari votate tutti contenti.

Ah, dulcis in fundo, giusto per essere sgradevoli fino in fondo: in Finlandia l’insegnante è considerato come seconda categoria sociale dopo i medici. In Svizzera viene pagato qualcosa come 4000-6000 euro al mese. In Giappone è l’unica categoria che non si inchina di fronte l’imperatore. Adesso qui nessuno pretende che Mattarella venga in visita a Torre Angela a Roma o a San Cristoforo a Catania e si prostri ai piedi di chi lavora in contesti così difficili, ma davvero, dover rispondere a commenti sostanzialmente idioti o anche solo la prospettiva di prenderli in considerazione è un fardello che nessun/a insegnante del mondo occidentale e civile dovrebbe portare addosso. L’ignoranza, chi insegna, prova a combatterla. Non le dà corda. Spero che almeno su questo si sia tutti/e d’accordo.

Primo maggio: i pensieri del giorno prima

fanculo«Io penso che il tuo lavoro sia bellissimo…»
«Pensi questo perché non lo fai. Il mio è un mestiere orrendo e frustrante.»
«Ringrazia che ce l’hai…»

Ecco, quando sento dire queste cose mi incazzo. E sapete perché?

Prima regola della creazione di forza-lavoro a diritti minimi e mal garantiti: pensare che esercitare una qualsiasi professione sia un dono di cui rendere grazia. Sempre e comunque.

No signori miei. Bisogna lamentarsi, altrimenti poi non ci potremo lamentare davvero. E avere master e dottorato per fare da badante a undicenni non è lavoro. È umiliazione di stato. E di questo mi lamenterò sempre. Porco cazzo!

E ci stanno rincitrullendo il cervello col fatto che siete choosy, che la miseria che vi concedono equivale a possedere una somma fortuna.
Ci stanno facendo credere che la schiavitù di una quotidianità a emozioni zero è il massimo a cui potete aspirare.
Ci stanno trasformando in qualcosa di molto simile agli animali della fattoria di Orwell, nell’attesa che un camion, prima o poi, prenda anche voi e vi conduca al macello, quando non servirete più.

Questo stanno facendo di noi. Per questo non dico grazie a un lavoro che mi usa, ogni anno, dai primi di settembre a fine anno scolastico, senza nemmeno un grazie – e loro sì che dovrebbero dirlo – il giorno del licenziamento.

Perché i sogni, signori miei, i sogni non valgono 1300 euro al mese e il TFR che non arriva perché lo stato deve fare cassa.

E se qualcuno trova queste mie parole inaccettabili, è perché magari si è già rassegnato a quel sogno chiamato mediocrità. Mentre Marx e Gesù gongolano, contemplando la loro migliore creatura dal dì delle loro predicazioni. Quando bastava semplicemente capire che non c’è nessuna ricompensa futura e che la felicità è adesso, se sei in grado di creartela e di vivertela.

Per cui, se ogni mattina vi alzate e pensate che la strada che farete ogni giorno, assonnati e schiacchiati in un tram – da qui ai prossimi trent’anni senza nemmeno la garanzia finale di uno straccio di pensione, nonostante i vostri studi e i vostri sacrifici – sia la cosa migliore che vi possa capitare, benissimo, io non sono contento per voi. Ma se non lo sarete anche voi arrabbiati, incazzati, vere e proprie erinni al cospetto della parte più vera di voi, ebbene, allora forse quella non-felicità un po’ ve la siete cercata. Ed è proprio questo che non si può più accettare!

Vile denaro

Sembra brutto se dico al prossimo genitore che rimpiange la mia dipartita dal mondo della scuola, che ho un dottorato e un master e guadagno come un commesso?

In verità i genitori dei miei allievi si lamentano col sistema perché verrò licenziato e vorrebbero che restassi per tutto il percorso di studi dei loro figli. E mi succede in ogni scuola: colleghi e genitori vorrebbero che io rimanessi. Il ministero mi licenzia ogni anno senza curarsi di cosa sarà di me. E quando va bene sono 1300 euro al mese (a cui va tolta poi l’Irpef di giugno e l’anno scorso lo Stato si è sucato “solo” 2500 euro di tasse).

Con un’aggravante: a parità di stipendio rispetto a mestieri “altri” – tutti lodevoli, non ne faccio una questione di eventuale prestigio sociale, sia ben chiaro – ho un carico di stress dovuto alle conseguenze penali che il mestiere di insegnante si porta con sé. E credetemi, si può finire di fronte a un giudice per molto poco: avete presente quando ci si dondolava sulle sedie e i prof scleravano? Succedeva (e succede) perché se cadi e ti fai male passi i guai.

È chiaro perché ho lo schifo?

Per A., stasera, in rosa

Non sappiamo il suo nome. Ma sappiamo almeno tre cose.
Che era gay.
Amava vestirsi in modo appariscente.
Era preso in giro dai compagni di scuola e anche qualche insegnante lo ha ripreso per la sua estrosità.

L’ennesimo caso di omofobia, malattia che colpisce gli eterosessuali ma fa fuori i gay. Per questa ragione, stasera alle 19:30 a Roma ci sarà una fiaccolata di solidarietà che partirà dal Colosseo e finirà al Liceo Cavour, dove il ragazzo andava a scuola.

Mi limito a constatare, prima di lasciarvi al comunicato delle associazioni a seguire, che una scuola che ha non ha evitato tutto questo dovrebbe avviare, al suo interno, una profonda riflessione, tale da coinvolgere dirigenti, insegnanti, alunni e genitori. Perché la scuola dovrebbe essere il luogo dove si forma l’individuo, non dove lo si distrugge.

In tal senso, il Liceo Cavour ha fallito la sua missione. In modo tragico. Adesso A. non metterà più lo smalto alle unghie, e la sua professoressa, la stessa che a quanto pare lo ha ripreso per i suoi comportamenti eccentrici, vivrà in pace con i suoi pudori di genere. Ma chi ci restituisce l’assenza, per altro tragica, di una vita? Bastava essere un po’ più comprensivi. Insegnare non dovrebbe essere solo impartire lezioni di latino e greco, significa dare visioni del mondo.

In quella scuola ha prevalso una visione “italiana” della realtà, basata ancora sulla risatina e sulle barzellette sui froci, sui no vaticani, sempre accolti dalla nostra classe politica tutta, a provvedimenti basilari di civiltà.

A fare le spese di tutto questo e del conseguente fallimento della missione scolastica del Cavour è stato un ragazzo che si è tolto la vita. Come faranno a guardarsi allo specchio docenti, allievi e famiglie, da oggi in poi, sarà complicato immaginarlo.

Ci vediamo stasera, al Colosseo. Alle 19:30. In rosa. Era il colore che piaceva ad A.

A., un quindicenne romano, si è tolto la vita per omofobia.
Vessato dai compagni da più di un anno, rimproverato da un’insegnante, non ce l’ha fatta più e si è impiccato con una sciarpa, davanti al fratello minore.

Per ricordare A., esprimere vicinanza a chi lo ha amato e rispettato con la sua diversità e il suo invincibile desiderio di autenticità, per non lasciare che il suo gesto passi ancora una volta inosservato e senza conseguenze, Il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, Queerlab, l’Associazione Radicale Certi Diritti e Luiss Arcobaleno danno appuntamento stasera alle 19.30 per una fiaccolata che partirà da via di San Giovanni in Laterano (Coming Out) per arrivare al Liceo Cavour in Via delle Carine, 1.

L’invito per tutte e tutti è di venire senza bandiere e indossando un capo rosa, il colore tanto amato da A.

Ministro Profumo, ecco perché non farò il concorso

Egregio ministro,

sono un insegnante precario e, quest’anno, insegno alle scuole medie per il terzo anno consecutivo. Guardando il lavoro dei miei colleghi, mi rendo conto che è a dir poco arduo, poiché pieno di insidie e di enormi responsabilità, per cui sei sottoposto allo scherno sociale – gli studenti ti considerano uno sfigato – alla diffidenza dei genitori – pronti a “denunciarti” anche per il più banale dei rimproveri – e a un certo sfruttamento da parte dello Stato, visto che di fronte a ogni responsabilità possibile, si viene pagati poco più di 1300 euro al mese.

Mi perdonerà, dunque, se le dirò da subito che questo non era il mestiere che volevo fare. Eppure, per tirare a campare, come si dice tra le persone del popolo, ho accettato di lavorare anche quest’anno in un sistema in cui, molto più semplicemente, non mi riconosco: perché non è la mia missione, perché mi rende profondamente infelice.

Le dirò di più: ho altri titoli. Ho un master in Comunicazione didattica – che mi ha dato non poche competenze anche in quella pubblica – e ho un dottorato di Filologia moderna alle mie spalle. Sette anni passati in università, dapprima come “assistente” a costo zero, poi come dottorando, quindi come contrattista – io sono arrivato durante la fase Gelmini, quando sono stato pagato con la cifra stratosferica di 3 (tre) euro l’ora per due laboratori di due crediti l’uno.

Ho diverse pubblicazioni di Dialettologia, Linguistica italiana, Scienze onomastiche. Ultimamente mi interesso pure di Queer studies, sempre a livello universitario. E siccome da subito ho capito che l’accademia, da sola, non dà da mangiare, ho preso anche l’abilitazione all’insegnamento, la famigerata SSIS, ma per il liceo, per insegnare italiano e latino ai ragazzi più grandi. Non per snobismo, sia chiaro. Ma per affinità elettiva. D’altronde, c’è qualche articolo della Costituzione – non so se l’ha mai letta – che almeno su questo punto è dalla mia parte.

La mia strada me la sono costruita con le mie mani. In un sistema come quello italiano – e siciliano, nello specifico – in cui i concorsi si vincono grazie agli amici nei posti giusti, io ho vinto i concorsi pubblici fino ad ora svolti grazie alle mie uniche forze.

Parliamo della SSIS. Un concorso pubblico per accedervi, provato due volte. Poi una scuola di due anni e quattro sessioni di esami, per tre aree disciplinari a sessione con due-tre discipline ad area (qualcosa come trenta esami in due anni, per intenderci). Frequenza obbligatoria, il pomeriggio, tutti i giorni, dal lunedì al venerdì, dalle 15:00 alle 20:00. La mattina, invece, il tirocinio a scuola.

Io affittavo un appartamento a Catania, la città dove frequentavo la scuola di specializzazione. Molti colleghi/e poi divenuti amici/he viaggiavano quotidianamente dalle città vicine e già allora i prezzi della benzina non erano proprio popolari… Il tutto alla modica cifra di 2500 euro – senza contare le spese di affitto – con un esame integrativo di Linguistica generale (altri 300 euro) per finire, in bellezza, con un esame di stato superato con il voto di 80/80. Più tasse amministrative, sia ben chiaro.

Ho, dunque, un master, un dottorato e una SSIS. Questi ultimi due titoli, li ho acquisiti dietro regolare concorso. Credo di aver dimostrato, a sufficienza, di essere idoneo a ricoprire il ruolo di insegnante o a livello universitario e a livello scolastico.

Poi, appunto, venne Gelmini. Tradotto in cifre: meno otto miliardi di euro alla scuola pubblica e all’università. Di quegli otto miliardi, quattro sono andati, in barba alla Costituzione, alle scuole private italiane.

Il risultato?

In Sicilia non c’era più lavoro, né a scuola né in università. Allora ho dovuto migrare. A 35 anni. Non a 25, ma a un’età in cui mio padre era già sposato e aveva due figli. Ho scelto Roma, sono finito qui, nelle graduatorie a esaurimento. Il primo sogno mi era stato tolto – fare ricerca – ma mi rimaneva il secondo: insegnare al liceo. Un sogno più piccolo, ma ugualmente bello.

A Roma ho insegnato al Keplero. Dieci ore a settimana. Settecento euro al mese. Scarse. Ne pagavo quattrocento di affitto. Spese escluse. Ma ero felice. Perché con le mie classi di allora si è sviluppato un rapporto umano meraviglioso, basato sul dialogo, sul rispetto reciproco, sulla voglia di imparare, anch’essa reciproca.

Quindi, l’ennesima retrocessione. Alle scuole medie (sa, i tagli…). Scuole, ripeto, fondamentali, che richiedono un tipo di lavoro, da parte dei colleghi, a dir poco formidabile. Ma per le quali non sono portato.

Eppure, di fronte a quest’ennesima ingiustizia, mi ero “rassegnato” a dover lavorare alla scuola secondaria di primo grado. Ho pensato: mi permetterà di fare ricerca lo stesso – nel frattempo studio e pubblico, gratuitamente o a mie spese: a breve usciranno due miei contributi su Carmen Consoli in due pubblicazioni, una italiana e una internazionale, in USA, e un altro sul cambiamento del nome e delle identità dei partiti politici italiani, in Spagna (tutti tradotti a costo di alcuni sacrifici) – e mi permetterà di vivere nella città che ho imparato ad amare, dove ho nuovi legami, dove ho nuovi amici. Ubi maior… o far di necessità virtù. Spero che non pensi, arrivato a questo punto, che sia un bamboccione, che voglia vivere vicino a mamma – come ha proferito una sua collega, insultando milioni di migranti – che faccia i capricci.

Poi è arrivato lei. Nella triade che la vede dopo la coppia Berlinguer-Gelmini, lei, ministro Profumo, che è l’ultimo anello, rappresenta quello più beffardo e ingannevole. Berlinguer ci ha traditi, Gelmini si è lasciata odiare, limpidamente. Lei, caro ministro, col suo concorso, ci ha semplicemente truffati.

Perché?

Perché azzera tutti i sacrifici fatti fino ad ora. Aprendolo praticamente a milioni di potenziali partecipanti, lei mi ha derubato di 2500 euro, più le spese di affitto. Anzi, poiché quei soldi li hanno stanziati i miei genitori, credo di poter dire che lei ha derubato la mia famiglia.

Lo Stato mi ha chiesto di scegliere una città e di rimanerci a tempo indeterminato. Certo, me lo chiede ogni due-tre anni, e questo rende ridicola una situazione già insostenibile. E adesso io non so se lei è un figlio di papà o una persona che si è fatta da sola, ma dubito che lei sappia cosa significhi dover ricominciare ogni volta da zero. Istituendo il suo concorso che non a caso viene accompagnato dal termine “truffa”, lei sta chiedendo a tutti noi, precari e non, di scegliere una regione. Se vincessi il concorso sarei sballottato, a quasi quarant’anni, in qualsiasi punto del Lazio, della Sicilia o della Lombardia. E dovrei ricominciare, di nuovo, a dovermi ambientare, a farmi nuovi amici, a ricostruire la mia vita. In tal senso, lei sta cercando di derubarmi della mia vita.

Il suo concorso prevede prove stratosferiche – in tre parole: lo scibile umano – per avere un posto in luoghi fatiscenti, possibilmente in zone lontane da quelle che ormai tutti noi chiamiamo comunemente “casa”, e quindi a un prezzo umano elevatissimo, per 1300 euro al mese. Questo, forse, è pure sfruttamento.

Ma sto tergiversando.

Volevo dirle, egregio ministro, che, in virtù a quanto detto fino a ora, io non parteciperò al concorso. Perché sono stanco. In generale, intendo. E intendo, di uno Stato che pretende da me prove continue ma che non dimostra mai di essere all’altezza dei sacrifici che mi richiede. E, in particolare, perché, dopo ogni giorno passato a scuola – quest’anno su due istituti – quando torno a casa non ho la forza di mettermi a studiare tutto il programma di italiano dalle origini a Moccia e tutto il programma di latino dalle origini alle ultime bolle papali. In teoria (ma anche in pratica), sarei già stato valutato, in merito: 80/80.

Le dirò di più: adesso io sembrerò uno di quei professori frustrati che fanno male il proprio lavoro. Credo di poter affermare il contrario. Me ne rendo conto dalle parole di studenti, genitori e colleghi. L’altro giorno, tornando nella mia vecchia scuola, i miei ragazzi, appena mi hanno visto, hanno intonato cori da stadio. E una mamma, che mi ha incontrato all’uscita, mi ha detto, delusa: «ma quest’anno non è con noi?». Significherà qualcosa?

Ebbene, ritornando al discorso di cui sopra: io non parteciperò a questo concorso. Perché è iniquo. Perché è ridicolo, come quella classe politica che l’ha messa al posto che ricopre. Perché è ingiusto. Perché azzera gli ultimi dieci anni della mia vita. E io non posso permetterlo, a lei – che dovrebbe tutelarmi e che invece mi rovina – men che mai.

Non so se sono un bravo insegnante. So che faccio l’insegnante e lo faccio con scrupolo. So che i miei ragazzi mi chiedono di restare. So anche che quando vado a fare i convegni all’estero, mi sono sentito dire «ma che ci fa, uno come te, in Italia?». Me lo chiedo anch’io, egregio ministro, soprattutto quando vedo al potere gente come lei e come i colleghi del suo governo, che affamano il popolo e mantengono inalterati i privilegi dei potenti (cinque sole parole, a mo’ di domanda: ma l’IMU alla chiesa?).

Concludendo.

Per superare questo concorso dovrei studiare tantissimo in poco tempo – i pomeriggi, dopo il lavoro – per essere sballottato lontano dalla mia nuova casa per pochi spiccioli al mese. Si offende se le dico che della sua carità non so cosa farmene?

Ho deciso, perciò, di prendere una certificazione linguistica e di provare a fare, di nuovo, ricominciando da zero, la mia carriera accademica all’estero. Se non dovessi riuscirci, significa che ho fallito. Ma se farò una fine misera, sarà perché ho inseguito un sogno e ho obbedito alle ragioni della mia dignità. Conosce il significato di questa parola, ministro?

Forse la scuola perderà un bravo insegnante – o un insegnate che fa solo bene il suo lavoro – ma questo non dipende da me. Preferisco cambiare progetto di vita e paese, di nuovo, a quasi quarant’anni, per qualcosa di superiore a quello che lei ha da offrirmi. A quello che questo paese mi ha offerto fino ad adesso.

Anche se a lei non importerà nulla. Anche se lei mai leggerà queste parole. Ma so di non essere l’unico. E so che questo paese, se continuerà a perdere persone coscienziose, persone che fanno bene il loro lavoro, come me e moltissimi altri/e, sarà sempre un paese più alla malora di quello che è.

Se questo la fa star bene…

Cordialmente, con ogni disillusione, ma senza aver perso la speranza.

Dario Accolla

Il piano B

Una cosa l’hai capita: ti piace insegnare. Poi vero è pure che al governo c’è una stronza che fa di tutto per impedirtelo, ma questo è un mero dettaglio tecnico.

Hai capito anche un’altra cosa: tu hai dei limiti e uno di questi non va oltre il Tevere. Il pensiero di andare da Roma in su ti fa star male, perché dopo quelle sponde, e fino alle Alpi, il mondo ha un solo colore. Il grigio.

Sai che molto probabilmente a settembre ti chiameranno da Torino e forse – ho detto forse – tu rinuncerai, sia perché Torino non ti piace, sia perché hai deciso di fargliela pagare agli italiani del nord. Se votano la Lega in massa, non devi esser tu, poi, a riparare le loro pezze. E siccome l’anno passato ti hanno chiamato fino a marzo, vuol dire che quelle pezze fanno davvero schifo.

Però sai pure che se fai questo ci sarà di fronte a te un inverno difficilissimo, perché i soldi che stai accumulando basteranno fino a Natale e che se in quei mesi non succede qualcosa poi rimarrai col tuo orgoglio e con una famiglia che ti guarderà con lo sguardo di chi te l’aveva detto.

E mentre tutto questo si accumula nella tua mente, pensi sempre che andarsene da qualche parte, in qualche paese civile, a ricominciare tutto da capo è una probabilità che sa di balsamo sulle ferite della vita. Perché come dici sempre, ti accontenteresti mille volte di servire caffè al bar in un posto dove puoi vivere più degnamente i tuoi sentimenti – perché un uomo che non ha diritti è un uomo degno a metà – piuttosto che pagare le tasse per un’Italia che fa di tutto per farti sentire di troppo.

Mentre tutto questo avviene, a complicare le cose ci si mette pure quella leggera solitudine che ti solletica come il pungiglione dell’ortica, e se cerchi di spiegare le cose che senti ti sembra di parlare un’altra lingua.

Mentre tutto questo avviene, il piano B sembra ridursi a quell’unico salto nel vuoto che può farti sentire davvero libero ma che come ogni volo può ridursi ai cocci che poi sei costretto a raccogliere nell’asfalto. E questo ti terrorizza.

Allora intanto prendi le cose che trovi nella confusione che ti orbita attorno come un fascio di pianetini e forse comprerai pure il libro che Epy ti ha consigliato, perché hai finito di leggere giusto quello che volevi regalarle per il compleanno e adesso sei rimasto senza. Quindi farai un bel respiro e andrai ad abbracciare tua madre, con cui hai litigato poche ore fa, e tutto assumerà un significato che è sempre quello ma che può esser nuovo. Ma questa è un’evenienza che scoprirai solo a partire da adesso.

Essere un prof di sinistra (e anche gay) oggi: le nuove famiglie

Un metodo di conoscenza che insegnerò sempre ai miei ragazzi, almeno finché mi verrà permesso, ché dati i numeri non è detto che l’anno prossimo sarò riconfermato – questa d’altronde è la destra: togliere fondi alla scuola e alla cultura per creare un popolo di analfabeti pronti a votare chiunque sia in grado di prometterti favole – è il dubbio. E non perché non abbia delle certezze ma, più semplicemente, perché è il dubbio che fa progredire l’essere umano.

Tempo fa lessi un albo di Martin Mystère nel quale uno scienziato scopriva che il mondo era così come gli antichi lo avevano descritto: piatto, sotto una volta chiusa di stelle che altro non erano che fuochi in mezzo al tetto del cielo. E così via. Secondo questo fumetto, quando l’uomo aveva raggiunto tutto il sapere possibile, si era rifugiato nell’ipse dixit aristotelico e aveva creato il medio evo. L’annullamento del dubbio, perché tutto era già stato detto e nulla poteva essere messo in discussione. Quindi una setta segreta aveva cominciato a diffondere menzogne – la sfericità della Terra e l’infinitezza del cosmo, ad esempio – per creare nuovo sapere, per fecondare la mente umana di nuovo dubbio: solo così si sarebbe potuto andare avanti, oltre la barbarie di quei tempi.

Noi, che abbiamo la fortuna di vivere in un universo infinito e in un mondo variegato, non abbiamo bisogno di inventarci bugie per andare avanti. Ci basterà interrogarci sui fenomeni che ci circondano. Analizzarli e, conseguentemente, farci un’idea. Perché il dubbio non è l’incapacità di non sapere che pesci prendere, quanto la facoltà di interrogarsi su una serie di scelte possibili da fare e di pensieri da accogliere.

Dico tutto questo perché, come già scritto altrove, ho deciso di parlare in classe di famiglia e di famiglie. Di un concetto che è fisso è immutabile nella mente di alcuni e che, come dimostrano gli storici, è ampiamente mutato nel corso dei secoli e dei millenni. Poiché, poi, nel resto del mondo si è affacciato il fenomeno delle nuove famiglie, ho deciso di dare rappresentanza anche a queste. Accanto alla famiglia tradizionale – o meglio, tradizionalmente detta – ho citato le famiglie delle coppie di persone dello stesso sesso, le famiglie interreligiose, le famiglie monoparentali, le famiglie allargate e così via.

Prima di arrivare a queste tematiche, ho fatto leggere su un libro dato alla scuola e patrocinato dalla Presidenza della Repubblica, dalla Presidenza del Consiglio dei ministri e dal Ministero dei Beni Culturali: Speak Truth to Power di Kerry Kennedy. In questo libro si parla, e non è un caso (e si badi che la Kennedy è cattolica), di diritti delle persone GLBT. Mi è sembrato un buon punto di partenza per parlare anche di altri fenomeni, quali l’omofobia, la questione transessuale, l’accettazione delle diversità. Il discorso si è poi allargato ai grandi temi etici dibattuti in questi ultimi anni, a cominciare dal testamento biologico.

Durante questi discorsi, sono emerse alcune domande e alcune considerazioni.

Tra le prime ricordo con un certo affetto quella di un ragazzino che mi ha chiesto «professore, ma perché non facciamo i diritti delle persone normali?». Da questa è partito un dibattito su ciò che è normale e su come si fa a considerare normale una varietà tra tutte le altre. Una domanda apparentemente stupida e irritante. E invece, portatrice di un intero mondo da esplorare.

Un altro ragazzo mi ha anche chiesto se io fossi a favore delle “famiglie” omosessuali. Al di là della mia risposta, che non ha senso ripetere, c’è da dire che sono rimasto molto colpito dal fatto che questi abbia usato il termine “famiglia”.

Altri ancora mi hanno fatto notare che «se fossimo abituati a vedere più coppie che vanno in giro mano nella mano non ci faremmo caso. È solo una questione di abitudine.»

In tutto questo diverse volte si è arrivati alla domanda cruciale di quale poteva essere la soluzione a certe problematiche: a cosa arrivare a credere, in buona sostanza. Perché gli studenti e le studentesse ti chiedono questo: una verità assoluta. Ho fatto presente che nessuno deve per forza farsi piacere le “scelte” di vita degli altri, ma che tutti dovremmo portare rispetto per la vita degli altri, pur non condividendola. E ho suggerito loro di interrogarsi a lungo quando sono posti di fronte alla diversità, qualunque essa sia. Per capire se le considerazioni che fanno sono in frutto di un giudizio a priori su una cosa che non si conosce o l’elaborazione di conoscenze e idee su un fenomeno che si è osservato a lungo. Li ho visti, per lo più, assertivi. Alcuni distratti, altri rapiti. Il dubbio per me è questo. Continua ricerca. Il fine, invece, è il rispetto. Le risposte, quindi, arriveranno col tempo. Io cerco di insegnare anche questo.