Un incantesimo di protezione

a-aquilibristaCi vorrebbe una pozione magica, di quelle capaci di cancellare le cicatrici di tutto il male del mondo.
Dell’incomunicabilità degli uomini.
Dei nostri tagli.
Del vuoto della notte, quando ascolti una canzone disperata per dare il giusto suono al momento.
Che scivola tra le mani e ti attraversa le viscere.

Ci vorrebbe un incantesimo di protezione, da se stessi a volte.
Anche se la tua rabbia è giusta e hai deciso che non permetterai a nessuno di dirti come deve essere.
Non smarrirsi per strada, quando torni a casa.
La tazza fumante, l’odore dell’erba.
Una spugna che assorba la tristezza.
Guardare oltre. Perché c’è sempre la vita, al di là di quel treno che ti passa sopra.  E perché c’è sempre qualcuno che riempirà il vuoto lasciato da qualcun altro, per quella legge della fisica alla quale tutti noi obbediamo.

Ci vorrebbe tutto questo, insomma. E tutto questo, per ora, non c’è.

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Vivere come se il domani non esistesse

I’m gonna swing from the chandelier, from the chandelier
I’m gonna live like tomorrow doesn’t exist
Like it doesn’t exist
I’m gonna fly like a bird through the night, feel my tears as they dry
I’m gonna swing from the chandelier, from the chandelier.

Chandelier, Sia

Perché se il mio spleen avesse una colonna sonora, questa sarebbe una delle sue melodie.

Il suono del tempo che

Il tempo che verrà avrà il suono di queste strade bagnate. Un suono di tetti, da poter gestire senza troppe aspettative. E avrà il un cielo di latte oscuro, a metà strada tra il rosso e le tenebre, sebbene incapace di spaventare davvero, perché quando nel buio ci vivi, alla fine, anche le ombre hanno contorni familiari e ogni cosa ha un suo volto.

Sarà rassicurante come il sonno che ti abbraccia la sera, nella parte sinistra del tuo letto.

Si ripeterà, sempre uguale, nella risacca marina dei giorni. Nel sapore delle tazze bianche e del caffè del risveglio. Nell’attesa del treno, nell’orizzonte scrutato, sgombro di nubi, ma pronte a invaderci come pennacchi di cavalieri celesti. Nelle telefonate dense di amore, di quello che, tuttavia, non infliggi agli alberi dentro cardioidi intagliati con un coltello o come quando, da bambini, usavamo le chiavi di casa. Nell’attesa di una pioggia come questa. Verticale. Come il suono di un’arpa con una corda sola.

Sarà una comoda, rassicurante quotidianità. Scevra delle vesti dei fantasmi impigliate nei rami morti, anch’essi. Sarà un tempo indenne ai loro richiami, ai loro pentimenti tardivi. Avrò il profumo delle mandorle, il suono di una musica ascoltata altre volte, la voce di una telefonata che arriva sempre.

Sarà uno spazio interiore dove trovar rifugio per quella profonda inquietudine che ti tormenta per ricordarti che sei vivo. Quell’insieme di domande che non ti aiutano a mettere radici. Quel rimbombo eterno, che va oltre la sicurezza degli oggetti, alla certezza delle immagini mentali. Che ti fa sentire disperatamente solo, di fronte al baratro. Ma che, subito dopo, ti fa aprire le ali per trasformarlo in orizzonte.