L’ultima carezza, al morir della sera

tramontoForse il sapore della nostalgia è quello del latte caldo, col miele, in un pomeriggio di fine inverno quando ricordi di come eri bambino. Dei pomeriggi lentissimi, a casa di tua nonna,  quando a quest’ora di trent’anni fa il cielo diventava di fuoco per pochi minuti. E poi, subito dopo, tutto si faceva buio. Troppo in fretta. Te lo ricordi perché studiavi, o facevi finta di farlo, sulla vecchia macchina da cucine di fronte alla finestra. Il cortile, al di là di essa. E tra le pareti delle case, uno scorcio che lasciava intendere il cielo. Da lì si vedeva il tramonto, e poi la notte. Tutto così in fretta. E lì, in quel tempo, si consumava la tua impotenza, quell’atavica tristezza rispetto alle cose dei grandi che stentavi a capire.

Eppure era un mondo protetto, a modo suo. Un mondo che sapeva di bucce d’arancia, il profumo per la sala da pranzo, nei giorni di festa, la tv sempre accesa e i rumori delle cose da fare, di là in cucina. Le pentole con qualcosa da mangiare, le voci degli altri, la noia e l’angoscia per il lunedì che sarebbe arrivato – inesorabile – e per i compiti ancora da fare, la prof cattivissima di italiano, che tutto sapeva di grammatica e letteratura ma non dava proprio l’idea che avesse capito qualcosa della vita, Drive In in prima serata, il buio della strada, le macchine, si torna a casa, vai a dormire che è tardi, girati sul lato destro o ti fa male al cuore. Cose così. Un rincorrersi di piccole infelicità che ti faceva sentire al sicuro. Come quelle palle di vetro, con la neve dentro. Che la giravi e tutto era bello.

E adesso che il futuro c’è stato e che le cose non cambiano più, perché tutto è già successo e non si può tornare indietro – che credete?, i greci avevano capito ogni cosa: girati indietro, esattamente come Orfeo, e rivedrai il tuo passato fuggire. Le cose che più ami scivolarti tra le dita come le ombre di ieri, subitanee dopo la bellezza del crepuscolo – adesso, dicevo, rimane quel sapore lontano, nella tua tazza coi gufi, a pensare quand’è successo che quel tempo in cui eri bambino e cercavi di vedere oltre la staccionata del tempo si è trasformato in un voltarsi alle spalle, per capire quand’è che davvero hai perso tutto questo, per cercare di ricordare quand’è stato il tempo dell’ultimo abbraccio, dell’ultima cosa detta che avesse il privilegio dell’urgenza, o di quella carezza lasciata al morir della sera. Quando fuori è tutto arancione, per pochissimo tempo, in quell’instante così piccolo da sfiorare l’eterno.

Tutto quello che avrei voluto scrivere

4118881317_9197736992Purtroppo sono fatto così, avrei voluto scrivere, fatto un po’ male. Di quelli che si feriscono facilmente o che si lasciano ferire con altrettanta leggerezza.
E avrei voluto scrivere anche che basta poco, uno sguardo rivolto altrove, un’attenzione che cala all’improvviso, parole che promettevano qualcosa e che si sono trasformate nel loro esatto opposto.
Avrei detto anche dei miei mattini senza una direzione, di quelle volte che guardo fuori dalla finestra, della mia malinconia all’unisono col grigiore delle nuvole grondanti di pioggia e di pensieri oscuri.
E di qualche abbraccio che manca all’ultimo minuto, di quei baci che prima promessi e poi finiti col finire delle musiche dell’alba e nell’incedere notturno delle onde, in riva alla scogliera dell’estate delle mie infanzie, tutte violate e popolate da orchi malvagi.
Tutto questo avrei voluto scrivere, perché quando hai l’anima malandata succede spesso di sentirsi un po’ spezzati ed è difficile mettere cerotti quando le ferite sono invisibili.

E quindi tutte queste parole, belle e poetiche, avrei scritto in omaggio al tempio del mio dolore. Solo che mi sarei anche rotto il cazzo di tutto questo spleen. E quindi non lo dirò. Impiegando il tempo in qualcosa di più costruttivo.

Sissy Boy (vietato spezzare i sogni dei bambini)

Sissy Boy (la conferenza del signor S.B.)

Sissy Boy (la conferenza del signor S.B.)

Sissy Boy (La conferenza del Signor S.B.)

di Franca De Angelis
regia di Anna Cianca
con Galliano Mariani 

Teatro Lo Spazio, via Locri 42-44
Dal martedì al sabato ore 20.45 Domenica ore 17.00
Ultimo spettacolo: 9 febbraio 2014

***

Abbiamo avuto tutti/e un’infanzia e un’adolescenza. E non sempre è stata una passeggiata. Perché per molto tempo non sai chi sei e non sai cosa vuoi. E in un mondo di immagini e di identità, non importa quanto fittizie o granitiche, può essere difficile tracciare i confini del proprio sé.

Se sei gay, lesbica, trans o qualsiasi altra cosa, se rientri in una categoria “non convenzionale”, narrata il più delle volte come una non categoria, specie rara, monstrum latinamente inteso – ma come qualcosa da esporre per poi prenderne le distanze – il dolore diviene lacerazione. Una ferita tra ciò che sei e ciò che vorresti essere. Tra quello che vorresti e che ti è precluso. Il desiderio che coincide col dolore dell’essere.

Sissy Boy esplora questa dimensione della vita di moltissimi/e giovani omosessuali. La storia di Sergio, che da bimbo ama giocare con la sorella e con le sue bambole. La narrazione di un’infanzia “stuprata” dalle terapie riparative, dai nuovi santoni che tra qualche preghiera e mille violenze ridisegnano una natura ritenuta erronea, sbagliata, contro se stessa. Uccidendo le emozioni, inventando mani invisibili che attorcigliano le budella, che allontanano da ciò che si vuole, scaraventandoci verso quello che non siamo. Pervertendo il nostro essere. Rendendo doloroso ciò che è già difficile.

Un viaggio verso i sogni in frantumi, le crudeli ingiustizie della famiglia “tradizionale” pronte a declinare in tragedia, fino ad approdare a intere fette di vita non vissuta, sospesa, violata.

Una sapiente regia, quella di Anna Cianca, che distanza attore e pubblico nella narrazione della memoria, per poi annullarla nel rivivere l’esperienza della “cura” dell’omosessualità, quando il protagonista si immerge tra spettatori e spettatrici, incarnando i soprusi, facendo del suo corpo il testimone di strattoni, maltrattamenti, incomprensioni e silenzi.

Una pagina fondamentale per capire che molte persone LGBT avviate a queste terapie criminali hanno effettivamente un grosso problema: quello di un mondo adulto che non riesce a rispettare i sogni dell’infanzia e li traduce nella rinuncia al sorriso, al desiderio e alla rinascita.

Un dramma che abbraccia anche momenti gioviali e che ti fa capire la fortuna di saper dare un nome alle proprie emozioni, di riconoscere la persona che ogni mattino vediamo allo specchio. La fortuna di esserci ancora. Anche se quel processo di definizione dei nostri confini può esser stato difficile e doloroso, ma di certo non vano.

Ecco cosa fa veramente male all’infanzia

Adozioni da parte di persone LGBT? Nascere in famiglie omogenitoriali? Crescere con un solo genitore, indipendentemente dal suo sesso e dal suo orientamento sessuale? Queste sono alcune delle “condizioni” che secondo un certo pensiero conservatore, omofobo e clericale influirebbero sulla serenità e sulla felicità di bambini e bambine.

Credo che la migliore risposta a certe illazioni stia in un’immagine, presumibilmente un’opera, che sta girando su Facebook e su Twitter e che richiama i sei mali che affliggono l’infanzia oggi:

savethechildren

 

Riporto la didascalia dell’immagine (probabilmente tradotta, per cui non perfetta sotto il profilo stilistico):

La prima immagine si riferisce alle società controllate di pedofilia in Vaticano.
La seconda immagine si riferisce alla pedofilia in Tourism Authority of Thailand.
La terza immagine si riferisce alla guerra nel paese della Siria.
La quarta immagine si riferisce al traffico di organi sul mercato nero, dove le prime vittime sono i bambini dei paesi più poveri.
La quinta immagine si riferisce alle armi libere negli Stati Uniti
E infine la sesta immagine si riferisce ad obesità che hanno causato grandi aziende di fast food nei bambini.

SAVE THE CHILD

Guerra, violenze, mancanza di affetto, malnutrizione. Ecco cosa nuoce veramente a miliardi di bambini e bambine in tutto il mondo.
E credo che non si debba aggiungere altro. Che non sia biasimo per tutto ciò, naturalmente.