In Pigneto town

All’inizio è sempre difficile. Almeno da qualche tempo a questa parte. Sicuramente, perché sto invecchiando. Ma converrete che non è facile il salto da quella che era casa tua, la casa dove sono nate le speranze d’amore e le migliori cene con i tuoi amici di sempre, alla stanza da riempire, con la tua sola presenza, a casa degli altri. Dove tutto ciò che è appeso alle pareti, per quanto bello, non ti assomiglia per niente.

E allora, ogni volta, mi ci devo riabituare. Devo imparare il colore delle piastrelle della cucina, gli odori che provengono dal pozzo luce e dalle scale, quel profumo di quotidianità che, per un crudele paradosso, ti fa sentire ancora più estraneo.

E forse il discrimine è questo, tra giovinezza e ciò che viene dopo. Prima sai ogni cosa di te, anche nell’errore. Dopo, tutto diventa incerto, labile, invisibile. E non è la cosa più facile del mondo vedere che il tuo percorso è come l’andare sulla battigia, con l’onda del caso pronta a cancellare tutto e, ogni volta, ricominciare come se fosse la prima volta. Ma questa è la vita che il fato e gli dèi mi hanno concesso. Sempre meglio che rimanere imprigionati in una rupe a farsi mangiare il fegato da rapaci volgari.

Tutto questo per dire che da qualche giorno ho preso casa nuova. Al Pigneto, un quartiere etnico nel cuore di Roma. Un po’ un village “de noantri”, per dirla nell’idioma locale. Devo aggiustare il disordine della mia stanza. E siccome credo alla magia, lo aggancerò al disordine della mia vita. Chissà che, applicando il principio della regula nel caos, non scaturisca un nuovo universo.

Intanto il cielo è benevolo, la mia finestra dà su una stradina alberata e nonostante la bevuta di ieri non ho mal di testa e il nuovo giorno sa della pizza di Mustafà e del caffè col miele di castagno.

Poi mettici pure un cd nello stereo del bagno e la tua coinquilina che ti guarda con occhi curiosi, perché da sempre lei credeva che quel lettore non funzionasse e invece la musica va. E allora capisci che è un segno, perché le cose forse non si aggiustano mai da sole ma non è detto che siano del tutto rotte.

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Flusso d’incoscienza

Adesso che.
L’autunno è alle porte con il suo carico di aspettative, con le promesse che hanno l’aspetto delle nuvole che si scioglieranno come la pioggia, con il sapore dell’acqua che riesce a far profumare anche l’asfalto, in armonia col colore dell’erba, col fluire del Tevere, qui a pochi passi da casa.
Adesso che tutto questo è a portata di mano, così vicino che puoi toccarlo, lo stringi a te.
E non sai.
Perché se lo stringi troppo forte, c’è il rischio che si rompa e sparisca tutto.
C’è il rischio che stringere un sogno può avere lo stesso effetto di quella storia di Enea, che abbraccia il padre negli inferi, e tocca solo se stesso. O forse è così che deve essere.
E se lo lasci andare, il rischio è quello che se ne vada, sul serio.
E allora è tutto un casino.

Adesso che fa buio prima.
Adesso che i sensi si risvegliano, in perfetto equilibrio tra inferi ed eden.
Adesso che l’orizzonte lascia intravedere i vascelli di una promessa, complessa, grandiosa ma ancora lontana e nel mare le burrasche possono essere improvvise.
Adesso che l’abulia è la migliore alleata del mio nemico, in questa guerra di feroci intenzioni.
Mi domando.
Se.

Ce la farò.

«Io non so chi sei
vorrei gli dèi quaggiù
perchè così rinascerei
senza guai»
Darkroom, Baustelle

Chi vuol esser lieto…

Non si tratta di attesa.

Quello che mi attraversa in questi giorni d’estate non è la speranza di qualcosa di nuovo. Non sento l’esigenza di qualcosa che mi stupisca. Va bene tutto così com’è. E non perché così com’è va poi così bene. Ma ho soltanto deciso di non aspettare. Basta sprecare energie. Basta restare in sospeso, confidando in una risposta, in uno sguardo.

A volte succede che, in una scala di priorità, decidi di tenerti accanto te stesso. Nel nuovo equilibrio che nasce ti fai bastare l’orizzonte del mare, in lontananza, il cantare giusto quelle canzoni e la danza delle tende con la stessa complicità di un vento che ti culla nell’amaca in balcone. E la sufficienza di tutto questo non è un esercizio di volontà, un adagiarsi sulla mediocrità dovuta all’impotenza. È, più semplicemente, uno stato dell’anima che arriva, addirittura, a renderti felice.

Scegliere se stessi, accogliere chi ha qualcosa da raccontarti per poi sapere ascoltare, confrontare opinioni nella scoperta del sapore nascosto della curcuma, ripensando con gratitudine a qualche sguardo fuggevole, acerbo, che ti accarezza con benevolenza.

Per adesso si va avanti così. Di doman, si sa, non c’è certezza. E sti cazzi.

Sottofondo di cicale

Sottofondo di cicale, al di là dell’asfalto. Al di qua dei cordini disabitati dall’inverno, musiche familiari, rumori consueti, voci che dicono le cose di sempre. Eppure.

Una telefonata che non arriva.
La solita incertezza per il futuro.

Copione già visto. Eppure…

Perché, ogni tanto, ogni angolo di questa vita è terra straniera?