Luxuria arrestata a Sochi. Ma l’Italia non se la passa meglio

Il tweet di Luxuria a Sochi

Un paio di pensieri a caldo sugli ultimi fatti accaduti alle olimpiadi in Russia.

Vladimir Luxuria è stata arrestata, dopo essersi recata in Sochi per manifestare contro la legge anti-gay. La notizia è stata diffusa da Imma Battaglia che dichiara che l’ex parlamentare del PRC è stata portata via dalla polizia locale in quanto aveva con sé una bandiera con su scritto, in lingua russa, «gay è ok». Pare, inoltre, che gli agenti si siano comportati in modo abbastanza brutale.

Nell’attesa che venga rilasciata al più presto, che le nostre autorità siano sollecite e esemplari in tal senso, e nell’augurio che stia bene, non rimane che una triste considerazione su quanto sta succedendo in questi giorni in Italia e nell’Europa dell’est: la Russia ci fa orrore, perché omofoba. Ma – dopo le ultime eroiche gesta di sottosegretari del Pd che censurano le iniziative di lotta all’omofobia dell’Unar – il nostro paese che, per compiacere le sfere religiose, vieta di parlare di rispetto delle persone LGBT nelle scuole non è poi così diverso.

Non possiamo scandalizzarci più di tanto per quanto accade nel mondo, quando dentro casa nostra si sta prendendo quella china. Occorre riflettere approfonditamente su questo. E, conseguentemente, porvi rimedio.

Lettera a Imma Battaglia sui diritti, le aperture e le feritoie

Gentile Imma Battaglia vorrei farle notare come espressioni del tipo «stabilire garanzie giuridiche per una coppia di conviventi anche dello stesso sesso è un fatto di civiltà ma i matrimoni tra gay sono una idea profondamente incivile, una violenza della natura e sulla natura» non rientrano propriamente nel concetto di rispetto. Basta che lei sostituisca la parola “gay” a “nero”, “ebreo”, “donna”, ecc, e ne avrà la riprova.

Le dico, secondo quello che è il mio parere, che Casini quelle parole – che lei ha sposato, pur riconoscendone il tono poco rispettoso – le dice non perché si è convertito, seppur a fasi alterne, alle migliori correnti di pensiero europeo e mondiale sulla sfera dei diritti, ma che afferma quel che afferma per trovare un’intesa elettorale con Bersani, il cui partito ha promesso «un presidio giuridico» sulle coppie di fatto, che prevedono una soluzione «nei dintorni della legislazione tedesca» e che questo, in parole più povere, andrà tradotto, molto probabilmente, con l’ennesima leggina insulsa sul modello dei DiCo del 2007.

In merito a tutto questo, vorrei spiegarle – casa Imma, a cui ricordo il merito di aver organizzato la grandiosa manifestazione del World Pride del 2000 – che lei ha tutto il diritto di esprimere la sua opinione, assieme al diritto di pensare che le sue relazioni affettive, se portate al piano della piena eguaglianza giuridica, possano essere considerate (da lei o dai politici che supporta) in qualità di barbarie.

Ecco, Battaglia, lei ha tutto il diritto di sentirsi una persona di serie C2. Ma, per favore, quando fa certe affermazioni, vista la sua visibilità pubblica, per favore ripeto, parli a titolo strettamente personale.

Infine, le suggerisco di tenere bene a mente la differenza tra un’apertura e una feritoia. Da quest’ultima, di solito, si lanciano frecce ai nemici. E non è colpendo con i dardi infetti dell’omofobia i nostri diritti che si entra in modo dignitoso, cioè a pieno titolo, nel castello dell’uguaglianza di fronte alla legge.

Cordialmente,

Dario Accolla

Roma Pride 2010: la vittoria di Imma Battaglia, la disfatta del popolo GLBT

Ho vinto io. Questo avrebbe detto Imma Battaglia al cospetto del suo pride. Un pride che, a quanto si legge dalle cronache di chi lo ha vissuto, è stato uno tra i più deludenti della storia delle manifestazioni GLBT d’Italia. Certo, a leggere la pagina romana di Repubblica si parla addirittura di centomila presenze.

Adesso io non sono romano e, sebbene ci abbia vissuto quasi un anno, non conosco bene la città. Ma chi romano lo è, come Mauro Cioffari – esponente di SEL e firmatario del documento Noi non ci saremo – ci fa notare che “quando la testa del corteo è arrivata a Piazza Venezia il quinto carro che chiudeva la manifestazione aveva abbondantemente superato Largo Corrado Ricci. 600/700 metri di corteo.” Per altro, se la guerra delle cifre, con analoga lievitazione dei numeri, viene imputata anche al Mieli, storico e tradizionale organizzatore degli altri pride romani che quest’anno ha dato forfait, non vedo perché la stessa graziosa pratica non possa essere additata al team della Battaglia.

Al di là del dato quantitativo, che può anche non interessare, e dato per quasi certo che ieri a Roma hanno manifestato non più di diecimila persone (secondo quanto ci riferisce Luca Possenti, di Famiglie Arcobaleno), c’è il risultato politico di un pride che lascia dietro di sé una vera e propria scia di sangue:

1. il movimento romano lacerato come non mai, con il Mario Mieli, Arcilesbica e l’area antagonista da una parte e la Battaglia, Arcigay e altre formazioni minori (quattro in tutto) dall’altra;

2. altre associazioni hanno subito abbandoni o scissioni interne, come nel caso di Certi Diritti Roma, che ha perso il suo presidente Luca Amato, anche lui tronfio di un trionfo che, a quanto pare, sta solo negli occhi di chi questo pride lo ha organizzato;

3. i messaggi dal palco parlavano di “normalizzazione”, invece che di valorizzazione delle diversità;

4. Vladimir Luxuria che plaude al fatto che le trans sono venute finalmente vestite… come se fosse un dato di fatto che trans e topless siano le due facce della stessa medaglia;

5. la totale assenza, da parte del palco, di una critica serrata contro i motori primari dell’omo-transfobia – chiesa cattolica, cultura di destra, ignavia e idiozia di certa sinistra, stereotipi televisivi, ecc… – e di elaborazione politica di obiettivi comuni, quali l’estensione del matrimonio alle coppie gay e lesbiche, la tutela dell’omogenitorialità, le adozioni, la tutela delle unioni civili, una legge contro l’omo-transfobia, una maggiore richiesta di laicità da parte delle istituzioni e via discorrendo.

Nonostante quest’apocalisse, condita con una buona dose di pochezza, a ben vedere, Imma Battaglia, colei che portò a Roma, dieci anni prima, ben un milione di persone per il World Pride, grida vittoria. Come se si fosse trattato di una guerra, di una competizione sportiva, di un trionfo in un reality.

Ignora la Battaglia, o finge di farlo, che la sua vittoria coincide con la sconfitta di un intero movimento, non solo nella capitale, ma in tutta Italia. Il pride di ieri, a Roma, ha solo tolto credibilità politica a un movimento che, come ha più volte detto Scalfarotto in passato, è uno dei più derelitti d’Europa. La Battaglia ignora che la vera vittoria avverrà il giorno in cui una coppia lesbica deciderà di varcare le soglie del Gay Village perché è lì che vuole festeggiare il suo matrimonio. Sarà vincente quando un gay deciderà di frequentare un qualsiasi sex-club affiliato ad Arcigay non perché la società impone dei ghetti relazionali che passano dalla repressione dei costumi sessuali, ma per puro desiderio, perché il novero delle scelte che adotta per usufruire del suo corpo e della sua sessualità è libero. Sarà vincente quando la parola “transessuale” non verrà associata, in automatico, al campo semantico della prostituzione. Quella sarà la vera vittoria e non solo per la Battaglia, ma per tutte e tutti.

Ma temo che in un movimento fatto di personalismi, in quello che pare un pollaio in cui ci sono troppi galli e galletti che si sono messi in testa di fare le galline e l’individualismo è elevato a cifra politica, ci sia poco spazio per la considerazione della comunità. E questo, mi spiace per la Battaglia, ma spiace ancor più per me e per tutte le persone GLBT, è una disfatta clamorosa, tragica, insopportabile. Per tutte e per tutti.

Roma Pride 2010: perché io andrei

Non andrò al Pride di Roma, quest’anno, solo perché non sarò fisicamente in città. Fossi rimasto nella capitale, invece, sarei andato per una serie di ragioni. E credo che tali ragioni dovrebbero essere le stesse di chi dice di avere a cuore la questione GLBT.

Innanzi tutto perché occorre dare un segnale politico al comitato Roma Pride. Nella querelle che vede due fazioni contrapposte, quelli che organizzano e quelli che non andranno, mi sento ideologicamente più vicino a chi nutre perplessità rispetto ala gestione del pride. Tuttavia, come ho già scritto in precedenza, la scelta aventiniana del Mieli e dell’ala antagonista, è semplicemente sterile.

Dichiarare che non si va non è un atto politico, ma semplicemente identitario che con la questione dei diritti e della dignità del popolo rainbow non ha niente a che vedere. Adesso, è legittimo che non ci si senta rappresentati da Marrazzo e dalla Battaglia ma proprio per questo occorreva stilare un documento critico di partecipazione. Occorreva andare per dire che il comitato ha organizzato sì l’evento, ma che l’evento non è di proprietà di Arcigay Roma o del DGP. È di chi vi partecipa. E se io partecipo – con una piattaforma politica di spessore che parla di dignità, di laicità, di liberazione – aggiungo, con la mia presenza, un valore a una manifestazione presentata in modo annacquato: basta vedere lo slogan e il video di presentazione che svilisce il senso del pride in questione.

In altre parole: portare un valore che altrimenti non ci sarà. Perché non c’è. La partecipazione fa la differenza. La partecipazione sotto un’insegna di associazioni e realtà che fanno la differenza – politica prima di ogni altra cosa – avrebbe avuto un valore ancora maggiore. Il pride, d’altronde, non è la celebrazione delle differenze?

Ancora, occorreva andare per dare segnale di unità alla cittadinanza. Sabato a Roma ci sarà un corteo che vedrà il movimento GLBT ancora più diviso e fragile e questo avrà una ricaduta negativa per tutte e tutti. Un corteo più partecipato, anche se diviso tra schieramenti legati a documenti politici diversi, avrebbe dato un altro segnale: forse non si è d’accordo su come gestire una manifestazione, ma il bene ultimo è più importante della guerra fra fazioni. Ammesso che il bene ultimo sia davvero la cosa più importante. Anche più importante dell’identità, molto spesso ridotta solo a mero logo.

Dulcis in fundo: il rischio di una sconfitta totale è dietro l’angolo. Se sabato le cose andranno bene, sarà il successo di una parte, agli occhi dei media e del mondo politico. Se le cose andranno male, invece, sarà il segno evidente della debolezza del mondo GLBT nel suo insieme. Nel primo caso, la frattura dentro il movimento sarà ancora più insanabile perché i “vincitori” di una gara di cui si faceva volentieri a meno avranno un peso contrattuale che faranno valere in un futuro tavolo di trattative. Nel secondo, a essere sconfitta sarà la comunità, rea e responsabile di non avere interlocutori politici adeguati nei confronti della società civile e della politica di palazzo.

Le conseguenze sul piano pratico sono tanto facilmente prevedibili quanto pesanti.

I partiti ci vedranno come le grandi potenze europee vedevano gli staterelli italiani da medio evo in poi: piccoli, troppi, troppo litigiosi e, dunque, facilmente attaccabili. In virtù di quale forza potremo chiedere una legge contro l’omofobia o addirittura diritti per le coppie di fatto, per tacere del matrimonio, se non siamo una forza?

Gli svastichella di turno, intanto, avranno man facile a continuare ad aggredirci. Tanto sono soli, penseranno, chi li difende? Tra di loro si scannano e lo stato, in virtù di questo, non ha interesse a tutelarli. Questo penseranno e noi diventeremo carne da macello. A dispetto delle nostre splendide identità. Sia che esse stiano a destra, a sinistra o, come temo stia accadendo, nell’abisso in cui stiamo sprofondando. Tutte e tutti, indistintamente.

Loro non ci saranno

(Per le puntate precedenti, clicca qui)

Allora vediamo se ho capito bene. Il Mario Mieli, Facciamo Breccia e una galassia di piccole e grandi realtà antagoniste e di sinistra poiché «sono accadute cose talmente sconcertanti e rilevanti in merito al Pride della Capitale del 2010», si sono ritirate sull’Aventino e hanno stilato un documento politico in cui spiegano le ragioni del loro niet al pride organizzato da Arcigay Roma e da Imma Battaglia.

Adesso – premesso che penso di poter parlare a nome di moltissima gente quando dico che le cose sconcertanti le vediamo da anni, e non solo in merito al Pride della capitale – a me pare che il documento in questione sia un inno alle imbecillità di tutto il movimento GLBT, dalla Battaglia a Facciamo Breccia, passando per il Mieli e Gaylib.

Perché se fai un papello di oltre due pagine in formato A4, firmato da ben ventidue tra associazioni e realtà GLBT, per dimostrare che il pride che doveva essere di tutti alla fine è gestito da quattro gatti – il numero non è casuale – logica vuole che poi qualcuno potrà chiederti: e vi svegliate solo ora? Dov’eravate, così forti, determinati e numerosi, quando si trattava di difendere la manifestazione?

Ancora: mi va bene una critica contro chi vorrebbe, presumibilmente, inciuciare con Alemanno, ma nel contro-documento in questione si attaccano i gay di destra che per carità, non stanno simpatici nemmeno a me, ma democrazia vorrebbe che anche loro possano manifestare liberamente il loro pensiero. Soprattutto quando costruisci un documento che critica il team della Battaglia & Co per scarsa democrazia interna.

E non per fare lo stronzo, anche se so che mi riesce benissimo, ma all’estero – cioè in quei posti dove hanno diritti, matrimonio e adozione e tutte quelle cose che noi “normali” sogniamo (e che Facciamo Breccia schifa) – il pride non è di sinistra. È della cittadinanza tutta. E ve lo dice uno che non ha mai votato più a destra dell’ormai defunto PDS.

Poi io posso pure ben capire che l’antifascismo è un valore inviolabile, ma i paladini dell’antagonismo attaccano il riferimento all’antitotalitarismo, vedendolo come fumo negli occhi. Perché è chiaro che certi compagni e certe conventicole mal sopportano, legittimamente, le sprangate dei vari fan club di Benito e Adolf, ma poi, stranamente, sono pronti a chiudere un occhio sulle fucilate di Che Guevara e la prigione di Fidel Castro ai danni dei froci di Cuba. Capisco pure che certe identità politiche si sfaldano se non c’è l’ombra sicura di un simbolo a tutelarle, falce&martello inclusa, ma questo modo di (non) affrontare il problema non rende certi individui migliori di chi poi condanniamo quando ci ritroviamo a dover denunciare l’ennesima aggressione contro amici, compagni e altri “froci” come noi.

In questa parabola a precipizio, ancora, non poteva mancare un forte elemento di dissociazione psichica quando leggo che quelle forze andranno, gloriosamente altere, altre e, ovviamente, incazzate, al Pride di Napoli. Fingendo di non ricordare come si è giunti a quell’accordo, e fingendo di ignorare che la regia di quel pride è gestita da Arcigay, la stessa associazione che loro accusano, a Roma, di connivenza con il regime fascista imposto da Alemanno alla città. La stessa associazione che, correggetemi se sbaglio, non ha sconfessato l’operato della sede romana.

Il documento, invece, tace su tutta una serie di elementi quali gelosie vecchie e nuove, dissapori non recenti, antipatie storiche e pregiudizi a livello personale che si trascinano da tempo e che si ammantano di un’aura politica per non volerli chiamare per quello che sono: liti tra portinaie.

E la vera tragedia di quest’ennesimo capitolo del nulla è che il movimento GLBT, invece di trovare soluzioni condivise e una rilettura della società nella sua complessità – esercizio forse troppo difficile per chi conosce solo due colori: il rosso e il nero – si impelaga nell’ennesima lite che non interesserà nessuno, se non chi la monta ad arte per avere, possibilmente, il suo siparietto di rancore dove potersi esibire egregiamente. Contenti loro…

In buona sostanza tutta questa telenovela del RomaPride 2010, delle associazioni che non aderiscono, dei documenti e dei contro-documenti, mi rende sempre più convinto che una buona fetta di persone, dentro tutte le associazioni romane, dovrebbe avere l’onestà intellettuale di dedicarsi ad attività più amene, dal giardinaggio al decoupage, e di lasciare la politica a chi ha veramente a cuore i problemi della gente.

Roma Pride VS Mario Mieli: aspettiamoci altri trent’anni di niente

La politica dovrebbe essere, se non ho capito male, l’arte di risolvere i problemi concreti delle persone. Adesso tale arte può essere ammantata dall’ideologia, che è lo strumento per rendere la politica più bella, oltre che per cambiare il presente. L’ideologia è perciò un mezzo e non un fine.

Faccio questa premessa perché ieri sono stato alla riunione indetta dal Circolo Mario Mieli per parlare della “deriva” del pride romano, che secondo molti osservatori esterni sta seguendo un percorso di destra per compiacere la giunta Alemanno al potere a Roma.

Mi chiamo fuori dalle valutazioni di cosa è il pride organizzato da Imma Battaglia e Arcigay Roma. Credo che le cose si valutino alla fine, al loro compimento. Semmai potrei dire la mia sul processo che ha messo in piedi questo pride, ma non ho partecipato ai lavori preparatori, per cui le mie sarebbero solo sensazioni e credo che non interessino nessuno.

Mi limiterò a dire, su questa questione, che non nutro fiducia politica verso gli attori sopra citati per cui rimango guardingo.

Al Mieli però sono stato. E la sensazione che ne ho avuto è stata quella di una colossale perdita di tempo.

Innanzi tutto mi è sembrato fascista l’atteggiamento di chi, al cospetto di Guido Allegrezza, rappresentante del comitato Roma Pride 2010, ha contestato la sua presenza lì dentro. Nemmeno io ero felicissimo di vedere i rappresentanti di Facciamo Breccia, realtà da cui tutto mi divide, ma non mi sognerei mai di mettere in discussione la sua presenza da un consesso democratico, ammesso poi che di democrazia si tratti.

In secondo luogo, non mi pare di aver assistito ad analisi politiche di grande rilievo, se non in pochi casi. C’è chi ha ipotizzato che dietro il Roma Pride del 2010 ci siano interessi personali, chi ha messo in luce, giustamente, come l’Aventino del Mieli abbia di fatto lasciato il campo alle forze che adesso si vorrebbero contestare (per cui intervenire adesso laddove prima si è fatto dietrofront appare, quanto meno, tardivo).

In mezzo a contenuti stantii, sentiti mille volte, di fronte anche a una lettera di Porpora Marcasciano che stimo personalmente e che reputo una ricchezza sotto più profili ma che mi ha lasciato perplesso su alcuni punti – non credo infatti che parte del movimento voglia mettere fuori dai giochi la sua parte antagonista, semmai è vero che certe realtà hanno mostrato più di una volta poco interesse verso certe istanze collettive – non ho potuto non notare, con un certo disgusto, come Facciamo Breccia non sia riuscita a non sminuire il ruolo di We have a dream, ritenendo tale realtà incapace di “fare rivoluzione” – mentre tutti vediamo quali pregevoli risultati siano stati ottenuti da parte della società tutta per merito della signora Biagini & Co. – per non parlare poi di “giovani” attivisti che la pensano come un iscritto del PCI degli anni ’50, per cui la questione GLBT ha una propria nobiltà e dignità d’essere solo se all’interno di diritti di più ampia portata che siano rassicuranti sotto il profilo del rispetto dell’ortodossia marxista.

Taccio sul ritrovare lo spirito di Stonewall, visto che dubito fortemente che dietro quello spirito vi fosse una connotazione politica così definita in senso antagonista per quello che è adesso l’antagonismo.

Poco convincente, per quel che mi riguarda, anche la Praitano, presidente del Mieli, che non vede il fallimento di trent’anni di politica associazionistica GLBT e che ha proposto la redazione di un documento in cui palesare una presa di distanza politica dalle ragioni che hanno portato la nascita del Roma Pride 2010.

Per come la vedo io – quindi, in modo del tutto soggettivo – si sta consumando la solita guerra tra Mieli da una parte e Arcigay-DGP dall’altra. La vera novità sta nel fatto che il Mieli stavolta non sarà dietro lo striscione di apertura del corteo. Per il resto mi pare che le dinamiche di sempre siano sempre lì e che si consumino nell’indifferenza totale di centinaia di migliaia di cittadini – omo ed eterosessuali – che scambiano la questione omo-transessuale per il corteo di chi si mette le tette al vento. Prospettiva un po’ degradante, a ben vedere.

Preoccupante invece realizzare come il “nuovo” sappia di già visto e come il “diverso” – metonimia per diversità di vedute, anche criticabili e criticate – venga visto come naturalmente nemico. Se questi sono i nostri eroi, temo che ci aspettano altri trent’anni di niente in materia di diritti e di progressi sotto il profilo giuridico e materiale.