Ahi serva Italia…

B2etylNIIAAgTkZ.jpg-largeL’immagine che vedete è estratta da un inserto del Corriere della Sera. Ed ecco cosa siamo diventati: il paese che ha la metà e oltre del patrimonio artistico mondiale e che fu patria del Rinascimento è divenuto un ricettacolo di cavernicoli (basta vedere come ha votato e come continua a votare il nostro elettorato, da Berlusconi ai due mattei).

Vorrei far notare anche che siamo un paese in cui le “radici giudaico-cristiane” sono viste come valore culturale imprescindibile per decifrare e comprendere la nostra società tutta.

Ed è così che ci siamo ridotti: un luogo abitato da gente che interpreta il mondo per pregiudizi, stereotipi e luoghi comuni. Siamo un popolo di ignoranti. E questo spiega il fatto che se vedi le Femen ad AnnoUno realizzi che i/le giovani presenti in studio si incazzano perché criticano il potere clericale e lanciano preservativi al pubblico (meritate Giovanardi, ve l’ho già detto?). Questo chiarisce come mai fenomeni come “Manif pour tous” e “Sentinelle in piedi” – che in qualsiasi consesso civile andrebbero bollati come raduni di balordi che hanno fatto dell’omofobia un momento di visibilità politica e una scusante esistenziale – siano ritenuti interlocutori politici. Questo spiega il Nuovo Centrodestra al governo. O le leggi del solito Pd che invece di punire l’omofobia l’avallano. Questo spiega come mai abbiamo un esecutivo popolato da “avanzi da oratorio” (cit). E tutto il resto.

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Luxuria a scuola: i cattolici umiliano la democrazia e il sapere

Vladimir Luxuria

Il caso: Vladimir Luxuria era stata invitata al liceo Muratori di Modena per confrontarsi con gli studenti e le studentesse di quella scuola sul tema della transessualità. L’incontro era stato voluto dagli/lle alunni/e dopo una votazione democratica che aveva sancito l’evento. Alcune famiglie, tuttavia, si sono messe di traverso, minacciando che non avrebbero rinnovato l’iscrizione per l’anno successivo dei/lle loro figli/e. L’appuntamento è quindi saltato.

A colorare di grottesco una vicenda di per sé gravissima – perché non solo crea un precedente pericoloso, ovvero impedire che si tenga un’assemblea e tradendo così uno dei momenti di democrazia in un istituto scolastico, ma anche perché segna l’intromissione dei genitori nell’autonomia della scuola – ci pensa Giovanardi, con uno dei suoi soliti deliri: la scuola non è luogo di indottrinamento. I rappresentati cattolici protagonisti della vicenda, si sono trincerati dietro al fatto che mancava un contraddittorio.

Non so cosa avrebbe detto Vladimir Luxuria in quel contesto, ma inviterei tutti e tutte a riflettere sul fatto che si trattava di un’assemblea non finalizzata a convertire gli studenti alla transessualità, ma per parlare delle problematiche di un gruppo sociale. Niente di indottrinante – contrariamente allo studio della religione cattolica, nei nostri istituti – ma, semmai, qualcosa che avrebbe portato conoscenza di un fenomeno.

Magari si sarebbe scoperto, ad esempio, che “transessualità” non è sinonimo di “prostituzione”. E magari si capirebbe perché essa viene scelta da alcune persone transessuali. Forse si sarebbe parlato dei problemi che si incontrano a maturare il percorso di appropriazione della propria identità di genere. Non credo che serva contraddittorio per un processo di conoscenza, anche perché ciò che contraddice il sapere è, appunto, l’ignoranza.

O forse il problema è la transessualità in sé, ma questa sarebbe discriminazione. Forse Giovanardi e i genitori (presumibilmente cattolici), che hanno ferito la democrazia di questo paese, confondono l’omo-transfobia con la libertà di pensiero, forse anche grazie al nuovo clima culturale introdotto dalla legge di riferimento, votata nei mesi scorsi alla Camera, che permetterebbe di esprimere opinioni non costruttive (se non veri e propri insulti) contro le persone LGBT, proprio nelle scuole.

Dovrebbero chiedersi, infine, tutte le persone di buona volontà, se quando si tratta di altri argomenti, sempre per prenderne conoscenza, si debba chiedere, ad esempio, l’intervento di un antisemita per il tema della persecuzioni del popolo ebraico, la presenza di un razzista se si discute di integrazione e immigrazione, o l’opinione di un uxoricida se si deve parlare di femminicidio. A Vladimir Luxuria è stato chiesto di parlare di sé a condizione che ci fosse qualcuno che parlasse contro la sua vita. Mi chiedo quanti cattolici sarebbero disposti a farlo, nei confronti della loro fede. Eppure, il loro “diritto” di essere contrari a qualcosa per cui nutrono un pregiudizio – l’essere trans, nello specifico – ha coinciso con il fatto che si è impedito a una libera cittadina della Repubblica Italiana il diritto (senza virgolette) di esercitare la sua libertà di pensiero.

Per Povia i terremoti fanno oh…

E insomma, Povia fa sempre rima con vergogna. Basta vedere la sua pagina Facebook per capire che il diritto di parola viene sempre più confuso con la facoltà di dire boiate:

povia

L’origine dei terremoti secondo Povia

Adesso, oltre al fatto che non oso immaginare cosa pensa sulla formazione dei venti, vi faccio notare che stiamo parlando dello stesso maître à penser che sostiene l’innaturalità delle famiglie gay.

Giusto per inquadrare il paradigma scientifico al quale si rifà il “pensiero” omofobo italiano.

P.S.: il titolo di questo post è stato liberamente tratto da un tweet di BinariVivi, che ringrazio per la sua ironia e la rara intelligenza.

Marci per la vita

Gli organizzatori dicono di averla ideata per veicolare quanto segue:

• affermare che la vita è un dono, indisponibile, di Dio;
• chiedere il Suo aiuto, per una società smarrita;
• deplorare l’iniqua legge 194 che ha legalizzato l’uccisione, sino ad oggi, in Italia, di 5 milioni di innocenti;
• ribadire che esiste una distinzione tra Bene e male, tra Vero e falso, tra Giusto ed ingiusto;
• invitare alla mobilitazione i cattolici e gli uomini di buona volontà.

Alemanno, che vi ha partecipato, marciando alla testa del corteo, ha addirittura detto: «Il messaggio è che nessuna famiglia o donna deve essere costretta a rinunciare ad un figlio».

Alcuni esponenti di spicco del Partito democratico – come l’ex vice sindaco di Roma, Maria Pia Garavaglia – volevano partecipare, ma poi hanno dovuto fare marcia indietro. Altri, invece, sono andati, insieme a politici del Terzo Polo e del PdL.

C’era anche più di una componente scout, come si vede dalle fotografie… Agesci, già nei guai per le sortite omofobe e discriminatorie di alcuni suoi relatori in convegni in cui si parla di omosessualità, non ha niente da dire a proposito?

La chiesa ha dato il suo placet. Come si legge su Giornalettismo: «non manca il beneplacito delle alte gerarchie vaticane, dal presidente della Cei Angelo Bagnasco al Segretario di Stato Tarcisio Bertone ai cardinali Angelo Scola e Camillo Ruini».

In questa parabola di squallore, di miseria umana, di analfabetismo civico, vorrei far notare che:

1. con la legge 194 gli aborti sono calati sensibilmente, le donne ricorrono alla contraccezione e si è di fatto estinta la pratica degli aborti clandestini, che facevano ben più vittime di quelle agitate dagli organizzatori della sedicente marcia per la vita. Se si togliesse tale legge l’interruzione di gravidanza non sparirebbe, semplicemente ritornerebbe l’aborto clandestino;

2. i politici del Pd, Terzo Polo e PdL hanno marciato insieme ai militanti di Forza Nuova e Militia Christi. Adesso, passi per il PdL, che è una derivata terza dell’ex partito mussoliniano, ma Terzo Polo e Pd non erano antifascisti?

3. Alemanno ha detto una menzogna: nessuna donna è costretta ad abortire, semmai o lo sceglie, per motivazioni sue che dovrebbero essere insindacabili. Alemanno, a onor del vero, ribadisce l’importanza della contraccezione, ma credo che non abbia ben capito che quella parola non piace a tutta la pretaglia che ha ispirato questa carnevalata antiabortista. Qualcuno lo riconduca al giusto senso del pudore e della vergogna, per favore!

4. Qualcuno dica agli organizzatori che fino a prova contraria la vita è un fatto biologico e non  una concessione divina. E anche quando lo fosse, se qualsiasi divinità ci ha fatto dono della vita, esiste il cosiddetto libero arbitrio. Sarà poi Dio a giudicarci. Se pensano, gli organizzatori, di sostituirsi loro al giudizio nell’al di là, stanno commettendo peccato gravissimo. Sempre che Dio esista e fino ad ora niente e nessuno può dimostrarlo. Cade l’assunto da cui nasce questa orrida marcia;

5. la chiesa cattolica sa che è un atto criminoso proteggere preti e prelati accusati di orrendi crimini contro l’infanzia, a cominciare dagli stupri, dagli abusi, dalle violenze fisiche e psichiche? I nomi di Bernard Francis Lawe di Andrea Agostini – protetti dal Vaticano nonostante quei crimini – cosa c’entrano con la tutela della vita? Essa va salvaguardata solo fino a quando è in stato embrionale?

A leggere tutto questo, penso di poter affermare che il termine “marcia” possa essere affibbiato esclusivamente alla società che ieri ha sfilato per le strade del centro della capitale. La vita, come diceva Kundera nel titolo di un suo libro, è altrove. Ciò che rimane, invece, è solo un grande senso di squallore.

Il tunnel e la Gelmini

La rivoluzionaria scoperta dei giorni scorsi – che attesterebbe che esiste qualcosa di più veloce della luce, ossia i neutrini – rischia di legarsi al ricordo, ridicolo e tragico allo stesso tempo, di un’infelicissima gaffe dell’attuale ministro della pubblica istruzione.

Maria Stella Gelmini, saputo del successo dell’esperimento effettuato tra il CERN e i laboratori italiani del Gran Sasso, si è affrettata a diramare un comunicato stampa che, tra elogi e salamelecchi, recita testualmente:

Alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento, l’Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro.

Peccato che il tunnel in questione non esista per niente. Come si legge sul sito di SkyTG24:

non esiste alcun tunnel (che dovrebbe essere lungo 730 chilometri) che colleghi i due centri di ricerca, dal momento che i neutrini vengono “sparati” sottoterra e attraversano la materia senza necessità di alcun tunnel per garantire il loro passaggio.

Il ministro dovrebbe, a questo punto, spiegarci da dove ha preso la cifra che dichiara di aver stanziato per la costruzione di qualcosa che non esiste. In tempi di crisi, non vorremmo che le “tasche degli italiani” tanto care al suo datore di lavoro, Silvio Berlusconi, fossero state svuotate per un’opera che non c’è.

Una cosa però è certa: l’unico tunnel che l’Italia ha contribuito a creare è quello in cui giace la cultura italiana da quando la Gelmini è ministro, dal quale bisognerebbe uscire, sì, alla velocità della luce e dal quale non si vede, per il momento, l’uscita.

Caro Buttiglione, caro Giovanardi, io, gay, vi abbraccio con tutto il mio amore

Roma, 30 aprile 2011

Ho aspettato a lungo a scrivere questa lettera, aperta a voi e a chiunque volesse leggerla. Ho aspettato non tanto per placare l’ira che è scaturita dalle vostre affermazioni degli ultimi giorni – affermazioni che prendono di mira, in modo poco onesto, le nostre famiglie (mi rivolgo a lei, Giovanardi) e il nostro vivere dentro la società e del nostro lavoro (e qui il riferimento è a lei, Buttiglione) – ma per trovare le parole più adatte, quelle più vere, lontane da ogni livore e vicine al concetto di verità. Una verità che è soggettiva, visto che che vi parlo di me, del mio vissuto, ma che non stento a credere sia condivisibile da molti, a prescindere da ogni orientamento sessuale e dall’esempio di ognuno.

Sento troppo spesso la parola “famiglia” nei vostri discorsi. E la cosa, lo dico duramente, lo so, ma con altrettanta pacatezza, mi amareggia. E non perché siete voi a parlarne – perché ognuno ha il diritto di pensarla come vuole, assumendosi la responsabilità del ridicolo di cui si copre – ma perché mi rendo conto che non sapete di cosa parlate quando proferite le vostre “verità”.

Sono tornato a casa, per le festività pasquali, e ho raggiunto i miei genitori. Sono gay e ho un profondo senso della famiglia. Il mio modello è quello che ho imparato da mio padre e da mia madre. Forse un modello non perfetto – siamo tutti umani! – ma è quello in cui sono cresciuto, in cui mi sono formato come individuo e come cittadino. Di quel modello ho accettato, come accade a chiunque, gli aspetti in cui mi ritrovavo, criticandone altri, da cui ho preso le distanze, sempre nel rispetto dell’amore che mi lega ai miei cari.

Vedo i miei genitori invecchiare, perché il tempo è inesorabile. Ho visto mio padre sempre più silenzioso e mia madre piangere, quando io e mia sorella siamo andati via, per ritornare al nostro lavoro – io nella capitale, lei, siciliana come me, in un nord ad alta densità leghista – perché la sua casa sarebbe ritornata vuota.

Io e mia sorella non siamo andati via per capriccio o per celia, ma perché al sud non si lavora: cioè, per non morire. Civilmente, s’intende.

E perché nella scuola – dove siamo impiegati con contratti sempre più precari – in Sicilia, se sei giovane e non hai la fortuna di aver vissuto in tempi più benevoli, non c’è spazio. E allora si fugge. Non per chissà quale Hollywood italiana, o dentro qualche casa spiata da milioni di vostri elettori, ma per lavorare. Un lavoro che prevede tasse e, per noi single, nessuno sgravio fiscale. Un lavoro mal retribuito, che non tiene conto di anni di sacrifici prima sui libri, poi sui tram affollati alle sette del mattino e poi ancora degli sforzi per mandare avanti baracca e ufficio, nonostante i tagli degli ultimi quindici anni, avallati anche dalle vostre scelte politiche.

Con il mio lavoro pago le tasse per quegli ospedali che non vogliono il sangue di un gay, perché è passato il mito che il sangue di un omosessuale è naturalmente più infetto del sangue di tutti gli altri.

Pago le tasse per mandare a scuola quei figli di famiglie possibilmente omofobe, assieme a quelle solidali e vicine alla causa gay, senza aver la possibilità, a mia volta, di costruirmi una famiglia riconosciuta dallo Stato e senza avere la facoltà di adottare bambini bisognosi o di poterne avere naturalmente, con la maternità surrogata.

Questo dislivello del diritto è causato anche da voi, dalle vostre credenze, dalle vostre dichiarazioni, dal vostro voto contrario a qualsiasi tentativo di rendere la vita di gay, lesbiche e transessuali, meno violenta o semplicemente più bella.

Perché io potrei costruire una famiglia, con un altro uomo, adottare un bambino o procrearlo, circondarlo dell’amore mio e del mio eventuale partner – se abitassimo in Spagna, Canada, Sud Africa, Svezia e qualche altro paese civile, democratico e avanzato, potrei definirlo sposo – e di quello della mia famiglia di provenienza, sì anche di quella, e degli amici e degli affetti che mi circondano.

Come potreste vedere, se faceste lo sforzo di conoscermi, la mia vita, prima ancora di essere la vita di un gay, è una vita improntata sul concetto di umanità. Profonda, sentita, viva e, a volte, intrisa anche di sofferenza, perché il dolore è sempre l’ombra di tutte le gioie di cui siamo potenzialmente capaci.

Se le cose in questo paese andassero diversamente, io potrei avere una mia famiglia e stare accanto alla vecchiaia dei miei genitori. Potrei pagare le tasse per tutti, come già faccio, con la consapevolezza però, che per ora non c’è, che anche gli altri possano fare lo stesso per me e per ciò che rappresento. E questo non è un privilegio, ma il cardine di ogni democrazia: la condivisione responsabile di solidarietà  (in una sola parola: diritti) a parità di doveri. Questi ultimi ci sono tutti, per me. I primi, invece, mancano.

Se le cose in questo paese fossero diverse, potrei anche lavorare nella mia città, per arricchire la mia terra, la Sicilia, che soffre di una crisi di presenze mentali che, a sua volta, la depaupera a livello sociale ed economico.

E se le cose non vanno così è anche per vostra responsabilità, perché non c’ero io in parlamento quando la Moratti prima, la Gelmini poi, e l’onnipresente Tremonti sempre, decidevano di tagliare il mio futuro e quello delle persone che vorrebbero starmi accanto.

Le vostre scelte, in altre parole, hanno determinato la solitudine della mia famiglia di provenienza. E determinano, di conseguenza, l’impossibilità, a livello legale, di crearmi una mia famiglia la cui presenza nella società attuale arricchirebbe il contesto in cui sono immerso. Un esempio soltanto: non posso comprar casa perché, visti i prezzi, un mutuo sarebbe per me proibitivo. Potrei condividerlo solo con un compagno, ma poi ci sarebbero problemi di ordine legale sull’eredità, il possesso e tutte quelle conseguenze che stanno alla base di una convivenza che non può essere tutelata perché altri hanno scelto altrimenti.

Le vostre scelte, in pratica, impediscono a migliaia di famiglie di gay e lesbiche di rendere più dinamico il mercato immobiliare.

Come potete vedere, se la mia potenziale famiglia non è tale, a livello giuridico, non è per una sua (mai dimostrata) incapacità congenita, ma per l’ostilità della sub-cultura politica che vi ostinate a portare avanti, in nome di un Dio che, se esistesse, forse vi biasimerebbe.

Eppure, se aveste l’opportunità di accogliere il mio abbraccio, sapreste cosa si agita dentro il mio mondo e al di qua della mia pelle. Conoscereste il suono del battito, quando l’amore si concretizza. Sapreste il sapore delle lacrime di fronte alla delusione dei sogni che si frantumano. Sareste invasi dal tepore della mia tenerezza e dalle tempeste del mio smarrimento. Sareste accolti un una costellazione di umanità (singolare e plurale) che vi lascerebbe senza parole. Senza le vostre parole. Perché poi vi si chiederebbe, come successe a Giona, dove siete voi quando le stelle del mattino della speranza – mia e di tutti quelli come me, etero e gay poco importa – gioiscono in coro.

Allora concludo questa mia lettera, serena e tragica, ma non ancora senza speranza, quindi non disperata, con un abbraccio. Con tutto il mio amore. Quello che c’è stato e che se n’è andato, quello che c’è tutt’ora e quello che di sicuro ci sarà. Perché dentro quel sentimento di vita – vita!, non morte – c’è tutta la mia verità e su questa le vostre parole rimbalzano, ritornano a voi, si frantumano al cospetto dell’ipocrisia e dell’ignoranza.

E perché dentro questa verità le vostre si manifestano per quello che sono realmente: menzogne. Come sempre accade di fronte alle evidenze.

Per questo vi scrivo. Perché il mio amore riesce a comprendervi e se lo rifiutate, siete voi a non esserne capaci. Siete voi a non vedere ciò che succede, nonostante la violenza che mi (e ci) fate e che, proprio per la sua forza, riesce a sopravvivere e ad andare avanti, immerso tra sorrisi e infelicità. Perché è questo che ci rende umani. Che mi rende, profondamente e con ogni convinzione, un essere umano.

Cordialmente,

Dario Accolla

I gay non possono donare sangue. O “i nuovi stregoni”

L’Italia è un paese fondamentalmente noioso e prevedibile. Oserei dire ripetitivo. A ruota si riverificano fatti, accadimenti e fenomeni che altrove verrebbero bollati come sostanzialmente cretini e che qui, nell’Italia berlusconiana, trovano dignità ontologica.

Tradotto: Gabriele è andato a donare sangue. Gabriele, milanese, che è un donatore da otto anni e ha un rapporto stabile con un altro ragazzo. Oltre venti prelievi e nove litri di sangue che sono serviti, in tutto questo tempo, a salvare la vita alla gente. Un atto di coraggio, di umanità, di bellezza. Poi arriva un primario omofobo e/o ignorante che decide che un gay, perché tale, è naturalmente infetto. E Gabriele viene fatto accomodare alla porta, non senza un po’ di imbarazzo. Dopo otto anni. E nove litri. E chissà quante vite che adesso, inconsapevolmente, continuano grazie a lui.

E per chi non lo sapesse, tutto questo è avvenuto al servizio trasfusionale Gaetano Pini, che adesso dipende dal Policlinico.

Sia chiaro: la storia non è nuova. Altre volte è successo che si negasse a un gay di donare sangue. Fino a prima del decreto Veronesi – non a caso ministro, questi, di un governo di centro-sinistra – era espressamente vietato a un gay o a una lesbica donare sangue. Poi il decreto ha posto fine all’assurda credenza che esistano categorie a rischio. Ciò che ci espone al contagio di malattie sessualmente trasmissibili non è il nostro io, ma l’uso che ne facciamo a letto.

Ho molti amici gay e molti etero. Dei primi, la quasi totalità mette il preservativo quando fa sesso occasionale. Dei secondi in molti non lo usano. E non perché siano cattivi o stupidi, ma perché credono che l’AIDS non sia una cosa per eterosessuali. Così gli hanno insegnato.

Ma ritornando alla questione di cui sopra. Ho molti amici, gay ed etero. I gay usano il preservativo, gli etero poco o per nulla. Voi da chi vorreste il sangue, in caso di necessità? La risposta, a mio avviso, è semplice. E non è “dagli amici gay”, ma dovrebbe essere “da chi non ha comportamenti a rischio”. Questo lo capisco io che non ho una laurea in medicina. A maggior ragione dovrebbe capirlo qualche dottore, per quanto possibilmente lombardo, vicino a Formigoni, almeno nelle intenzioni di voto, e probabilmente devoto a Comunione e Liberazione, che in Lombardia, pare, abbia dei forti interessi dentro la salute pubblica.

Per altro questo tipo di ragionamento – quello che ha “licenziato” Gabriele, per intenderci – è dannoso per l’intera società, per almeno tre motivi.

In primis, gli ospedali si fanno mancare quantitativi di sangue buono con conseguente disagio di approvvigionamento, le cui conseguenze possono essere molto serie, se non tragiche.

Secondo poi, passa il messaggio che certe patologie sono “roba da froci”. Questo porta a un abbassamento del livello di attenzione nei comportamenti sessuali. Gli eterosessuali si ammaleranno di più e ci sarà sangue in meno, sul medio e lungo periodo.

Dulcis in fundo: si danno nuove frecce all’arco di chi alimenta odio, discriminazioni, diffidenza verso un’intera categoria sociale. Essere gay sarà visto come essere i nuovi untori. Vulgata che andava bene negli anni ottanta, quando nulla si sapeva di AIDS, ma che adesso fa sorridere chiunque sappia leggere e scrivere e abbia il minimo sindacale di neuroni previsti per non avere le dignità intellettuale di un Rocco Buttiglione qualsiasi.

In sintesi: meno sangue, più gente esposta al rischio di contagio e maggiori discriminazioni. Non mi stupirei se il primario che ha disposto il divieto fosse un elettore dell’UDC.

Arrivati a questo punto credo pure che indignarsi serva a poco. Ci si indigna tutti i giorni, per un insulto, un pestaggio, un licenziamento. E così via.

Faccio una proposta: non sarebbe il caso di creare una banca del sangue gayfriendly? Nessuna preclusione per chi ne ha bisogno, ma con una mission che tiene conto di certe normative vigenti: il sangue si dà a quegli ospedali che non praticano discriminazione. Poi sarà cura del paziente capire dove andare, se laddove c’è carenza di sangue o laddove viene usata la ragione e non il pregiudizio.

Fermo restando, e questo è un messaggio che dovremmo gridare a chiare lettere, che io avrei forti perplessità a farmi curare in un ospedale in cui le proprie convinzioni “scientifiche” si basano sul pregiudizio, sull’ignoranza o sulle credenze popolari. La scienza è una cosa. La stregoneria, un’altra. Fosse anche avallata da chi, crocifisso al collo, pensa di essere nel giusto. Sbagliando, a ben vedere.

La Ferilli, i gay e la sinistra porchettara

Io direi che è arrivata l’ora di smettere di scandalizzarci. Prima la Cuccarini, poi a ruota Sabrina Ferilli. A ben vedere, non stiamo parlando di sociologi di fama internazionale. Non di psicologi, di intellettuali, di premi nobel per la medicina o la letteratura. Stiamo parlando di persone, comuni, culturalmente parlando, che forse rasentano la mediocrità su certe questioni e, intervistate qua e là, forse in cerca di (ritrovata) visibilità, forse perché credono davvero che la loro opinione sia importante, sentenziano. Su cose che non conoscono.

È come se il WWF mi chiamasse per esprimere un mio parere personale sullo scioglimento dei ghiacci. Ok, non direi immani boiate, ma non andrei oltre alla personale opinione. Se questa fosse viziata all’origine, allora sì: qualche scempiaggine potrebbe venir fuori.

Tutto questo per dirvi sostanzialmente che delle dichiarazioni della Ferilli sulle coppie di fatto possiamo benissimo farne a meno. L’unica differenza è che prima pensavamo fosse una “frociara”, con tutti i crismi da “smandrappona” che tanto ci piace, adesso sappiamo che è l’equivalente cinematografico della posta del cuore di Famiglia Cristiana: poche idee, confuse, sbagliate – nessuno vuol mettere la famiglia gay al primo posto scalzando le famiglie eterosessuali – e pure abbastanza volgari. Ma in fondo nulla cambia.

Di quel profluvio di parole, ricorderemo con molta più tristezza non tanto l’apparato discriminatorio – sostenere che occorre distinguere tra famiglie normali e coppie gay mantenendo ben separati i due ambiti su basi valoriali significa operare una discriminazione bella e buona – quanto la sostanziale ignoranza di ciò di cui si discuteva (che la sinistra parli sempre di coppie di fatto ci dimostra che la Ferilli non apre un giornale dal gennaio del 2007) e una certa incapacità di mettere in piedi una sintassi elementare.

Fa tristezza che quest’attrice venga considerata una sorta di icona della sinistra. Un tempo certe famiglie politiche si permettevano il lusso di certo superiore snobismo intellettuale e di guardare al resto del volgo con compiaciuta alterigia. Adesso gli stessi – che poi a ben vedere non vanno tanto lontano da certi ragionamenti – potranno pur sempre organizzare gite fuori porta pe magna’ porchetta e vendere pentole. Il testimonial, tanto, è assicurato.

Un’unica ricetta per il sud: licenza di uccidere e niente voto ai meridionali

Mentre stamattina ascoltavo la radio, ho sentito un’intervista a Renato Brunetta sulla sua ultima fatica letteraria: un libro, l’ennesimo, sul sud. Anche il ministro, quello che vessa milioni di lavoratori per lo più onesti, è caduto nell’errore di molti dei suoi predecessori in tema di questione meridionale: ha proferito formule vuote, che solo un idiota potrebbe non condividere, non fornendo nessuna reale soluzione da mettere in pratica per superare i mali di una regione che da troppo tempo tira a campare.

Gli annali delle frasi fatte registrano le affermazioni prodiane «faremo del sud Italia la California dell’Europa!», oppure «il meridione è un immenso molo per tutto il Mediterraneo» o, come ha detto Brunetta prima «il sud deve essere un collegamento tra Mediterraneo e Nord».

Adesso, io non ho letto il libro di Brunetta, né intendo farlo – per me questa destra è un male secondo solo alla mafia, per questo paese e non ne peroro nessuna iniziativa – ma non mi pare che i governi degli ultimi decenni abbiano posto il punto su una cosa fondamentale: il sud, per crescere, deve semplicemente rimuovere gli ostacoli che gli impediscono di spiccare il volo, ossia mafie, analfabetismo culturale e clientele. Tre aspetti intimamente legati tra loro.

Quando mi si dice che al sud c’è assistenzialismo mi viene da ridere. Di solito a dirlo sono gli elettori di Berlusconi, gli stessi che votano un partito che, a quanto pare, prima di ogni tornata elettorale va nei quartieri poveri a regalare buste della spesa. Quartieri dove poi certi partiti prendono il 70% dei consensi. Il sistema di clientele non è prerogativa del sud, è strumento di governo di intere classi dirigenti capitolini e settentrionali, dalla DC in poi.

Questo è possibile perché il sud è stato mantenuto nell’ignoranza. Le scuole rimangono fatiscenti, le strutture pubbliche della cultura non esistono o sono mal funzionanti, studiare in Sicilia – faccio l’esempio della mia regione perché è quella che meglio conosco – è affare da ricchi e benestanti, viste le tasse da pagare e gli affitti da sostenere.

Questo sistema è poi fertile humus per il mantenimento delle mafie, che prosperano proprio grazie a questa situazione e impediscono che ci sia un’impresa meridionale che cerca di decollare ma che viene strozzata dai boss locali e dall’indifferenza dello stato, lo stesso che elettori leghisti e berlusconiani lasciano in mano a chi fa i tagli sulla benzina a polizia e carabinieri. Questo per ricordarci di chi stiamo parlando.

Sulla mafia, poi, penso che lo stato non abbia mai fatto nulla di concreto. Gli strumenti democratici non servono a molto, a quanto pare. So di essere utopistico, ma auspicherei una legislazione speciale per zone particolarmente sensibili al fenomeno, includendo anche l’uso della forza e la sospensione del diritto di voto (la mafia controlla anche quello).

Abbiamo una intelligence tra le più efficienti del mondo. Non capisco perché non ci scandalizziamo se un imam viene rapito in barba a ogni dettato costituzionale e poi ci permettiamo di seguire “la legge” con i mafiosi. Non mi vergogno di dire che occorrerebbe usare gli 007 contro i boss che una volta intercettati non vanno arrestati, ma terminati sul luogo. D’altronde la mafia è un cancro e quando si ha il cancro non lo si cura con gelato e aspirine, ma con la chemio.

Uno stato forte e autorevole dovrebbe agire in tal senso. Assicurare garanzie ai cittadini onesti e essere implacabile con gli ordini sovversivi e criminali. Lo stato in cui viviamo oggi di forte ha solo l’attaccamento dei suoi leader al potere e di autorevole nulla. È solo autoritario e solletica la psiche di nostalgici e illusi, i primi di passate e inesistenti glorie fasciste, i secondi del fatto che questa destra sia normale quando invece è solo delinquenziale.

Anche per queste ragioni, il sud rimarrà per molto tempo ancora terra di mafie e di ignoranza e i suoi cittadini onesti non potranno far altro di andare altrove, per vivere una vita dignitosa, normale e in molti casi, in barba a quello che possono pensare leghisti e tangentisti, ricca di successi e affermazione professionale.