Perché è importante dire chi siamo

decalcomaniaE poi ti arriva questo commento, in privato. Una piccola recensione, involontaria, eppure poderosa nella sua verità.

E tutta la giornata, improvvisamente, assume un senso. Grazie M.A.M., per le tue parole e per avermi permesso di condividerle.

Ciao Dario, mi permetto di scriverle perché ho letto il suo libro Il gender: la stesura definitiva, acquistato in occasione della presentazione a Lecce, e volevo farle i miei complimenti. Oltre ad aver trovato il libro divertente nella prima parte e molto argomentato e colto complessivamente, in maniera dettagliata quale quella di un paper scientifico, mi sono metaforicamente incendiata positivamente leggendo alcune sue parole sull’importanza della visibilità anche, diciamo così, decisa durante i pride.

Io ho sempre pensato che i pride siano importantissimi, e a volte mi sono scontrata verbalmente anche con gay e lesbiche stesse che non amavano l'”ostentazione” pittoresca della manifestazione. Io invece ho sempre creduto fermamente fin da quando ero piccola che finché nel nostro paese saremo discriminati e oggetto di disparità di trattamento legale, allora forza con l’ostentazione: è necessaria! A me non è mai piaciuta la frase che molti eterosessuali dicono palesando la loro posizione non-discriminatoria nei nostri riguardi: «A me non interessa sapere cosa faccia una persona nella propria camera da letto».

Ecco, io penso che invece ancora oggi sia importante DIRE chi siamo e che facciamo dentro (e anche fuori) dalle nostre camere da letto, anche se il contesto apparentemente non è pertinente, perché nominarci, dire che siamo lesbiche e gay ci fa esistere. Il giorno che avremo gli stessi diritti e non saremo più derisi discriminati additati allora potremo dire: «A me non interessa con chi vanno a letto le persone tanto per me sono tutte uguali».

Complimenti ancora per il libro, mi ha fatto convincere ancora di più di quanto sia importante per me, giovane donna lesbica professionista (sono una veterinaria), diventare più attiva nella comunità Lgbtqi. Buona serata.

M.A.M.

Buon Stonewall!

Oggi è l’anniversario dei moti di Stonewall. Per chi (ancora) non lo sapesse: era il 1969 e allo Stonewall Inn di New York, ogni sera dei simpatici poliziotti andavano a rastrellare e a picchiare gay, travestite e trans. Fino a quando una di loro, Sylvia Rivera, stanca dei continui soprusi, prese una scarpa tacco dodici (o forse era una bottiglia di rum, chi può saperlo) e cominciò a menare. Di brutto. Si unì tutto il resto della truppa. E fu una vera e propria rivoluzione.

Da quel giorno cominciò un movimento di liberazione che ha portato, oggi nel mondo, ad avere il matrimonio egualitario e i diritti per le coppie di fatto nella quasi totalità dei paesi occidentali e di nuova o recente democrazia. Dopo l’abolizione dello schiavismo, l’emancipazione degli ebrei, la parificazione delle donne, la questione LGBT è il quarto banco di prova del progresso umano nel campo dei diritti civili. L’Italia, come al solito è in ritardo… Ma non è di questo che voglio parlarvi.

Per questa ragione, come chi segue il mio blog sa ormai da tempo, ogni anno celebriamo i pride. Così come succede dagli USA al Brasile, dal Sud Africa alla Nuova Zelanda, dalla Spagna alla Svezia. Come succede nel mondo civile, insomma. Solo qui, nel nostro paese che guarda caso è ancora all’anno zero per la questione dei diritti (e non solo in merito al matrimonio egualitario: pensiamo a fatti quali la legge 40 o l’obiezione di coscienza dei medici antiabortisti che di fatto nullificano l’interruzione di gravidanza, ecc), si fanno polemiche sulla “carnevalata”, come ho già scritto in precedenza.

Ebbene, e repetita iuvant, la differenza tra un pride e un carnevale è macroscopica, almeno per chi ha un cervello che funziona.
Il carnevale traveste: si indossa la maschera per sfuggire all’ordine precostituito, per ingannare il sistema.
Il pride libera: ci si spoglia delle identità fittizie che il sistema impone e ognuno indossa l’io che in quel momento lo rappresenta di più.

Il carnevale è mimesi, il pride è disvelamento.

Per questo non piace alle cosiddette “velate”, ovvero a quei gay repressi che non possono appunto disvelarsi. Perché hanno vergogna di sé. Mentre è più facile stare dietro una maschera. Quella che il sistema eterosessista, patriarcale e maschilista (e possibilmente anche bianco e cattolico) impone per il resto dell’anno. Proprio per rendere le diversità più accettabili. Ma si può essere “accettabili” quando si è invisibili? Posso accogliere nel mio mondo, nella piena dignità di tutti e tutte, ciò che non vedo? Ed esiste qualcuno o qualcosa di cui ignoro l’esistenza?

A conti fatti, chi è che vive in un carnevale, quotidianamente? Chi ha il terrore di togliersi una maschera o chi riesce a farlo, nei modi e nelle forme che ritiene più opportuni? Si è più forti sposando il perbenismo borghese, quello che ci vuole moralmente ineccepibili, rispetto a una maggioranza incapace di avere la stessa solidità etica pretesa? Si ha una maggiore dignità considerandosi, da un punto di vista squisitamente esistenziale, inferiori a paillettes e piume di struzzo?

Vi lascio con questi interrogativi. E vi auguro buon Stonewall. A tutti e a tutte!

Ma D’Alema è “berlusconismo”. Vi spiego perché

La riprova che D’Alema è una delle cause del male – chiamato berlusconismo – che attanaglia l’Italia da vent’anni ad adesso? La sua reazione alla candidatura e alla probabile vittoria di Renzi.

Premetto: a me Renzi non piace. Non mi fa, di conseguenza, impazzire politicamente e ritengo che il suo programma sia viziato dal liberismo – ingrediente primario della crisi attuale – e dall’appartenenza al mondo cattolico, che lo rende incapace di relazionarsi serenamente su questioni fondamentali, quali il testamento biologico e le unioni delle coppie non sposate, etero o omo che siano.

La sua dirigenza, quindi, trasformerebbe il Pd in un partito liberale di centro, con un’ipoteca confessionale che, tuttavia, sarebbe leggermente migliore dell’attuale natura del partito-frankenstein, per cui abbiamo il corpo degli ex PCI dominato dalla mente degli ex DC, che mai hanno rinunciato a definirsi cattolici (contrariamente a Bersani & Co, che non sono più nulla).

Un partito siffatto avrebbe, quindi, un’identità certa. Starebbe quindi alla libera scelta dell’elettore se votarlo o meno. Si chiama democrazia. Occuperebbe il centro, lascerebbe spazio a una reale sinistra socialista e democratica sul modello europeo – ammesso e concesso che vi siano energie e forze per crearla, questa forza, oggi in Italia – e ridimensionerebbe la destra berlusconiana, obbligandola al cambiamento.

Se questo dovesse avvenire, sarebbe perché attraverso libere elezioni, oggi impropriamente dette primarie, la base elettorale del Pd decide di dare questa natura al soggetto politico di riferimento.  Nelle democrazie moderne succede che la linea data al partito – o alla coalizione, come in questo caso – debba essere rispettata dalle minoranze, le quali comunque continuerebbero a militare dentro il partito stesso.

In altre parole: Renzi avrebbe il mandato di presiedere in qualità di leader tutta la coalizione di centro-sinistra, perché i partiti e gli elettori che vi partecipano sanno che chi vince, poi, rappresenta tutti. È un concetto elementare di democrazia.

Cosa fa D’Alema, invece? Minaccia: «se vince Renzi, sarà battaglia politica».

Mi dovrebbe spiegare questo gentile signore, che ha al suo attivo fatti enormi quali la guerra in Serbia, i fondi alle scuole cattoliche – vietate dalla Costituzione – e la stima di Berlusconi, come pensa che un ulteriore, ennesimo conflitto interno alla coalizione di governo possa essere utile e funzionale a vincere le elezioni, prima, e a governare il paese, poi.

D’Alema con questa dichiarazione dimostra di essere al di fuori del concetto di democrazia, pur operando in essa. Che se vogliamo, poi, è la natura stessa del berlusconismo: usare l’impianto democratico per portare avanti i propri interessi e non quelli della collettività.

Ecco come è dimostrato che D’Alema è consustanziale al berlusconismo. E, per tale motivo, do ragione a Renzi, pur non essendo un suo fan, quando dico che va rottamato. O, in parole più semplici, licenziato in tronco da una carriera politica che ha fatto più il male del paese che altro.

Berlusconi, la scuola e l’identità del pd

Dopo le ultime dichiarazioni di Berlusconi, il partito democratico ha riscoperto il suo amore per la scuola pubblica italiana. Ne sono scaturite proteste, indignazioni, sit in a Montecitorio, appelli su Repubblica e vesti stracciate da esibire alla prima occasione.

Tutto questo è meritorio, per carità. Ma rimane poco credibile, per una ragione sola.

Berlusconi, al convegno dei Cristiano-Riformatori, piccola setta integralista parallela al Popolo delle Libertà, ha solo dichiarato quello che è il programma politico di questa destra di governo: negazione dei diritti civili e distruzione della scuola che, prima ancora di essere pubblica, è gratuita, inclusiva e laica.

Il partito democratico, oltre al fatto di aver contribuito, quand’era ancora diviso tra DS e Margherita, alla distruzione dell’istituzione, non è potenzialmente molto lontano da quel disegno eversivo. I cattolici interni al pd, infatti, si ispirano all’azione della chiesa nella società e la chiesa, cioè le gerarchie vaticane, pretende dai governi che i gay continuino ad esser discriminati – e possibilmente uccisi, all’estero – e che lo Stato finanzi le scuole confessionali.

Berlusconi all’incontro dei Cristiano-Riformatori, perciò, ha solo mandato un messaggio al Vaticano: è vero, sarò un puttaniere, ma con me potete continuare a fare ciò che volete.

Per dimostrare che non scherza, si sta apprestando un ddl sul testamento biologico che pare piaccia pure all’area di Fioroni.

Si pone dunque un problema identitario e politico non indifferente. Se il pd vuole essere alternativo a Berlusconi, dovrà, per forza di cose, andare contro il progetto politico nato dall’alleanza tra destra e clero. Se non ci sarà quest’alternativa, il partito di Bersani sarà solo una brutta copia di quel progetto. In condizioni siffatte, per altro, vincerà di nuovo Berlusconi.

Diritti civili, istruzione, testamento biologico. La strada della modernità e del futuro è questa. Così come lo è stata nel resto dell’Europa.

È così evidente che cercare di spiegarlo sembra lapalissiano. Speriamo che qualcuno, dentro il pd, se ne renda conto. E visto che ci siamo, speriamo che anche fuori dal pd, a cominciare dal leader di SEL, si facciano meno riferimenti ai valori evangelici di riferimento e si abbia come faro primo la nostra Costituzione e la democrazia di cui è portatrice.

Per una nuova identità politica a sinistra: la questione GLBT

Le elezioni si avvicinano, tutto lo lascia pensare. A distanza di cinque anni dalle primarie del 2005, anno in cui Prodi parlò di unioni civili, niente è stato fatto su quel versante e, nel 2011, niente di concreto si dirà, con ogni probabilità.

Vero è che i cittadini GLBT dovrebbero votare come tutti gli altri cittadini, cioè a prescindere dalla questione omosessuale. E questo non perché essa non sia importante, ma perché, seppur con forme diverse, dovrebbe essere acquisita da una destra e da una sinistra moderne. Il problema, invece, è che la questione suddetta è terreno politico di massacro sociale sulla nostra pelle e, in prospettiva, sul nuovo assetto della società. Una società che i poteri forti immaginano:

a. sottomessa, economicamente, al “nuovo” dogma neoliberista
b. regolata, eticamente, dal tradizionale dogma cristiano-cattolico di tipo vaticano.

Negli ultimi anni si è attaccata la nuova frontiera del diritto: quella che mette in discussione ruoli sociali (uomo-donna, uomo-uomo, donna-donna) e identità psicologiche e sessuali (vedi la questione trans). Se si vince su questo nuovo fronte, poi si potrà andare a ritroso con vecchie conquiste, quali divorzio e aborto.

Un altro fronte su cui si sta avviando la stessa offensiva è quello dell’autodeterminazione del e sul corpo: il caso Englaro è paradigmatico.

Ne consegue che, a livello socio-filosofico, la strada per il futuro dei nuovi diritti passa per la liberazione delle identità, delle scelte, dei percorsi affettivi. In Europa si è capito da almeno vent’anni. In Italia si sta ancora dietro a Bertone, a cominciare da Veltroni, da qualche giorno tornato malamente in auge.

Il problema ha ricadute politico-partitiche e economiche rilevanti, soprattutto dentro quel partito democratico che, come ha ammesso Reichlin, non ha un’idea di società. Quest’idea può venire solo se si guarda in faccia il presente, per capirne le urgenze e gli elementi di modernità. Metodo che, per altro, dovrebbe esser preso in considerazione da tutta la sinistra, da Rifondazione all’Italia dei Valori.

Mentre gli altri partiti hanno un atteggiamento timido o insufficiente, sulla questione GLBT Il pd si ostina a inseguire l’identità cattolica a discapito di un’identià più forte, più dinamica, democratica e libera: l’identità europea.
L’identità cattolica ha come scopo l’affermazione di un’ideologia di parte e faziosa, basata sulle Scritture e sull’idea che in certi quartieri di Roma ci si è fatti di quelle. Capirete da soli quando angusta possa essere questa visione.
L’identità europea è aderente al cosmopolitismo, alla valorizzazione delle diversità, alla compresenza di esse nel rispetto di tutti, ai valori legati allo stato di diritto, alla dignità dell’uomo che non coincide, come i cattolici vorrebbero farci credere, con la preservazione acritica dalla morte, ma con il benessere sociale e dell’individuo, col rispetto delle sue scelte, con l’allontanamento del dolore.

Tradotto in termini pratici: l’identità europea permette a tutte le diversità di coesistere nel pieno rispetto delle scelte individuali. In Francia, Spagna, Germania e Svezia (cito quattro paesi a caso) è facoltà dei cattolici di non abortire e di preservarsi puri prima del matrimonio così come ai gay di sposarsi, alle lesbiche di adottare, agli atei di non credere. È un sistema che prevede e tutela ogni forma di diversità, maggioritaria e non.

I sistemi cattolico-vaticani, come l’Italia, non prevedono la libertà di coscienza delle scelte individuali, ma solo l’obiezione di coscienza rispetto a specifiche conquiste sociali.

Quando il pd rinuncerà al voto cattolico per abbracciare il voto dei cattolici (che è cosa diversa) in una dimensione europea avrà riaperto le porte a larghe fette di elettorato che non si riconoscono in certa politica.

Il resto della sinistra, radicale e ambientalista, se si riconoscerà in questo nuovo corso legato alla novità del sistema sociale europeo e occidentale, legato anche alla sfera dei diritti individuali, accanto a quella dei diritti legati alla solidarietà sociale, vero DNA dei partiti progressisti, potrà automaticamente aggregarsi in una nuova formazione che abbia come centro il cittadino e il suo benessere.

Ovviamente, per fare questo occorrerà liberarsi di determinate zavorre ideologiche legate a una concezione vetero-ottocentesca dell’agone politico. Abbracciare il voto cattolico, d’altra parte, significa connotare la propria azione di governo in senso neoconservatore. Se oggi la scuola è messa come è messa è anche perché buona parte dei finanziamenti pubblici va a scuole private confessionali.

La questione GLBT diventa perciò la cartina al tornasole di una questione più ampia e che investe la libertà di coscienza, da poter garantire a tutti, anche a chi non ha intenzione di esercitarla. Il discrimine sta, appunto, nel tutelarla. Oggi, in virtù dell’ideologia cattolica, si tutelano le deroghe senza aver definito e determinato le regole.

Per garantire lo sviluppo di questa libertà di coscienza occorre, di pari passo, comprendere che la soluzione alla questione GLBT sta nel pieno riconoscimento di una dignità sociale che ponga sullo stesso piano non tanto la facoltà di operare certe pratiche sessuali – ed è questo il vero tabù psicologico collettivo che dovremmo estirpare dalla mente degli italiani, tabù alimentato proprio dalle reprimende ecclesiastiche – quanto la possibilità di poter sviluppare a pieno progetti di vita basati sull’affetto e sulla condivisione di responsabilità.

Tradotto: se si è disposti ad accettare che gay, lesbiche e trans provano gli stessi sentimenti degli eterosessuali, perché le realizzazioni affettive che ne conseguono non dovrebbero prevedere le stesse tutele legali in tutti gli ambiti del vivere civile?

La risposta, in negativo, è viziata dalla prevalenza dell’aspetto sessuale della vicenda nella psicologia collettiva. Eppure qui stiamo parlando di affetto e di progetti di vita che prevedono, ma non sono dominati, la componente (omo-trans)sessuale.

La cultura occidentale basata sui valori “cristiani” ha sessualizzato l’amore, come dimostra egregiamente Umberto Galimberti nel suo saggio I miti del nostro tempo, convincendo che c’è vero amore solo dove può esserci procreazione. Non ci stiamo rendendo conto che tutta la società è stata ridotta al rango di laboratorio, gestito da sfere ecclesiastiche che ci trattano come panda che devono per forza accoppiarsi per riprodursi pena l’estinzione. E questo accade, appunto, perché si interpreta la complessità sociale nel tentativo di ridurla alla “verità” espressa dalle scritture, che però è di parte. D’altronde, la libertà di coscienza sulla pratica delle relazioni GLBT, aspetto sessuale incluso e non predominante, non impediscono, di fatto (ma anche in teoria), la libera procreazione di chi decide in tal senso.

Rinunciare all’identità cattolica, perciò, è il primo passo di modernizzazione in senso europrogressista della sinistra, troppo a lungo imprigionata nelle maglie del catto-comunismo.

Ne consegue che il problema è, per l’appunto, fortemente identitario. D’altronde, se non si sa ciò che si è, come si sa dove si vuole arrivare?