La regola del cappello

La regola del ca(p)pello: vieni con un copricapo estroso, oppure una parrucca baraccona. Altrimenti mangi solo l’insalata. E a un barbecue, a inizio primavera e col solletico della salsedine, capirete che… Quindi, paglietta grigia, un foulard di seta cinese a “quattlo eulo” e un fermaglio di piume nere.

E poi.

Le parole scorrono come il vino, accanto agli amici che dormono sull’erba, alle ragazze che si baciano dietro l’angolo, oltre il cospetto gentile dei fiori di albicocca.

Le emozioni fanno pace con tutto il resto. E nemmeno il vento dà poi così fastidio. Rimane, forse, ancora un po’ di timidezza. Quel po’ di troppo. Per uno sguardo, un’intenzione. Per un chissà.

Canti “tanti auguri a te” a squarciagola – anche se prima te ne vergognavi un po’ – perché oggi è così che deve andare. A squarciagola. E pure le canzoni di Madonna e quelle dei cartoni di quando eri bambino.

E quindi ti ci trovi a giocare come un bambino, e con un bambino. A fare “Harry Potter”, gli insegni pure come si lancia un patronus, a mantenere la postura (la schiena piegata leggermente in avanti, per sferrare un attacco) a ridere sotto il cielo, ridere di fronte agli altri. E ti rendi conto che questa, a modo suo, è una vittoria. Piccola, certo. Ma enorme.

E alla sera, verso casa. A occhi chiusi. E pensi.

A volte ho la sensazione che le persone si adottino un po’ a caso, un po’ a vicenda. E te ne accorgi quando riscaldi le mani del ritorno, a destra del tramonto sul mare, ancora acerbo, un po’ lontano, ma non importa.

Perché la gente si scova, si cerca, si abbraccia per completarsi, per quando era di vetro ed è stata rotta in pezzetti che, però, hanno tagliato solo noi stessi e noi stesse. Per le nostre infanzie violate. O per le risposte che non arrivano ancora, nonostante la prematura irriverenza di ogni capello bianco.

Questo ritrovarsi, penso, è il risarcimento della vita per tutte le volte in cui ci siamo sentiti in frantumi.

E alla fine, proprio perché siamo pezzi di vetro, disegniamo, tutti e tutte, lo stesso mosaico, ognuno con un suo colore, luminoso o scuro o rosso, sangue. Ma non importa. Ognuno ha il suo scopo, nell’armonia del risultato finale.

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Piermerdum casinorum

Considero la saga di Harry Potter una moderna epopea, degna di stare nello scaffale assieme ad altre, come i poemi omerici o il ciclo arturiano.

Questa scena è tra le mie preferite. Le statue prendono vita, per difendere Hogwarts dagli attacchi del signore oscuro. Non so se ne cogliete la simbologia profonda. L’istituzione che difende se stessa. La democrazia, che prepara al futuro e si difende con la solidità delle sue fondamenta, dei suoi principi, della pietra con cui è stata costruita.

Questo incantesimo si chiama “piertotum locomotor”. Uno dei più belli, in assoluto. La stessa professoressa McGranitt ammette di aver voluto sempre usarlo.

In Italia, invece, per difendere la democrazia dobbiamo “sperare”, al massimo, in un piermerdum casinorum.

Ma Harry Potter non è per nulla cristiano

Mi è arrivato un invito per partecipare, tra qualche giorno, alla presentazione del libro Il vangelo secondo Harry Potter, di Peter Ciaccio.

Si legge, nella pagina Facebook dell’evento:

Benché diversi credenti, e non solo, considerino il ciclo di Harry Potter un veicolo di modelli negativi, se non addirittura satanici, molti altri vi trovano invece, tra le altre, significative tracce della cultura ebraico-cristiana.

E ancora:

Peter Ciaccio propone così una lettura che mette in luce i parallelismi tra il mondo della teologia, quello della fantasia e quello reale, evidenziando molte questioni chiave della vita umana e della fede cristiana…

Personalmente trovo irritante il dover ricondurre ogni aspetto della vita a una dimensione religiosa. Forse Harry Potter è solo una storia umana che parla di sentimenti umani. E forse bisognerebbe cominciare a considerare l’ipotesi, tutta laica e scientifica, che questo sia possibile anche senza l’intenzione di qual si voglia divinità.

E in questo starebbe la grandezza dell’uomo: il sacrificio (tema centrale del romanzo della Rowling) per il bene altrui senza la necessità di una ricompensa finale, che, invece, è l’unico motore delle religioni, sempre opportunistiche.