Del “servire” e altri mali contemporanei

renzismo: svolta buona o asservimento?

Non riesco a non pensare quanto questo capitalismo sia profondamente sbagliato. Non crea felicità, se non per pochi. E la massa degli/lle uguali è costretta a lavorare per mantenere se stessa in una sorta di asservimento al sistema, appena ammantata dall’illusione di essere liberi di scegliere per se stessi. Quando poi basta leggere un contratto di lavoro di un operaio metalmeccanico per capire che – se per mantenere il tuo posto in fabbrica sei costretto a turni alienanti e non hai nemmeno la possibilità di mangiare un panino e di andare in bagno – tutto questo è l’esatto opposto del concetto di felicità.

Credo, altresì, che una società che non fa nulla per eliminare le cause che rendono l’individuo afflitto e succube, meriti il sistema di sfruttamento che la conduce alla sudditanza (economica, culturale). Per tale ragione, aderire entusiasticamente alle scelte di questo o quel governo – traducendo: essere consustanziali al renzismo oggi, così come si era berlusconiani ieri – mi sembra la forma peggiore di “collaborazionismo” che un essere umano possa fare contro se stesso.

Il renzismo, erede edulcorato – e quindi ben peggiore – della menzogna politica del Cavaliere, ci obbliga ad accettare condizioni umilianti. Per capire cosa intendo, è illuminante ritornare sul lapsus che ieri, a Ballarò, il ministro Poletti ha proferito di fronte a milioni di elettori ed elettrici: parlando del jobs act lo ha definito con la perifrasi “contratti di tre anni a tempo indeterminato”. E certi errori dell’inconscio, si sa, nascondono le verità più recondite: in altre parole, si può essere precari per sempre. Ti assumono, ma con la possibilità di essere licenziati in qualsiasi momento. E il gioco riparte sempre uguale. Ciò ci rende ricattabili. Il ricatto. Questa è la felicità imposta dal sindaco di Firenze: un posto di lavoro a condizioni ai limiti della dignità umana, pochi spiccioli di stipendio e, come se non bastasse, l’obbligo di esser grati per tutto questo. Pena l’accostamento con qualche rapace notturno.

La sintesi mirabile di questa sudditanza culturale sta nella frase: «ringrazia che hai un lavoro». Il lavoro è un diritto, lo dice la nostra Costituzione. Un diritto a cui si accede in condizioni particolari, è ovvio: non posso fare il medico o l’avvocato se non ho le competenze. E in quanto diritto, si porta con sé doveri specifici, legati appunto al dovere di svolgerlo. È come se ogni volta che andassimo a votare, il presidente del seggio pretendesse riconoscenza per il nostro diritto alla democrazia. Giusto per capire l’imbecillità dell’enunciato. Su tale idiozia si basa l’intera narrazione renziana.

In tal senso, vedere orde di ventenni e di trentenni che fanno spallucce di fronte allo status quo che si sta profilando, mi indigna profondamente. Nessuno dovrebbe ringraziare chicchessia in nome della propria dignità. La dignità è un qualcosa che si deve pretendere, che gli altri hanno il dovere di rispettare a priori. Anni di battaglie, anche in quanto attivista LGBT, me lo hanno insegnato. Prestare il fianco a dichiarazioni quali «eh, ma c’è la crisi, cosa si può fare di più di quello che stanno facendo» e empietà similari, significa essere al servizio di una causa che arricchirà sempre i soliti (ig)noti al prezzo della nostra vita e del nostro lavoro. È il peggiore benaltrismo: quello che va contro i nostri sogni e il nostro futuro.

Non ringrazierò mai nessuno per il lavoro che faccio nel luogo in cui svolgo la mia professione. Per essere arrivato fin lì, ho studiato, mi sono specializzato, ho superato concorsi, esami, colloqui di lavoro. Per tutto questo posso solo prendere atto della mia professionalità. Ed è cosa ben diversa. E se qualcuno si stesse chiedendo se parlo dall’alto di qualche privilegio, ricordo che lavoro nel privato, posso essere mandato a casa in qualsiasi momento e sono un precario. Giusto per capire chi sta scrivendo queste parole.

Essere al servizio di chi ci vuole funzionali a un sistema sociale che fa vivere bene il potente e, a costi umani elevatissimi, consola il cittadino con elemosine eventuali – una per tutte: gli 80 euro – significa, appunto, servire una causa che ci rende infelici, non liberi/e. Una causa che abbassa i cittadini e le cittadine al rango di sudditi. E una persona siffatta, contenta di esser tale o non disposta a mettere in discussione lo stato delle cose, rientra nella categoria di coloro che io chiamo “servi”. Per cui, se poi vi chiamo così, non dovete arrabbiarvi. Siete voi che, non indignandovi, vi collocate automaticamente sotto tale etichetta.

Credo che un mondo migliore sia quello di una società civile – e non di un ceto di popolani – che esige il rispetto di leggi fondamentali: le stesse che ci vogliono uguali a prescindere da quello che siamo e destinati/e a un senso di dignità profonda per quello che può e deve essere il nostro ruolo dentro la collettività, lavoro incluso. Fuori da questi binari si è, appunto, indegni/e. Perché si serve una causa che non ci riguarda, ma che ci sfrutta. Questo, semplicemente, io penso. Poi ognuno faccia i conti con la propria coscienza.

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Renzi e i cinque peccati capitali della conferenza di fine anno

il-gufo-che-rideHo ascoltato la conferenza di fine anno del presidente del Consiglio, Matteo Renzi. E va bene su molte cose, tutti e tutte (credo) siamo d’accordo sul fatto che l’Italia debba farcela, che chi ruba deve essere punito/a, che chi non lavora deve essere licenziato/a, ecc. Sulle cose di buon senso c’è poco da dire: si può solo essere d’accordo. E va riconosciuto al premier il fatto che tra la battuta ad effetto e il riferimento alla contemporaneità – con termini tipo hashtag et similia – ci si attira il consenso dei soggetti più sensibili a una politica meno ingessata, “di palazzo” come si dice in gergo. Per cui bravo Renzi, sai comunicare così come sai essere sgradevole su molto altro. Ma c’è un ma. E siccome qui siamo se non gufi – e pure fieri di esserlo – almeno maestrine dalla penna rossa, è nostro compito sottolineare le cose che, a parer mio, meritano una maggiore attenzione critica.

1. La retorica renziana, innanzi tutto. Un mix tra battute ad effetto (che sostituiscono le vecchie barzellette di “silviana” memoria) e ripetizione sistematica dei soliti slogan, variamente declinati. Particolarmente efficace quella struttura a grappolo per cui si parte da un discorso, si apre una parentesi, la si lega a un concetto esterno, lo si gonfia e si ritorna al discorso di partenza dopo aver intontito chi ascolta che nel frattempo ha già dimenticato qual era l’oggetto in questione. L’argomento viene riproposto, quindi, depotenziato dalla carica critica della domanda di partenza e lo si porta laddove chi parla voleva ricondurlo. Tecnica utilizzata in un paio di occasioni, come quando Renzi ha fatto un richiamo ad “Indovina chi” per sviare le domande sulla partita del Quirinale.

2. Oscillazione tra superbia e falsa modestia. Come quando dice, ad esempio, frasi del tipo “mentre loro studiavano, noi le cose le abbiamo fatte”. I loro sarebbero quelli della vecchia guardia, incapace di affrontare i problemi reali del paese. Peccato che quella frase abbia però ridotto, più in generale, studio e intellettuali a roba inutile. O come quando parla di gufi, che non sono quelli/e che parlano male del governo – ci mancherebbe – ma coloro che pensano che l’Italia non ce la farà. E poi corregge il tiro: coloro che pensano che questo governo non ce la farà. Per cui scatta l’equivalenza Italia = governo. L’état c’est moi, in altri termini. Con la chiosa: “se ce la faremo ha vinto l’Italia, se non ce la faremo è colpa mia”. E se i termini sono sostituibili…

3. Lapsus lessicali. Come quando ha detto “oggi non si riesce a rubare”, per poi correggere subito dopo. Splendido lapsus, converrete. Splendido lapsus.

4. Il vizio di dire bugie. Come quello sulla scuola – “abbiamo fatto la riforma!” – provvedimento che deve ancora essere affrontato, in realtà. E dire che le menzogne, per un cattolico, dovrebbero esser peccato…

5. L’assenza dei diritti LGBT. In sessanta minuti di conferenza stampa, neppure una domanda da parte dei giornalisti (e su questo il movimento dovrebbe farsi domande anche laceranti e profonde sul nostro grado di incidenza sulle questioni inerenti al dibattito pubblico). Ma nemmeno il premier le ha elencate tra le cose che ha intenzione di fare e tra le urgenze del suo governo. E su questo i gay e le lesbiche renziani/e, della prima e dell’ultimissima ora, dovrebbero farsi un bell’esame di coscienza. O in alternativa, fare accordi con Paola Binetti e scattarsi selfie con Sentinelle e Manif pour tous. E chissà che una poltrona non arrivi anche per loro.

E insomma l’Italia del 2015 sarà uguale a quella del 2014 e degli anni precedenti. Affidata a parolai che, come in una partita a Risiko, hanno come obiettivo la luna e un pianeta a scelta del sistema solare di pertinenza. Ma guai a dirlo. A fine anno la fiducia nel progresso rientra tra i doveri nazionali. Nutrire il dubbio, fosse non altro per quel sentimento di affezione all’evidenza delle cose, fa invece scattare associazioni ornitologiche. Siete avvertiti/e!

I gufi e gli allocchi del regno renziano

allocchi renziani?

Stamattina sono rimasto a casa, per via della tonsillite. Adesso, lasciamo anche stare che era dal marzo del 2010 che non ne avevo una, che nei giorni scorsi pronunciavo proprio frasi come “è da un botto che le tonsille non si fanno sentire” e che per questo peccato di hybris sono stato punito. Ma un altro errore l’ho fatto, ed è stato quello di accendere la televisione su Omnibus, per ingannare la noia dell’attesa della visita fiscale.

In studio c’erano diversi personaggi, tra Pd, sindacato e immancabile opinionista pro-Renzi o simil tale. Nel caso specifico, questo ruolo è stato coperto da Michele Boldrin, leader di “Fare per fermare il declino”, forte dei suoi manco settemila voti alle ultime europee e dello 0,7% del suo partito catto-liberista, Scelta Europea, dove poi è stato candidato. Il ruggito dell’afide, in altre parole. Eppure, dall’alto del suo “enorme” consenso elettorale, si è permesso di sbeffeggiare la rappresentante della CGIL quando ha parlato di diritto al riposo del lavoratore. L’argomento del giorno era, per chi non ha seguito la puntata, l’abolizione dell’articolo 18. Quella cosa per cui, non si capisce bene perché, il fatto che chi lavora possa essere licenziato/a perché del sud, o omosessuale, ecc. Anche se oscure mi sembrano le ragioni per cui licenziare senza giusta causa dovrebbe garantire un futuro radioso a chi cerca lavoro. Questo mistero è ancora lontano dall’esser risolto, eppure Boldrin dileggia i suoi interlocutori e il Pd pare orientato alla demolizione dei diritti per rendere questa società migliore. Come se si limitasse il diritto di voto per fare dell’Italia un paese più democratico… ah, scusate, mi informano dalla regia che lo hanno fatto già, sia con le elezioni intermedie, sia con l’abolizione del bicameralismo perfetto.

E insomma, paleso il mio malessere su Twitter e anche lì, arrivano le groupie renziane a ricordarmi quanto sia benefico per lavoratori e lavoratrici il fatto che altri lavoratori e altre lavoratrici possano perdere il lavoro perché non cattolici, incinte, di opinioni politiche diverse e via discorrendo. Mi domando in che modo, ma nessuno sembra avere la risposta. Ovviamente, la colpa sarà mia che ci gufo sopra e non degli allocchi che si bevono qualsiasi cosa provenga da palazzo Chigi…

E a proposito di rapaci notturni. Ho pure fatto notare – sempre per ingannar la noia dell’attesa di questo medico che non si decide a venire – su Facebook stavolta, che un titolo di Repubblica parla di “cambiamento violento” in merito all’abolizione dell’articolo 18 e alle riforme renziane. Se lo avesse detto Grillo, ho detto, in quanti avrebbero scomodato i cadaveri di Benito e Adolf? “Renzi può”, mi è stato risposto. Dopo di che ho ricordato anche al mio giovane interlocutore che continuando di questo passo saremo sempre più senza diritti in un quadro di garanzie sempre più blande. Qual è stato il suo commento? “Gufo!”… ma guarda un po’!

La mia amica Caterina Coppola mi ha fatto notare che la storia degli ottanta euro, ormai agitata in tutti i talk show del regno (renziano) sono l’equivalente di “e allora le foibe?” di post-missina memoria. Tu parli di crisi economica, di problemi di riscaldamento globale e del dilemma dei profughi in Medio Oriente e il renziano di turno ti ricorderà che in busta paga ti trovi manco cento euro in più (senza dirti che prendono la cifra completa solo i lavoratori più benestanti, ma pazienza).

Su questa falsariga credo di poter ammettere che utilizzare la parola “gufo” sia reazione pavloviana ogni qual volta fai notare al sostenitore o alla sostenitrice dell’ex sindaco di Firenze che le cose non sono così semplici come si sente proferire in annunci trionfalistici che non trovano solidi agganci con la realtà quotidiana. Un po’ come se avvenisse una situazione del genere

Renziano: “Che giornata meravigliosa! Andiamo al mare?”
Non renziano: “Mah, veramente il cielo è nuvoloso e promette pioggia…”
Renziano: “Gufo!”

o ancora

Renziano: “Ti andrebbe uno straordinario cappuccino?”
Non renziano: “No grazie, sono allergico al lattosio e…”
Renziano: “Gufo!”

La lista degli esempi potrebbe continuare a lungo. Io intanto aspetto il medico, rimuginando sul fatto che un domani possa essere licenziato per problemi di salute – se eliminano l’articolo 18 sarà possibile, che vi piaccia o meno – e di certo non farò l’errore di accendere di nuovo la TV. Un peccato alla volta, per carità.

Scempio unioni civili: mille giorni? Non fatico a crederci

l'eurodeputato Daniele Viotti

l’eurodeputato Daniele Viotti (Pd)

Dichiara Daniele Viotti, in un suo commento su Facebook ripreso dal portale Gay.it:

Per i diritti civili non c’è mai tempo, in undici secondi abbiamo ricevuto l’ennesimo rinvio e un’altra promessa a cui fatichiamo a credere.
Se non esiste ancora un testo (e a quanto pare non esiste) la proposta Cirinnà può essere un punto di partenza anche se non prevede la parità effettiva che si raggiunge solo con il matrimonio egualitario.
E infatti rimane insoluta la questione di fondo che da tempo poniamo: qual è l’orizzonte del Pd? Per me deve essere la totale uguaglianza! Prendiamoci il tempo necessario per una legge che preveda il matrimonio egualitario, condividiamo le posizioni, ascoltiamo le associazioni e il movimento.
Se questo è l’orizzonte partiamo pure dal dibattito sulle unioni civili, previste da Renzi, ma siano rispettati i tempi dati. Non è ammissibile aspettare ancora, non è ammissibile vivere ancora in un Paese in cui i pochi progressi sui diritti civili sono ottenuti per decisione di amministrazioni locali coraggiose o attraverso sentenze di tribunali.
Lo dico con una battuta: speriamo che oggi alla direzione nazionale il segretario del partito faccia pressioni sul premier.

Flavio Romani, presidente di Arcigay

Flavio Romani, presidente di Arcigay

Gli fa eco Flavio Romani, presidente di Arcigay:

Non gli crediamo: il premier si sta prendendo gioco di noi. I continui rinvii e le promesse da marinaio sono una pratica intollerabile per un Primo Ministro, una modalità imbarazzante e poco seria con cui Renzi si prende gioco delle vite di milioni di cittadini e cittadine.

Eppure, io questo scandalo non lo capisco. È come se mi stupissi nel constatare che fa brutto tempo e la pioggia mi bagna il marciapiede sotto casa. Perché basta avere un minimo di senso critico e capire di chi stiamo parlando – un presidente del Consiglio che era presente al Family Day, che ha fatto il cimitero dei feti quando era sindaco di Firenze e che su certi temi si fa dettare la linea dai supporter di Adinolfi e da Alfano – per capire che le fantomatiche “unioni civili alla tedesca” sono l’ennesimo esercizio linguistico di un partito e del suo ennesimo segretario, che per la questione LGBT nutrono solo sentimenti di diffidenza e di ipocrisia.

In passato venni accusato di “gufismo” per aver detto che a settembre non avremmo visto nulla, che dietro i buoni propositi si nascondevano i soliti imbrogli e le solite manovre sottobanco, il cui risultato mira(va) all’eterno rinvio e, sostanzialmente, al nulla di fatto. Adesso sarebbe buona norma che certi gay renziani (o quelli che renziani non lo sono, ma chissà perché da tali si comportano) chiedessero scusa non tanto a me – della loro opinione nulla mi importa – ma alle migliaia di persone LGBT che hanno convinto in cabina elettorale facendo da specchietto per allodole. Fosse non altro per una questione di onestà intellettuale. Dire chiaramente “scusate, abbiamo fatto una cazzata”, l’ennesima per il Pd. Ma appunto, ci vuole onestà per dire queste cose.

Ad ogni modo, mentre qualcuno si stupisce io non fatico a credere in questo ennesimo rinvio. Non so voi.

Gufi

gufi

gufi

“Chi siamo noi?”
“Renziani!”
“E cosa vogliamo?”
“Cambiare verso!”
“E cosa diciamo a chi non vuole?”
“Gufi!”
“E come otterremo il cambiamento?”
“Gufi!”
“Ragazzi, il cambiamento…”
“Gufi!”
“Chi siamo noi?”
“Gufi!”

Scusate, ma oggi m’è presa così… :)