E adesso tutti vorrete parlare della terza

Lo dicevo ieri sera alla mia amica Sedanina. E non lasciatevi ingannare dal nomignolo, è persona serissima e di buon cuore! Le dicevo che è colpa della terapia. E della primavera. Perché in me si agitano tre forze, tutte insieme o una alla volta, a seconda del momento.

La prima è quella che ho chiamato del tipo “Grey’s Anatomy” ed è la sensibilità. Mi succede, infatti, di commuovermi ed emozionarmi anche per cose abbastanza ordinarie. O di fronte alla bellezza. Come un assolo di violino, capace di inumidirmi gli occhi e di farmi esplodere in lacrime.

Poi c’è quella del tipo “Incredibile Hulk”. Come l’altro giorno in via del Corso. Camminavo distrattamente e un’auto blu mi ha tagliato la strada, sulle strisce. Ed io a dargli addosso. Dovevate vedermi: una forza della natura! Perché loro si credono i padroni del mondo. Perché io ero sulle strisce e lui, con l’autobludimmerda, mi è passato davanti, solo perché ha il potere di stocazzo. E mentre me lo mangiavo vivo, lui dentro il finestrino, io di fronte a un negozio, una piccola folla, da dietro, mi invitava all’umità, a voce sempre più alta, con un «guarda che hai il rosso…». Ed io, che il semaforo non l’avevo proprio visto, non ho fatto niente, mi son messo da parte e ho fatto finta di mandare un sms. Comunque fiero e altero!

Infine c’è la terza forza. Quella che ho ribattezzato col nome di “Ilona e Moana”. Ma di questa, semmai, ne parlo in fascia protetta. Comprenderete, spero.

La famiglia di Callie, l’omofobia di Toia e Costa

La dottoressa Calliope Torres è bisessuale. Ed è sposata con la dottoressa Robbins, Arizona Robbins, che invece è lesbica. Insieme, hanno avuto una figlia con Mark Sloan, amico e ex amante di Callie la quale è stata pure sposata con George O’Malley. La bimba si chiama Sophia.

Stiamo parlando di una storia di fantasia, perché questi personaggi esistono solo in tv, nella serie intitolata Grey’s Anatomy, e sarebbe vista come diabolica da qualche ben pensante e ben più di un deputato della Repubblica Italiana.

Come Patrizia Toia e Silvia Costa, ad esempio, europarlamentari del PD che di recente, dalle colonne di Europa, hanno lanciato l’ennesimo attacco contro le famiglie formate da gay e da lesbiche.

Cosa dicono persone come queste due signore, è ben facile da comprendere: la società, per questa gente, si fonda sulla famiglia, quella formata da uomo e donna, in procinto di procreare. Meno chiaro è a cosa mirano questi discorsi. Cercherò di capirlo insieme a voi.

L’articolo 29 della Costituzione, infatti, definisce la “famiglia” come società naturale fondata sul matrimonio. Non definisce la società nella sua interezza, ma una parte di essa e in una delle sue aggregazioni possibili.

I cattolici integralisti, corrente alla quale evidentemente si ispirano le due eurodeputate, non vedono nessuna differenza tra società e famiglia. Si è dentro la società perché si fa parte di una famiglia. Quella, manco a dirlo, prevista dallo schema eterosessista: padre (non importa se padrone), moglie (non importa se ridotta a incubatrice) e figli (chiamati a ripetere questo schema all’infinito).

Per cui le coppie non sposate – non importa se gay, lesbiche, eterosessuali, non importa se con figli – non rientrano in quello schema e, quindi, non sono famiglia. E se non sono tali, stanno ai margini della società o al di fuori di essa.

Ora, poiché di tutte le categorie possibili sono proprio i gay e le lesbiche quelle che lottano per l’estensione di diritti specifici attraverso il matrimonio e le unioni civili, ne consegue che certe affermazioni di principio sono funzionali a lasciare fuori dalla società milioni di persone GLBT.

Patrizia Toia e Silvia Costa – ma insieme a loro Rosy Bindi, Pierferdinando Casini, Angelino Alfano, Rocco Buttiglione e molti altri ancora – hanno una precisa responsabilità storica in questo. Un giorno verranno ricordati alla stregua di chi, un tempo, discriminava gli ebrei o non voleva concedere la libertà ai neri degli USA o del Sud Africa. Qualcosa di culturalmente vicino, ideologicamente parlando e in estrema sintesi, ai nazisti e al Ku Klux Klan.

Oppure, potrebbero essere ricordati, nell’immediato, e tutti loro senza alcuna eccezione, come gli ispiratori o i mandanti morali delle aggressioni che, ormai regolarmente, si consumano a danno del popolo arcobaleno. Come è successo ai ragazzi recentemente “riconosciuti come omosessuali” in una discoteca del varesotto, e quindi prima pestati dalla security e dopo allontanati dal locale. Forse i buttafuori di quel luogo la pensano esattamente come le due eurodeputate del PD: se i gay non fanno parte della società, non hanno nemmeno il diritto a ballare.

Per le stesse identiche ragioni, la madre di Callie ha ripudiato la figlia. Perché cattolica, come le eurodeputate in questione, e come Alfano, Buttiglione e Casini. Per la madre della dottoressa Torres la famiglia, e quindi la normalità, e quindi il diritto al rispetto, è una sola.

Callie invece ha Arizona. E Mark. Ha Sofia. E ha amato George. E ha un padre che le vuole bene davvero, nonostante la moglie. E ha una ex suocera, la mamma di George, anche lei molto cattolica, che l’ha abbracciata dopo aver saputo della sua bambina. Piangendo, insieme a lei, per la gioia.

Adesso, questa serie è un prodotto di fantasia, ma la storia di Callie è una storia vera, perché queste cose accadono di continuo, in tutto il mondo, anche a persone a me vicine.

E mi chiedo, tra lo schema rigido ed escludente di Toia, Bindi e Alfano, e le situazioni come Grey’s Anatomy – quelle che accadono davvero intendo – dove ci sia più affetto, più coraggio, più protagonisti reali a testimoniare al mondo e a Dio, sempre che esista, che la famiglia non è una sola. Che c’è, sempre, dove c’è amore.

Sutura

…perché la nostra vita è come una gigantesca puntata di Grey’s Anatomy. E in quel tavolo operatorio non ci sono altri pazienti, ma parti di noi. Il nostro sangue, la nostra carne tagliuzzata, i nostri sogni da salvare con un defibrillatore, o da rimuovere col bisturi e da gettare in mezzo ai pezzi andati a male di tutti gli altri.

Elf Anatomy

Sarebbe bello se la vita fosse come una puntata di Grey’s Anatomy. Mal che ti vada hai un lavoro stimolante, vivi in una città fica e il tuo collega più brutto è tutto muscoli e disponibile a far sesso.

Phooskie è una comuchic. Ovvero persona simpatizzante per il comunismo ma che non sente la necessità di vestirsi come un clochard solo per venire incontro al suo senso di inadeguatezza esistenziale o più semplicemente per far dispetto ai genitori. Certo, dobbiamo ancora lavorare sulla legittimità delle magliette con Che Guevara sopra. Ma scrive in italiano corretto, e questo mi dà la sufficiente certezza che, contrariamente a molti radical chic di sinistra, non diventerà un promotore della libertà un giorno. Di questi tempi è già qualcosa.

Mon Petit Antoin, invece, mi fa le sue domande su ciò che siamo e su che cos’è la felicità e io vorrei tanto rispondergli che ho capito tutto, che la cura per guarire da ogni nostra malinconia sta solo nel dispensare ottimi e saggi consigli nelle vite degli altri, che applicati alla propria diventano solo schegge impazzite di imbecillità. Vorrei tanto dirgli che ho trovato l’elisir di lunga vita. Ma quello che a lui manca già da un po’ a me manca da sempre e qualcun altro, invece, ce l’ha da troppo e non riesce più a vederlo. Per cui forse siamo tutti sbagliati, oppure siamo tutti normali. E chissà dov’è il giusto mezzo tra norma e follia.

Per questo dico che se la vita fosse una puntata di Grey’s Anatomy sarebbe un bene, perché adesso ci sarebbe fuori campo la voce di Meredith e questi interrogativi farebbero sognare, in un lieto fine che comunque arriverebbe, chi ha il tempo di credere che c’è sempre un lieto fine.

E mentre scrivo tutto questo e leggo e rileggo l’e-mail di una persona che ho trattato male, mi chiedo che senso ha avere un cuore e, soprattutto, averne coscienza, e usarlo a ore, sotto i colpi del senso di colpa e nell’afflato, che a volte ci sfiora, di una vita più vera, più grande, che ti abbraccia in sere come queste, nel preludio dell’autunno.

Mentre scrivo tutto questo mi chiedo che senso abbia vivere al di sopra della mediocrità degli altri, quando quella mediocrità troppo spesso è la foresta sui cui alberi appoggerai le tue zampe quando il volo sarà troppo difficile perché quella foresta è immensa.

Che senso ha avere un impeto e sentirsi, a volte, rinchiusi in gabbia e sapere che le chiavi stanno da qualche parte, nelle tue tasche un po’ troppo strette per le tue mani grandi.