Renzi e i cinque peccati capitali della conferenza di fine anno

il-gufo-che-rideHo ascoltato la conferenza di fine anno del presidente del Consiglio, Matteo Renzi. E va bene su molte cose, tutti e tutte (credo) siamo d’accordo sul fatto che l’Italia debba farcela, che chi ruba deve essere punito/a, che chi non lavora deve essere licenziato/a, ecc. Sulle cose di buon senso c’è poco da dire: si può solo essere d’accordo. E va riconosciuto al premier il fatto che tra la battuta ad effetto e il riferimento alla contemporaneità – con termini tipo hashtag et similia – ci si attira il consenso dei soggetti più sensibili a una politica meno ingessata, “di palazzo” come si dice in gergo. Per cui bravo Renzi, sai comunicare così come sai essere sgradevole su molto altro. Ma c’è un ma. E siccome qui siamo se non gufi – e pure fieri di esserlo – almeno maestrine dalla penna rossa, è nostro compito sottolineare le cose che, a parer mio, meritano una maggiore attenzione critica.

1. La retorica renziana, innanzi tutto. Un mix tra battute ad effetto (che sostituiscono le vecchie barzellette di “silviana” memoria) e ripetizione sistematica dei soliti slogan, variamente declinati. Particolarmente efficace quella struttura a grappolo per cui si parte da un discorso, si apre una parentesi, la si lega a un concetto esterno, lo si gonfia e si ritorna al discorso di partenza dopo aver intontito chi ascolta che nel frattempo ha già dimenticato qual era l’oggetto in questione. L’argomento viene riproposto, quindi, depotenziato dalla carica critica della domanda di partenza e lo si porta laddove chi parla voleva ricondurlo. Tecnica utilizzata in un paio di occasioni, come quando Renzi ha fatto un richiamo ad “Indovina chi” per sviare le domande sulla partita del Quirinale.

2. Oscillazione tra superbia e falsa modestia. Come quando dice, ad esempio, frasi del tipo “mentre loro studiavano, noi le cose le abbiamo fatte”. I loro sarebbero quelli della vecchia guardia, incapace di affrontare i problemi reali del paese. Peccato che quella frase abbia però ridotto, più in generale, studio e intellettuali a roba inutile. O come quando parla di gufi, che non sono quelli/e che parlano male del governo – ci mancherebbe – ma coloro che pensano che l’Italia non ce la farà. E poi corregge il tiro: coloro che pensano che questo governo non ce la farà. Per cui scatta l’equivalenza Italia = governo. L’état c’est moi, in altri termini. Con la chiosa: “se ce la faremo ha vinto l’Italia, se non ce la faremo è colpa mia”. E se i termini sono sostituibili…

3. Lapsus lessicali. Come quando ha detto “oggi non si riesce a rubare”, per poi correggere subito dopo. Splendido lapsus, converrete. Splendido lapsus.

4. Il vizio di dire bugie. Come quello sulla scuola – “abbiamo fatto la riforma!” – provvedimento che deve ancora essere affrontato, in realtà. E dire che le menzogne, per un cattolico, dovrebbero esser peccato…

5. L’assenza dei diritti LGBT. In sessanta minuti di conferenza stampa, neppure una domanda da parte dei giornalisti (e su questo il movimento dovrebbe farsi domande anche laceranti e profonde sul nostro grado di incidenza sulle questioni inerenti al dibattito pubblico). Ma nemmeno il premier le ha elencate tra le cose che ha intenzione di fare e tra le urgenze del suo governo. E su questo i gay e le lesbiche renziani/e, della prima e dell’ultimissima ora, dovrebbero farsi un bell’esame di coscienza. O in alternativa, fare accordi con Paola Binetti e scattarsi selfie con Sentinelle e Manif pour tous. E chissà che una poltrona non arrivi anche per loro.

E insomma l’Italia del 2015 sarà uguale a quella del 2014 e degli anni precedenti. Affidata a parolai che, come in una partita a Risiko, hanno come obiettivo la luna e un pianeta a scelta del sistema solare di pertinenza. Ma guai a dirlo. A fine anno la fiducia nel progresso rientra tra i doveri nazionali. Nutrire il dubbio, fosse non altro per quel sentimento di affezione all’evidenza delle cose, fa invece scattare associazioni ornitologiche. Siete avvertiti/e!

Le manganellate agli operai ai tempi del jobs act

carica contro i lavoratori: la copertina del Manifesto

carica contro i lavoratori: la copertina del Manifesto

Lo scorso week end Davide Serra, finanziatore della campagna per le primarie dell’attuale presidente del consiglio, alla kermesse della Leopolda auspicava un jobs act più aggressivo e proponeva di limitare il diritto di sciopero.

Contestualmente, Renzi ridicolizzava la piazza radunata dalla CGIL per poi dichiarare: «Le leggi non si scrivono con i sindacati ma in Parlamento. Nessuno può pensare di trattare sulla legge di stabilità». E scusa, Matteo, tanto se esiste la democrazia.

Quindi è il turno di una gigante del Pd (l’ennesima), Pina Picierno: che si avventura in dichiarazioni che chiunque eviterebbe, sui brogli che ci starebbero dietro l’elezione di Camusso alla segreteria del più grande sindacato d’Italia.

Quindi arriviamo a ieri: gli operai dell’AST di Terni manifestano a Roma, perché hanno perso il lavoro. La polizia li carica, tre feriti, Landini colpito. La polizia dello Stato che attacca liberi manifestanti e manganella un sindacalista. È aperta la gara a “chi ci ricorda?”.

In questo paese si comincia a respirare una brutta aria sui diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Il Manifesto titola “Tutele crescenti”. Il futuro è solo l’inizio, era lo slogan della Leopolda, ma la polizia carica i manifestanti come da tradizione. Non voglio certo dire che certi estremi abbiano mandanti a palazzo Chigi, ma il clima culturale che si sta creando contro il sindacato e contro chi lavora ha nomi e cognomi evidenti a chiunque abbia la capacità di leggere un quotidiano. Chi voleva cambiar verso, intanto, dorme tranquillo o si dedica ai selfie. Chi ci tiene ai diritti, alla democrazia e alle pari opportunità, in questo paese, un po’ meno.

La scuola, la carica dei centomila e lo spot di regime

la ministra Stefania Giannini

Parliamo di scuola. E soprattutto dell’ennesimo stravolgimento che si prospetta per l’istruzione italiana. Chi già lavora in questo mondo ha accolto la notizia con sgomento e sospetto. Non è la prima volta che un/a ministro/a se ne esce con proclami rivoluzionari che poi, chissà perché, vanno sempre a discapito di insegnanti, personale amministrativo, famiglie e corpo studentesco. Ma andiamo per ordine.

Diamo i numeri

La macchina della propaganda fornisce cifre precise. Centomila, forse addirittura centoventimila assunzioni a partire dal 2015. Chissà come e chissà quando, però. Per tutta una serie di ragioni.

La quota dei 100.000 prof era prevista già dal governo Prodi, sin dal 2006. Era nel vecchio piano di Fioroni: 150.000 docenti in tre anni. Lui si fermò a 50.000. Interrotta l’esperienza di governo dell’Unione, arrivò Maria Stella Gelmini che parlò di cambiamento epocale e di riforme. Ovvero, di tagli. Speriamo che la “rivoluzione” promessa da Stefania Giannini non sia solo nel sostituire un termine con un altro, per indicare la stessa procedura. 

I precari, per altro, ammontano a svariate centinaia di migliaia, per cui questa carica dei centomila non corrisponde ai due terzi dell’organico, come riportato dai media allineati

Poi ci sarebbe il problema dei pensionamenti, che dovrebbero liberare nuovi posti di lavoro. Ma al tempo stesso non ti dicono come si fa con la quota 96 introdotta dalla riforma Fornero che blocca quei pensionamenti stessi. 


Supplenti o batteri?

I/le supplenti, ancora, non li puoi “eliminare”, perché se un prof va in malattia devi sostituirlo. Ci sono poi le cattedre vuote, di anno in anno, da riempire. Prima si ricorreva alle graduatorie (GAE), adesso pare che l’andazzo sia duplice: da una parte assorbire i posti disponibili con le “assunzioni senza cattedra” (parleremo dopo di questa splendida idiozia terminologica), dall’altra aumentare il monte ore dei/lle docenti, da diciotto d’aula a ventiquattro o addirittura a trentasei. Per cui se tre insegnanti di una scuola si spartiscono le diciotto ore di una cattedra vuota – sei ora a testa – tolgono un posto di lavoro a un precario che faceva da supplente. E che per questa ragione è stato definito come “agente patogeno” da una ministra che rappresenta lo 0,8% di chissà cosa. Sarà che sono choosy, ma reputo la cosa abbastanza offensiva.

Ovviamente per chi lavora di più ci dovrebbero essere soldi in più e nella scuola è già così. Se fai supplenze oltre al tuo orario di lavoro o prendi parte e progetti, vieni già retribuito di più. Non si capisce dove sta la novità del governo Renzi.


Tappabuchi cronici

Parliamo invece dell’assunzione senza cattedra fissa: pare si voglia fare una specie di lista a parte – graduatorie speciali o altro, non è dato saperlo – in cui inserire le persone che anno dopo anno lavorano come precarie e ripartirle su più scuole secondo le esigenze delle stesse. In pratica è esattamente come è adesso! L’unica differenza è che tieni la cattedra fino a quando non viene assegnata all’avente diritto: cioè il precario o la precaria prende una cattedra annuale che diventa pluriennale (e si viene assunti, per questo) con due aspetti negativi quali l’essere smistato in più scuole ed esser spostati qua e là a seconda in una nuova batteria di cattedre sempre distribuite tra più scuole. Questo secondo quanto si può ricostruire dagli articoli apparsi sui giornali.

Per altro lavorando su più scuole, aumenta il lavoro pomeridiano: se lavori in due istituti hai doppio ricevimento, doppi collegi docenti, doppie riunioni di dipartimento, ecc. Su tre sedi, si moltiplica il tutto per tre. E così via. Il tutto a stipendio invariato, va da sé. Insomma, si passa da precari, anche storici, a tappabuchi cronici.


Nessun luogo è lontano

L’intasamento delle graduatorie è dato dal fatto che in alcuni posti non c’è lavoro. Nelle province siciliane vengono assunti pochi docenti ogni anno. A Roma la graduatoria scorre molto più fluida. Come prevede il governo di esaurire, in pochi anni come dice di voler fare, le graduatorie in questione? Prenderà forse i precari da Enna e li sposterà a Vicenza o in Friuli? Non vorremmo che il concetto di “esaurimento” coincidesse con quello di deportazione. Anche perché se non accetti il ruolo, perdi tutto. Ok, ci sta. Ma come fa la madre che “tiene famiglia”, rispetto a marito e figli (e questi al governo sarebbero pure per la coppia tradizionale)? O chi non può spostarsi per un genitore malato e altre questioni di tipo personale? Attendiamo novità anche su questo fronte.


Concludendo

Pare di trovarsi di fronte al solito mega spot governativo per cui provvedimenti già presi altrove e ritardati da scelte governative dissennate poi vengono riproposti dalla fanfara di regime come provvedimento dell’esecutivo in carica. Per capirci: era già nell’aria da diversi anni che si dovessero assumere diverse migliaia di precari, anche perché l’Italia rischia di pagare una sanzione all’UE per questo motivo. E far passare un obbligo e una programmazione pregressa come vittoria del renzismo al potere è un atto che avremmo duramente contestato a provvedimenti berlusconiani di portata più blanda. 

Come farà Renzi a fare una legge sulle civil partnership?

riuscirà il governo a fare le civil partnership?

Premetto due cose, in merito alle dichiarazioni di Renzi sulla futura legge per le unioni civili da settembre: la prima, la mia posizione sulle civil partnership l’ho già chiarita in un post apposito, con tanto di spiegazioni ulteriori; la seconda, se venisse approvato un ddl come quello presentato a dicembre, con questo parlamento e questo governo, sarebbe sicuramente un progresso di cui tener conto.

Per chi non ha tempo o voglia di leggere, faccio una scaletta dei punti salienti:

1. sostegno, anche da parte del movimento, alle unioni civili con diritti uguali al matrimonio e stepchild adoption come nel ddl già presentato

2. pretesa, da parte delle associazioni, di nessuno sconto ulteriore sui nostri diritti, partendo dal presupposto che QUESTO parlamento è quello che è

3. obbligare il Pd con i i suoi  strumenti e la sua strategia a fare parte dei nostri interessi. Se falliscono, ci perdono loro la faccia. Se ci riescono, vinciamo noi. Anzi, cominciamo a farlo.

Quindi, nessun disfattismo, nessun “gufare contro” – che ha sostituito il mantra berlusconiano del “remare contro” – nessuna volontà, masochistica o di qualsiasi altra natura, di rimanere nell’attuale situazione di stallo.

Fatte queste premesse, mi chiedo: il governo è fatto ancora con Alfano e la maggioranza è quella di un anno fa. La legge sull’omofobia è impantanata al Senato – dove i numeri sono quelli che sono – e dai ranghi dello stesso Pd si lascia intendere che non verrà mai approvata. Teniamo conto che quella è una legge blanda e inefficace. Se non vogliono far passare un provvedimento del genere, come spera Renzi di riuscire a ottenere un decisivo cambio di rotta in tal senso? Perché non è che uno non vuole sperare, ma la speranza andrebbe supportata da presupposti di un certo tipo. E i presupposti non giocano, al momento, a nostro favore.

Poi, va da sé, mi aspetto di essere stupito. Anche perché, prima o poi, toccherà sposarsi che abbiamo pure una certa età. O no?

La non importanza di chiamarsi Ernesto (su Renzi e i diritti LGBT)

Matteo Renzi

Nel suo discorso sulla fiducia, il nuovo premier Renzi ha sfiorato il tema delle unioni civili citando Cristiana Alicata e sostenendo che “il meglio nulla che una legge orribile” da lei suggerito non va bene, ma che è necessaria la mediazione sui diritti delle persone LGBT.

Mediazione che sarà affidata all’impresentabile Scalfarotto, colui che insulta il movimento LGBT reo di non assumere un atteggiamento idolatrico nei suoi confronti e che in compenso riceve pubblici elogi dai teodem (cosa non si fa pur di apparire in un comunicato, eh Ivan?).

Mediazione che, per scomodare la matematica delle elementari, passa per il compromesso tra chi vuole diritti dimezzati (il Pd) e chi vuole nulla. E qualsiasi cosa si moltiplica per lo zero, si sa, dà come risultato il niente.

Sia ben chiaro: le civil partnership erano un minimo sindacabile appena accettabile e solo in previsione di un nuovo corso che avrebbe dovuto portare ogni uguaglianza tra eterosessuali e non. Adesso si vuole mediare anche sul compromesso e per di più con personaggi ulteriormente lugubri quali Quagliarello e Schifani. Renzi non ce la fa a scegliere persone che non abbiano condotte limpide (ricordiamo le accuse a Schifani sui presunti rapporti con la mafia) o pensieri inaccettabili sui diritti umani (Quagliarello è quello che vorrebbe vederci intubati e agonizzanti fino alla fine dei nostri giorni, pur di non approvare una legge sul testamento biologico).

Questo è il renzismo: buoni propositi lasciati in mano a personaggi politicamente orribili. Prepariamoci, dunque, al peggio.

Anche perché basta vedere non solo i protagonisti di questi futuri compromessi, ma anche i ministri nominati dal premier per capire che non si andrà oltre diritti individuali senza alcun riconoscimento pubblicistico. Ci daranno, in poche parole, il permesso di andare da un notaio per fare testamento a spese nostre.

Siamo molto lontani, in buona sostanza, dall’importanza di chiamarsi Ernesto, il figlio della segretaria di Renzi, che ha due mamme. Quel bambino mamma ne avrà una sola e sarà anche costretta a spendere tanto se vuole avere il barlume di un diritto. E chi se ne frega se succede qualcosa al piccolo. Si accettano scommesse su questo.

Visto il clima attuale, visto chi sta contribuendo a crearlo, visto che gli atti politici fanno cultura e che dopo la legge piddina sull’omofobia è passato il messaggio che offendere le persone LGBT è una forma di libero pensiero da tutelare (ancora grazie Ivan), mi auguro vivamente che ai prossimi pride i renziani (soprattutto i gay della specie) si tengano alla larga dalle manifestazioni. Io lo scriverei proprio a chiare lettere: Scalfarotto, tu non sei invitato. E non solo lui.

Governo Renzi e diritti LGBT? Meglio un fantasy

Matteo Renzi, nuovo premier italiano

Finalmente è nato il governo Renzi. Otto uomini e otto donne e già i renziani doc si spellano le mani per questo mirabile esempio di equilibrio di genere nella composizione dell’esecutivo. Ma mi (e vi) domando: otto uomini tutti in dicasteri con portafoglio, le donne in cinque e le altre tre in poltrone giocattolo vi sembra vera uguaglianza?

Abolito il ministero per le Pari Opportunità, che non serve a niente e siamo d’accordo, ma ricordiamoci che un punto qualificante della nascita dei nuovi equilibri di palazzo è il niet del Nuovo Centro-Destra verso qualsiasi tentativo di apertura sui diritti civili. Insomma, se il ministero è simbolico, la sua soppressione è un atto politico concreto.

E per quanto riguarda i diritti delle persone LGBT? La composizione della squadra del sindaco di Firenze si distingue per affermazioni omofobe e discriminatorie. Ma diamo la parola ai diretti interessati:

«Il matrimonio nel nostro ordinamento è un’unione tra sessi diversi.» Graziano Del Rio, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (ma a quanto si dice, pare che l’abbia proferito a sua insaputa).

«Noi siamo molto chiari: sui matrimoni gay e adozioni gay siamo pronti a uscire dal governo. L’Italia non diventerà né una grande sala parto per immigrati né un grande locale Arcigay» Angelino Alfano, ministro della Giustizia (quello che ha fatto deportare Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, insieme alla figlia. Perché lui alla famiglia ci tiene).

Marianna Madia, neoministra renziana

«Se si parla di famiglia io penso a un uomo e una donna che si sposano e fanno dei figli. Scegliendo per la vita.» Marianna Madia, ministra della Pubblica Amministrazione (ma due gay o due lesbiche che decidono di sposarsi scelgono la morte?)

«Mi stupisce che si cerchi di far passare i matrimoni tra omosessuali per parità di diritti. È il segno estremo della grande confusione figlia del relativismo culturale.» Beatrice Lorenzin, ministra della Salute (quella che gestisce la sanità pubblica di tutta Italia con il solo diploma del liceo classico, per capire di chi stiamo parlando).

«La famiglia, quella fondata sul matrimonio tra uomo e donna è uno dei pilastri fondamentali… non si può pensare che ogni desiderio possa diventare un diritto, e in ogni caso sono due sfere diverse, perche’ sovrapporle vuol dire non avere il coraggio di dire che ci sono delle priorità.» Maurizio Lupi, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti (poi è pure ciellino, toccante retroscena che ci aiuta a capirne i limiti).

«Le coppie di fatto sono una cosa diversa dalla famiglia.» Dario Franceschini, ministro della Cultura (individuo talmente anonimo che non si riesce nemmeno a fare mezza freddura).

Il padre di Renzi condivide un messaggio antigay

Il padre di Renzi condivide un messaggio antigay

Mettiamoci pure che il neo-premier è figlio di quel Tiziano che di recente, sulla sua bacheca di Facebook, ha ripreso il post di una fake omofoba, condividendone il contenuto.

E ricordiamoci sempre che è opera di un renziano la legge “contro” l’omofobia che di fatto la legittima dentro le scuole, nei partiti, nei palazzi di potere, nelle chiese in nome della libertà di opinione.

Per cui, chi pensa ancora che l’avvento di questo discutibile personaggio possa portare vantaggi reali per le persone LGBT non ha che da fare i conti con la realtà circostante. Se si ha bisogno di credere nelle favole, esistono sempre i fantasy e pubblicazioni di settore più egregie (e piacevoli) delle dichiarazioni di lor signorie.

Ma Pd e M5S condividono la stessa arroganza

L’arroganza dei giovani parlamentari…

In questi giorni sono nel mirino dei piddini, che mi accusano di chiare aperture a Grillo e al suo partito – aspetto con ansia il momento in cui verrò tacciato dagli stessi di squadrismo e di propensione al fascismo – e allo stesso tempo da certa militanza grillina, che mi etichetta come servo del potere, alleato alle banche, alle mafie e tutta quella roba lì.

Premettendo che se fossi della casta non starei a perdere il mio tempo a rodermi il fegato per un’Italia migliore e non lavorerei in una scuola pubblica per 1300 euro al mese (quando ci sono, con contratto da precario), e aggiungendo che non credo affatto che il voto al M5S sia antidemocratico, cercherò di sintetizzare il mio pensiero andando per punti.

1. Non votare Grillo non significa necessariamente votare Pd o Forza Italia. Personalmente credo che non voterò fino a quando il quadro istituzionale non sarà più agibile. Tra una mandria di mentecatti guidati da mister Fuffa (Renzi), Forza Italia (che è un insulto di per sé) e una manica di esaltati che giocano a “cosa faresti a Boldrini se” preferisco, per ora, il nulla. 

2. Alle elezioni del 2013 è emerso chiaro un quadro che l’amore grillino per la democrazia doveva prendere in considerazione da subito. La coalizione di centro-sinistra, guidata da Bersani, era in vantaggio sulle altre. Democrazia voleva che si desse una chance a quella coalizione, anche attraverso una formula di appoggio esterno. Così non è stato ed è stato gioco facile per il Pd allearsi con Berlusconi.

3. Le rivoluzioni si fanno in due modi: o imbracci il fucile, o fai in modo che le tue idee diventino progetti fattivi. In entrambi i casi si fanno con le persone che sono disponibili, non con quelle che ti piacerebbe che ci fossero.

4. Fossi stato in parlamento non avrei mai fatto accordi con Berlusconi e in un panorama in cui si può formare un governo con me o con lui, avrei fatto in modo di orientare un esecutivo rendendolo somigliante a me. Il Pd ha colpe enormi, ragion per cui credo che perderà anche le prossime elezioni, ma non tutte dipendono dalla sua esclusiva volontà.

5. Si tacciano i deputati del M5S, come Di Battista, di arroganza. Ma a proposito di persone arroganti, ricordo agli elettori del Pd il caratterino tutt’altro che conciliante di un certo Scalfarotto, quando si è trattato di scrivere la legge contro l’omofobia. Quando le associazioni gli fecero notare che il suo provvedimento portava vantaggi al fronte omofobo, ha cominciato a insultare. Taccio sulla gradevolezza di Speranza, capogruppo dei dem alla Camera. Così, giusto per ricordare l’aplomb di certi giovani parlamentari, soprattutto se messi di fronte alla loro incapacità politica e alla loro inadeguatezza istituzionale.

6. Post di pessimo gusto su Facebook (vedi caso Boldrini), un bel “vecchia puttana” all’indirizzo di Rita Levi Montalcini, offese costanti a tutti coloro che non la pensano come il grande capo, l’incapacità di dialogare con le altre forze parlamentari e via discorrendo. Questi sono fatti e limiti oggettivi di un movimento che ha grandi idee e un grosso problema: Beppe Grillo. E visto che l’Italia ha già altri partiti di cui vergognarsi, il bambino capriccioso in mezzo agli adulti infimi era un lusso che non potevamo permetterci.

Concludo dicendo che chi mi conosce sa quanto io possa essere tenero con il Pd – che reputo, appunto, popolato di imbecilli, persone politicamente squallide e qualche idealista che ci crede ancora ma con la testa troppo dura – ma se, a suo tempo, avessi dovuto fare un progetto politico avrei cercato la sponda di chi ideologicamente mi è più vicino. Se mi chiudo sulla torre a vomitare merda su chiunque solo per far contente le mosche che mi ronzano attorno poi non posso lamentarmi se mi associano a una latrina (popolata, si sa bene, da stronzi).

V per Vendetta sul nostro governo

Ieri sera, dopo Pechino Express, facendo zapping in tv mi sono imbattuto in un film che amo molto: V per Vendetta. Lo trasmettevano su Italia 1. E mentre lo guardavo per la decima volta almeno, ho fatto alcune considerazioni.

1. È un film che quella “feccia” che noi chiamiamo governo dovrebbe vedere. Perché come dice il protagonista, non è il popolo a dover avere paura di chi lo governa, ma esattamente il contrario. Perché in democrazia è al popolo che la classe dirigente deve rispondere. E se manca questo timore reverenziale per chi ti ha portato al potere, vuol dire che non si è più in democrazia.

2. È un film che tutti gli italiani e tutte le italiane dovrebbero vedere, più e più volte. Perché? Perché sono impressionanti i collegamenti tra la dittatura (fittizia) che fa da sfondo alla storia e la democratura (reale) che c’è adesso in Italia. Uso distorto delle parole, terrorismo psicologico, uso strumentale dei media per orientare le masse. Tutti mali che sono oggi ampiamente presenti nel nostro sistema sociale.

3. È un film che ho fatto vedere nelle mie classi, quando insegnavo al liceo. Alla fine è sempre partito l’applauso. Perché dà speranza. E se le giovani generazioni applaudono a ciò che li proietta verso il futuro, vuol dire che è di questo che il paese reale ha bisogno. Una prospettiva nuova. Una speranza per il domani.

Di tutto questo si sente la necessità.

Non certo, ad esempio, di una finanziaria (l’ennesima) che toglie sempre di più a chi vive del proprio lavoro per pagare, con le tasse e oltre l’affitto, l’IMU scontata a chi una casa ce l’ha già. Perché questo è il governo Letta, sostenuto da Pd e PdL. Un governo che toglie alle persone che hanno poco per favorire chi ha già tanto (o addirittura troppo). Per questo non ho stima di queste persone: perché calpestano la dignità della gente, senza nemmeno rendersi conto di quali sono le esigenze reali di chi li ha condotti – speriamo per l’ultima volta – al potere.

Legge antiomofobia: Scalfarotto è contento. Il popolo LGBT no

E niente. Ivan Scalfarotto non ce la fa. Il suo tentativo di rispondere a Civati, che su Gay.it ha detto l’unica cosa sensata sulla legge contro l’omo-transfobia – ovvero: così com’è è da buttare e non va votata – diventa l’ennesimo attacco alla comunità LGBT (stavolta nella persona di Flavio Romani) e un’ulteriore conferma che questo provvedimento nasce male e rischia di finire ancor peggio.

Vi invito a leggere la sua intervista dell’esponente del Pd. Io, qui, mi limiterò a sottolineare quei punti che trovo, ed uso un eufemismo, controversi.

Quando Scalfarotto dice che «non possiamo dimenticare che c’è un governo in carica e che, davanti a un suo parere contrario, ci saremmo trovati davanti alla necessità di scegliere tra il governo e la legge» ammette implicitamente che questo esecutivo è omofobo. Se una legge, per poter andare alle Camere deve essere depotenziata della sua stessa essenza, come ci ricorda per altro Tommaso Cerno – ovvero punire propaganda, incitamento all’odio e violenze per motivi legati all’identità di genere e all’orientamento sessuale, con un’aggravante per i reati già previsti – significa che chi dice di volerla in realtà non la vuole.

Fermo restando che ci dovrebbe spiegare, l’ottimo Scalfarotto, che razza di governo è quello che si regge sulla negazione della dignità e della sicurezza di una parte della società civile. Con quale logica si barattano i diritti fondamentali con la sopravvivenza di un esecutivo? Ma questo è un problema che, per nostra fortuna, riguarda solo lui e la sua coscienza.

Ancora, nell’intervista possiamo leggere: «Come PD abbiamo già presentato un emendamento che la prevede, e che contestualmente introduce una norma che chiarisce che l’intera legge Mancino (tutta, non solo dunque la parte sull’omofobia e la transfobia) non si applica alla manifestazioni del pensiero riconducibili al pluralismo delle idee».

Facciamo un passo indietro: la legge Mancino prevede che non si possa propagandare la superiorità razziale e religiosa. Dire che neri ed ebrei sono inferiori è già reato. Secondo la sua affermazione, saremmo forse autorizzati a credere che per permettere agli omofobi di poter continuare a dire che essere gay è una perversione, una malattia, qualcosa di cui vergognarsi, adesso anche razzisti e antisemiti potranno, grazie a un non meglio identificato “pluralismo delle idee” – configurabile come razzismo – esser tali?

Il capolavoro, poi, Scalfarotto lo raggiunge in questa frase: «Questa legge non serve a mettere in prigione le persone che non la pensano come noi, ma a colpire espressioni di violenza verbale e fisica che costituiscano un limite alla dignità e alla libertà delle persone. Io non vorrei mai vivere in un Paese dove si va in galera per le proprie opinioni […] Romani si ricordi sempre che se vuoi mettere in galera qualcuno per le sue idee, corri sempre il rischio che prima o poi in galera ci mettano te per le tue».

Ecco, questo è il centro della questione. Nessuno vuole mettere in galera chi pensa che due gay non possano sposarsi o avere figli. Se ci facciamo caso, siamo già circondati da milioni di imbecilli che pensano che i neri siano persone di serie B e tutti questi vanno in giro a piede libero.

Il problema sorge, semmai, se sei un parlamentare come Binetti, per fare un esempio, e vai a dire pubblicamente che l’omosessualità è una malattia che va curata. Cosa accadrebbe se io fossi un esponente di punta di un partito e dicessi che essere cattolici è una grave patologia mentale o che chi va a messa la domenica non dovrebbe avere gli stessi diritti di chi è ateo?

Qualcuno poi spieghi a Scalfarotto che un vescovo che dal suo pulpito descrive tutti/e noi, lui e il suo compagno inclusi, come depravati, malati di mente e altre amenità simili, sta già compiendo una violenza verbale. Su questo tipo di violenza, altri poi si sentono in dovere di aggiungere quelle fisiche. Forse dovremmo combattere non solo i sintomi del male (le aggressioni e le violenze), ma anche le cause (la diffusione e la propaganda dell’omo-transfobia).

Il punto è che il progetto di legge originario non prevedeva alcuna restrizione della libertà di espressione del pensiero e semmai faceva sì che tutte le fattispecie penali ad hoc previste dalla legge Mancino si estendessero all’orientamento sessuale e all’identità di genere, non creandone altre specifiche (come è poi successo) e soprattutto non utilizzando termini come “omofobia” e “transfobia”, che mancando di definizioni giuridiche rendono nei fatti la legge incostituzionale.

Poniamo una questione pratica: ma uno che picchia un gay ha bisogno di una perizia psicologica per sapere se è affetto da una fobia? E se è sano che facciamo? lo mandiamo a casa e gli facciamo i complimenti?

Non concordo infine con la teoria del cavallo di Troia caldeggiata dal deputato per cui si fa una leggina, così almeno arriva in parlamento. E in parlamento poi rimettiamo tutte le modifiche tolte all’inizio. Peccato però che abbia già detto, il nostro, che abbiamo un problema di tenuta del governo. Chi ci assicura che i parlamentari del PdL non faranno pressioni a quelli del Pd per lasciare le cose così come stanno?

Ricordo, ancora, che anche quando ciò dovesse verificarsi, rimane l’onta di aver trattato – per l’ennesima volta – tutte le persone LGBT come non meritevoli degli stessi diritti, da far uscire dalla porta della legge per far rientrare quei diritti stessi dalla finestra dei giochi di palazzo. E ciò è di per sé lesivo della nostra dignità.

Ivan Scalfarotto, esordisce l’articolo, non nasconde la soddisfazione per essere riuscito dove altri prima di lui non sono arrivati. Ovvero: aver svuotato di senso un provvedimento di cui si sente una certa urgenza (ricordiamoci i ragazzini che si lanciano dai balconi e il bullismo nelle scuole), aver insultato ripetutamente il movimento LGBT che quella legge vede come pericolosa, aver dato prova di incapacità di dialogo e di ascolto e aver ricevuto – per tutto questo – il plauso dei teodem, da Bindi a Buttiglione!

Non so voi, ma fossi in lui non sarei poi così contento.

Biancofiore declassata: l’Italia pure

Trasferiamoci per un momento sul piano delle ipotesi. Vi porrò, dunque, una serie di interrogativi. Del tipo:

• mandereste vostro figlio o vostra figlia in una scuola in cui il preside sostiene la teoria della razza?
• andreste a farvi curare da un medico che vi dice che Hitler due o tre cose buone, con gli ebrei, alla fine le ha fatte pure?
• andreste a fare shopping in un negozio il cui titolare sostiene che le donne sono naturalmente inferiori?

Ecco, non credo che accadrebbe (e se qualcuno di voi ha risposto di sì vi informo che siete persone orrende).

Ritorniamo sul piano della realtà e, più precisamente, sul fatto di Biancofiore nominata sottosegretario alle Pari Opportunità. Per chi non lo sapesse (ancora): dapprima Letta l’ha messa accanto a Idem, la ministra incaricata, a mo’ di cane da guardia – ricordiamoci che pure il neo-premier un attimo omofobo lo è. Poi, di fronte alle proteste delle associazioni, l’ha trasferita a far da passacarte a D’Alia, per la pubblica amministrazione.

Il fatto è questo: in un paese che si rispetti, degno del concetto di civiltà, persone come Biancofiore – e come lei altri suoi colleghi di governo, quali Lupi, Alfano, Lorenzin, ecc – non potrebbero nemmeno passare davanti la sede delle istituzioni democratiche proprio a causa delle loro posizioni palesemente omofobe.

Immaginate cosa sarebbe successo a Obama o a Merkel se avessero nominato ministri che negano la Shoah o che reputano una “razza” inferiore quella dei “negri”? Perché all’estero essere omofobi significa essere uguali a chi sostiene queste enormità (e vi rimando a leggere le domande in apertura, a tal proposito). Significa essere come un simpatizzante del nazismo, come un militante del Ku Klux Klan.

Letta, invece, ha solo operato una semplice sostituzione per placare il vespaio di polemiche nato dopo la nomina di Biancofiore. Per lui è irrilevante che questa gentile signora disprezzi gay, lesbiche e transessuali. Il vero dramma (per Letta) è che se dovesse togliere le nomine per le qualità personali e umane dei suoi ministri, sarebbe già crisi di governo. L’altro dramma (sempre vero, per noi) è che questo governo, invece, durerà.

Anche questo atto istituzionale dimostra l’assoluta inadeguatezza di questo lugubre personaggio che abbiamo la sfortuna di avere come presidente del consiglio. Voglio proprio vedere con quale faccia di bronzo si presenterà, in futuro, di fronte al ministro degli esteri tedesco, alla premier islandese, al primo ministro belga, ai sindaci di Berlino e Parigi: forse non è stato informato, nel momento in cui accoglieva acriticamente l’esponente del PdL nel suo governo, ma sono tutte persone LGBT.

Una brutta figura, a livello internazionale, e un’orrida pagina, nei confronti della democrazia, di cui non si sentiva la necessità. Decisamente.

Insomma: qualcuno spieghi a Letta, quindi, che la vergogna è nominare un sottosegretario omofobo, non (solo) di metterlo alle pari opportunità.