Amministrative e referendum: che nasca la nuova sinistra!

La campagna referendaria è stata un successo e questo si deve all’azione principale di due piccoli partiti – IdV e SEL – e, soprattutto, al martellamento su rete da parte dei comitati per il Sì. Il governo si è distinto per codardia e scorrettezza. Il resto della politica non ci ha fatto una splendida figura, tra divisioni di comodo e ambiguità di sorta.

Ad ogni modo, il dado è tratto e la lezione che possiamo trarre non solo dai referendum ma anche dal voto amministrativo è articolata e merita un approfondimento che dovrebbe coinvolgere i partiti e la società civile.

In primo luogo, il berlusconismo è un sistema di potere che non è più rappresentativo e maggioritario. Sicuramente esiste ancora ed è molto presente nel paese. Ma non è maggioranza culturale. E se è per questo, non è nemmeno cultura.

Per altro, il berlusconismo di sinistra non trova agganci ai settori dinamici della società che da Milano a Napoli, passando per la cabina elettorale di ieri, esprime un voto unico, fatto di cambiamento, di prospettive nuove. Energie pulite, costituzionalità, nuovi diritti, la presenza forte dello Stato come garante della tenuta democratica e della giustizia sociale. La nuova sinistra dovrebbe avere questi punti di riferimento. Qualcuno lo dica ai berluscones rossi e, nello specifico, a D’Alema e a Veltroni.

Ne consegue che la sinistra, per vincere, ha bisogno di homines novi. Non è un caso che le sfide più difficili siano state vinte da uomini di SEL e dell’IdV – le stesse forze che hanno promosso e portato alla vittoria i referendum – riducendo il pd a serbatoio elettorale. Il futuro della coalizione progressista parrebbe stare in quei nomi che provengono da partiti quali i radicali, il movimento di Vendola e i dipietristi. Occorre capitalizzare questa ricchezza all’interno di una coalizione che abbia nel partito maggiore il catalizzatore di una politica realmente alternativa al berlusconismo, ma per fare questo occorre abbatterne i capi – i due già citati, ma anche gente del rango di Letta, Fioroni, Bindi, ecc. – che sono il freno principale alla modernizzazione del paese su tanti temi. Ricordiamoci che Massimo D’Alema, per ricordarlo ancora, ha osteggiato la candidatura di Vendola proprio perché voleva privatizzare l’acqua in Puglia.

Quindi, occorre costruire l’alternativa. E l’alternativa si costruisce su tre ambiti fondamentali, ovvero scuola e ricerca, diritti e lavoro. E per parlare solo del primo ambito di intervento: investire nell’istruzione e nelle università, dimezzare il numero degli studenti per aula e moltiplicare le classi, raddoppiare il numero degli insegnanti, prevedere una legislazione speciale per i precari – gravati dagli stessi doveri dei colleghi in ruolo ma senza alcun diritto – avviare un’opera di recupero delle strutture (migliorie negli edifici) che garantirebbe il rilancio del settore edilizio.

Ovviamente questo programma ha dei costi. Ma ci sono sempre voci di spesa che non possiamo più permetterci e che vanno redistribuite per i lavoratori, a cominciare dagli stipendi dei nostri amministratori per finire con le spese militari per le missioni all’estero. Personalmente sarei anche per una revisione della legge sull’8 per mille i cui proventi dovrebbero essere reinvestiti non per le chiese, ma per lo sviluppo sociale. Con buona pace dei cattolici, che devono decidere se di tenere di più alla cittadinanza che vogliono rappresentare oppure se volere arricchire una chiesa che è ancora causa prima del degrato culturale di questo paese (non a caso la CEI è stata, in questi anni, la migliore alleata di Silvio Berlusconi).

Gli ambiti d’azione sono tanti e basta semplicemente intervenire laddove il berlusconismo ha distrutto. La nuova sinistra dovrebbe avere come slogan la ricostruzione sociale, solidale, democratica e morale del paese. Per fare questo, però, è fondamentale essere all’altezza del progetto che si intende portare avanti.

Così com’è strutturato, il centro-sinistra – caratterizzato da una certa balcanizzazione identitaria della sinistra estrema e dall’empasse del pd, ancora prigioniero delle sue frange cattoliche – può solo vincere le elezioni per perderle ventiquattr’ore dopo con le solite beghe che abbiamo già conosciuto nei due passati governi Prodi.

Che Berlusconi si distrugga da solo, nel tempo che resta. Ma che la coalizione progressista, nello stesso tempo, si riorganizzi, abbia il coraggio di dire no al disegno dalemiano, abbia il coraggio di cacciare gente omofoba e filoclericale e abbia il coraggio di rappresentare un popolo che da un mese a questa parte ha preso in mano il futuro del nostro paese.

I cittadini e le cittadine si sono già espressi/e a riguardo. Occorre solo seguire la strada, democratica, che la gente ha chiesto che venga percorsa.

Ma Veltroni è stato pagato da Silvio, vero?

Corsi e ricorsi: alla fine del 2007, quando tra Berlusconi e Fini si era già ai ferri corti, Veltroni, utile al centro-sinistra come l’ebola in Zaire, annunciò con ogni squillo di tromba a sua disposizione che il nuovo partito democratico – sommatoria di due partiti vecchi e di vecchi – sarebbe andato ad elezioni da solo.

Mossa molto furba, in quel momento: il governo Prodi aveva solo due senatori di vantaggio sulla destra e gli alleati di centro scalpitavano per abbandonare la nave. Cosa che Mastella fece, nel giro di ventiquattr’ore.

Si andò ad elezioni anticipate, Veltroni mise in moto la sua macchina da guerra che non arrivo nemmeno al 40% dei consensi e consegno il paese intero, e la città che aveva amministrato, alla peggiore destra dell’universo.

Tre anni dopo, e dopo aver portato un partito del 34% a essere una versione elettoralmente meno rachitica dei DS da lui amministrati, ma egualmente squallida, e dopo aver svenduto alle istanze della CEI l’elettorato di sinistra, sensibilmente ridottosi negli ultimi anni, Veltroni scende in campo di nuovo.

E, come tre anni fa, scende in campo mentre si sta consumando la rottura tra Fini  e Berlusconi, rottura che potrebbe agevolare, se si giocasse bene, il ritorno di un centro-sinistra serio al potere (ovviamente, converrete, sto ragionando per assurdo).

Non pago di aver distrutto il governo Prodi, adesso l’ex sindaco di Roma vuole destrutturare dall’interno il suo partito che, anche a prescindere dalle sue gesta, naviga in pessime acque da solo. Il pd si ritrova, con probabili elezioni anticipate dietro l’angolo, dilaniato e destrutturato al suo interno e senza una guida carismatica, per quanto Bersani sia, a onor del vero, un bravo tecnico.

A queste condizioni, rivincerebbe Berlusconi a man bassa, pur tra le sue mille difficoltà.

C’è da augurarsi che Veltroni sia stato pagato, e profumatamente, da Berlusconi per le sue azioni che, contrariamente, dovrebbero essere valutate come atto di mera idiozia e totale incapacità politiche: la debolezza umana, di fronte al denaro, la si può capire, per quanto deprecabile. L’inettitudine è irricevibile.