La memoria degli eroi. Con particolare riferimento a Giovanni Falcone

Fabrizio Quattrocchi venne ucciso in Iraq da un gruppo di terroristi, le cosiddette “Brigate Verdi”, un gruppo armato vicino al regime, nell’ormai lontano 2004. Prima di essere giustiziato disse, togliendosi il cappuccio: «adesso vi faccio vedere come muore un italiano». Per questa frase venne considerato un eroe. In Iraq svolgeva mansione di security. Per tale ragione la magistratura indagò per accertare l’eventualità di arruolamento mercenario presso uno stato estero, accusa che poi decadde.

La parola “eroe” si è scomodata, ancora, per tutte quelle vittime, sempre in Iraq come in Afghanistan, per i soldati uccisi dagli attacchi dei ribelli. A cominciare da quello di Nassiriya.

I ragazzi e gli uomini morti in medio-oriente sono sicuramente delle vittime, soprattutto di una guerra portata avanti per interessi internazionali, tra cui anche quelli italiani. Non credo, dunque, che si possa parlare di eroi, almeno nel senso classico del termine.

E attenzione: dico questo perché considerare tutti questi morti per quello che sono stati, persone sicuramente degnissime, a cui va concesso il rispetto più assoluto, mandate al fronte per ragioni varie e per interessi specifici – sulla legittimità di questi si può concordare o meno, naturalmente – significa rendere giusta memoria alle loro vite, senza invischiarle nella retorica di guerra, sempre odiosa, che sublima un destino ingrato confondendolo con i più alti valori.

Fossi io uno di loro, in altre parole, non gradirei che si usasse il mio cadavere per giustificare, da parte dei politici, una ragion di stato di cui non essere poi così orgogliosi.

Ho fatto questa lunga premessa perché oggi ricorre il ventennale della morte, nell’attentato di Capaci, del magistrato Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e della scorta, costituita da Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Queste persone hanno sacrificato le loro vite, senza un tornaconto personale, per il bene collettivo: rendere il paese più libero, più giusto, e per non farlo cadere in mano alle forze del male.

Quest’ultima definizione coincide maggiormente con il significato di eroe. E dovremmo ricordarlo più spesso. Noi siamo un popolo che si entusiasma, invece, per entrare in un sistema valoriale, per la morte di soldati mandati a morire a pagamento. Quando i valori non c’entrano, dietro il pallone di un calciatore miliardario o all’ombra del bikini di una velina.

E una nazione che ha punti di riferimento così disomogenei, mi chiedo, sta andando nella direzione del proprio futuro?

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I veri eroi: ricordando Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Quando morì Giovanni Falcone non appresi subito la notizia. Avevo diciotto anni, i miei problemi più urgenti riguardavano le ultime interrogazioni in matematica e fisica. E da lì a poco c’era la maturità. Di sera, poi, c’era una cena col gruppo dei francesi ed eravamo stati invitati tutti, io, papà e mamma e pure Himelda. Yasmina e Anna, le ragazze che avevano organizzato il raduno, erano sinceramente tristi. Yasmina non conosceva quasi per nulla Falcone, ma aveva saputo che era una persona per bene, che lottava per rendere la vita di milioni di italiani più sicura, più vera, più giusta. Anna, che è franco-italiana, era arrabbiata. E si è parlato di mafia e stato, assieme a tutto il resto. E lì compresi che era successo qualcosa di veramente brutto.

L’indomani eravamo tutti in piazza, a manifestare. Ammetto che la mia era una partecipazione emotiva. Ammetto che non capivo del tutto cosa stava succedendo, ma in cuor mio sapevo che bisognava esserci, nonostante i compagni di scuola del Fronte della Gioventù che gridavano cose del tipo “Stato e DC, la mafia è tutta lì”. Lucrare voti sui morti e su un episodio così grave, compresi molto tempo dopo, è una cosa che avrebbe sempre contraddistinto quel modo di pensare a destra col mio modo di essere di sinistra. Semplicemente, non si fa. Ogni altro commento è superfluo.

Altro discorso, invece, è l’aver visto che fine hanno fatto quei giovani fascisti. Con chi sono poi andati al governo, qualche anno dopo. Quale storia hanno seguito e quale hanno tradito. Ma, appunto, questa è un’altra storia.

A distanza di diciotto anni, (la mia vita, all’epoca, era a metà strada rispetto a ora, mentre adesso mi sembra di vivere una vita a metà e in questo c’è qualcosa di molto ironico a ben vedere), non saprei dire cosa veramente sia cambiato da quel giorno. E dall’altro, poche settimane dopo, in un luglio in cui appresi che anche Paolo Borsellino era stato ammazzato, e mi ricordo che ero a mare, coi miei amici, a ridere e a pensare che il futuro sarebbe stato bellissimo, perché ormai la scuola era finita per sempre e che a ottobre sarei partito a Bologna per cominciare l’università.

Non so davvero cosa è cambiato. In Sicilia la mafia grida di meno, ma non credo di poter dire che non ammazzi più. Ancora oggi, se conosci qualcuno al comune, riesci a farti togliere la multa e se vuoi vincere un dottorato in un’università siciliana hai bisogno di una “buona parola”. Ancora oggi, si sente dire in giro, se vuoi un’ecografia (in tempi brevi e gratuita) basta dare il voto a chi sai tu. Il referto ti viene dato dopo le elezioni, ma questo se vogliamo  è un dettaglio.

La mafia non ha bisogno di agitare la pistola per proliferare. Il pizzo è solo una forma di folklore, di fronte a tutto il resto. Bastano i piccoli gesti della nostra quotidianità. La stessa che poi viene sconvolta, in una cena o al mare con i compagni di classe, quando il tritolo fa molto, troppo, rumore. Quando le nostre piccole preoccupazioni quotidiane hanno il prezzo, come contropartita, del sangue di altri. Ed è questo che non si capisce.

Non so cosa sia cambiato in un paese in cui i rappresentanti delle istituzioni, oggi, pensano che quelli come Falcone e Borsellino siano il cancro della società. E la società, invece di defenestrarli, continua a votarli o, nella migliore delle ipotesi, a restare indifferente.

Io so soltanto che considero questi uomini che vedete raffigurati più sopra come veri eroi, come “patrioti”, nel senso più vero del termine. Uomini che hanno cercato di rendere l’Italia non più grande o orgogliosa, con la forza delle mitragliette contro talebani e civili afghani, o dando calci a un pallone dietro compensi più che milionari, bensì con discrezione e silenzio, con sacrificio e impegno. E rimettendoci la vita e non per il petrolio o una coppa, ma per rendere le nostre vite, le nostre quotidianità, a cena come al mare, più giuste, più sicure, più vere.