Subito pena

subito pena

«Giovanardi ha denunciato il Sardegna Pride per il suo spot. Dice che è adescamento di minori!»
«Peggio per voi che andate in giro conciati in quel modo. Non è così che ci si comporta da gay per bene.»

Capite perché poi commento così?

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Tra legge elettorale, parità di genere e questione LGBT

Quote rosa o parità di genere?

Credo di rintracciare un preoccupante parallelismo tra le resistenze dei parlamentari (maschi) di Forza Italia alla parità di genere nelle liste elettorali, in merito all’italicum (sulla cui bontà, affidabilità e sul fatto di estenderla solo alla Camera dei Deputati penso tutto il male possibile) e le vicende più o meno recenti sulla questione LGBT italiana.

Andiamo per ordine: la legge elettorale dovrebbe prevedere un uguale numero di uomini e donne nella compilazione delle liste. Ma così com’è, paventano le donne in politica, c’è il rischio che i posti che garantiscono l’elezione potrebbero essere occupati, in misura maggiore, dai colleghi maschi.

Forza Italia si difende affermando frasi del tipo: “no ad una legge sessista”. Basterebbe l’evidenza di quest’asserzione per evidenziarne l’imbecillità. Ma siamo in Italia, e un po’ di chiarezza sulla terminologia usata non guasterà.

Il sessismo è quella subcultura che fa credere a chi ne è affetto che appartenere a un sesso è più importante che essere del sesso opposto. Poiché, storicamente, si registra uno stato di sottomissione della donna rispetto all’uomo, il sessismo si configura come consustanziale al maschilismo. La norma per la parità di genere, quindi, non è pensata – come scrivono i deputati di FI – per discriminare il sesso maschile, ma per riequilibrare la presenza tra i due sessi nelle istituzioni.

A ben vedere, il fenomeno a cui si assiste  ha la seguente dinamica:
1. si individua un problema (il sessismo, nello specifico)
2. si propone una soluzione (la parità di genere)
3. si prende la soluzione e la si confonde col problema di partenza.

Per cui il sessismo che si vuole combattere diventa, così, l’essenza della norma che si vuole approvare. Tradotto in termini più semplici: garantire a tutti e tutte uguale dignità corrisponde, per la pleiade berlusconiana, una discriminazione per il genere maschile.

Lo stesso identico procedimento è stato applicato, con successo, per la legge sull’omofobia:
1. il problema è la discriminazione per orientamento sessuale e identità di genere
2. si propone una norma antidiscriminatoria
3. si accusa chi vuole fare tale norma di voler applicare discriminazioni contro gli eterosessuali.

Basti ricordare le illuminanti affermazioni di personaggi come Buttiglione – “così diventa più grave picchiare un eterosessuale che un omosessuale” – Giovanardi, Binetti et similia. E così una norma che doveva servire a difendere i soggetti svantaggiati (anche eterosessuali discriminati da un eventuale capo gay nel luogo di lavoro, per fare un esempio) è divenuta una norma che vuole limitare la libertà di pensiero. E per scongiurare questo male, si è introdotta una norma che legalizza le affermazioni omofobe nella chiesa, nei partiti, nelle scuole, nei sindacati.

Confondere la causa con il male e accusare la categoria discriminata di essere portatrice del problema che si vuole debellare. Come se si fosse detto a Rosa Parks che la sua battaglia era funzionale a non far più prendere l’autobus ai bianchi.

L’uso di parole “impazzite”, drogate ad arte per generare confusione e paura e, soprattutto, per mantenere gli squilibri sociali che fanno soffrire le minoranze. Questo è il fine di chi si ribella ai miglioramenti che renderebbero il nostro paese non certo una succursale di Arcigay o una sala parto per extracomunitari – Angelino Alfano dixit – ma, semmai, un luogo migliore dove vivere. Questa è la nostra destra, (anche) questo è il berlusconismo.

Chiudo queste riflessioni sottolineando altri tre aspetti.

In primis: pare che l’onorevole Dorina Bianchi (Ncd), cattolica di ferro, abbia auspicato l’intercessione di Francesca Pascale per far cambiare idea al leader di FI e, occasionalmente, suo compagno di vita. Questo per capire a che livello di progresso civile è ridotta l’Italia.

Ancora: i giornali parlano di quote rosa da salvaguardare. Non comprendendo che lo stesso concetto di “quota” riservata alle donne è di per sé discriminatorio. La politica non dovrebbe prevedere una riserva indiana per gruppi sociali specifici, bensì dovrebbe essere il luogo pubblico dove chiunque, uomo o donna (ma anche eterosessuale e non), dovrebbe avere le stesse opportunità.

Dulcis in fundo: il maschilismo e il sessismo si configurano come subculture nemiche non solo delle persone LGBT, ma anche di oltre il 50% della società italiana. Quando persone come Binetti, Bindi, Roccella, ecc, si prodigano per difenderne le istanze contro la questione omosessuale, non fanno altro che provvedere al mantenimento dello stato di sudditanza di categorie specifiche (e quindi di loro stesse) nei confronti del potere maschile. Ne consegue che l’omofobia, in particolar modo l’omofobia femminile, è una forma anche abbastanza idiota e autolesionistica di collaborazionismo.

Anche in questo caso è un problema di linguaggio, che (tras)forma la realtà e la determina. Tutto parte da lì. Prima cambieremo gli usi linguistici in direzione della piena dignità di ciascuno/a di noi, prima saremo più simili alle grandi democrazie del pianeta. Fino ad allora ci spettano personaggi del calibro dei/lle rappresentanti del Nuovo Centro-destra, di Scelta Civica, di Forza Italia e di buona parte del Partito democratico. Prospettiva drammatica, me ne rendo perfettamente conto. Ma, al momento, l’unica apparentemente possibile. Ahinoi.

Affidamento ai gay: Giovanardi ignora la Costituzione

Carlo Giovanardi, contrario all’affidamento a una coppia gay

Scrive l’immancabile Giovanardi:

«Il Garante per l’infanzia non può permettersi di affermare falsamente che la legge italiana sull’affido permette l’affidamento di bambini alle coppie omosessuali. Infatti nell’incredibile decisione del tribunale dei minorenni di Bologna, i giudici si sono dovuti inventare che la bimba di tre anni è stata data in affido a due single, a prescindere dal loro rapporto di coppia. Quanto poi al suggerimento del Garante sulla necessità di aprire un dibattito per permettere alle coppie gay di adottare bambini, lasci operare il Parlamento e si limiti a rispettare, come è suo dovere, i principi della nostra costituzione e delle nostre leggi a tutela dell’infanzia.»

Giusto per essere chiari fino in fondo:

1. i giudici non possono riconoscere lo status di “coppia” alla famiglia di omosessuali che ha ottenuto l’affido in quanto la normativa vigente non ha ancora legiferato in materia. Per cui non si sono inventati niente, hanno semplicemente preso atto dello status quo e hanno operato di conseguenza;

2. è facoltà del Garante dell’Infanzia, in quanto cittadino italiano, di poter esprimere un parere su cosa il Parlamento dovrebbe fare, coerentemente con quanto già dichiarato in passato dall’Europa circa i diritti delle famiglie di gay e di lesbiche, ovvero che lo Stato italiano deve provvedere, e alla svelta, per tutelare queste realizzazioni familiari. Principio ribadito dalla Corte Costituzionale nella sentenza del 2010.

L’ansia omofobica di Giovanardi – già DC, già UdC, già PdL, già Nuovo Centro-Destra – gli fa perdere il senno, evidentemente, e gli fa dimenticare che siamo in un paese democratico dove il diritto di parola e di pensiero è un caposaldo dei principi della libertà di uno stato democratico.

In tal senso, è evocativo il fatto che nella nota ufficiale dell’esponente cattolico la parola “costituzione” è scritta in minuscolo.

Cassazione e coppie gay: un piccolo trionfo

Cerchiamo di dire le cose come stanno. La Cassazione non ha affatto aperto alle adozioni per le coppie gay e lesbiche. Il discorso semmai è un altro: non esistono prove che un bambino, cresciuto in una coppia omogenitoriale, venga su male o peggio rispetto a una coppia eterosessuale. Sostenere il contrario, quindi, è puro e semplice pregiudizio.

La Corte, ieri, ha semplicemente espresso questo principio. Non è il raggiungimento di un obiettivo legislativo, siamo d’accordo. Eppure è una sentenza estremamente positiva. Per almeno tre buone ragioni.

1. Ribadisce la sentenza 138 del 2010, ovvero che il riconoscimento delle coppie di fatto, soprattutto quelle omosessuali, non collide con la Costituzione. Il pronunciamento di ieri ha bocciato il ricorso di un padre che chiedeva l’affidamento del figlio perché la madre ed ex compagna è andata a vivere con una donna. L’uomo ha cercato di far valere proprio l’articolo 29 della Costituzione. Il ricorso è stato rigettato con la motivazione che non è  «…dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale». I giudici, quindi, prendono atto delle trasformazioni sociali del nostro paese e ridefiniscono il concetto di “famiglia”, aprendolo alle coppie gay e lesbiche.

2. La Cassazione fa presente che non esistono studi scientifici – anzi, aggiungo io, l’APA, l’Associazione di Psichiatria Americana dimostra proprio il contrario – che dimostrino l’incapacità delle coppie omogenitoriali di essere meno idonee alla crescita e all’allevamento dei bambini. Che ne pensino Giovanardi, il Moige, Gasparri, la CEI e qualsiasi altra scheggia impazzita di medio evo, la verità è un’altra. E cioè: un bambino, per crescere bene, ha bisogno di amore, affetto e rispetto.

3. La sentenza pone di nuovo al centro dell’agenda politica la questione omosessuale italiana, partendo proprio dai diritti relativi alla genitorialità. E lì cadranno molte maschere, da Bersani e Vendola in giù. Alcuni esponenti parlamentari hanno addirittura lamentato un’invasione di campo da parte dei giudici. Siamo alle solite fanfare del berlusconismo. E il problema in questo paese non sono i giudici che rendono giustizia, ma la politica che non fa il suo lavoro.

La sentenza di ieri, in altre parole, ha messo ha nudo ben due realtà e ovvero: la società italiana è molto più moderna della classe politica che pretende di rappresentarla, da una parte; dall’altra, i nostri partiti – almeno quelli di centro-sinistra – dovrebbero scegliere da che parte stare. Se dalla parte di Gasparri e del Moige o dalla parte di chi fa di tutto per crescere bene i propri figli, nel segno dell’amore, dell’affetto e del rispetto.

Cosa mai l’ha fatta diventare così stupido, onorevole?

Quella che segue è una lettera aperta che un giocatore di football americano, Chris Kluwe, della squadra dei Minnesota Vikings, ha scritto a tale Emmett C. Burns Jr., esponente del Partito Democratico americano che si era precedentemente scagliato contro un suo collega dei Baltimore Ravens, Brendon Ayanbadejo, per il suo supporto al matrimonio tra persone dello stesso sesso.

La lettera, che è stata pubblicata su Il Post, è molto eloquente a tale proposito:

Caro Emmett C. Burns Jr.,

Trovo inconcepibile che lei sia stato eletto come delegato dello stato del Maryland. Il suo livore e la sua intolleranza mi imbarazzano, e mi disgusta pensare che lei sia in qualsiasi modo e a qualsiasi livello coinvolto nel processo di formazione delle politiche sociali.

Le posizioni che lei abbraccia ed espone non prendono in considerazione alcuni punti fondamentali, che illustrerò con dovizia di particolari (potrebbe esserle necessaria l’assunzione di uno stagista che la aiuti con le parole più lunghe):

1. Come sospettavo, non ha letto la Costituzione, quindi le vorrei ricordare che il Primo, primissimo emendamento di questo fondamentale documento si occupa della libertà di parola, e in particolar modo delle limitazioni di tale libertà.
Utilizzando la sua posizione istituzionale (facendo riferimento ai suoi elettori in modo da minacciare implicitamente la gestione dei Ravens) per dichiarare che i Ravens dovrebbero «scoraggiare dichiarazioni di questo genere» da parte dei loro dipendenti – nello specifico Brendon Ayanbadejo – non solo lei sta chiaramente violando il Primo Emendamento, ma dimostra di essere una narcisista macchia di merda.

Che cosa mai l’ha fatta diventare così stupido? Mi sconcerta che un uomo come lei, che fa affidamento sullo stesso Primo Emendamento per coltivare i propri studi religiosi senza timore di ritorsioni da parte dello Stato, possa giustificare il soffocamento del diritto alla libertà di espressione di qualcun altro. Chiamare “ipocrita” un uomo come lei sarebbe mancare di rispetto alla parola. “Osceno, assurdo ipocrita del cazzo” è un po’ più appropriato, forse.

2. «Molti dei vostri tifosi non sono d’accordo con questa presa di posizione e ritengono che [questi argomenti] non debbano avere posto nello sport, che dovrebbe riguardare il tifo, l’intrattenimento, l’entusiasmo e nient’altro». Santo cielo, quante stronzate. Ha sul serio detto questa roba, lei che è stato «attivamente coinvolto nelle task force del governo che si sono occupate delle conseguenze culturali e sociali della schiavitù in Maryland» (come recita la sua voce di Wikipedia, ndt)? Non ha mai sentito parlare di Kenny Washington? Di Jackie Robinson? Nel 1962 la NFL prevedeva ancora la segregazione razziale, che è stata spazzata via grazie a atleti e allenatori coraggiosi che hanno osato esprimere il loro parere e fare la cosa giusta.
E nonostante tutto questo lei è capace di dire che la politica e le questioni politiche «non dovrebbero avere un posto nello sport»? Non so neanche da dove cominciare per immaginare la dissonanza cognitiva che con ogni probabilità sconvolge in questo momento la sua mente confusa e marcia, e la ginnastica mentale con cui il suo cervello si è contorto fino a produrre una dichiarazione così assurda da meritare una medaglia d’oro olimpica (il giudice russo sicuramente le darebbe 10, per “bellissimo repressivismo”).

3. Questo è più un mio dubbio personale. Ma perché odia la libertà? Perché odia il fatto che altre persone vogliano avere la possibilità di vivere le loro vite ed essere felici, anche se la pensano in modo diverso dal suo, o si comportano in modo diverso? In che modo, in che forma, la riguarda il matrimonio gay? In che modo influisce sulla sua vita? Teme che se il matrimonio gay diventasse legale, lei comincerebbe all’improvviso a pensare al pene? «Oh merda, il matrimonio gay è stato approvato, devo subito correre a farmi sfondare di cazzi!». Ha paura che tutti i suoi amici diventino gay e non vengano più la domenica a vedere le partite da lei? (Comunque è improbabile, dato che anche ai gay piace guardare il football).

Posso assicurarle che il matrimonio gay non avrà alcun effetto sulla sua vita. I gay non verranno a casa sua a rubare i suoi figli. Non la trasformeranno magicamente in un lussurioso mostro mangiacazzi. Non rovesceranno il governo in un’orgia di edonistica dissolutezza soltanto perché all’improvviso avranno gli stessi diritti del 90 per cento della nostra popolazione – diritti come le indennità della previdenza, agevolazioni fiscali per chi ha figli, i permessi familiari o i congedi per malattia per prendersi cura dei propri cari, e l’assistenza sanitaria estesa a coniugi e figli. Sa che cosa farà ai gay il fatto di avere questi diritti? Li renderà cittadini americani a tutti gli effetti, proprio come tutti gli altri, con la libertà di perseguire la felicità con tutto ciò che questo comporta. Le dicono niente le battaglie per i diritti civili degli ultimi 200 anni?

In conclusione, spero che questa lettera, in qualche modo, la porti a riflettere sulla dimensione del colossale casino che lei ha spudoratamente scatenato ai danni di una persona il cui solo crimine è stato esporsi per qualcosa in cui credeva. Buona fortuna per le prossime elezioni, sono certo che ne avrà bisogno.

Cordialmente,
Chris Kluwe

P.S. Mi sono dannatamente esposto sulla questione del matrimonio gay, quindi può anche prendere il suo «non sono a conoscenza di altri giocatori della NFL che abbiano fatto quello che fa Ayanbadejo» e ficcarselo nella sua piccola boccaccia priva di empatia, strozzandocisi. Stronzo.

A quanto pare l’omofobia induce molte persone, anche quelle che si definiscono democratiche, ad auspicare la fine delle libertà personali per contrastare, in nome di vecchie superstizioni, il principio dell’autodeterminazione.

Una lettera del genere, ancora, potrebbe benissimo essere indirizzata a molti dei nostri politici – Giovanardi, Casini, Buttiglione, Bindi, D’Alema, ecc. – ma purtroppo non ci risulta che tra i nostri sportivi vi sia qualcuno che abbia una coscienza civica così sviluppata e, parolacce a parte, una così felice loquela.

Noi abbiamo gente come Gattuso e Cassano. E se lo sport è lo specchio di una società, si capisce come mai abbiamo anche certa gente dentro Pd, UdC e PdL.

Vendola vuole sposarsi, Bindi dice no e Giovanardi…

Meglio tardi che mai. Nichi Vendola, dopo non poche timidezze sul tema del matrimonio egualitario e dopo diverse perplessità, ha finalmente deciso di schierarsi pubblicamente a favore del matrimonio partendo dall’esperienza del sé: «io non voglio stare in un acronimo. Ho 54 anni e voglio sposarmi con il mio compagno, rivendico questo», dichiara durante un dibattito della Festa Democratica, con Rosy Bindi.

La quale riprende con la solita litania costituzionalista, ricordando a tutti e a tutte, ma mentendo, che la Costituzione non prevede i matrimoni tra gay e, per questo, sono incostituzionali. Quando invece è vero tutt’altro, e cioè:

1. la Costituzione non prevedeva, all’atto di esser stata scritta, il matrimonio tra persone dello stesso sesso (così come non prevedeva il divorzio, il nuovo diritto di famiglia, la donazione degli organi e il web)
2. l’articolo 29, sul matrimonio, non definisce il sesso dei coniugi
3. c’è una sentenza della Corte Costituzionale che dice, semmai, che le unioni tra gay, matrimonio compreso, non sono contro la Costituzione, ma sta al parlamento decidere quale forma dare.

Rosy Bindi, al solito, e da brava cattolica, dice bugie e parla di generici diritti, senza mai dire, però, se questi diritti che vuole concederci – dall’alto della sua arroganza, anche questa tutta cattolica – abbiano una valenza pubblicistica o meno. E cioè, se lo Stato riconoscerà pubblicamente le coppie gay e lesbiche o se saremo costretti a unirci mandando raccomandate, nell’anonimato di un ufficio postale, come prevedevano i DiCo.

In questo quadro, in cui, come dice il mio amico Fabio, le unioni civili son tornate di moda, si inseriscono altri due episodi abbastanza eloquenti.

A Torino, Bersani ha incontrato dei giovani militanti che gli hanno fatto una semplice domanda: perché un eterosessuale potrà sposarsi e un gay sarà costretto ad accontentarsi di un istituto minore? Bersani ha risposto non dando nessuna risposta. E questo dovrebbe fare il premier…

Intanto anche Giovanardi si è svegliato, prevedendo i Contratti di Convivenza Solidale – stesso nome già adottato da Rutelli nel 2005, un anno prima delle elezioni – che avrebbero solo valenza privata, con diritti minimi rispetto a quelli previsti dal matrimonio. Un disegno di legge, a ben vedere, omogeneo alle dichiarazioni di Martini circa le unioni tra gay.

Speriamo solo che gli stessi che, dentro il movimento e dentro il Pd, hanno elogiato il cardinale scomparso, non appoggino il disegno dell’esponente del PdL.

Icone etero

Ci pensavo ieri, sotto il caldo del vento di Sicilia.

Per alcuni gay (tanti) sono icone artiste come Mina, Madonna, Raffaella Carrà, Lady Gaga e Barbra Streisand.

Per alcuni etero (non pochi, ahinoi), sono credibili personaggi come Giovanardi, Casini, Binetti e Bindi.

Da una parte c’è chi tifa la regina Elisabetta.
Dall’altra chi per Ratzinger…

Capite perché l’omosessualità può salvare il mondo?

Le coppie gay sono “famiglia”: anche la Cassazione dice sì

Leggendo il Corriere on line: la Cassazione, oggi, ha stabilito che

Le coppie omosessuali, se con l’attuale legislazione ”non possono far valere il diritto a contrarre matrimonio né il diritto alla trascrizione del matrimonio celebrato all’estero”, tuttavia hanno il ”diritto alla vita familiare” e a ”vivere liberamente una condizione di coppia” con la possibilità, in presenza di ”specifiche situazioni”, di un ”trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata”.

Repubblica ci fa sapere, per altro, che «il verdetto è arrivato a conclusione di un iter giudiziario avviato da una coppia gay della provincia di Roma che si era sposata all’Aja, in Olanda, e chiedeva la trascrizione dell’atto di nozze in Italia».

Ottima notizia, direi.

Paolo Patanè, presidente di Arcigay, spiega le ragioni per cui questa sentenza è storica e cioè:

• le coppie omosessuali, secondo la Corte, hanno il diritto di essere considerate famiglia a pieno titolo sotto il profilo culturale e giuridico;
• tali coppie possono ricorrere ai giudici per richiedere i diritti che il Parlamento non vuole ancora dare;
• il matrimonio non è una prerogativa esclusiva degli eterosessuali.

Mi limito a far notare che – dopo la sentenza 138 della Corte Costituzionale del 2010 e il voto del Parlamento Europeo di qualche giorno fa – nuovamente il mondo del diritto allarga la legittimità giuridica all’amore tra le persone dello stesso sesso.

Si mettano il cuore in pace sua santità, la chiesa tutta e i suoi galoppini in Parlamento e dentro i partiti e in particolar modo Casini, Giovanardi, Buttiglione, Bindi, Alfano, Bersani, D’Alema, ecc.

Questa gente deve capire una verità evidentissima: il mondo va avanti e riconosce i diritti alle minoranze, tutte. In Italia – patria di ogni ritardo culturale – chiesa, UdC, PdL e i cattopiddini rimangono ancorati al Levitico.

La società civile prenda atto di tale evidenza, di questo bivio tra progresso e barbarie.

Perché i Soliti Idioti sui gay sono stati offensivi

Ci risiamo. Succede un po’ nella vita di tutti i giorni, un po’ qui in queste pagine. Non appena ci si lamenta di fronte a un atteggiamento ritenuto poco carino o offensivo nei confronti dei gay, arriva sempre qualcuno con la pretesa che chi denuncia mente o ha torto, a prescindere, mentre il comportamento denunciato è indiscutibilmente sano e corretto.

Ho sentito qualche amico, anche gay, dirmi, in merito all’esibizione dell’altra sera dei Soliti Idioti, «ma che male c’è?».

Premetto una cosa fondamentale: criticare e fare satira su certi atteggiamenti di specifici personaggi gay a me va benissimo. Così come ironizzare su alcuni aspetti legati all’omosessualità. Poi, una cosa è sorridere, in un ambito in cui non si stigmatizza un comportamento o una condizione, un’altra cosa è irridere e sbeffeggiare.

La stessa differenza che può esserci, in altre parole, su un prodotto come Will & Grace e la solita barzelletta sui froci che comprano il salame intero perché il loro culo non è un salvadanaio. Non so se è chiaro il discrimine.

Tornando ai nostri solidi Idioti: sapete perché quello sketch è volgare e offensivo?

Cominciamo dall’incipit. Il personaggio a un certo punto dice, con un certo disappunto:

Come mai che quest’anno a Sanremo non c’è nessuna canzone sugli omosessuali?

Si lascia così intendere che il mondo gay esiga che si parli di sé: quante volte è successo che qualsiasi associazione o personaggio gay abbia fatto una richiesta simile? Chi ne ha memoria, alzi la mano.

In realtà ciò che si chiede è, semmai, proprio il diritto all’indifferenza. Nessuno, infatti, pretende che ci siano canzoni a tematica gay a Sanremo, semmai si spera che quando certi argomenti si trattano – vedi il caso Povia – lo si faccia con un minimo di cognizione di causa.

Il numero intanto prosegue con una serie di battute poco felici per la loro vena cominca intrinseca, mentre uno dei due dimostra di avere una spiccata dipendenza da iPhone – senza nemmeno saperlo usare, visto che si fotografa senza rivolgere a sé l’obiettivo sullo schermo (vogliamo usare uno stereotipo? Bene, un gay non commetterebbe mai un simile errore) – fino a quando emergono altri particolari poco edificanti della rappresentazione dei due gay.

Innanzi tutto, la pretesa di omosessualizzare il mondo: Fabio, per dimostrare a Morandi che la società è popolata da gay, pretende che il pubblico faccia in blocco coming out. Poi, quando si rende conto che è minoranza, grida al complotto omofobo.

C’è pure un vago riferimento alla politica e alla vicenda Giovanardi, ma è sbiadito, poco accennato, il pubblico non lo coglie nemmeno.

Si continua, ancora, con la ridicolizzazione del matrimonio. I due gay lì presenti sono rappresentati come persone superficiali, che sottovalutano l’importanza del sentimento e dell’istituzione matrimoniale. L’altro Fabio, alla proposta di prender marito, risponde con un “non lo so”. Morandi, quando “coniuga” i due, dice loro «vi dichiaro marito e non lo so». Si ricalca, così, uno stigma sociale che deprezza (e disprezza) il sentimento tra due persone dello stesso sesso. Non si è in grado di dire nemmeno “marito e marito”. Che, guarda caso, è il fine della lotta per l’allargamento del matrimonio a gay e lesbiche.

Quindi comincia la canzone e qui si viene sottoposti a una messe di cliché offensivi per più di una categoria sociale. Esser omosessuali è come «esser donna senza il ciclo mestruale», per cui si ripropone l’equazione gay/femmina e, in una società maschilista, sappiamo quanto valore possa avere un accostamento simile. Le donne, ovviamente, ringraziano.

Si accenna al fatto che le coppie gay vogliono un figlio, che sia ovviamente omosessuale, «un po’ sano un po’ normale». Un po’ appunto. Il lato nero della luna in cui sono apposti i termini “salute” e “normalità” rievoca, di contro, parole infelicissime di malattia e anomalia. Altri due elementi che, nell’immaginario comune, rappresentano l’esser gay nell’Italia del 2012.

Quindi si arriva al seguente verso:

E tu che ti vanti di essere normale, intransigente nella tua scelta genitale…prima o poi lo sai c’è un dubbio che ti assale, sarò mica omosessuale?

Tradotto: tu che sei come dovresti essere, prima o poi potrebbe capitare di non esserlo più, di essere “non normale”. Di essere, cioè, gay. E l’opposizione gay/etero si gioca tutta sulla sfera sessuale: si parla di “scelte”, per di più “genitali”. Ciò che distingue le due categorie, cioè, non è l’affettività bensì l’uso del pene e qualcos’altro. Essere gay o meno è una questione di direzione del pene, un tiro al bersaglio che può colpire un centro piuttosto di un altro: o vagina o ano. E anche gli etero, almeno i più consapevoli, ringraziano, a questo giro.

Mi si dirà (e mi si è detto): è un tentativo di prendere in giro un certo modo di rappresentare l’omosessualità. Ecco, appunto. Perché c’è questa esigenza di ridicolizzare una categoria che già deve scontrarsi, quotidianamente, con aggressioni fisiche e verbali, leggi non approvate, negazione dello stato di diritto, dichiarazioni omofobe e via discorrendo?

Secondo poi, questo spettacolo (indecoroso) ha abbattuto i pregiudizi o li ha alimentati?

A tal proposito, vi faccio notare una cosa: avete fatto caso che, quando Fabio invita a dichiararsi pubblicamente, la parola omosessuale è ripetuta solo dalla componente femminile della platea?

E adesso chiedo, ai difensori dei due, se questo non significa nulla.
Per me è fin troppo chiaro.

E a Sanremo i Soliti Idioti ci fanno rimpiangere Povia

L’attuale edizione del Festival della Canzone Italiana non andrebbe ricordata solo per le prediche di Celentano e le sue invettive contro la stampa cattolica, il fatto che #coprofagia sia un trend di Twitter che fa il paio con #sanremo, la bruttezza proverbiale della quasi totalità delle canzoni (mai come quest’anno), Irene Fornaciari che fa work out sul palco dell’Ariston e dell’ormai leggendaria passera al vento di Belen Rodriguez (anche se un microtanga in realtà c’era).

C’è di peggio, anche se si stenta a crederlo: i Soliti Idioti.

Per capirne la portata comico-culturale dobbiamo ricordare, anzi tutto, quanto segue: nell’Italia non ancora deberlusconizzata la giusta dose di trivialità, allusioni sessuali, luoghi comuni cavalcati e l’uso di parole chiave quali “culo” e “cazzo”, pagano ancora e pagano bene. I due lo hanno capito e infatti sono famosi. Peccato che il loro talento finisca qui. Tutto il resto è tedio. Per chi ascolta, per chi paga il canone, per chi è gay.

Perché? Parliamo della performance sulla coppia di omosessuali presentata sul palco, ieri sera.

Tralasciamo gli aspetti legati alla comicità dell’intervento, tali da prevedere un intero ciclo di puntate di Chi l’ha visto?, magari in versione reality.
Tralasciamo pure la sequela di stereotipi spiattellati di fronte a milioni di italiani che, per l’ennesima volta, riprodurranno l’equazione gay/coglione, senza capire che su quel palco, ieri, a mancare erano proprio i gay.
Tralasciamo, infine, la sequela di “ma perché”, di “mai più” e di “porca troia”, non importa se mentali o verbalizzati, che i puri di cuore hanno lanciato verso lo schermo del televisore.

Rimane il dramma di una TV di Stato (che per altro manda quelle immagini in Eurovisione) ancora bisognosa di espedienti da bimbominkia anni ottanta per fidelizzare un pubblico di decerebrati. O, per lo meno, così mamma Rai tratta i suoi spettatori.

E siccome al peggio non c’è mai fine, dopo il bacio “gay” tra uno di loro e Morandi, quest’ultimo ha esordito con un «non ho niente contro gli omosessuali, ma preferivo Belen». Come a dire: ok i froci esistono ma ad ogni modo viva la figa.

Per fortuna, il popolo di Twitter ha reagito, dimostrando che qualche italiano che non merita il meteorite esiste.
Tra i post più interessanti:

Paola Minaccioni: Soliti Idioti. L’ultima frontiera della comicità , il futuro è nel pernacchione.

contechristino: Finché non si sradica questa concezione secondo cui amare la figa è, per non so quale legge, condizione superiore o migliore non ne usciamo.

Dabliu: State rimpiangendo Povia eh.

Se poi volete proprio la riprova che Francesco Mandelli e Fabrizio Biggio (questi i nomi) hanno sostituito egregiamente la Dolce Euchessina, vi ricordo che Morandi ha detto loro “bravissimi”  – come a chiunque sul palco e la merda non c’entra, lo giuro – e pure il solito, immenso e omofobo Mario Adinolfi, quello con la stessa tensione intellettuale dell’autore di Luca era gay, lo charme di Giovanardi, e politicamente utile come Carmen Russo,ha pubblicamente apprezzato.

Questo numero in buona sostanza ci ha fatto capire il ruolo che la natura ha previsto per Svastichella, se solo il caso, a volte, non fosse così cieco o “intelligente” come un attacco della NATO in Libia. E magari i due simpaticoni di MTV – senza augurare loro nessun male, ma la presa di coscienza che mai pseudonimo d’arte al momento della scelta era pronto a dare un senso nuovo alla locuzione latina nomen/omen – si renderanno conto, un giorno, che sketch come il loro stanno alla base di tanta omofobia di cui andiamo fieri nel mondo. In prima serata, magari, sualla rete ammiraglia del servizio pubblico.

Dio non voglia, o chi per lui, che la loro “ironia” non produca altri danni, nel frattempo.