Clicca sull’orrore

Ultim’ora del TG dalla Turchia. Un terremoto devastante ha colpito le regioni orientali, al confine con l’Iran. Il premier Erdogan si sta recando sul luogo e, fuori sincrono, immagini di una donna che grida, disperata.

È morto Marco Simoncelli, tutti i giornali on line parlano di immane tragedia e su tutte le home page puoi trovare link con gli attimi della tragedia, le lacrime ai box, la disperazione di Valentino Rossi.

La fine di Gheddafi. Ancora servizi, ancora link, ancora il sangue, ancora “clicca sull’orrore”.

Poi il pensiero va a Bruno Vespa e ai suoi plastici dati in pasto al popolo italiano e coglione.

Mi chiedo con sincera preoccupazione perché i media sentano l’esigenza di divenire l’equivalente giornalistico di “Uomini e donne”.

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Epitaffio berlusconiano

Berlusconi, sulla morte di Gheddafi: «sic transit gloria mundi».

Quando cadrà lui potremo dire “sic transit boria mundi”.

Ma io approvo la missione in Libia.

Sono un non violento, anche se a volte mi incazzo e medito sterminio. Ma sono i deliri dell’indignazione. Ho sempre pensato che l’occidente invada alcuni territori, in nome della libertà e della democrazia, per ottenere potere e ricchezza. L’Iraq insegna. Adesso il Mediterraneo brucia e c’è la guerra, dietro casa mia. Siracusa è a pochi chilometri dalle coste libiche. Se davvero Gheddafi avesse delle armi, potrebbe essere colpita la mia città, assieme alla mia terra, e questo mi terrorizza.

Eppure stavolta io sono d’accordo con la missione internazionale.

Sono e sarò sempre contro la guerra. L’Italia, per altro, non dovrebbe mandare i suoi caccia a bombardare Tripoli, su questo non ho dubbi. Perché lo dice la nostra Costituzione.

Ma dall’altra parte non c’è un dittatore che è stato accusato, ingiustamente, di avere gas nervini. Dall’altra parte c’è un uomo che tutti abbiamo schifato quando, pochi mesi fa, qui a Roma, è venuto a farsi omaggiare come un satrapo.

Gheddafi spara sulla folla che chiede giustizia e libertà. Gli spara addosso con i missili, dagli aerei. Non so se avete visto i corpi bruciati, accatastati senza identità, vicini, dalle identità perdute per sempre.

La Libia sta cercando di darsi un futuro. La rivoluzione libica è una rivoluzione di popolo. Noi dovremmo sostenerla. E purtroppo, per sostenere i ribelli, occorre fermare la macchina da guerra del Colonnello. E un carro armato che sta per sparare si ferma solo in un modo.

L’Italia dovrebbe giocare su due fronti: quello dell’appoggio militare, con le sue basi, e quello del rilancio delle relazioni diplomatiche. Dovrebbe dire ai suoi alleati: noi non possiamo bombardare un altro paese, se non per legittima difesa. Ma possiamo aiutarvi a portare giustizia. Dovrebbe essere questo il senso della nostra partecipazione a quella che è l’ennesima missione di guerra, ma che dovrebbe essere improntata in modo nuovo.

Io penso questo.

Mi stupiscono gli strepiti di chi, da Gino Strada in poi, si trincera dietro affermazioni di principio sterili e fini a se stesse. Non credo che ci siano persone sane di mente a cui piaccia la guerra. Ma qui non si tratta di invadere un paese straniero. Si tratta di impedire a un criminale di uccidere ancora.

Non prendere una posizione, in nome dell’integralismo pacifista, significa approvare il lancio dei missili del regime di Tripoli su Misurata, Bengasi e le altre città in mano ai ribelli.
Significa essere dalla stessa parte di una orrenda Lega Nord che invece di guardare al dramma, pensa che verranno milioni di clandestini e che non avremo più petrolio.
Significa stare dalla parte di chi lascia che quei migranti che non raggiungono l’Italia muoiano nel deserto.

Non so come finirà la crisi libica, ma occorrerebbe farsi da subito delle domande su quale senso abbia appoggiare dittature sanguinarie, idolatrarle come ha fatto più volte Berlusconi proprio con Gheddafi – ennesima riprova che è inadatto a governare e che deve andarsene per sempre dalla vita politica del paese – perché come ha fatto notare giustamente Emma Bonino, a Che tempo che fa, queste prima o poi si sfaldano.

Speriamo, come dice Cristiana Alicata, che la missione duri poco e che faccia pochissimi danni. È l’unica cosa che, al momento, possiamo fare.

Siamo al centro del Mediterraneo, dovremmo creare una rete di popoli tra noi e il Maghreb, tra noi e l’Europa, in nome della pacifica convivenza. Cominciamo a non avallare la tirannide dei satrapi.

Ratzinger accusato di crimini contro l’umanità

Un po’ come Gheddafi, a ben vedere. Certo, l’attuale papa non bombarda con l’aviazione il suo popolo. Ma la sua predicazione, secondo Gert-Joachim Hetzel e Christian Sailer, i due avvocati tedeschi che hanno depositato la causa contro di lui presso la Corte Penale Internazionale (ICC) dell’Aia, non ha effetti meno letali.

Le accuse sono gravissime:

1. La conservazione e la leadership mondiale di un regime totalitario di coercizione, che sottomette i suoi membri con minacce terribili e pericolose per la salute;

2. l’adesione a una proibizione mortale dell’uso del preservativo, anche quando esiste il pericolo di infezione HIV-AIDS, e

3. lo stabilimento e il mantenimento di un sistema internazionale di insabbiamento di crimini sessuali commessi dai preti cattolici e il loro trattamento preferenziale, che aiuta e favorisce sempre nuovi crimini.

In altre parole, attraverso l’azione del Vaticano si favorisce la propagazione del virus dell’HIV, si coprono i preti pedofili e si fanno pressioni al di là del legale perché questo stato di cose risulti immutato.

Vedremo come procederà il tentativo dei due avvocati di portare il vescovo di Roma davanti al tribunale internazionale.

Non sorprende, in tutta questa storia, il fatto che i media italiani non ne abbiano fatto il minimo cenno.

***

P.S.: il blog di Orientalia è la fonte dove poter trovare la notizia, con tanto di documentazione originale. Ancora una volta il web si dimostra strumento di democrazia e di libera circolazione delle idee.

Dal partito dell’amore al partito della morte

Che il PdL e il governo da esso espresso, assieme al contributo indispensabile della Lega Nord, non rappresentassero nessun equivalente politico del fantomatico Partito dell’Amore è cosa ovvia. Primo perché l’amore è un sentimento che va al di là delle categorie politiche, in secondo luogo perché se per amore si intende la subalternità incondizionata a Silvio Berlusconi occorrerebbe utilizzare un corrispettivo terminologico più confacente, senza dover scomodare parole nobili e dense di significato.

La cosa meno ovvia, ma sempre più evidente, e in ciò sta la tragedia, è che queste forze politiche e la loro azione congiunta stanno configurandosi sempre di più come partito della morte.

Morte istigata, provocata direttamente o indirettamente, sfiorata. Mettiamoci l’aggettivo che più ci sembra opportuno, ma che gli effetti di questo governo siano letteralmente mortali non lo dico e non lo penso io, lo suggeriscono le cronache di questi giorni.

Due esempi per tutti, per altro i più recenti: il fatto del peschereccio aggredito dai libici e quello del suicidio del dottorando di Palermo.

Il primo caso nasce proprio da questa “santa” alleanza tra un dittatore e un omuncolo che si è messo in testa di fare il tiranno. Siccome Berlusconi non ha la dimensione tragica di un Hitler o di uno Stalin, ma incarna l’aspetto più balordo di ogni dittatura e cioè l’egotismo carnascialesco, le conseguenze sono “tragironiche”. Il tragico sta nel pericolo, per fortuna scampato, che i nostri connazionali, rei di essere in acque che la Libia reclama per sé, hanno rischiato: quello di essere uccisi. L’ironia, di tipo pirandelliano, sta nel fatto che l’imbarcazione che ha sparato contro italiani era stata data alla Libia proprio dall’Italia.

Certo, ci sarebbe pure la storia dei lager che Gheddafi riserva a quelle migliaia di disperati che cercano di sfuggire dai loro paesi, forse per evitare fame e guerre prima ancora che pensare di invadere la “cattolicissima” Italia. Storia che evidentemente piace alla Lega visto che uno dei suoi leader, Maroni, ha minimizzato il fatto giustificandolo come un qui pro quo anti-clandestini. Come se si trattasse di una simpatica sculacciata. Ne prendiamo atto.

Il caso del dottorando che si è ucciso a Palermo perché non riusciva a vedere il suo futuro per cui ha pensato di mettere prima la parola fine, piuttosto che avventurarsi in una selva oscura di incertezza e miseria, è solo la ciliegina sulla torta della politica criminale che governo e maggioranza stanno conducendo sulla scuola e sulla ricerca: tagli indiscriminati, licenziamenti di massa, classi sovraffollate, stipendi pagati al minimo e la diffusione di un sentimento sociale che indica i ricercatori e i docenti come un peso sociale piuttosto come una ricchezza.

La Gelmini può dunque essere contenta: dopo aver mandato sul lastrico famiglie intere, ha cominciato, da ieri, a mandare al cimitero i precari. Un mangiapane a tradimento in meno, a ben vedere, nell’ottica della politica economica e sociale della destra berlusconiana. E poi chi lo sa: forse pure questo fa bilancio.

La blasfemia di Gheddafi, il silenzio di chiesa e politica

 

La visita di Gheddafi a Roma è una pagliacciata sulla quale si gioca, a sentire gli analisti e gli esperti di settore, un giro di affari di oltre quaranta miliardi di euro. Non sono bruscolini, tautologico dirlo, e il mondo degli affari e della finanza è ben disposto a tollerare certe uscite che, sebbene siano state retrocesse al rango di folklore dal nostro amato premier, hanno il sapore, decisamente sgradevole, della blasfemia e dell’insulto.

Non sono un cattolico, nel senso che non sono un credente. Affermazioni come quelle del colonnello libico rientrerebbero in una normale dialettica “democratica” qualora supportate da credibili paracadute scientifici e proferite da un uomo che ammette, all’interno del suo paese, il libero dibattito, la critica del potere e la libertà religiosa. Purtroppo per tutti noi ciò non è vero e affermazioni quali l’Islam deve diventare la religione di tutta l’Europa o altre, «ma lo sapete che al po­sto di Gesù hanno crocifisso uno che gli somigliava?» (detto durante la visita del 2009), sembrano per lo più provocazioni e nemmeno gratuite. Mi limiterei a bollarle come questioni interne tra “fanatici” oppure come un incidente tra credenti di fedi diverse se tali parole non avessero un peso politico e diplomatico enorme, in Italia e soprattutto a Roma. Per non parlare dei danni che subisce il concetto stesso di coerenza.

Viviamo in un paese, infatti, nel quale un governo di centro-sinistra è caduto sulla legge sui DiCo per le pressioni fatte proprio dalla chiesa cattolica al potere politico. E diciamocelo chiaramente: una leggina degna del calibro della Bindi, più attenta a normatizzare le differenze tra coppie di fatto e coppie sposate, è ben poca cosa rispetto a chi dice, nella città che ospita il papa, che occorre convertirsi a una fede “rivale” e che sulla croce c’è un impostore. Mi sarei aspettato, già da novembre, uno sbarramento di fuoco con annessa scomunica per un governo il cui presidente è responsabile morale di tale “bestemmia”.

Stupisce infatti che le alte sfere religiose si siano limitate a qualche mal di pancia e nulla più, pronte come sono, in altre occasioni, a impedire l’esposizione di rane crocifisse, gridando al sacrilegio.

Così come stupisce che la Lega, ferocemente anti-islamica, sia disposta ad accontentarsi di tenersi un paio di colichette quando è invece pronta a scatenare crociate contro venditori di collanine, “culattoni” più o meno arrapati (con tanto di auspicio di applicazione di ogni sharìa padana), meridionali e tutto ciò che non parla il glorioso dialetto di questa o quella valle la cui grammatica non è mai stata nemmeno ipotizzata.

In questo tripudio di cafonaggine e ipocrisia a corrente alternata, ci sarebbe pure da dire che ingaggiare cinquecento hostess per accogliere un tirannucolo che ha la fortuna di vivere sopra milioni di ettolitri di petrolio è un insulto alla democrazia e alla dignità delle donne tutte, dalla Carfagna alla Bindi, passando per ogni velina possibile fino ad arrivare all’Olimpo abitato da persone del calibro della Montalcini e via discorrendo. Ma il berlusconismo, a ben vedere, si nutre di questo disprezzo per le regole, per le persone, per intere categorie sociali.

Da oggi il berlusconismo è indice anche di una rozzezza, a dire il vero nuova quanto il Family Day e certe notti passate da certi suoi esponenti a base di sesso e cocaina ma più evidente: quella che sacrifica la coerenza, seppur becera, di alleati vecchi e nuovi, dentro il palazzo e oltre Tevere, di fronte alla ragion di stato, ai miliardi alla negazione della dignità dell’uomo. Da non credente dico solo che Gesù Cristo si starà rivoltando nella tomba. E non è poco.