Perché è importante dire chi siamo

decalcomaniaE poi ti arriva questo commento, in privato. Una piccola recensione, involontaria, eppure poderosa nella sua verità.

E tutta la giornata, improvvisamente, assume un senso. Grazie M.A.M., per le tue parole e per avermi permesso di condividerle.

Ciao Dario, mi permetto di scriverle perché ho letto il suo libro Il gender: la stesura definitiva, acquistato in occasione della presentazione a Lecce, e volevo farle i miei complimenti. Oltre ad aver trovato il libro divertente nella prima parte e molto argomentato e colto complessivamente, in maniera dettagliata quale quella di un paper scientifico, mi sono metaforicamente incendiata positivamente leggendo alcune sue parole sull’importanza della visibilità anche, diciamo così, decisa durante i pride.

Io ho sempre pensato che i pride siano importantissimi, e a volte mi sono scontrata verbalmente anche con gay e lesbiche stesse che non amavano l'”ostentazione” pittoresca della manifestazione. Io invece ho sempre creduto fermamente fin da quando ero piccola che finché nel nostro paese saremo discriminati e oggetto di disparità di trattamento legale, allora forza con l’ostentazione: è necessaria! A me non è mai piaciuta la frase che molti eterosessuali dicono palesando la loro posizione non-discriminatoria nei nostri riguardi: «A me non interessa sapere cosa faccia una persona nella propria camera da letto».

Ecco, io penso che invece ancora oggi sia importante DIRE chi siamo e che facciamo dentro (e anche fuori) dalle nostre camere da letto, anche se il contesto apparentemente non è pertinente, perché nominarci, dire che siamo lesbiche e gay ci fa esistere. Il giorno che avremo gli stessi diritti e non saremo più derisi discriminati additati allora potremo dire: «A me non interessa con chi vanno a letto le persone tanto per me sono tutte uguali».

Complimenti ancora per il libro, mi ha fatto convincere ancora di più di quanto sia importante per me, giovane donna lesbica professionista (sono una veterinaria), diventare più attiva nella comunità Lgbtqi. Buona serata.

M.A.M.

Annunci

Due o tre cose sulla lotta all’AIDS

stop_aids_2_by_sir_sirix1 dicembre: Giornata Mondiale di lotta all’AIDS. Che tradotto in altri termini significa: usatelo il preservativo. E anche il cervello. Tutto l’anno, per altro.

Ma cosa provoca l’infezione? Nell’ordine: l’HIV, usare l’uccello in luogo del cervello e la chiesa che “mettere il condom è peccato”. Ignoranza e scarsa attenzione, insomma.

Ricordiamoci, inoltre, che si deve fare la lotta al virus, non alle persone sieropositive. L’infezione è un incidente, non una colpa.

E infine: quelli che “no il gender a scuola” sono ottimi strumenti di propagazione dell’HIV. Perché se non permetti che si faccia educazione sessuale, che si parli di sessualità consapevole, che si dimostri come fare una contraccezione efficace, stai creando più o meno inconsapevolmente i nuovi contagi del domani.

Ricordiamocelo sempre.

Gender, unioni civili e dintorni a Radio Radicale

radioradicale

Sono stato ospite della trasmissione Divorziobreve.it, su Radio Radicale. Abbiamo parlato del cosiddetto “gender”, abbiamo fatto il punto sulle unioni civili, si è pure presentato il libro Omofobia, bullismo e linguaggio giovanile e si è data voce al pubblico da casa.

Per chi volesse ascoltare la registrazione, può cliccare qui. E buon ascolto.

P.S.: ringrazio Diego Sabatinelli, Alessandro Gerardi e Sheyla Bobba per avermi voluto in radio e per la bella chiacchierata.

Parte sui social la petizione #regalaunavitaaLucioMalan

11062684_842487119191974_4428962986473329445_nScrive migliaia di emendamenti per leggi di cui non si avvarrà mai.
Legge libri di cui non capisce il significato e poi ci fa interrogazioni parlamentari.
Twitta su mafia e Arcigay un po’ a mentula canis.
Ti risponde acido sui social.
Frequenta parlamentari che si vestono peggio di lui (ricordate le camicie di Formigoni?).
Frequenta parlamentari che ti bloccano su Twitter se dimostri di esercitare forme basilari di pensiero (Gasparri docet).
Vota pure per i colleghi distratti, in Senato.
Se la prende persino col Teatro Massimo di Palermo, perché dà il congedo matrimoniale ai suoi dipendenti gay.
Gira, fa (poche) cose, ma soprattutto vede gender. Ovunque.
E, cosa ancor più grave, sbaglia tintura per capelli.

Sorge l’atroce sospetto: ma Malan una vita ce l’ha? Aiutiamolo a trovargliene una. Clicca qui.

***

P.S.: Istruzioni per l’uso:

– condividi sui tuoi social, anche includendo una battuta o un meme
– mettere l’hashtag #regalaunavitaaLucioMalan
– non siate mai volgari, sia benvenuta l’ironia
– invitate i vostri contatti

…e rendiamo meno grigia la vita di quell’uomo!

Omofobia italiana: riassunto delle puntate precedenti

073704292-026f2718-74c3-4ddd-b23f-d82db5b703d42013, il parlamento prova a fare una legge (per altro di merda) sull’omofobia. Introduce un emendamento che giustifica quei prof di religione che a scuola ti dicono “l’omosessualità è una malattia dalla quale si può guarire” e amenità simili. Il relatore, Scalfarotto, cerca di convincerci che solo con il voto dei cattolici si può arrivare ad avere una legge che in un certo qual modo ci tutela. Il ddl però si arena al Senato e non viene mai approvato. Passa però il fatto che le affermazioni omofobiche, in chiesa come nelle aule, sono libere opinioni. Grazie Ivan.

Intanto nasce Manif pour tous Italia, associazione impegnata in prima linea perché la legge di cui sopra non passi e, all’occasione, perché non vengano mai votate altre di qualsiasi natura a favore di gay, lesbiche e trans. Si accodano le Sentinelle in piedi, che passano il tempo per le piazze d’Italia a leggere best seller di Mario Adinolfi – un uomo dall’irrisolto complesso edipico – e Costanza Miriano, paladina di un certo modo di intendere il sadomaso. Alcuni militanti di entrambe tali realtà si caratterizzano per il curioso hobby di cercare foto di vecchi uomini nudi sul web e spacciarli per partecipanti dei pride italiani. Ognuno ha i suoi gusti, converrete.

Bergoglio-ammonisceAncora 2013. Bergoglio, intervistato sui gay interni alla chiesa, dice “chi sono io per giudicare?” e continua “è tutto scritto nel catechismo”. E nel catechismo è scritto che i gay sono infermi di mente che vanno trattati, al massimo, come tali. L’opinione pubblica italiana, tendenzialmente analfabeta, si ferma solo alla prima frase pensando di avere un papa frociarolo. Questo permetterà al signore in questione di poter continuare a dire cose tremende contro le persone omosessuali, passando per quello simpatico solo perché ha l’accento di Maradona. Per i gay credenti è comunque un risultato epocale: prima erano ancora fermi al rango di “pericolo per la pace”, adesso sono stati promossi a malati di minchia. Un gran risultato, converrete.

La chiesa nel frattempo si inventa l’ideologia del gender, ovvero: si prendono programmi di educazione alle differenze e di educazione sessuale, si travisa il loro contenuto e si spacciano per party sessuali da fare nelle scuole italiane a discapito di ignari bambini che, giustamente, tornano a casa brutalizzati e sconvolti come se avessero incontrato un prete pedofilo. Lo scopo di questi signori è semplice: in Italia si parla di leggi sulle unioni civili e contro l’omofobia. Loro trasformano i destinatari di quelle leggi in potenziali pedofili e il gioco è fatto. Nasce lo slogan “giù le mani dai bambini”. Viene il dubbio che qualcuno voglia l’esclusiva.

Gender-sterco-del-demonio1-990x615Ancora, secondo i fautori dell’ideologia del gender, i prof gay e le maestre lesbiche vorrebbero imporre ai loro allievi matrimoni con bambini dello stesso sesso, abiti da drag queen, seghe di gruppo e amenità similari. Il movimento LGBT e la gente di buon senso inorridisce di fronte alla mente perversa che ha concepito tutto questo. Dico, chi può essere così perverso da immaginare sesso coi bambini  pur di far fallire una legge sulle unioni civili? Ah sì, vero: abbiamo detto che il gender nasce in parrocchia.

In parlamento, intanto, dopo il fallimento della legge Scalfarotto, si prova col ddl Cirinnà. Una legge che dà gli stessi diritti del matrimonio alle coppie gay e lesbiche, ma non si chiama matrimonio e non ha le adozioni. E, cosa non secondaria, è sepolto da migliaia di emendamenti da parte dell’Ncd, principale alleato di governo di Matteo Renzi. Il quale, tra “buona” scuola approvata in due mesi e riforma della RAI fatta volare in Senato, non spende una parola sull’argomento. La legge pare destinata a esser rimandata a tempo indeterminato. D’altronde Matteo cambia verso. A volte voltandoci le spalle.

mika-new-art-scritte-offensive-sui-manifesti2015. Per dire no a unioni civili, adozioni, reversibilità della pensione si convoca il Family Day a Roma, preceduto da un convegno omofobo col logo dell’Expo a Milano. A quel convegno c’era un prete accusato di pedofilia, nel pubblico, tale don Inzoli. A Roma un altro sacerdote col nome di una marca di mascara dice che se una donna viene accoltellata dal marito, la colpa è sua che non si sottomette a dovere (Costanza, ci leggi?). Ovviamente, manco a dirlo, è tutta colpa del gender che vuole far fare sesso ai bambini a scuola (hanno una fissa, col sesso e coi bambini queste persone qua!).

Intanto le aggressioni contro i gay aumentano. Gente pestata in autobus (strano, vero?) o a lavoro e insulti perfino a Mika su un manifesto del suo concerto a Firenze. Gli scrivono sopra la parola “frocio”. E comunque, tu che hai imbrattato il cartellone, volevo dirtelo: sei un’aquila, proprio. Su Facebook ritorna lo spettro del gender, ripetitivo come manco un matrimonio di Brooke Logan, e del sesso coi bimbi nelle scuole (aridaje!). Migliaia di persone ci credono, sentendosi rassicurate dal fatto che chi fa convegni con preti pedofili e ti dice che se tuo marito ti accoltella è colpa tua, poi ti dà il permesso di pensare che i froci sono brutti e cattivi. La vita, d’altronde, è fatta di certezze. E questa sarebbe la famiglia “normale”.

Buona sera e alla prossima puntata. Purtroppo.

Patate “gender”

11802560_10152922306445703_7947628414454911575_oLa ricetta l’ho presa tempo fa da Facebook, per cui mi perdonerete se non cito la fonte originale, ma davvero, non la trovo più. Ovviamente appena ho visto queste patate, fatte al forno, tagliate a fettine ma non del tutto, unite alla base e condite sia con olio, sia con burro, mi sono detto: ma questo è gender! E allora eccovi le istruzioni per prepararle. Con una piccola avvertenza: dopo averle mangiate, avrete voglia di farvi siliconare le tette. Anche se vi chiamate Lucio Malan.

Ingredienti

  • quattro patate di medie dimensioni
  • olio d’oliva
  • aglio
  • un ramo di rosmarino
  • burro
  • sale
  • pepe
  • perversione intrinseca (q.b.)

Come si preparano

Prendete due bacchette giapponesi o cinesi (non siate razzisti) e già vi vedo lì a chiedervi: ma che c’entra l’estremo oriente con la patata? Ebbene, a parte che tra gli ingredienti c’è appunto la perversione, qui chi scrive sono io, per cui prendete quelle dannate bacchette e mettetele in parallelo.

11222670_10152922309245703_6385258493903697134_oPosizionarci in mezzo la patata e tagliarla a striscioline in modo che il coltello tocchi le bacchette di cui sopra (vedete a che servivano?). Ciò vi permetterà di tenerle unite e compatte alla base.

Nel frattempo, mondate l’aglio che soffriggerete a parte. Aprite per bene la patata, posizionarla in una teglia già unta, salarla e peparla tra le scanalature e condire con l’olio insaporito. Mettere al forno a 180 gradi e aspettare che la cottura faccia la sua parte. Ciò dipenderà da forno a forno per cui lascio a voi la scelta dei tempi di cottura.

Appena le patate saranno bene aperte, con la crosticina e sembreranno un ventaglio di croccantezza, toglierle dal forno. Sciogliere il burro nell’olio precedentemente rimasto, aggiungere altro sale e il rosmarino e quindi irrorare le patate prima di servirle a tavola.

Offritele ai vostri ospiti lanciando pensieri impuri con lo scopo di omosessualizzarli tutti. Il risultato è garantito. Gli amici per cui le ho preparate sono andati in ufficio travestiti da Lana Del Rey nel video di Born to die.

Cous cous alla norma

11717489_10152881473850703_4625307803713115277_oÈ estate, hai scritto un post sul Fatto e al solito i troll prezzolati (o presunti tali) ti tediano con i loro commenti pavloviani? Fuori fa troppo caldo e non te la senti di dissolverti al sole, mentre il resto della family si crede lucertola da scoglio? Vuoi fare un figurone coi tuoi – a cui hai pure promesso che cucini per loro – e impiegare in modo creativo il tempo, senza perder tempo dietro subumani da social network e altri minus habens? Vuoi infine fare in modo che il gender entri anche in cucina, con buona pace di ogni “family day” possibile? La ricetta di oggi in cucina si chiama cous cous alla norma.

Ingredienti

  • semola di cous cous
  • mezza cipolla calabrese
  • una melanzana
  • pomodorini ciliegini o datterini
  • basilico quanto basta
  • olio extravergine di oliva
  • un dado vegetale da cucina
  • ricotta salata
  • capuliato di pomodorino (facoltativo)

11053612_10152881474475703_7948454137836969643_oCome procedere

1. Preparare il cous cous secondo la ricetta prevista nella confezione. Adesso voi direte “così son bravi tutti”, e invece no, non siete bravi per niente fino a quando farete una semola appiccicaticcia e raggrumata. Il mio segreto è questo: verso un cucchiaio d’olio nel cous cous in crudo, mescolo per bene, poi faccio il brodo col dado vegetale e verso sulla semola fino a quando il tutto non sarà assorbito in modo uniforme. Quindi sgrano il cous cous con una forchetta e metto in un recipiente a parte finché non si raffredda. Poi voi fate un po’ come vi pare, ma non dite che non vi avevo avvertito.

2. Preparare le verdure in crudo. Tritare il basilico, anche in modo grossolano, dividere in quattro i pomodorini e tagliare finemente la cipolla. Salare poco, mescolare con altro olio d’oliva e mettere a riposare, affinché i sapori si sposino tra loro. E se ve lo state chiedendo, sì, è una ricetta poliamorosa. Poco indicata quindi ai soliti moralisti de noantri.

3. Preparare la dadolata di melanzane. Se non volete che risulti amara o dal saporaccio da mocio Vileda, tagliatela a fette e lasciatela riposare in acqua e sale per un’oretta almeno. Strizzate il tutto, asciugate per bene, fate a dadini e friggete. La cottura deve essere dorata, perché ricordatevi sempre – nonostante i governi che avete votato negli ultimi vent’anni e passa – che proveniamo da nobile stirpe. Gastronomia e sapori devono suggerire una superiorità culturale che pochi possono dominare del tutto (e non è un caso, appunto, che questa ricetta ve la stia proponendo io).

11698888_10152881477240703_6687159108197653495_o4. Prendete una formina e cominciate a stratificare semola, verdure in crudo e melanzane, fino ad arrivare al bordo superiore (sì, lo so, qualcuno dirà che mescolare crudo e cotto è contro natura, ma come preannunciato questa è una ricetta gender). Quindi ricoprite con la ricotta salata grattugiata e foglie di basilico fresco. Se vi è avanzata la dadolata o se siete particolarmente golosi e volete farlo lo stesso, mettete a parte, sempre sul piatto, un po’ di melanzana con un cucchiaino di capuliato sopra. Togliere la formina et voilà, la pappa l’è pront!, come direbbero a Caltanissetta.

5. Frittura a parte, il piatto è abbastanza leggero, estivo ed è l’ideale se volete fare qualcosa di scenografico, ad effetto sicuro, e che sia anche la gioia del palato. Poi, se avete un babbo come il mio, vi sentirete fare il migliore dei complimenti: «E questo dolce da dove viene fuori?». Ecco, ho detto tutto.

Ballo di Natale (una fiaba gender)

C’era una volta, tanto tempo fa, un bambino a cui piaceva fare un sacco di cose e che quando non riusciva a farle si metteva a piangere. «Smettila di frignare, lo fanno solo le femminucce!» gli dicevano i grandi. E lui allora cominciò a vergognarsi del proprio dolore, che era quello di un bambino, per cui piccolo e inconsistente agli occhi di un adulto. Eppure, nella sua essenza, aveva la stessa pesantezza della delusione più grande, lo stesso spessore del vuoto e riusciva ad essere gelido come le lacrime abbandonate nella pioggia.

Tra le cose che piacevano a quel bimbo, c’erano i giochi. Di tutti i tipi, dai soldatini e la pista con la macchine, alla casa di Barbie, dal piccolo chimico al dolce forno, dalle costruzioni ai trucchi della sorella. Eppure non riusciva a capire. Se costruiva la torre di un castello era addirittura bravo, ma se trasformava una bambola in una principessa, gli occhi dei grandi fino a un momento prima così orgogliosi si vestivano di imbarazzo e di vergogna.

E poi c’erano le storie che gli piaceva inventare: e quando le raccontava, soprattutto agli altri bambini e alle altre bambine, gli alberi dei giardini pubblici diventavano torri di guardia, i viali coi ciottoli erano sentieri di guerra contro le città dei malvagi, i rami spezzati divenivano spade e bacchette magiche, le ragazze potevano essere anche loro guerrieri con armature scintillanti e i maschi potevano avere gli stessi poteri delle fate. Ma quando i grandi si accorgevano di tutto questo, facevano la magia opposta e allora gli alberi tornavano ad essere vuoti palazzi di legno, i sentieri tristi e abbandonati e i maschi dovevano fare i maschi e le femmine avevano lo stesso identico destino. E la vergogna osservava ogni cosa dall’alto, sul suo cavallo di scheletro, senza falce in mano ma con quello sguardo che si voltava sempre dall’altra parte, al cospetto di ogni perché possibile.

E così il bambino divenne uomo, e crebbe al pensiero che nei castelli le dame potevano solo rimanere in una torre ad aspettare un destino che qualcuno aveva già deciso per loro, che i draghi non possono essere alleati, men che mai di donne armate di lame e sorrisi – da agitare, sia chiaro, sempre solo contro le ombre, ma questo chi lo avrebbe mai detto al mondo degli adulti? – e che ai maschi non piace ballare. Sul suo mondo fatto di folletti e di creature meravigliose scese la notte, accompagnata dall’inverno, e su tutto cadde un lungo inverno che congelò gli abitanti trasformandoli in ricordi di ghiaccio. Ogni tanto ci ripensava, infatti, ma quei pensieri lo scuotevano con un brivido e allora decise che era meglio non tornarvi con la mente e si rifugiò nella realtà di tutti i giorni. Certo, un po’ più comoda, per quanto noiosa. Eppure lo aiutava ad andare avanti, sebbene, tra una sigaretta e l’altra, c’era sempre quel battito del suo cuore che saltava a vuoto, a un certo punto della notte.

Un giorno andò al lavoro, era diventato un maestro perché gli piaceva insegnare ai più piccoli e alle più piccole la grammatica delle cose, il significato nascosto delle verità sui libri. Era un po’ come tornare bambino di nuovo, giocare con le immagini e le parole. E la sua classe con lui si divertiva, ma poteva farlo solo fino a un certo punto. Appena si andava oltre, lui si irrigidiva, perché a scuola non ci si comporta così. Era questo che dovevano imparare, durante le sue ore. Si sorride e si scherza, ma fino a un certo punto.

Una sera, però, mentre tornava a casa e mentre una voce interiore lo solleticava con gli spifferi dei ricordi, un uomo gli si pose di fronte, impedendogli di passare oltre. All’inizio ne fu intimorito, per altro non riusciva a fissarne i contorni del volto, c’era qualcosa che gli sfuggiva mentre cercava di guardarlo e di capire chi fosse. Ma se lui faceva un passo a destra, quell’altro gli ostruiva il passo. Se andava a sinistra, l’altro lo seguiva, come se fosse a uno specchio. Si voltò indietro, non voleva avere guai con quel barbone. Ma se lo ritrovò di fronte.
«Chi sei, cosa vuole da me?»
«Sono la persona che avresti potuto essere», rispose quello con una voce che era identica alla sua.
«Ma non diciamo sciocchezze! Adesso si sposti e mi faccia passare!»
Ma per quanto si sforzasse di andare oltre, di fuggire e di ritornare a casa, se lo ritrovava davanti. Come se fosse in uno specchio, appunto. Stanco di fuggire, e credendo di essere pazzo, si appoggiò ad un lampione mentre il cielo si era fatto dello stesso colore del marmo e tutto fu freddissimo. Una parte di sé credette che forse era arrivata la sua fine…
«No, non sei morto» gli disse l’altro «il fatto stesso che i tuoi ricordi ti diano i brividi, ti fa capire che sei vivo. Hai mai sentito di un morto che sente freddo?»
L’uomo pensò che quel discorso aveva senso e decise di ascoltare le parole dello sconosciuto.
«Voglio solo raccontarti una storia…» disse quello e si misero insieme, in quell’angolo, a conversare. E fu così che lo sconosciuto gli raccontò tutta la sua vita, di come era bello vivere in un mondo dove non c’erano costrizioni, ma assunzioni di responsabilità. Dove le bambine potevano giocare a calcio, se lo volevano. Dove chiunque poteva fare i dolci. Dove il mondo delle fate era comunque un mondo sempre reale, se lo si portava nel cuore. Tutto questo gli raccontò quello sconosciuto e il pensiero che fosse un “grande” a dirglielo gli diede coraggio. Pian piano ascoltò un po’ di più se stesso, il suono della sua stessa voce, e comprese il significato del balzo che faceva il suo battito, certe volte di notte. Poi si voltò verso di lui, per osservarlo ancora. E fu solo allora che ebbe un sussulto e si svegliò di botto. Era stato solo un sogno. Eppure era così reale… Decise di farsi un bagno caldo e si diresse al lavoro, come tutti i giorni.

A scuola alcuni bambini gli chiesero di poter avere altri cinque minuti di pausa. Lui in un altro momento avrebbe detto di no, perché i premi sono cose che vanno conquistate, però ripensò alla notte passata e decise di dire semplicemente di sì. La parola che, troppo spesso, aveva desiderato sentire pronunciata, di fronte ai suoi giochi, dal mondo degli adulti. Un bimbo, felice per quella ricompensa, esplose in una risata e cominciò ad andare per tutta l’aula come se fosse una ballerina, facendo un vistosa piroetta. Qualcosa dentro di lui lo infastidì, al momento. Ma la sua stessa voce, uguale a quella dell’uomo del suo sogno, lo trattenne come una mano invisibile avrebbe potuto fermare uno degli eroi dei miti dell’antica Grecia, che avevano letto in classe tutti e tutte insieme, qualche settimana prima.

E quindi le cose andarono avanti, nelle settimane a venire, fino a quando non fu Natale. La scuola si preparava a fare una grande festa, con un concerto e una recita al teatro.
«Potremmo fare una festa, qui, prima di andare allo spettacolo», propose una bambina.
«Io porto la torta!»
«Io il latte caldo!»
Sapeva, il maestro, che non avrebbe potuto dire di no. E neanche voleva, a ben pensarci… E così organizzarono ogni cosa. Il giorno arrivò veloce e tutto era pronto. C’era il profumo dei dolci, la luce delle decorazioni colorate. La stessa bimba che aveva avuto l’idea della festa tirò fuori un cd, chiedendo di poterlo suonare. Erano canzoni carine, l’atmosfera fu subito più allegra.
«Aspettate, questa non si balla certo così…» disse a un certo punto il maestro, mentre la sua classe cercava di capire come muoversi sotto l’incedere di quelle note. E quindi si mise al centro dell’aula e cominciò a muovere le gambe dondolandole a destra e a sinistra. Poi le sue mani volarono in alto, come a disegnare una grande V. Quindi le chiuse sulla sua testa e si mise pure a cantare. Tutti e tutte, dapprima, lo guardarono con fare stupefatto. Poi si misero a ridere e infine imitarono i suoi passi. Solo alcuni giorni dopo si rese conto – quell’uomo che era un bambino felice, un tempo – di due cose.

La prima: non aveva mai creduto alle parole che i grandi gli avevano sempre detto, per fare in modo che lui si comportasse come era stato insegnato loro. Solo che aveva smesso di ricordarlo, impegnato com’era nelle occupazioni di tutti i giorni.
E la seconda: che il volto dell’uomo che aveva sognato era lo stesso di lui, quando aveva la stessa età dei bambini e delle bambine a cui insegnava la grammatica e le favole antiche.

Da quel momento, non vietò mai a nessuno di ballare durante la ricreazione o di ridere a un tono più alto rispetto a quello considerato “normale”. E pure lui, tornando a casa, ripensando alle cose che erano successe da quella notte, riuscì a tornare alla sua infanzia e ai suoi ricordi, senza sentire quei brividi che stavano solo nel volto della vergogna. Di una cosa non si accorse mai. C’era un uomo che lo guardava da lontano, mentre se ne tornava a casa fischiettando allegro. Era lo stesso uomo del suo sogno. Sorrideva bonario. Si allontanò da lui, girando l’angolo ed entrando in uno spazio dimensionale che nelle fiabe può essere lo stesso che porta a Narnia. Lo sconosciuto avrebbe raggiunto il mondo popolato dalle creature fantastiche di un tempo, dove finalmente aveva smesso di nevicare. Dove folletti e fate luminose lo attendevano per festeggiare la nuova primavera a ritmo di ballo. Portando le mani in alto, formando una grande V.

Le bugie sul gender (e il troll sfigato secondo natura)

diapositiva di un troll

Ieri ho scritto un articolo sul Fatto Quotidiano sulle bugie di chi attacca il “gender”. Uno dei soliti troll di professione – o sfigati per decreto, fate un po’ voi – ha risposto con il solito mantra, per cui l’ideologia gender vorrebbe imporre una visione distruttrice dell’identità sessuale, che si vuole abbattere la natura, che l’identità sessuale è solidamente legata al genere di appartenenza, ecc…

Ho risposto per punti:

1. non lo dice l’ideologia gender (che non esiste nemmeno), lo dice la psicanalisi che l’identità sessuale è un insieme di fattori (tra cui anche quello biologico)

2. nessuno mette in discussione l’eterosessualità. Se sei maschio e ti piacciono le donne va benissimo. Se sei maschio, ti piacciono le donne e pretendi che piacciano a tutti gli altri maschi, è un abuso. Come lo sarebbe se un gay imponesse a un etero di andare con uomini

3. studi di psichiatria, medicina, sociologia e altre discipline – che si incontrano nei cosiddetti studi di genere – danno fondamento scientifico a quanto esposto e cioè che il genere è una costruzione sociale

4. se avere un corpo maschile o femminile ci rendesse “naturalmente” in un certo modo, ci sarebbero solo una tipologia di maschi e una tipologia di femmine. Così non è. Esistono donne androgine e donne più affini al canone “classico”. Idem per gli uomini. Un uomo effeminato (o meglio, fuori canone) non deve essere preso in giro per questo. È così difficile da capire?

5. l’identità di una persona non nasce precostituita, ma è un insieme di fattori, biologici, fisiologici, ambientali, culturali e sociali. Per qualcun altro, invece, l’identità umana è segnata a priori dall’insegnamento di chiese e dogmi. Io tengo in considerazione le svariate combinazioni di quei fattori che possono produrre molta ricchezza umana. Per gente come lei c’è un solo modo di essere uomini e un solo modo di essere donne. Chi è che priva di identità chi?

Dopo di che vi invito a leggere il mio articolo e a considerare un’evidenza: questa volta i troll-sfigati secondo natura si sono arrabbiati davvero. Forse ho colto nel segno. Voi che dite?

Sul Fatto Quotidiano: “Come difendersi da chi vuole difenderci dal gender”

le Sentinelle in piedi

Ripropongo anche qui l’articolo che ieri è stato pubblicato sul Fatto Quotidiano on line, dove cerco di dimostrare le reali ragioni della crociata antigay portata avanti da Bagnasco e dai movimenti cattolici integralisti.

Vi riporto uno stralcio:

Il “gender”, per come è narrato, si configura però come un’invenzione dei cattolici. Semmai esistono gli studi di genere o Gender studies, nati dalla sinergia di diverse discipline (giuridiche, sociologiche, psicologiche, linguistiche, ecc). Essi sostengono che fino ad oggi la società si è strutturata sulla prevalenza di un genere su un altro. Il maschilismo, attraverso il patriarcato, ha imposto per millenni il controllo sociale su donne e infanzia, reprimendo le diversità. Una tra tutte, l’omosessualità.

E vi segnalo un paio di commenti:

«Un articolo che esordisce con “L’offensiva antigay messa in atto dalle gerarchie religiose” dimostra chiaramente che questa storia sull’omofobia è stata tirata fuori dai quelle lobby che vogliono spazzare via la religione dal mondo e sostituirla con un’altra “laica”, consumistica e che manipoli le coscienze senza se e senza ma.»

«Adesso difendiamo pure l’immoralità, il vizio e eleviamo l’immonda diversità a cultura solo perché i malati di gaysmo non si suicidano.»

«Concludo dicendo che […] se un professore o maestro o altro cercherà di inculcare simili idiozie ai miei figli se la vedrà con me: e non vorrei essere nei suoi panni…»

Molti altri sono i commenti di questo “spessore”. Questo per chi mi dice che in Italia non c’è un problema di omofobia. Poi va bene, sono trolls. Ma sono reali. Per il resto buona lettura.