Scuola: il concorso? Un errore!

Questo video spiega perché il concorso che il ministro Profumo si appresta a varare è, in realtà, un gigantesco errore che non solo non ridurrà sensibilmente il problema del precariato, ma lo aggraverà.

Il video non dice alcune cose importanti, tuttavia: ad esempio che i tagli, che ammontano per otto miliardi di euro nel triennio 2008-2011, vanno a vantaggio della scuola cattolica, rifocillata – nello stesso periodo in cui veniva taglieggiata la scuola pubblica – di ben quattro miliardi di euro.

Hanno tolto ai poveri per dare ai ricchi, insomma. Per di più in barba alla Costituzione che vieta questo tipo di procedimenti. E a quanto pare, il percorso intrapreso sembra quello già tracciato da ministri/e quali Berlinguer, Moratti, Fioroni e Gelmini.

Annunci

Insegnanti a tremilacinquecento euro al mese

L’altra sera sentivo al tg di una scuola della periferia di Napoli. Della periferia dura, dove i ragazzi (e le loro famiglie) possono essere un pericolo, oltre che un problema. Dove i ragazzi (assieme alle loro famiglie) possono anche essere in pericolo.

La preside, intervistata, ha dichiarato che all’inizio dell’anno su un organico di più di ottanta persone, solo tre docenti avevano accettato di andare a lavorare in quell’istituto. Anche il personale ausiliario latita e la dirigente stessa è costretta a far le pulizie.

Non biasimo i colleghi che decidono di non andare a lavorare in quel posto. Io per primo non ne avrei la forza. Non si può rischiare la propria salute, l’amor proprio, la vita (in qualche caso) per poco più di mille euro al mese.

Se lo Stato – questo sì da biasimare – vuole salvare quella fetta di società deve fare in modo che i suoi salvatori siano motivati. Io stilerei una classifica di scuola ad alto rischio. E farei in questo modo: chi va lì, prende il 50% di stipendio in più e paga il 50% di tasse in meno. Al punteggio andrebbe accumulato un bonus di altri sei punti.

In questo modo i docenti sarebbero motivati. Perché si riconoscerebbe loro non solo il rischio a cui vanno incontro, ma una più adeguata considerazione sociale. Siamo l’unico paese europeo dove un professore della scuola pubblica viene visto come uno sfigato qualsiasi, mentre chi insegna ha un ruolo fondamentale: quello di formare l’Italia del futuro.

Bisogna capire, ancora, che quello del docente è un mestiere strategico. Come il medico, per intenderci. Questi ultimi salvano vite. I primi, invece, permettono che possano schiudersi.

In tal senso occorrerebbero retribuzioni migliori anche a tutti gli altri insegnanti, come si fa in Europa. Si potrebbe partire da uno stipendio base netto di 1500 euro, per arrivare, attraverso gli scatti successivi, da estendere a tutti, precari e regolari, a un minimo fisso di 3500 euro al mese.

I soldi si possono recuperare coi tagli alla casta, la riduzione delle missioni militari, l’estensione dell’ICI ai beni ecclesiastici, la patrimoniale, controlli fiscali più severi per gli evasori, la vendita dei beni sequestrati alle mafie, ecc.

La classe docente si popolerebbe di persone determinate e contente di mettersi in gioco. Una classe politica seria dovrebbe capire questo. Cosa che non è stata mai fatta da Gelmini, per risalire fino agli ultimi cinque governi.

Il tunnel e la Gelmini

La rivoluzionaria scoperta dei giorni scorsi – che attesterebbe che esiste qualcosa di più veloce della luce, ossia i neutrini – rischia di legarsi al ricordo, ridicolo e tragico allo stesso tempo, di un’infelicissima gaffe dell’attuale ministro della pubblica istruzione.

Maria Stella Gelmini, saputo del successo dell’esperimento effettuato tra il CERN e i laboratori italiani del Gran Sasso, si è affrettata a diramare un comunicato stampa che, tra elogi e salamelecchi, recita testualmente:

Alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento, l’Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro.

Peccato che il tunnel in questione non esista per niente. Come si legge sul sito di SkyTG24:

non esiste alcun tunnel (che dovrebbe essere lungo 730 chilometri) che colleghi i due centri di ricerca, dal momento che i neutrini vengono “sparati” sottoterra e attraversano la materia senza necessità di alcun tunnel per garantire il loro passaggio.

Il ministro dovrebbe, a questo punto, spiegarci da dove ha preso la cifra che dichiara di aver stanziato per la costruzione di qualcosa che non esiste. In tempi di crisi, non vorremmo che le “tasche degli italiani” tanto care al suo datore di lavoro, Silvio Berlusconi, fossero state svuotate per un’opera che non c’è.

Una cosa però è certa: l’unico tunnel che l’Italia ha contribuito a creare è quello in cui giace la cultura italiana da quando la Gelmini è ministro, dal quale bisognerebbe uscire, sì, alla velocità della luce e dal quale non si vede, per il momento, l’uscita.

Se questi li chiamate insegnanti…

A scuola funziona così. Prendi un’abilitazione all’insegnamento, scegli una provincia e finisci in graduatoria. Entri con un punteggio e chi ha meno punti di te, ti passa sotto. Poi lavori, accumuli altro punteggio. E quando ti trasferisci in un’altra città, per qualsiasi ragione, ti reinserisci in una nuova graduatoria dove chi ha meno punti di te viene scavalcato.

A parte un breve periodo – nel biennio 2009-11, per l’esattezza – è sempre stato così. È successo a tutti: ci si abilita, si entra in graduatoria, si scavalca chi ha meno punteggio. Poi entrano i nuovi e scavalcano te. Oppure passi tu di graduatoria e scavalchi altri.

Quest’anno le riaperture delle graduatorie hanno scatenato polemiche alimentate da quel partito ai limiti della legalità che è la Lega Nord. Secondo la vulgata padana un professore che vive al nord ha più diritto di viverci e di lavorarci di un italiano del centro e del sud. La ragione? Al sud si studia meno e i voti sono regalati per cui i professori del sud si abilitano facilmente mentre i docenti nordici lavorano di più e meglio.

La cosa buffa è che questo mantra, anticostituzionale e razzista, è stato pienamente interiorizzato da molti docenti – moltissimi di origine meridionale – che in nome di un becero opportunismo rivendicano un diritto inconsistente: mantenere posizioni di privilegio nella propria graduatoria a discapito dei colleghi provenienti da regioni più povere o svantaggiate.

Dimenticano che quando si è trattato del loro inserimento in graduatoria, tramite concorso o SSIS, anch’essi hanno scavalcato chi aveva meno punti. Chissà se allora si saranno posti gli stessi problemi di cui oggi si lamentano…

Leggo, su Repubblica, che alcuni professori romani hanno contattato il senatore Pittoni – uno di quelli che hanno alimentato il pregiudizio antimeridionale, nonché leghista (il partito di “Roma ladrona”, per intenderci) – per effettuare controlli sui titoli dei nuovi arrivati e per essere agevolati nell’immissione in ruolo a discapito dei colleghi di altre regioni.

Voglio ricordare un fatto fondamentale, e lo dico da insegnante: chi ha più punteggio di me in graduatoria ha lavorato e studiato di più, rispetto a me. Se vogliamo la meritocrazia dobbiamo applicarla anche a nostro discapito.

In secondo luogo: quando questi colleghi si sono inseriti nelle graduatorie romane hanno superato i punteggi di altri insegnanti precedentemente inseriti. Allora hanno dovuto dimostrare la bontà dei titoli conseguiti? Non si sarebbero sentiti offesi se qualcuno, tra il corpo insegnante, avesse preteso un trattamento simile nei loro confronti?

Questi colleghi, in altre parole, invece di fare corpo sociale contro i tagli del governo alimentano una guerra tra poveri. Si comportano alla stregua di cani che si mordono tra loro per tentare di rosicchiare quel po’ di carne che resta attaccato nell’unico osso che la Gelmini ha gettato loro.

Ma una reazione del genere, appunto, non è degna di chi si fregia del titolo di insegnante. Io vorrei che chi istruisse i miei figli fosse qualcosa di psicologicamente più complesso di un cane famelico e di umanamente migliore di un mendicante.

Questi colleghi non hanno lavorato per il miglioramento di un intera classe sociale, ma hanno scodinzolato per avere un pezzo d’osso in più. Hanno elemosinato un privilegio, in barba al concetto di diritto.

E questo non li pone, appunto, sotto l’insegna dei dispensatori di sapere. Fossi in loro proverei solo vergogna.

Dal partito dell’amore al partito della morte

Che il PdL e il governo da esso espresso, assieme al contributo indispensabile della Lega Nord, non rappresentassero nessun equivalente politico del fantomatico Partito dell’Amore è cosa ovvia. Primo perché l’amore è un sentimento che va al di là delle categorie politiche, in secondo luogo perché se per amore si intende la subalternità incondizionata a Silvio Berlusconi occorrerebbe utilizzare un corrispettivo terminologico più confacente, senza dover scomodare parole nobili e dense di significato.

La cosa meno ovvia, ma sempre più evidente, e in ciò sta la tragedia, è che queste forze politiche e la loro azione congiunta stanno configurandosi sempre di più come partito della morte.

Morte istigata, provocata direttamente o indirettamente, sfiorata. Mettiamoci l’aggettivo che più ci sembra opportuno, ma che gli effetti di questo governo siano letteralmente mortali non lo dico e non lo penso io, lo suggeriscono le cronache di questi giorni.

Due esempi per tutti, per altro i più recenti: il fatto del peschereccio aggredito dai libici e quello del suicidio del dottorando di Palermo.

Il primo caso nasce proprio da questa “santa” alleanza tra un dittatore e un omuncolo che si è messo in testa di fare il tiranno. Siccome Berlusconi non ha la dimensione tragica di un Hitler o di uno Stalin, ma incarna l’aspetto più balordo di ogni dittatura e cioè l’egotismo carnascialesco, le conseguenze sono “tragironiche”. Il tragico sta nel pericolo, per fortuna scampato, che i nostri connazionali, rei di essere in acque che la Libia reclama per sé, hanno rischiato: quello di essere uccisi. L’ironia, di tipo pirandelliano, sta nel fatto che l’imbarcazione che ha sparato contro italiani era stata data alla Libia proprio dall’Italia.

Certo, ci sarebbe pure la storia dei lager che Gheddafi riserva a quelle migliaia di disperati che cercano di sfuggire dai loro paesi, forse per evitare fame e guerre prima ancora che pensare di invadere la “cattolicissima” Italia. Storia che evidentemente piace alla Lega visto che uno dei suoi leader, Maroni, ha minimizzato il fatto giustificandolo come un qui pro quo anti-clandestini. Come se si trattasse di una simpatica sculacciata. Ne prendiamo atto.

Il caso del dottorando che si è ucciso a Palermo perché non riusciva a vedere il suo futuro per cui ha pensato di mettere prima la parola fine, piuttosto che avventurarsi in una selva oscura di incertezza e miseria, è solo la ciliegina sulla torta della politica criminale che governo e maggioranza stanno conducendo sulla scuola e sulla ricerca: tagli indiscriminati, licenziamenti di massa, classi sovraffollate, stipendi pagati al minimo e la diffusione di un sentimento sociale che indica i ricercatori e i docenti come un peso sociale piuttosto come una ricchezza.

La Gelmini può dunque essere contenta: dopo aver mandato sul lastrico famiglie intere, ha cominciato, da ieri, a mandare al cimitero i precari. Un mangiapane a tradimento in meno, a ben vedere, nell’ottica della politica economica e sociale della destra berlusconiana. E poi chi lo sa: forse pure questo fa bilancio.

Precari della scuola: abbandonati da sempre

Non è solo una questione di tagli. I tagli ci sono, è vero. E questo governo vuole solo eliminare l’istruzione per rendere ancora più ignoranti gli italiani e assicurarsi futuri elettori per le generazioni a venire. Un ministro come la Gelmini non sarebbe credibile nemmeno nella più squallida delle dittature centroamericane. In Italia gestisce, o fa da prestanome, la distruzione della scuola pubblica.

La Gelmini, per altro, mente quando rilascia certe dichiarazioni. Non è il 97% a essere finalizzato solo per gli stipendi dei lavoratori del mondo della scuola. Più semplicemente, hanno tagliato così tanto sui servizi che le cifre predisposte dallo Stato rimanevano solo per gli stipendi. Adesso, va bene che sei ministro di un governo a cui capo c’è un satrapo, ma a tutto c’è un limite. Anche al cattivo gusto e a una certa volgarità istituzionale.

La Gelmini per altro fa finta di dimenticare che la scuola trabocca di studenti, che da quest’anno ci saranno classi di trentacinque persone (cioè, due classi in una), che aumenta l’orario di lavoro per gli insegnanti di ruolo. E le centinaia di migliaia di persone che rimarranno in mezzo a una strada non sono militanti di partiti che protestano contro il governo. Sono persone che lottano contro la fame. È un attimo diverso.

Eppure sarebbe un torto all’onestà intellettuale non ricordare che questo disagio nel mondo della scuola non è recente. In parte c’entra pure il centro-sinistra. Soprattutto il centro. Quello cattolico in particolare. Il quale, ai tempi del governo D’Alema, ottenne che parte dei finanziamenti pubblici venisse dirottato per diplomifici e scuole cattoliche, le stesse a ben vedere dove si insegna il disprezzo per la laicità, per le minoranze sessuali, per le conquiste civili.

Per insegnare ai ragazzi che un gay è contro natura e che il divorzio è un male maggiore alla pedofilia, si tolgono soldi ai precari per pagare profumatamente preti siffatti.

Per far passare il messaggio che puoi pure non studiare per quattro anni di fila e poi recuperare tutto in un anno conclusivo, hanno fatto i tagli alla scuola già dai tempi dell’Ulivo. La prima forma di riduzione delle risorse fu proprio quella: pagare chi ti promette una via in discesa o chi ti avvelena la mente con l’elisir del pregiudizio.

La Gelmini ha reso il sistema più virulento, più aggressivo, addirittura più demolitore. Ma le radici di questo attacco sono ancora più lontane. Da Berlinguer in poi.

Se la patria del Rinascimento taglia i fondi alla scuola

Non so voi, ma trovo singolare che la terra che ha dato al mondo il diritto romano, Dante, il rinascimento, il genio di Leonardo e molto altro ancora sia lo stesso che ha prodotto il berlusconismo e che ha la Lega Nord tra i partiti più in auge al momento. Dico questo perché ieri si son fatte le pagelle a scuola. E molti ragazzi avranno bisogno dei corsi di recupero.

Solo che.

Il ministero taglia i fondi, per cui i corsi o non si faranno o se ne faranno in misura minore rispetto a quelli che servono per non far perdere l’anno agli studenti bisognosi. Le famiglie dovranno, di conseguenza, pagare privatamente qualche altro docente per evitare la bocciatura dei propri figli.

Mi sa che lo farò notare, soprattutto a quei padri e quelle madri che votano questa destra orribile perché rozza, fascista e ignorante.

Per altro tale situazione, a cui si aggiunge la nuova riforma Gelmini che taglierà ben quattordicimila cattedre e molti posti di lavoro in più, mi fa fare una serie di considerazioni su certa sinistra e il rapporto che ha con la sfera dei diritti. Quando nel 2006 si scatenò quell’inferno ideologico sulle coppie di fatto, diessini, cattolici e comunisti di ogni risma mi dicevano che le priorità erano altre, che prima veniva il lavoro, quindi tutto il resto.

Il presente dimostra, purtroppo per me e per sfortuna loro, che vengo contemporaneamente discriminato sia come lavoratore precario – data la mancanza di diritti sociali e di tutele economiche – sia come gay – per la mancanza di leggi contro le violenze, le discriminazioni e per la negazione dei diritti civili. Questo dimostra, per altro, quanto piddini e i vari federati di sinistra siano ampiamente inadeguati a governare. E quanto personaggi del rango di Pannella abbiano ragione quando dicono che a destra son capaci di tutto e a sinistra dei buoni a nulla.

Essere di sinistra in modo intelligente

Il vecchio anno si è concluso con una vicenda che, a quanto pare, la stampa locale siciliana ha reputato indegna di interesse: il licenziamento, da parte dei più alti rappresentanti istituzionali della Facoltà di Lettere di Catania, di ben diciotto collaboratori mai regolarizzati tra addetti alla sicurezza, bidelli e personale amministrativo e bibliotecario.

I motivi di tale scelta, che dimezza di fatto l’organico non docente della Facoltà, stanno nei famigerati tagli del ministro Gelmini. Le polemiche, va da sé, sono roventi. Licenziare tutta questa gente, al di là delle drammatiche conseguenze sul piano umanitario, significa rallentare la vita universitaria, peggiorare la fruizione dei servizi e incidere negativamente sulla qualità della vita della facoltà stessa. Da quello che si legge in una nota su Facebook, inoltre, parrebbe che i dirigenti abbiano deciso di tagliare sul personale ma non abbiano toccato voci di spesa quali l’auto blu in dotazione al preside, per fare un solo esempio.

Una brutta storia, per dirla con altre parole, che vede da una parte quelli che vengono definiti “i baroni”, che non risentiranno dei tagli, almeno sul piano economico, dall’altra i licenziati e da un’altra ancora le associazioni studentesche e le varie sigle politiche che in queste ore stanno organizzando una manifestazione per il 4 gennaio, a mezzogiorno, in piazza dell’Università.

Per quel che mi riguarda, faccio solo due piccole constatazioni.

La prima: sarebbe interessante sapere o scoprire le intenzioni di voto dei diciotto licenziati. Viste le cifre bulgare che il PDL prende a Catania, credo sia una curiosità più che lecita. Se sindacati, partiti di un certo tipo (non pare che il pd si straccerà le vesti per queste persone) e organizzazioni varie si vogliono spendere per una giusta causa, capire chi stanno difendendo e fare, anche pubblicamente, una riflessione politica su eventuali scelte elettorali dei loro “assistiti” sarebbe un ottimo spunto per incidere su qualche coscienza. Forse.

La seconda: mi fa un po’ sorridere la presa di posizione anche a favore del personale della sicurezza. Ovviamente non ho nulla contro queste persone e credo fermamente che anche il loro diritto al lavoro debba essere salvaguardato. Tuttavia non può non farmi sorridere il fatto che coloro che oggi difendono anche la security sono, politicamente parlando, gli stessi che fino a qualche anno fa gridarono alla militarizzazione dell’ateneo per la presenza dei vigilantes.

Se dovessi ragionare come una certa filosofia politica impone ai suoi fautori, dovrei dedurre che certe frange “contriste” si sono convertite alla presenza del manganello per i corridoi della facoltà (uso termini che vennero utilizzati quando a Lettere ci si dotò della vigilanza). Ma poiché non ragiono in quel modo – perché essere di sinistra, a mio giudizio, non significa aderire dogmaticamente a sempiterni e immutabili umori “duri&puri” ma valutare la legittimità dell’agire politico (esercizio faticoso, lo so) dentro un panorama culturale di riferimento – ovviamente non lo farò.

Concludo, infine, ricordando a tutte e a tutti che lo stesso giorno, a Roma, due ragazzi, Manuel Incorvaia e Francesco Zanardi, cominceranno lo sciopero della fame per vedere riconosciuto il proprio diritto al matrimonio. Per quel che mi riguarda, penso di essere dapprima a piazza Università e in serata a un’iniziativa che si farà, sempre a Catania, a favore della coppia gay. E, contrariamente al comportamento di certi “duri&puri” nei confronti dei diritti civili, sarò in piazza senza pretendere che i diciotto da salvare siano a favore del matrimonio gay. D’altronde, essere di sinistra, almeno in modo intelligente, non è proprio da tutti. Purtroppo, aggiungo.

Aule e crocifissi: Strasburgo riporta l’Italia dentro la civiltà

Non vorrei fare il solito mangiapreti, pasto per altro poco prelibato (vista l’età media della pretaglia, la carne risulta oltre modo coriacea), ma in nessun paese laico e civile si espongono simboli religiosi negli uffici pubblici. Questo tanto per capire cosa succede  laddove la democrazia e la laicità sono fatti acquisiti.

In Italia, invece, dopo la sentenza della Corte Europea di Strasburgo, tutte le prefiche della “libertà” religiosa già si strappano le vesti. Per chi non lo sapesse ancora: una signora italo-finlandese, Soile Lautsi, aveva chiesto alla scuola della figlia di togliere il crocifisso dalla classe della bambina, perché la sovraesposizione a un simbolo religioso, e uno soltanto, è lesivo della libertà di credo di tutti gli altri. La signora si era rivolta alle autorità italiane e, dopo un nulla di fatto, aveva fatto ricorso a Strasburgo. Che ha deciso di conseguenza.

Nella sentenza si legge che «la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche è una violazione della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e della libertà di religione degli alunni». Apriti cielo. Maggioranza e opposizione parlano di morte dell’Europa che, invece, a parer mio, sembra stare abbastanza male di suo, con o senza crocifisso (così come quando stava bene, continuava a farlo senza nessun pizzo ideologico da pagare alla chiesa).

La Gelmini arriva a dire che «la presenza del crocifisso in classe non significa adesione al cattolicesimo, ma è un simbolo della nostra tradizione». Questa donna non si rende conto di quanto in realtà abbia ragione. Dei molti italiani, sensibili a croci appese ai muri quanto anestetizzate su tutto il resto, mafia al potere inclusa, pochi in realtà vivono il cristianesimo come filosofia di vita.

L’essere cattolici, in Italia, è solo una gigantesca ipocrisia che ha come effetti primari la negazione di specifici diritti (testamento biologico, diritti civili), la messa in discussione di altri (aborto e divorzio) e che ha come cifra culturale un moralismo incoerente che esige dagli altri un codice etico che i cattolici stessi sono i primi a non osservare: basta vedere come si è comportato, nel suo privato, tal Pierferdinando Casini, sposato, divorziato, in coppia di fatto e risposato.

A gente siffatta – che nega la dignità delle persone, ammette che i gay vengano picchiati e uccisi, che non fa nulla di concreto contro la pedofilia interna alla chiesa – il crocifisso in classe serve solo per avere quello che la psicoanalisi chiama “oggetto transizionale”. Una piccola coperta di Linus che li mette in pace con la loro coscienza, tra un misfatto e l’altro.

I cattolici non dovrebbero scandalizzarsi per la mancanza di un feticcio (perché tecnicamente di questo si tratta) in un’aula scolastica: dovrebbero invece scoprire se quel simbolo è realmente presente nei loro cuori, nella loro azione di vita quotidiana. Basta vedere intenzioni di voto e atti parlamentari, passati e recenti, basta vedere il sentimento comune contro extracomunitari e diversità in generale per farsi venire qualche dubbio in proposito.

La signora Soile Lautsi, che sarà additata come nuova figlia del demonio e paladina della deriva laicista, ha solo fatto valere un principio civico elementare: a scuola, come in ufficio, non si fa proselitismo. I luoghi deputati per le nostre ansie religiose (che per altro esistono e prosperano) sono altri. A parer mio, questi luoghi non lavorano nemmeno per la nostra felicità. Non vedo, di conseguenza, perché permetterne i simboli altrove.