Google è gay-friendly, Facebook tollera l’omofobia

Un'utente di Facebook gioisce dell'omicidio di un gay

Un’utente di Facebook gioisce dell’omicidio di un gay

L’altro giorno una mia cara amica, Tiziana Biondi, presidente dell’associazione Stonewall GLBT di Siracusa, mi scriveva per segnalare un profilo Facebook di un fake i cui contenuti non rientrano propriamente nel concetto di umanità e senso civico.

In questa pagina, infatti, si possono leggere post vari, quali incitazioni alla violenza, compiacimento per le uccisioni di gay, il proprio favore nei confronti di Putin, equivalenza omosessualità-malattia, con commenti del tipo «se non si curano che vadano in prigione» e amenità similari.

In molti e in molte abbiamo segnalato la pagina e i post incriminati ai gestori, ma ci siamo visti rispondere così:

per Facebook gioire della morte di un gay rientra negli standard della comunità

per Facebook gioire della morte di un gay rientra negli standard della comunità

Ma non solo. Anche un’altra attivista, Gabriella Mastrovalerio di Arcigay Reggio Calabria I due mari, si è vista recapitare la stessa notifica dopo aver segnalato gli stessi contenuti.

Prendiamo quindi atto che articoli e dichiarazioni come quelle che si rallegrano per la morte di una persona – omosessuale, nello specifico – rientrano negli standard di comunità del social network di Zuckerberg.

Per fortuna, dall’altra parte della barricata, Google oggi dedica un doodle non solo alle Olimpiadi di Sochi, ma anche al diritto delle persone, tutte, di praticare lo sport e coronando la homepage con la bandiera arcobaleno della comunità LGBT.

il doodle per i giochi di Sochi

il doodle per i giochi di Sochi

L’intestazione recita: «La pratica dello sport è un diritto dell’uomo. Ogni individuo deve avere la possibilità di praticare lo sport senza discriminazioni di alcun genere e nello spirito olimpico, che esige mutua comprensione, spirito di amicizia, solidarietà e fair-play.»

Ecco, magari lo mandiamo a Zuckerberg. Con l’invito a rileggersi le norme di comportamento che si convengono non tanto di una piattaforma digitale, quanto a una società civile. Sono fermamente convinto che avesse un figlio gay non avrebbe piacere a dar voce a gente che potrebbe gioire della sua morte.

Alfano chi?

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Ci risiamo. Ogni qual volta si tenta di fare una proposta di buon senso, dalla palude emerge il ruggito del rospo. La palude è il centro, anzi, il “nuovo” centro-destra. Il signore dello stagno dei conservatori è Alfano, leader del niente e arringatore di nessuno, che per darsi un tono e avere qualcosa di cui parlare si scaglia contro i “matrimoni gay”. Se si fanno ce ne andiamo dal governo, ha detto.

Adesso, premettendo che secondo me Renzi sta spingendo sui diritti delle persone LGBT non certo nel loro interesse, ma proprio per far cadere Letta e andare subito a elezioni, vorrei sommessamente far notare all’ex delfino berlusconiano che la legge proposta dal Pd non riguarda i matrimoni ma una loro pallida (e obsoleta) imitazione. Sicuramente migliore rispetto ai DiCo di bindiana memoria, ma superati dalla piena uguaglianza laddove le Civil Partnership sono state inventate come istituto separato per gay e lesbiche.

Detto questo è facile ricordare ad Alfano, che cerca di terrorizzare un elettorato sostanzialmente ignorante in materia, quanto segue: lui paventa governi di sinistra che legalizzino canne, matrimoni tra omosessuali e ingresso libero a immigrati.

Quando lui era al governo con la destra, tuttavia, i suoi colleghi di partito sostenevano che bisogna convivere con la mafia, facevano leggi per tutelare un evasore finito per tragiche occorrenze storiche alla presidenza del Consiglio, affamavano la scuola pubblica, ecc.

E ricordo a questo signore che sotto il suo ministero sono state deportate in Kazakistan moglie e figlia di un dissidente politico, in barba alle norme più elementari di diritto internazionale in tema di asilo politico.

Se vogliamo dirla tutta tutta, poi, in Europa i matrimoni egualitari li fanno sia a destra sia a sinistra. Sebbene questo dovremmo ricordarlo anche a Renzi e al suo partito.

E in conclusione: considerando chi sono i diversi predecessori che se ne sono usciti con frasi così cretine alla stregua di “se si danno diritti ai gay me ne vado”, come i vari Mastella, Binetti e via discorrendo, mi sembra che l’approvazione di tali diritti sia una buona cartina al tornasole per capire da dove cominciare per risanare moralmente e giuridicamente il nostro paese.

Al Gender Bender, grasso è bello!

Sono sempre stato grasso dentro. E spesso anche fuori. Ho fatto tre diete, ho perso rispettivamente 15, 23 e 14 kg. Sono una fisarmonica. La mia psicologa diceva che ingrassare era il mio modo di espandermi in un mondo che non mi voleva vedere. E se affermo che sono grasso dentro, è perché col cibo non ho affatto un rapporto problematico. Riesco, anzi, a contenermi benissimo. Lo dico perché con esso ho, invece, un rapporto orgiastico. Paolo e Francesca, insieme a molti altri, finirono nel girone dei lussuriosi per la loro incontinenza sessuale. Ecco, nel mio caso Dante non potrebbe mettermi (solo) tra i lussuriosi o in alternativa tra i golosi. Dovrebbe creare un girone a parte per quelli come me. Per chi, con il cibo, ci fa l’amore. Anzi, molto spesso pure solo “sesso”. Ma sto tergiversando…

Tra un paio d’ore andrò a Bologna, per il Gender Bender. Mi ha sempre incuriosito questa manifestazione che si concretizza, anno dopo anno, in un’esplosione dell’essere. Quest’anno si parte dal concetto di “errore” per arrivare a porsi una domanda: ma quello che la gente pensa sia “sbagliato”, alla fine dei conti lo è davvero? Una domanda che, a parte la mia (ormai ex) grassezza, mi ha accompagnato per tutta la vita. E che forse ha accompagnato anche molti e molte di voi: “cosa c’è che non va in me?”, per poi realizzare, e lì comincia il processo di liberazione, che forse a non averci capito una mazza sono proprio gli altri. Ma sto tergiversando ancora…

Cosa c’entra l’esser ciccioni con il Gender Bender, mi direte voi. Beh, non so se può interessarvi, ma ho scoperto che in programma c’è questo film tanto carino, Big gay love, di Ringo Le, che parla di un ragazzo realizzato e adorabile, ma con un piccolo problema: «è piuttosto grassottello, il che fa di lui l’uomo che tutti adorano, ma che nessuno desidera».

Ci andrò perché la trama mi incuriosisce e perché parla anche un po’ di me. Perché molto spesso ci si sente poco amati perché ci si percepisce brutti e imperfetti, quando invece bisognerebbe capire il contrario e cioè che è amore anche quando si è più simili a un dipinto di Botero che a una scultura di Michelangelo.

Non voglio fare retorica e moralismo da quattro soldi (e milioni di pixel). Anch’io subisco il fascino dell’uomo ben fatto, sarei ipocrita a non ammetterlo. Ma, mi chiedo: quanta umanità lasciamo sfuggire inseguendo la forma? Che non vuol dire andar con chi non ci piace. Significa, semmai, di allargare il mondo in cui trovare e sperimentare il piacere e, chissà, anche un po’ di sentimento in più.

Si dice che l’esteriorità sia un male tipico dei tempi moderni e, soprattutto (ma questo non lo credo del tutto), del mondo gay. Credo che l’anima valga più del guscio. Credo che i gusci possano essere tanti e che ognuno possa trovare quello che più gli piace. Credo che sia un diritto anche avere un guscio più largo, se è così che ci si piace. Magari evitando di farsi scoppiare le coronarie con i grassi idrogenati, ma solo per una questione di salute. Poi il resto va da sé.

Quindi stasera ci si vede lì. Al cinema Lumière, in via Azzo Giardino 65 a Bologna. Poi magari si va a mangiare tortellini. E fanculo la dieta, almeno per questo week end.

Ancora sangue gay

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Non c’è davvero molto da dire sull’ennesimo suicidio del giovane gay a Roma, l’ennesimo, il terzo in pochi mesi. E questo aggiunge tragedia alla tragedia.

Faccio mie le parole di Pieralli, vicepresidente dell’associazione Plus: la responsabilità di quanto sta accadendo è, in primis, di un movimento che non sa essere anche comunità solidale.

E, aggiungo io, di una comunità che non pensa a se stessa. Di questa solitudine che uccide dobbiamo risponderne noi tutti/e.

Poi ci sono i mandanti morali. Le dichiarazioni delle Bindi, le Binetti, i D’Alema, i Giovanardi…

C’è la vicenda assurda di una legge sull’omofobia che tutela le affermazioni omofobe e lascia più soli/e quanti dovrebbero essere protetti/e.

E poi oltre il danno, la beffa: perché per lavarsi la coscienza, oggi tutti parleranno del giovane gay suicida. Soprattutto quelli che dovrebbero tacere e vergognarsi.

Il “buono” della legge Scalfarotto

Premesso che non andrebbe chiamata legge contro l’omofobia, perché di fatto la tutela – ammesso che tu sia prete, deputato dell’UdC, primario ospedaliero iscritto a Comunione e Liberazione, ecc – possiamo vedere alcuni aspetti di questo ddl che potremmo utilizzare, noi persone LGBT, a nostro vantaggio.

Il primo: noi delle associazioni gay potremo dire, ad esempio, che i leghisti sono creature inferiori e che non possono sposarsi perché i bimbi meritano di meglio.

E poi ancora: e poi ancora, io personalmente quanto docente, ma membro di un’associazione politica che svolge la sua missione anche dentro le scuole, potrò divulgare tra i miei allievi l’idea che essere cristiani è una patologia mentale.

Ricordioci infatti ciò che recita la legge fortemente voluta dal Partito democratico e dai teodem dell’UdC, che recita:

Non costituiscono discriminazione le opinioni assunte all’interno di organizzazioni che svolgono attivita’ di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto, relative all’attuazione dei principi e dei valori di rilevanza costituzionale che connotano tali organizzazioni

quindi, poiché la nostre associazioni si muovono nell’ambito della Costituzione, potremo tutti e tutte noi dire, da oggi in avanti, che agli omosessuali iscritti a partiti come il Pd dovrebbe essere vietato di sposarsi, un giorno, perché è evidente che vivono male la loro condizione personale.

Per fortuna di Ivan Scalfarotto e di molti e molte dentro il suo partito, noi delle associazioni LGBT non siamo come lui e come i suoi amici in parlamento, a cominciare da Paola Binetti che ha voluto questa legge così com’è e che alla fine l’ha pure votata.

Bergoglio ama i gay. Ma quelli che non esistono

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Cerchiamo di fare chiarezza: Bergoglio non ha aperto affatto ai gay, non ha usato parole umili come sostiene Paola Concia e non ha fatto nessun passo in avanti come crede Scalfarotto (potete leggere i loro entusiastici commenti sui loro profili su Facebook e Twitter).

Per ben capire cosa sta succedendo, vi invito a tralasciare tifo e mode del momento e a ragionare filologicamente. Ecco cosa ha detto esattamente l’attuale pontefice sulle persone LGBT:

Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla? Non si devono discriminare o emarginare queste persone, lo dice anche il Catechismo. Il problema per la Chiesa non è la tendenza. Sono fratelli. Quando uno si trova perso così va aiutato, e si deve distinguere se è una persona per bene.

Partiamo da una prima evidenza, ovvero la discriminazione tra gay che cercano Dio e gay che non lo cercano. Ovviamente i primi sono bravi. I secondi non vengono etichettati, ma va da sé che in una religione così manichea in cui bene e male hanno confini nettissimi dal momento del morso della mela in poi, se Dio non lo cerchi non ci fai una bella figura. In passato nemmeno una bella fine. Le crociate insegnano.

Ma andiamo avanti. I gay di buona volontà che seguono il Signore non vanno discriminati. Gli altri evidentemente sì. Lo dice anche il catechismo. Ma cosa dice esattamente il catechismo? Vi rimando al blog di Sappino, che mi ha preceduto nell’analisi del testo. Per i più pigri, riassumendo e di molto: l’omosessualità è una perversione grave e non va mai giustificata. Se un omosessuale vuole vivere dentro la comunità cristiana deve mantenersi casto e rinunciare ad avere relazioni con altri uomini di qualsiasi natura che non sia l’amicizia.

Traducendo, anche e soprattutto per Concia e Scalfarotto: se siete gay e smettete di scopare per sempre piacete a Bergoglio, sennò rimanete froci.

D’altronde l’attuale pontefice lo afferma chiaramente: se uno si trova perso “così”, cioè in quel modo preciso, magari inmamorandosi, facendo sesso e chissà magari rivendicando la sua autodeterminazione in quanto tale, ha solo due strade. Stare dentro la parola di Cristo o starne fuori. Se stai dentro e segui le indicazioni di chi interpreta e impone la sua predicazione, chi è il papa, monarca assoluto e capo indiscusso e indiscutibile della chiesa cattolica romana per giudicarti?

Qualcuno dunque lo dica alle migliaia di gay e di lesbiche che oggi si sono svegliati/e rincuorati/e del fatto che un prete ha dato loro il permesso di esistere, o per coerenza saranno costretti a lasciare i loro partner e vivere una vita di sospiri e pentimenti. E Dio non voglia.

Gay di larghe intese e altre catastrofi

Militanti gay che aspirano a entrare in Parlamento, costi quel che costi.
E molto spesso il prezzo da pagare è quello a discapito dei nostri diritti.
Politici gay che poi sono solo politicanti comuni.
Politici che nascono sotto l’arcobaleno e poi, una volta eletti, lo abbandonano per il grigiore delle larghe intese.
Attivisti gay di vent’anni vecchi come burocrati in voga negli anni ’70.
Attivisti gay di vent’anni la cui massima aspirazione è quella di entrare in una segreteria. Una qualsiasi.
I “soliti noti” gay che si attaccano alla gonna (e al portafogli) del “solito noto” politico.
I gay del Pd. Non tutti, ok. Ma a quanto pare molti, purtroppo.
E i gay padovani – e non solo – che difendono a spada tratta Rosy Bindi. Solo per fare un nome.

Capite perché non arriveremo mai da nessuna parte?

Caro Davide, abbandona le tue parole ferite

Caro Davide,

ho letto la tua lettera – potrei dire “disperata”, nel senso che vi ho riscontrato ben poca inclinazione alla speranza – su Repubblica e, pur condividendone alcuni aspetti critici, per altro molto illumina(n)ti, soprattutto laddove dici che «un Paese che si dice civile non può abbandonare dei pezzi di sé», vorrei spiegarti perché, secondo il mio modesto parere, essa vada ricalibrata su alcuni punti.

Tralascio il generale senso di sconfitta che traspare da tutte le tue parole. Ma d’altronde cominci dicendo che quella lettera è l’unica alternativa al suicidio. Con un’apertura simile devo dedurre che la tua pazienza è ormai messa a durissima prova e non ci si può aspettare una rivoluzione della gioia, né è un tuo dovere sociale propendere per sentimenti più positivi.

Continuando nella lettura, tuttavia, ci si imbatte in queste parole:

Spesso ci si dimentica che il riconoscimento dei matrimoni omosessuali non significa necessariamente affidare a una coppia “anormale” dei bambini ma permettere a due individui che si vogliono bene di amarsi. In questo consiste il matrimonio, soprattutto nella mentalità cattolica. E allora perché quest’ostinata battaglia?

Eviterei, fossi in te, di parlare di anormalità, anche se sotto la protezione del virgolettato. Non esiste una normalità, semmai esistono molte specificità e quella che conta più casi viene spacciata per “norma”, cioè per unica scelta condivisibile. Questa, per molti, coincide con l’eterosessualità e sappiamo tutti e due quanto questo pregiudizio sia fuorviante: innanzi tutto perché essere eterosessuali non è una scelta, ma un modo di essere – esattamente come per le persone LGBT – e in secondo luogo perché non è la superiorità numerica a creare una natura, altrimenti secondo questa logica non ci sarebbero persone più naturali dei cinesi (sono oltre un miliardo) e persone così anormali come i maltesi o gli stessi abitanti della Città del Vaticano (poche migliaia nel primo caso, poche centinaia nel secondo).

Inoltre, parli di matrimoni “omosessuali”, errore comune dal quale nessuno scappa – anch’io usavo la locuzione “matrimonio gay” – complici anche i media, a cominciare da quello che ha ospitato la tua lettera, e la loro sciatteria linguistica e culturale.

Il matrimonio, qualora dovesse aprirsi anche a gay e lesbiche in Italia, non muterebbe “natura” in relazione a chi vi dovesse accedere per coronare il suo progetto di vita. Sarebbe sempre e solo matrimonio. La differenza starebbe nel fatto che mentre adesso è riservato solo a una parte della popolazione – maggioritaria, ma non totale – qualora divenisse “per tutti e per tutte” sarebbe un diritto globale e quindi totalmente egualitario. Per questo si preferisce chiamarlo “matrimonio egualitario” in quei paesi dove è già stato approvato.

Pare, inoltre, che tu voglia mettere le mani avanti. Un po’ come se dicessi “guardate, i bambini non li chiediamo, basta che ci fate sposare perché non siamo poi così anormali come pensate”. Ti invito caldamente ad abbandonare quest’indole remissiva.
Un diritto è tale quando:

1. è indirizzato a tutte le componenti sociali a cui si rivolge la legge;
2. garantisce le stesse prerogative a tutti i soggetti giuridici che vogliano utilizzarlo.

Nessuno deve concederci qualcosa dietro rassicurazioni su argomenti che possono essere ancora dei tabù, nel nostro paese. Esistono centinaia di migliaia di famiglie composte almeno da una persona LGBT e quei bambini e quelle bambine nate da quelle relazioni e da quelle volontà non sono il frutto di un errore o responsabili di uno scandalo. Sono esseri umani! Stiamo parlando di umanità prodotta da altra umanità! È così difficile da comprendere?

Così facendo – scomodando la chiesa, rassicurando il pubblico che ti legge che il tuo diritto alla felicità può arrivare solo fino a un certo punto – non fai altro che lasciare pezzi di te alle tue spalle. Ma come puoi chiedere allo Stato di non abbandonarti se siamo noi i primi a percepirci come pezzi di un puzzle, da non utilizzare per intero, da non completare del tutto?

Ancora, leggo:

Non a tutti è data la fortuna di nascere eterosessuali. Se ci fosse un po’ meno discriminazione e un po’ più di commiserazione o carità cristiana, tutti coloro che odiano smetterebbero di farlo perché loro, per qualche sconosciuta e ingiusta volontà divina, sono stati fortunati. Io non chiedo che il Parlamento si decida a redigere una legge per i matrimoni gay  –  non sono così sconsiderato  –  chiedo solo di essere ascoltato.

Nascere eterosessuali non è una fortuna, è appunto uno dei tanti modi di essere dell’essere umano. Come nascere mancini, rossi, gay, neri, ecc. Non è ciò che sei che ti rende sfortunato o degno di considerazione sociale. È la società che genera mostri o dèi. E allora è nostro compito fare in modo di non cedere a nessuna di queste estremizzazioni. L’hai detto pure tu: non siamo dèmoni. Ma non siamo nemmeno depositari privilegiati di infelicità.

Personalmente mi reputo molto fortunato a esser nato gay, perché nel corso della mia vita, con l’associazionismo, l’attivismo politico, per tutte le scelte che il mio essere omosessuale mi ha fatto fare, sono entrato in contatto con persone meravigliose e ho scoperto l’inclinazione all’accoglienza di altre che già erano sul mio percorso. Questo non mi fa sentire una persona migliore di altre, diversa o speciale. Solo, per quel che riguarda me, più fortunata di altre.

Per cui quando dici che «siamo solo sfortunati partecipi di un destino volubile», ti prego – e ti prego solo nel tuo esclusivo interesse – di rimodulare quella visione che hai di te. Il destino forse esiste e forse no, e forse è pure volubile. Ma non sei sfortunato e non sei inerme “partecipe” di un fato cattivo. Sei un protagonista della tua vita e solo tu puoi dare un senso ad essa.

Non ti chiedo di diventare un attivista del movimento gay, ma cominciare a pensarti come una persona che ha diritto a tutta la felicità possibile, il prima possibile, soprattutto a diciassette anni, è il dono migliore che tu possa fare a te stesso.

Dovresti potere pensare di sposarti, un giorno, se realmente lo vuoi. E se non lo vuoi, di non poterlo fare perché è una tua scelta, non perché la massa “normale” ma troppo spesso acritica ragiona a suon di pregiudizi e va avanti senza nemmeno un perché di fronte alla complessità delle cose.

Aspettare un futuro in cui giustizia verrà fatta è un pensiero figlio di due grandi sistemi ideologici che hanno dominato tutto il Novecento: il pietismo cristiano e il progressismo marxista. Ed entrambi hanno fallito – basta vedere le sorti del partito che è nato dalla fusione di queste due filosofie e che oggi porta il nome di “democratico” qui in Italia.

Abbiamo il dovere nei confronti dell’umanità di cui siamo portatori di volere tutto. E di volerlo subito. E non perché siamo egoisti e immaturi. Ma perché su tutti temi sollevati fin qui, la maggioranza eterosessuale può accedervi subito.

Hai solo diciassette anni e io più del doppio. Non voglio farti la predica perché più grande di te. Ma quando è passata metà della tua vita, metà della quale spesa a riconoscere te stesso e a fare in modo che la società riconosca i tuoi diritti e la tua dignità, vedi le cose con un’urgenza maggiore. Ti invito a cogliere tutta la bellezza di cui sei portatore. Senza aspettare che qualcuno – società, Stato, chiesa cattolica – ti dia il permesso di farlo.

La tua lettera non è l’unica alternativa al suicidio. Tu stesso, la tua volontà, la tua potenzialità di gioia e di dignità sono una costante promessa di vita. Ti consiglio di pensare a te in questi termini. Perché solo facendo così avrai già cominciato a vincere, su tutta la linea.

Un grande abbraccio, spero di incontrarti un giorno, anche per caso, quando magari avrai abbandonato le tue parole ferite.

Dario Accolla

Idem: “I diritti ai gay? Berlusconi ci ha dato il permesso”

La ministra per le Pari Opportunità Josefa Idem ha oggi dichiarato che il governo si impegnerà per una legge sulle unioni civili. Perché, a sentir lei, i gay non sono cittadini di serie B. E non importa come si chiamerà questa unione, se solo “civile” o matrimonio, l’importante è cosa contiene.

A chi le ha fatto notare che sta al governo con partiti omofobi, ha sottolineato che ha già sentito Berlusconi, che ha dato il suo ok a una legislazione in merito: il grande capo del centro-sinistra, della destra e di questo governo concede il suo permesso, insomma…

Adesso io non ho nulla contro Idem, anzi, mi sta pure parecchio simpatica. È col suo governo che ho un piccolo conto in sospeso. Perché quando ho votato Italia Bene Comune mai mi sarei aspettato larghe intese con un PdL il cui leader è accusato di corruzione, compravendita di senatori e sesso con prostitute minorenni. E da un partito del genere non mi aspetto nulla di buono. Diritti civili inclusi.

Per altro, dire che si farà una legge “sui gay”, significa tutto e niente. Anche in Sud Africa fecero, a suo tempo, una legge riguardante i neri. E pure Hitler legiferò sui diritti degli ebrei: togliendoglieli.

Visto il governo, non mi stupirebbe una norma siffatta: «una coppia gay non è famiglia, ma entrambi gli individui facenti parte possono prendere l’ascensore condominiale, purché ciò avvenga non in presenza di un minore». Cose così, insomma.

Io non mi fido. Almeno fino a prova contraria. Ecco.

Spot antiomofobia? Non è da Rai!

Lo denunciano, rispettivamente, i siti Agenparl e Gay.tv. Riporto integralmente il contenuto:

“Sì alle differenze. No all’omofobia” è il titolo di uno spot che giace sulla scrivania di qualche dirigente Rai. Realizzato dal Dipartimento per le pari opportunità di Palazzo Chigi al fine di promuovere la “cultura del rispetto”: il rispetto della persona, dei diritti e delle differenze.

“La paura del diverso spesso diventa un automatismo che produce atteggiamenti difensivi che sfociano nella discriminazione. La Campagna, senza retorica, mette in scena normali caratteri connotativi, primi piani di persone autodefinite da un tratto specifico – mancina, rosso di capelli, alto, omosessuale, intonata – unite da un’affermazione sostanziale: “E non c’è niente da dire”. Si legge sulla pagina del dipartimento che presenta la campagna pubblicitaria nel gennaio 2013.

A quanto apprende l’AgenParl la trasmissione dello spot sarebbe stata stoppata perchè contenente le parole “gay” e “lesbica”, una scelta che per Ivan Scalfarotto deputato del Pd è “incomprensibile”.

“Queste parole non sono parolacce ed è inutile dargli un’accezione negativa. La conoscenza è la base della convivenza. – afferma il deputato che preannuncia all’AgenParl un’interrogazione parlamentare – La Rai come servizio pubblico dovrebbe essere il primo canale della promozione della convivenza. E’ importante dire le parole con rispetto senza attribuirgli significati che non gli appartengono”.

La vicenda parla da sola. Per la Rai uno spot contro l’omofobia può essere trasmesso solo a due condizioni:

1. che non si pronuncino mai le parole gay o lesbica
2. che gli oggetti della discriminazione non siano nemmeno riconoscibili.

Eppure il principio di non discriminazione dovrebbe partire da un’evidenza: la visibilità del soggetto appartenente alla minoranza in questione e l’enucleazione delle ragioni per cui la disparità di trattamento non è (mai) auspicabile e sempre da evitare. Ovvero: si individua la vittima potenziale e la si protegge.

Non è difficile. Basta guardare cosa succede nel resto del mondo civile e prenderne atto. In Rai, a quanto pare, sono parecchio indietro col concetto di civiltà e di rispetto. Peccato.

Intanto, nell’auspicio che nelle sedi opportune della televisione italiana di Stato si rendano conto della differenza che sussiste tra una clava e un codice di leggi, godiamoci questo gradevolissimo spot: