Grindr e la colonia batterica

coltNoi gheis abbiamo gli ultimi ritrovati della tecnologia, quali Grindr, Romeo, ecc, che dovrebbero servire a metterci in contatto per farci conoscere, innamorare, scopare. Il tutto separatamente o insieme. Or bene, quando torno al natio borgo selvaggio gli oriundi mi deliziano con comportamenti quali:

1. irrompere in modo anonimo nella mia vita – magari con immagine di presentazione equivalente a sfondo grigio – pretendendo di sapere tutto di te, ma lesinando informazioni su chi sono, che faccia hanno o come si chiamano, sia mai che mamma con cui vivono alla veneranda età di 35-40 anni possa sapere che sono gheis a loro volta

2. annunciarsi senza nemmeno dir ciao, ma mostrando i generosi doni che la natura ha dato loro e che il più delle volte coincidono non solo con le gonadi ma anche con il centro propulsore del loro intelletto

3. pretendere che tu sia al loro servizio, per qualsiasi capriccio passi loro per la mente – dalla fellatio al classico caffè al bar – per altro offendendosi se hai altro da fare, visto che torni giù una volta ogni quattro mesi. Che si sa: tu stai sui social per riempire il vuoto degli altri, a guisa di novella “madre Teresa dei phrochee”.

Poi ci lamentiamo delle “epidemie da solitudine gay”, del fatto che sui diritti siamo indietro anni luce rispetto al pianeta delle scimmie e sulla mancanza di empatia umana che sta alla base di ogni identità condivisa. E per forza, mi viene da aggiungere: quando il tuo interlocutore mostra di avere lo spessore intellettuale di un protozoo, più che a quello di “gay community” possiamo aspirare al rango di colonia batterica. E credo che il vero problema del nostro non essere comunità trovi in questi fenomeni una delle cause più urgenti da affrontare.

Orfeo al contrario

Cuore-Spezzato-fine-amoreQuando un cuore si spezza, il suo rumore si confonde con quello della quotidianità. Per questo è invisibile.

Per questa stessa ragione riusciamo a percepirlo solo noi, quando ci accade. Ed è sempre per lo stesso motivo che quando è accanto a noi, esterno eppur diretto al nostro sentire, ne siamo infastiditi, imbarazzati.

Rimettere insieme i ventricoli in cui il sangue pompa globuli rossi e desiderio, l’infinitezza interrotta e il tempo smarrito, richiede coraggio. E tutto questo si consuma in solitudine. Perché non c’è alternativa.

***

L’evoluzione dell’uomo, poi. È una cosa complessa. Difficile da spiegare. Figuriamoci, poi, a crederci. L’evoluzione è peggiore dell’idea di Dio. Perché non dà speranza. È più semplice credere a un padre benevolo, severo o ingiusto che decide per noi con l’illusione del libero arbitrio. L’evoluzione no. C’è il caso. L’accidente. Il novero delle nostre scelte. E nessuno dalla barba bianca a cui dare la colpa. Decisamente, questo non aiuta. Eppure.

***

L’evoluzione può spiegare l’amore. Perché spiega l’uomo. In estrema sintesi, la storia amorosa dell’umanità è un filo rosso – sangue – che lega la clava al mouse.
E nella preistoria, a ben vedere, l’amore era più semplice. Un colpo di legno in testa, e vissero tutti contusi e contenti.
Oggi invece.
Planet Romeo, Gaydar, Hornet, Bearwww, HappySexo, Grindr, Wapo… e qualsiasi eden da perdere, mangiando il frutto del pene e del male e colpire l’oggetto del nostro amore con l’unica clava che ci rimane.

***

Ma dicevo della solitudine. E dicevo che non c’è alternativa. Non solo perché tutto si consuma dentro, ma anche perché il fulmine che gli dèi usarono per tagliare le gambe alle balene e frantumare i dinosauri in lucertole, ci taglia di nuovo in due e il nuovo ombelico che si forma per ricordarci la pena che scontiamo per esser stati ignoranti (e ignorati) di cose d’amore sta proprio dietro lo sterno. E tiene insieme atrii e ventricoli. La pienezza dei ricordi e la desolazione del presente. Le lacrime e il sangue.

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Per tutto questo ci vuole coraggio. Quando siamo noi, a soffrire, siamo costretti a trovarlo. Da soli, appunto. E quando siamo noi a far soffrire, ce ne allontaniamo. Perché sappiamo il rumore di quella frattura. Perché conosciamo ogni anfratto del sapore della disperazione. Per questo siamo vigliacchi. Per non morire ancora una volta, senza essere diventati, nel frattempo, immortali.

***

Quando lui mi lasciò non mi disse che non mi sarei mai voltato indietro. Io, un Orfeo al contrario. Non mi disse che quella notte sarebbe stata l’ultima. Avrei fatto caso alle cose della sua stanza con uno sguardo più benevolo. Per rassicurare il suo caos che no, almeno quello, io non lo avrei abbandonato. Mai. Nonostante tutto. Tutto dentro di me. Tutto.

Quando ho detto all’altro, al “ragazzino” che non ci saremmo rivisti, non mi ha creduto. Ha pensato alle mie solite esagerazioni. Non ha creduto che fosse solo sesso. Ma erano questi i patti. Solo sesso. E ha fatto l’errore di innamorarsi. Per questo l’ho buttato via. Senza mai voltarmi indietro. E quando ho sentito il rumore del suo dolore, ho fatto finta di niente. Perché ne avevo vergogna.

E poi ci sono tutti gli altri. Connessione. Benvenuto in chat. Ciao. Attivo o passivo? Centimetri. Zona. Ospiti o ti sposti. Che ti piace a letto. Ok, vieni da me. E tutto il resto. La grammatica dell’amore pornografico. Preservativi usati. La scarpetta di lattice di cui nessuno cercherà il proprietario smarrito.

Lui.  E il “ragazzino”. E tutti gli altri.
L’amore. Il sesso. La pornografia.
Il mio personale uno, nessuno e centomila.

***

Ed è per questo che alla fine ti convinci che è così che deve andare. Per non sentire quel rumore invisibile. Perché quando non senti niente, non sei più umano. E quando questo succede, non puoi morire due volte.

Aspetto che gli deì mi taglino ancora, di andare in giro con una gamba ed un occhio solo. Condannato a ritrovare quella parte di me che ho perso in mezzo a troppo dolore, a troppe parole fuori posto, a troppi inutili orgasmi.

Sarò la faccia nera della luna. Con l’infinitezza del cielo alle spalle, per proiettare il buio sul regno dei viventi, sgomenti di fronte all’eclisse della gioia.

Per questo se non so accogliere il calore dei tuoi occhi, adesso, tu non me ne vorrai. Perché fai già male. E perché non sento niente. E se fai male, potrei tornare a vivere. Ed io sono un Orfeo al contrario. Che non si volta mai indietro.

***

Epilogo (per sdrammatizzare)

L’evoluzione non è solo orizzontale. A volte funziona a balzi. Come per gli X-men. A volte funziona come un ascensore.

In quest’ultimo caso subentra quella che, in para-anatomia, si chiama legge delle tre C.

I chakra di  cui abbiamo bisogno sono solo tre.

Il cazzo.
Il cuore.
Il cervello.

Quando l’ascensore si ferma alla prima C, siamo bastardi.
Quando sale fino all’ultimo piano, siamo cinici.

Non è un caso, a ben vedere, che l’ultima C stia proprio in mezzo.

Per equilibrare le intemperanze di ciò che in noi è più terreno e addolcire le asperità di ciò che ci rende contorti.

(Pubblicato in AA.VV., Diario pubblico dell’orgoglio, pubblicazione indipendente a cura di “Ossidi di Ferro”, Barcellona Pozzo di Gotto, 2011, pp. 46-51)

*****

P.S.: diverse opere hanno permesso che queste parole scaturissero. Come Verrai a trovarmi in inverno, di Cristiana Alicata (anche se non lo avreste mai detto), Hedwig – La diva con qualcosa in più di John Cameron Mitchell, e tutte le puntate di Grey’s Anatomy viste sino alla data della pubblicazione del racconto.

E ringrazio il mio amico Alessandro Motta, per averci creduto.

Froci di professione

billydolldetailOgni tanto, quando faccio notare alcune evidenze al gay renziano standard – quello che, per intenderci, parla per slogan ricopiandoli dai tweet del presidente del Consiglio – partono gli insulti.

Discutevo con uno di loro su un fatto molto semplice. Si chiedeva giustamente il nostro: come mai se insulto un ebreo è antisemitismo, se insulto un nero è razzismo, ma quando si tratta di offendere le persone LGBT è libertà di opinione?

Gli ho fatto notare che sta in un partito che sulla questione degli hate speech si è mosso così:

  • poteva fare una legge anti-omofobia con SEL e M5S, ma ha preferito salvare le larghe intese e quindi il ddl è stato riscritto con i centristi. Cattolici, per altro
  • quei centristi non erano semplici parlamentari: erano omofobi. La legge è stata fatta con la regia di Paola Binetti e votata da Buttiglione, per capire di cosa e di chi stiamo parlando
  • il ddl sosteneva che rientrano nella libera opinione le affermazioni di un certo tipo in luoghi quali scuole, sindacati, partiti, chiese, ecc. Ad esempio, se un prof di religione dice che i gay sono malati o depravati, rientra nella sua facoltà di pensiero
  • il ddl non è mai passato – nonostante il suo relatore, tale Ivan Scalfarotto, forse vivendo in una dimensione parallela pensi il contrario – ma a livello culturale ha sdoganato l’omofobia come opinione.

Ne è venuto fuori che il mio problema è un’aggressività con radici psicologiche non ancora ben chiare (e l’accusa di isteria, se ricordate, è tipica del pensiero maschilista rispetto l’universo femminile) e che è costume dei “froci di professione” come me reagire così, di fronte a certi argomenti.

Adesso, io non so cosa ci voglia per essere annoverati in tale categoria. So però che come lavoro non faccio il “frocio”, bensì l’insegnante. E la scuola che mi ha assunto non mi paga in virtù del mio orientamento, ma per quanto fatto in classe.

Precisato questo, credo sia importante mettere in chiaro anche un altro aspetto della questione: se mi dite dov’è che pagano i gay in quanto tali, io presento il curriculum. Che lo stipendio di un prof non è proprio a cinque cifre e di questi tempi, converrete, avere un po’ di denaro in più non fa male.

Lo scandalo Vatileaks, tra disegni di Dio e porno

Nello scandalo – l’ennesimo – che sta coinvolgendo la chiesa attualmente capeggiata dal simpatico Bergoglio emergono importanti elementi di valutazione. Pare che questi custodi dell’altrui morale poi pratichino per se stessi quel tanto vituperato “relativismo”, lo stesso che Ratzinger descrisse come diabolico, investendo in porno, benzina e sigarette.

Interessante anche sapere che gli stessi utilizzano i soldi destinati alla beneficienza per altre occupazioni, meno umanitarie ma più gratificanti per chi ne beneficia: «La Fondazione del Bambin Gesù» si legge sul Fatto Quotidiano «nata per raccogliere le offerte per i piccoli malati, ha pagato parte dei lavori fatti nella nuova casa del cardinale Tarcisio Bertone». E ancora, si viene a sapere che «il Vaticano possiede case, a Roma, che valgono quattro miliardi di euro. Ecco. Dentro non ci sono rifugiati, come vorrebbe il Papa, ma un sacco di raccomandati e vip che pagano affitti ridicoli». A cominciare da Bruno Vespa, che in piazza di Spagna paga solo diecimila euro al mese per un attico. Di proprietà del Vaticano, ovviamente.

E tante altre amenità ancora, dagli scandali per pedofilia fino al fatto che «Bertone ha preso un elicottero costato 24 mila euro per andare da Roma in Basilicata». Però poi “giù le mani dai bambini” i supporter di questi personaggi lo dicono per chi decide di avere un figlio (ed è omosessuale) e non per chi usa i soldi delle elemosine, che i bimbi più sfortunati dovrebbero aiutare. Coerenza da sentinella!

Però poi dicono che a essere in contraddizione col disegno di Dio sono i gay. Mentre ce lo immaginiamo tutti il Signore che usa il triangolo come un mouse per collegarsi a Yourporn, mentre chiude un occhio sugli sperperi di questo o quell’altro prelato.

Meeting di Rimini: il nulla di Renzi sulle unioni civili

51Ho appena finito di vedere la diretta su Sky dell’intervento del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, alla platea del meeting di Comunione e Liberazione. Nella nuova Italia raccontata da Renzi in quel consesso nemmeno una parola è stata pronunciata sulle unioni civili.

Adesso, nell’eventualità di altre diete mediatiche dentro il partito del premier, credo sia importante annoverare questo ennesimo silenzio tra le varie vittorie politiche – e quindi, nell’ambito della loro rilevanza dentro il Pd – dei gay renziani. Vedremo in quali mirabolanti esercizi di retorica si cimenteranno per cercare di smentire ciò che appare fin troppo evidente: al premier non importa nulla dei diritti civili delle persone LGBT.

Intanto ricordo che siamo a -51. Sarebbe un peccato dover chiedere a tutte queste persone di lasciare il partito e i loro vari incarichi nello stesso, qualora il 15 ottobre non venga licenziato il testo almeno al Senato. Converrete.

Meno cinquantatré per i gay renziani

Il Corriere della Sera si è svegliato e concede spazio alle affermazioni omofobiche di Bagnasco il quale dice che è scorretto applicare «gli stessi diritti della famiglia ad altri tipi di relazione». Non so cosa sia immensamente più triste in tutta questa vicenda. Se le parole del quotidiano quali “governo diviso” sulle unioni civili, come se prima invece fosse compatto. Se le solite ingerenze di un’organizzazione che sa dire di no solo ai diritti delle persone LGBT e poi chiude gli occhi su pedofilia al suo interno, mafia ai suoi funerali e altre amenità similari. Se l’ira di Scalfarotto. O del ruggito dell’afide. Perché il sottosegretario si è arrabbiato, a quanto pare. Ma dubito che il Vaticano sia stato percorso da un fremito di terrore.

Al di là di quelle che sembrano questioni di gossip di palazzo – dov’è la notizia su Bagnasco contrario, col plauso di Lega e Ncd? – andiamo alle questioni sostanziali.

La legge sulle unioni civili è stata utilizzata come cavallo di battaglia nella retorica del premier prima per vincere le primarie, poi per arrivare a palazzo Chigi. Da quando è su quella poltrona, Renzi è riuscito a portare avanti riforme impopolari – jobs act e “buona” scuola, per fare due soli esempi – infischiandosene del malumore suscitato tra sindacati e insegnanti, base elettorale del Pd stesso (pare, per altro, che il partito del premier sia scivolato sotto il 30% nei sondaggi). Dopo diciannove mesi quella legge è ancora in Senato, impantanata tra migliaia di emendamenti e senza nessuna volontà governativa di portarla avanti. Strano che un presidente del Consiglio così decisionista su molte altre questioni, non faccia pressioni analoghe su un suo tema di campagna elettorale. Lo spettro di trovarci di fronte l’ennesima presa per i fondelli è lì all’orizzonte. La data ultima è il 15 ottobre. Vedremo che passi si faranno, alla riapertura delle camere.

Mentre si spaccia per “la volta buona” un sostanziale ritardo sull’approvazione della legge (io ho perso il conto sul numero di rinvii, non so voi), tra le file dei gay renziani (e pure delle lesbiche) cresce il nervosismo. Categoria singolare, quella. Almeno in Italia. Non serve, infatti, per portare le istanze della piazza dentro i palazzi del potere. Funzionano esattamente al contrario: stanno lì perché si possa dire che il Pd del “cambia verso” di occupa di questioni LGBT e per insultare quella militanza che, pur tra mille contraddizioni, qualche risultato a casa l’ha portato (dalla Corte Costituzionale ai pronunciamenti dei tribunali, il merito va alle associazioni). Si ricordi Scalfarotto, appunto, cosa disse alla gay community che si mostrò perplessa di fronte a una legge che sdoganava l’omofobia. E si vedano certe firme sulla nuova Unità, affidata a ventenni che si scagliano contro il matrimonio egualitario, considerandolo l’origine di tutti i mali. Dopo gli attacchi, poi, arrivano puntuali le lodi al leader. Solo che stavolta hanno fatto un errore: indicare una data. E la data è, appunto, il 15 ottobre. Entro quel giorno, dovremmo avere l’ok alla camera alta.

Ne consegue che se ciò non dovesse verificarsi – e ho i miei dubbi, visto l’iter parlamentare – questa gente dovrebbe rispondere non solo del loro atteggiamento verso la comunità LGBT italiana, ma anche del loro ruolo dentro il Pd. Il tempo sta scadendo. Dopo il 15 ottobre non si accetteranno più scuse, né per il loro partito, né per il governo che difendono, né per quello che rappresenterebbero agli occhi dell’opinione pubblica. Ma ci rivediamo, appunto, a ottobre. Fino a quel momento sospendiamo il giudizio.

unita

Sanremo 2015 e il Volo. Verso la banalità

FOTO_Daniele-Barraco-IL-VOLONon ho visto Sanremo, quest’anno. Ho avuto una vita da vivere nel frattempo. E credo di essere giustificato, per questo. Ho intravisto qualcosa, questo sì. Ho per esempio ascoltato Lorenzo Fragola, tanto bellino e con un motivetto niente male. So che si è a lungo parlato sui social del fantomatico pusher di Arisa e poi, oggi, in pieno hungover, sono venuto a conoscenza di due cose: la prima, che ha vinto Il Volo, con Grande Amore; la seconda, è che Il Volo esiste.

Mi sono incuriosito, ho cercato su Youtube ed ecco il video. Atmosfere luminose, palazzi antichi, giardini all’italiana, marmi pregiati. Insomma, sembra che sia stato girato nel castello dei Volturi. Se poi leggiamo il testo del brano, capiamo che il richiamo all’horror non deve essere casuale.

Già la complessità sintattica delle frasi (ad esclusione del ritornello, non si va oltre il primo grado di subordinazione) ci fa capire che il gruppo ha a cuore anche un pubblico che tende all’analfabetismo di ritorno. La scelta lessicale copre il campo semantico dei termini che un bambino deve conoscere per esprimere concetti di base in terza elementare. Le immagini che ci restituisce il testo? «Chiudo gli occhi e penso a lei» qualcosa che nessuno ha mai detto, converrete, o ancora «Sole sono le parole, ma se vanno scritte tutto può cambiare» e pensi, ad esempio, che possiamo rimanere decisamente atterriti da certe scelte stilistiche. Ma il clou arriva, appunto, col ritornello:

Dimmi perché quando penso, penso solo a te
Dimmi perché quando vedo, vedo solo te
Dimmi perché quando credo, credo solo in te grande amore

E anche qui, si muore di noia alla seconda sillaba di un verso a scelta. Roba più triste del lato destro del mio letto in certe notti in cui accendo Grindr e nessuno mi si fila di pezza. E penso di aver detto tutto.

ilvoloPoi fai una ricerca, capisci che sono ventenni e quindi giovani di belle speranze e ti chiedi: ma a quell’età non dovresti volere ribaltare il mondo? O ti accontenti di mettere in una canzone “sole” e “amore” (per altro citato dodici volte) con esiti artistici che fanno diventare un gigante della letteratura mondiale Tre parole di Valeria Rossi? (Almeno lei ci mette pure “cuore”, movimentando il tutto.) No, giusto per sapere.

E capisci quanto può aver fatto male il concetto di boy band legato alla contaminazione dei generi, soprattutto se metti insieme lirica, bimbominchiaggine post-adolescenziale (rimando al momento in cui, nel video, uno dei tre fa l’occhiolino verso la telecamera e a quell’altro, successivo, in cui ti chiedi dov’era Erode quando sarebbe servita la sua fausta presenza nel 1995) e certa estetica porno-gay.

Sì, perché i tre baldi giovani – pure carini, per carità! – poi posano per fotografie in cui l’immaginario è quello: incipit da film hard. Che andrebbe benissimo anche così, non sia mai, ma poi spiegatemi perché fate un video in cui ammiccate al romanticismo etero spinto, all’ “io sono figo e macho” (ma anche no), mentre omaggiate tristemente film del passato e vincete pure Sanremo perché tanto ormai, almeno dai Jalisse in poi, il palco dell’Ariston è come il Pd: chiunque può scalarlo e trionfarvi.

Expo 2015 e froci del terzo millennio

polemicaHo espresso pubblicamente il mio sdegno, su Twitter, per la questione Expo – e il relativo patrocinio a un convegno omofobo, come denunciato da Gay.it – e mi sono sentito dire, nel giro di pochi minuti, che faccio “tipica polemica a senso unico di chi vede solo cospirazioni contro gli omosessuali”, che chi vuol andare a un convegno “pro famiglia” ha tutto il diritto di farlo (in nome della libertà d’espressione) e che “con voi attivisti gay è un’impresa parlare”.

L’oggetto del contendere è nato da un mio tweet: «a quanto pare l’ sponsorizza convegni omofobi. Pensavo di farci un salto, mi sa che cambio idea».

Quindi, ricapitolando: i soliti movimenti antigay hanno tutto il diritto, secondo certe persone, di poter diffondere il loro odio omofobico, in nome della libertà d’espressione. Se io dico, a titolo personale, che finché ci saranno certi patrocini – consapevoli o meno, poco mi importa – diserterò l’evento, sono un estremista, un individuo che vede cospirazioni ovunque, uno a cui piace far polemica, ecc.

Mi fa specie che il ragazzo in questione, che è gay, dia stessa cittadinanza sia agli incontri in cui si dice che l’omosessualità è una malattia da curare sia all’associazionismo LGBT, sempre in nome del cosiddetto libero pensiero. Come se la lotta per i diritti (anche suoi) e le solite fandonie e gli insulti contro la stessa vita delle persone LGBT fossero la stessa identica cosa.

Taccio sul fatto che si qualifichino certe iniziative come incontri “a sostegno della famiglia”, come se il termine fosse appannaggio di una parte e di una soltanto (quella vicina a personaggi come Adinolfi, Miriano, alla rivista Tempi, per intenderci).

Insomma, giovani froci del terzo millennio, ditemelo subito se è a questa umanità che sto sacrificando – dopo aver impegnato i miei venti e trent’anni – l’età matura della mia esistenza. Perché io a fare il gay da vetrina, tutto week end a Berlino e serate fighe nei locali di grido, non ci metto manco un minuto. Poi però quando tra qualche tempo verranno a sprangarvi perché vi tenete mano nella mano, come fate oggi (forse grazie a chi a venti e trent’anni si costruiva un’opinione critica sulle cose) non venite a piangere. Perché ve la sarete meritata tutta la merda che oggi difendete a spada tratta in nome di un pensiero che volete libero e che sta lavorando alacremente per relegarvi al rango di “invertiti”, in un momento storico in cui dovreste ambire ad essere società civile al cento per cento e a volere il massimo della dignità possibile, come minimo sindacale della vostra umanità. Sempre che la meritiate ancora, va da sé. Ma forse questo, appunto, non deve essere affar mio. Non più.

 

Avere figli gay? Per il simpatico Bergoglio è una sfortuna

Bergoglio, papa di Roma

Ho sempre pensato che Bergoglio fosse un grande bluff, un’operazione di cosmesi rispetto alla consueta omofobia d’oltre Tevere. Il suo “chi sono io per giudicare” circa i gay (lesbiche e trans non erano ancora pervenute alla sua santa attenzione) era corredato da una chiosa: è già scritto tutto nel catechismo. È nel catechismo c’è scritto che essere gay è peccato mortale. Mi arrabbiai moltissimo con chi salutò con favore questo ribadire una condizione di minorità delle persone LGBT.

Adesso il nostro, anzi, il vostro simpatico pontefice torna alla carica con la sua solita omofobia travestita da buoni propositi. La notizia la riporta il Quotidiano.net, il cui titolo è già evocativo: «Papa. “Sì ai divorziati come padrini e aiuto a chi ha figli gay”», come se fosse un handicap o una disgrazia. Adesso questa è una semplificazione del titolista, ma se andiamo a scavare nel testo e riprendiamo le dirette parole del pontefice, non andiamo molto lontano da questa impostazione:

nessuno ha parlato di matrimonio omosessuale nel Sinodo. Quello di cui abbiamo parlato è come una famiglia che ha un figlio o una figlia omosessuale, come lo educa, come lo cresce, come si aiuta questa famiglia ad andare avanti in questa situazione un po’ inedita. Dunque al Sinodo si è parlato della famiglia e delle persone omosessuali in relazione alle loro famiglie, perché è una realtà che incontriamo nei confessionali…

Si notino almeno tre aspetti:

1. si ribadisce il no all’allargamento della sfera dei diritti. Nessuno ha parlato di matrimonio. Si mantiene la prospettiva del permanere di una discriminazione

2. la situazione di eccezionalità dell’avere un gay o una lesbica in famiglia. Bergoglio non dice – e non può dirlo, per evidenti limiti culturali di tipo omofobico, caratteristici della fede di cui è capo indiscusso – che avere prole LGBT può essere una cosa come un’altra, per quanto minoritaria (un po’ come avere figli mancini o bimbe coi capelli rossi, per capirci fino in fondo), ma lo pone sotto l’ottica dello scarto rispetto alla norma. Il richiamo al confessionale, inoltre, lo ammanta di quell’aura di peccato che tanta fortuna ha nei soliti ambienti cattolici

3. avere un/a figlia omosessuale rientra nell’ottica di uno svantaggio, per cui la famiglia “colpita” da questa situazione “un po’ inedita” ha bisogno d’aiuto.

Insomma, per Bergoglio avere figli omosessuali (le lesbiche ancora non sono pervenute, le trans meno che mai) è e rimane una sfortuna. L’unica cosa che non ha detto è che bisognerebbe intervenire sugli attori principali di diffusione di omofobia e odio sociale contro le persone LGBT: partiti cattolici, omelie nelle chiese, gruppuscoli antigay nelle piazze… tutti soggetti che operano per rendere un inferno la vita della gay community in Italia. Chissà perché contro queste persone sua simpatia, pardon, sua santità non dice niente.

Rom e romani

gli italiani un popolo razzista

gli italiani un popolo razzista

Due pensieri estemporanei su quello che sta succedendo qui nella capitale:

1. praticamente, cari “italiani” dimmerda, vi hanno trasformato in razzisti per potersi arricchire a vostre spese e sulla pelle di rom e immigrati. Questo insegna lo scandalo romano di questi giorni. Ma voi prendetevela solo con quei poveri disgraziati di Tor Sapienza, mi raccomando

2. non è che se vi dite a favore dei diritti dei gay e poi vorreste mandare ai forni rom o altra categoria a scelta siete dei gran fighi, eh! Il principio è sempre quello che fa rima con fascismo.

Fa tutto parte di quel “buon senso” popolare che discriminazioni sulle categorie percepite come estranee, raccontate come pericolose e trattate come criminali. È la stessa dinamica che ha già coinvolto gli ebrei. E che oggi è usata contro i soggetti fuori norma, dalle persone migranti a quelle LGBT. Vi piaccia o meno, fate parte di questa subcultura del disprezzo.

Così, per dire.