Il gatto in un appartamento vuoto

Morire. questo a un gatto non si fa.
Perché cosa può fare il gatto
in un appartamento vuoto?
Arrampicarsi sulle pareti
strofinarsi contro i mobili?
Qui niente sembra cambiato
eppure tutto è mutato
niente sembra spostato
eppure tutto è fuori posto
la sera la lampada non è più accesa
si sentono passi sulle scale
ma non sono quelli
anche la mano
che mette il pesce nel piattino
non è quella di prima.
Qualcosa non comincia
alla sua solita ora
qualcosa non accade
come dovrebbe
qui c’era sempre qualcuno. Sempre.
e poi d’un tratto è scomparso
e si ostina a non esserci
in ogni armadio si è guardato
si è cercato sulle mensole
e infilati sotto il tappeto
ma non ha portato a niente
si è persino infranto il divieto
di entrare nell’ufficio
e si sono sparse carte dappertutto.
Cos’altro si può fare
aspettare e dormire
che provi solo a tornare
che si faccia vedere se osa!
Deve imparare che
questo non si fa a un gatto.
Gli si andrà incontro
con aria distaccata
un po’ altezzosi
come se non lo si vedesse
camminando lentamente
sulle zampe molto offese
e soprattutto
non un salto nè un miagolio.
Almeno non subito.

Wislawa Szymborska, Vista con granello di sabbia

(stasera mi manchi, piccola Maria, perché tu mi aspetti sempre: in tutti questi anni mi hai sempre aspettato e ogni volta vieni a sederti sulle mie gambe, per rassicurarmi che per te non cambia niente, anche se io a volte mi sento spaventosamente egoista e disperso nella mia vita assurda e senza direzione)

Sogni nel cassetto

Una casa, la mia, non troppo piccola, non troppo grande. Col parquet, sul pavimento. E il camino. Fuori un giardino, per piantarci le fresie, che tanto piacevano a Bloody Nell. E una stanza in più, perché una casa vuota è una casa triste e deve esserci sempre posto per qualcuno/a che vuol venire a trovarti o a trovare rifugio da te.

La mia gatta, anche se è vecchietta e sta in Sicilia… perché a lei piaceva dormire con me, in mezzo alle gambe e ultimamente, siccome sente la mia lontananza, e siccome i gatti si offendono se non gli stai accanto, adesso dorme vicino al telefono, ma perché sa che lì può sentire la mia voce.

Nella cucina devono esserci tanti oggetti, per cucinare per le persone a cui voglio bene e, magari, una in particolare… e poi le ceramiche, portate da lontano o comprate ai mercatini, da attaccare al muro o da usare come sottopentola.

Una stanza solitaria, dove poter scrivere i pensieri, le cose che un giorno avrò da dire, o conservare le lettere ricevute, le poesie da nascondere e le mie parole d’amore da far trovare sotto il cuscino, vicino al piatto, accanto al televisore acceso.

E ancora.

Le tende bianche e il vento irriverente.
Le risate buone, il profumo di una torta mai provata e quello del bucato steso.
Il piumone davanti alla tv, sul divano grande, con la musica accennata.
Il letto, a due piazze, dove fare l’amore.
La vasca da bagno con le zampe.
Le finestre socchiuse, per non aver paura dei temporali e ascoltare il suono della neve.
I quadri appesi alle pareti.
E i sogni nel cassetto. Come questo.

Diario ottomano

Cose buone e giuste:

Moschea Blu, ad Istanbul, e il suo senso del divino
Santa Sofia, sempre a Istanbul, dove puoi respirare tutta la storia che c’è
la Basilica della Cisterna, che sembra di stare in un fantasy
Sultanahmet, insomma
Beyoglu e la sua vita di notte
il giro del traghetto, sul Bosforo, anche se poi a un certo punto fa freddo
il Palazzo Topkapi e la sua magnificenza di garofani e maioliche
la Cappadocia e i suoi tramonti corallini
il giro in mongolfiera sui camini delle fate
le passeggiate a cavallo, tra le rocce e le rovine di miele
il narghilè al sapore di mela
la polvere di melograno, disciolta in acqua
la bellezza degli uomini turchi
il Grand Bazaar e i suoi colori di stoffe e gioielli
la fine del giorno, nell’orizzonte roccioso di Antalya

   

Anche no:

il maschilismo degli uomini turchi (e troppe donne col velo)
il succo di melograno fresco (troppo aspro e fa bocca)
il caldo porco di Antalya
il massaggiatore dell’hamam di Goreme, che mi ha fracassato una spalla
affittare il motorino, sempre a Goreme… (è fatto apposta per fregarvi i soldi)
la colazione, tutta salata, a base di cetrioli, salame e sfoglie ripiene di feta
i dolci turchi, che grondano di miele
le infezioni intestinali
i pullman di notte (se vi dicono «o vai il pullman o non puoi dire di aver visto davvero la Turchia» sappiate che vi stanno mentendo e che, con discreta probabilità, non sono vostri veri amici)
il caos di Istanbul (tre ore per uscire dalla città… tre ore fermi nel traffico!!!)
l’hotel Hadrianus, di Antalya (brutto, sporco e il titolare è un gran cafone)
i turisti italiani medi (per la serie: Maya, attaccate adesso!)

   

Le cose non viste (e per cui tornare):

i dervisci rotanti
il Bazar delle spezie
un hamam serio
le spiagge bianche in qualche regione del sud
Smirne, Pamukkale e le coste del mar Nero

Cose turche:
le corse pazze dei tassisti di Istanbul (c’è una discreta probabilità di morte, credetemi)
le agenzie di viaggio che tra una cosa e l’altra ti vendono pure l’hashish
le strade della Cappadocia, sempre ad alto tasso di morte (ma se sopravvivi a quelle…)
la cucina, che è troppa
Istanbul, sospesa tra il futuro e la sua tradizione millenaria

   

Curiosità:

si dice Istànbul, con l’accento sulla a
Istanbul è l’unica città del mondo che sta su due continenti: una parte in Asia, l’altra in Europa
la lira turca vale grosso modo la metà di un euro e tutto sembra meno caro (ma se ragionassimo in lire italiane…)
i turchi sono animalisti convinti: puoi vedere i gatti, ad esempio, passeggiare tranquillamente tra i tavoli dei ristoranti o dormire sui tappeti, al Grand Bazaar
la Valle dell’Amore, in Cappadocia, si chiama così perché le rocce lì presenti hanno la forma di cazzi giganteschi (chiamali scemi, i turchi…)

Mai più senza:

La presenza di Anna Nim che a contrattare non la batte nessuno

  

Le cose che rendono bella la vita

Il suono dei violini.
Tutte le volte che Maria sale sul mio letto, per farmi le fusa.
I gatti, a prescindere.
Quella volta, quando lui mi ha detto sì.
Il colore dei campi d’estate e il suono delle cicale.
Il mare, la sera.
Le nuvole, quando odorano d’acqua.
La pioggia in estate.
Le feste a sorpresa.
Un(‘)amico/a che risponde al telefono, quando ne hai bisogno.
Cantare in macchina.
E viaggiare.
Il profumo delle fresie.
La bellezza delle rovine.
Le strade di Roma.
E i colori della Sicilia.
Cucinare per gli altri.
Il suo respiro di quel giorno, sul molo, a Trieste, al tramonto. Anche adesso.

E tutte il resto che adesso non ricordo, ma che sta lì, nel forziere delle cose preziose.

Il diario di BridgElf Jones

«All’improvviso ho realizzato che se non cambiava qualcosa in fretta avrei vissuto una vita in cui il rapporto più importante sarebbe stato quello con una bottiglia di vino, e alla fine sarei morta grassa e sola, e mi avrebbero ritrovata dopo tre settimane divorata dai cani alsaziani. O sarei diventata come Glenn Close in Attrazione fatale…»

Helen Fielding, Il diario di Bridget Jones

***

Che dire, di fumare ho smesso, non bevo molto, anche se ogni tanto mi riduco un po’ uno straccio.

Per il resto, morirò solo e grasso, divorato dai gatti – niente alsaziani, per carità – o, in alternativa, diverrò non dico come Glenn Close, ma più verosimilmente come Severus Piton.

Capite perché vado in terapia?

La sosia della Camusso

      

No cioè, scoprire che la tua gatta Manolita è la sosia in chiave felina di Susanna Camusso è la svolta…

(Si ringrazia Himelda per avermi fatto notare la somiglianza e «la stessa espressione di schifato distacco!». Io, da solo, non ci sarei mai arrivato.)

Apologia felina, II

Dedicato a lei che non c’è più, ma sempre lì, tra cuore e memoria:

Sonetto Felino (Minou)

Il corpo sottile e allungato
il sole benigno accarezza,
e all’improvviso una brezza
e il manto s’increspa arruffato.

Alzi il tuo fianco dal prato
leggera e senz’amarezza
e un volo di rondine spezza
il sonno residuo e non agitato.

Corri felice allora
ed è complice l’erba
di un sogno che non tieni a bada:

un volo felino, ancora
nel cielo altera e superba;
e invece guardi con occhi di giada.

Apologia felina, I

Rousseau: «Vi piacciono i gatti?».
Boswell: «No».
Rousseau: «Ne ero sicuro. È un segno del carattere. In questo avete l’istinto umano del dispotismo. Agli uomini non piacciono i gatti perché il gatto è libero e non si adatterà mai a essere schiavo. Non fa nulla su vostro ordine, come fanno altri animali».
Boswell: «Nemmeno una gallina, obbedisce agli ordini».
Rousseau: «Vi obbedirebbe, se sapeste farvi capire da essa. Un gatto vi capisce benissimo, ma non vi obbedisce».

(Jean-Jacques Rousseau e James Boswell)

P.S.: grazie a Giadina, per esser stata musa.

Quando le stelle del caso gioivano in coro

Ci sono cose che non necessariamente devono essere dette. Come quel segreto affidato al pino antico, in quel giardino romano, quando le stelle del caso gioivano in coro.

La bellezza intanto torna a fluire e la vedo, dopo secoli di reciproche incomprensioni, nelle parole e nei cibi mattutini del Filosofo, nelle risate scaturite dal vino, assieme alle amiche di sempre, nel respiro di pietra dei palazzi della città in cui sono nato, nelle fusa notturne del mio gatto, che perdona ogni mia assenza e ogni mia distrazione. E nel pensiero che qualcosa potrebbe essere così come sempre la si è voluta.