Il suono dei tuoi passi sul legno

11147191_10153364296710703_6172719650083121016_oCercarsi nella solitudine dei vicoli ombrosi e ritrovarsi in tutto ciò che si è smarrito, indietro.
Voltare lo sguardo, verso quei gradini notturni un tempo popolati da speranze e delusioni.
Passeggiare tra i corridoi del monastero, tra le aule studio e i giardini interni, al cadenzare del tuo incedere e tra i fantasmi di una vita passata.
Aprire gli occhi. Capire che hai lasciato quei luoghi, quegli spazi, quella stessa luce a persone che non sanno nemmeno chi sei.
Soffermarti nei loro sguardi, studiarsi a vicenda. Trovare persino qualcosa di sacrilego, in quel non riconoscersi.
E ritornare al suono dei tuoi passi sul legno del pavimento.

12719611_10153364268685703_1740087281233963920_oLa nostalgia è una bestia ammansita dopo aver divorato di tutta la vita possibile in certi momenti. Il silenzio di voci interiori. Un’eco che senti solo tu. Mentre altre esistenze, tutto intorno, accadono con le stesse identiche dinamiche. Ma non a te. Non più. Perché non è più quello il tuo posto nel mondo.

La nostalgia è una cosa che può anche guarirti. È lo sguardo di Orfeo che si rivolge indietro per capire di esser vivo e di non avere altra scelta che andare avanti. È la gratitudine per  chi ti ha lasciato, perché se non ci fosse stata quella frattura non ci sarebbe stato tutto ciò che necessitava dell’unico. È riempire i vuoti, perché per tornare ad essere come fu, dovrebbe essere proprio ciò che fu e, come dice il poeta, ciò è impossibile.

La nostalgia è un po’ l’ombra di ciò che siamo nel qui ed ora. Del sole che ci sta sempre di fronte e, con esso, delle cose non ancora occorse.

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Proprio dietro dove vive la felicità (o della fine e l’inizio)

3E arrivati a questo punto della storia.

Porterò con me i viali notturni di Berlino e il sole trasversale delle strade di Lisbona, in quella curva dietro una collina abitata, proprio dietro dove vive la felicità, anche se per pochi giorni, quella al sapore delle ciliegie o dei passi nudi sui pavimenti di legno.

Lascerò alle mie spalle chi ha bisogno del rancore, la morte senza una pagina bianca da lasciare a chi viene dopo, l’ingratitudine senza intelligenza (non che quella popolata dall’intelletto sia una risorsa, ma la stupidità aggiunge disvalore alla cosa), il dar se stessi e poi smarrirsi, il non riconoscersi nei propri giorni, nelle scelte che fai.

Metterò in valigia la consapevolezza che la vita è il solo modo per coprirsi di foglie (cit.) e che se lasciamo che a scegliere per noi stessi sia il mondo, in tutto o in parte, non abbiamo bisogno di altre facoltà oltre quella di imitare scimmie (semicit.) o altro animale, a scelta.

Sbaglierò sempre per conto mio.

E non mi trascinerete mai, mai, nell’infelicità che volete per me.

Non avrò paura della solitudine, dei mattini gelidi in un luogo lontano, delle parole che non si riconoscono, anche se mentre ci penso e lo scrivo, al suono invisibile della mia voce interiore, un po’ di paura a ben guardare c’è.

Prometto che cercherò di accoglierti, ammesso che esisti. Ma se non ci riesco, non farmene una colpa.

Rivedrò i palazzi medievali tra gli Appennini, le torri che pendono ai bordi del fiume e mi lascerò dondolare dai flutti indolenti.

Non cercherò di tenere accanto chi già, a modo suo, ha deciso di andarsene. Io sono qui e non mi muovo, se non per volare. Il cielo è abbastanza grande per incontrarsi ancora. E per esser chiari fino alla fine, ci sarà sempre spazio per chi mi vuole bene davvero.

Farò tesoro delle mie parole, in attesa di trasformarle in realtà. Nel frattempo, non avrò vergogna dei miei capelli arruffati, dei jeans stretti, dell’inadeguatezza dentro i discorsi lasciati a metà, del sentirsi fuori posto. Non avrò vergogna della mia commozione di fronte alla bellezza di bambini e bambine che cantano in coro, come le stelle del mattino.

Ci sarò io, insomma, in quell’angolo oltre la nebbia o nell’incedere del tempo, distratto dal vivere e dal non ricordare chi si è davvero. Sarà possibile cadere,  leccare il sangue e il suo sapore di sale e ferro. Lo so già. E servirà coraggio per tornare alla realtà delle nuvole. Perché non c’è alternativa, a questo.

(Con l’augurio che ogni fine sia solo l’inizio)

***

On air

2Maria Salvador, J-Ax feat. Il Cile (per l’indiscutibile anelito di leggerezza)
Roma-Bangkok, Baby K e Giusy Ferreri (un po’ come sopra, ma con la voglia di andarsene in giro)
Young and beautiful, Lana del Rey (che sai, lo spleen…)
Due respiri, Chiara (quando un attimo ci credi)
Senza fare sul serio, Malika Ayane (per quando hai voglia di ridurre tutto ad un giorno di sole)
Chez Keith et Anita, Carla Bruni (perché è così che penso alla mia vita, in un giorno in cui hai amici a casa)
Ottobre, Carmen Consoli (perché anch’io a un certo punto ho deciso di preferire l’inferno, fosse stato il prezzo della libertà)
Ding dong song, Gunther & The Sunshine Girls (perché è bello riderci su)
Siamo uguali, Lorenzo Fragola (sempre perché a volte hai voglia di innamorarti)
All the right moves, One Republic (perché ti ho voluto bene davvero, F., e te ne voglio ancora e lo sai)
La vita com’è, Max Gazzè (perché canta un po’ la vita che voglio).

Sulla liberazione (sessuale e non solo)

Rainbow-Flag

Rainbow flag flies in the Castro.

Un movimento di liberazione sessuale – tra le altre cose – dovrebbe preoccuparsi di modellare il mondo secondo quello che è il suo ideale e non di inseguire il moralismo dilagante solo per apparire più presentabile. Altrimenti non avete capito una ceppa, da Hirschfeld a Mieli, da Foucault a Tin. Ammesso che sappiate di chi stiamo parlando.

E credo che il problema sia proprio questo e riguardi la comunità LGBT, sia tra le vecchie sia tra le nuove generazioni. Le prime si sono imborghesite a tal punto da non capire più che si può essere rivoluzionari, culturalmente parlando, senza necessariamente vestirsi male. Puoi avere le camicie stirate e dire cose giuste, in altri termini. Puoi vestire anche fuori dal circuito dei mercatini dell’usato, sposare il concetto di boutique e non essere uno stronzo, per questo. Ma da quello che vedo, la gente – certa gente, nello specifico – continua a vestirsi male (negozio e bancarella che sia), ad atteggiarsi da leader del niente e a preoccuparsi che la massa dei normali (e dei normati) ci consideri non all’altezza della loro ottusità filosofica. Quando la mission era tutt’altra, a ben vedere. Insomma, gente noiosa, “vecchia” e perdente. E l’età c’entra poco. È una questione di predisposizione al fallimento.

Poi ci sono le nuove leve. Le quali, se la fortuna ci sorride, hanno solo sentito parlare dei personaggi sopra menzionati. Qualcuno forse ha pure letto qualcosa, ma serve a poco se non si è in grado di metabolizzarne il contenuto. La massa, ahimé, pare vivere di serate in discoteca e di social network. Salvo poi accusare chi organizza quelle stesse serate di pensare solo a quello. La fortuna, a quanto pare, più che sorriderci ci irride.

E mentre Atene piange, Sparta non ride e Tebe ci osserva perplessa, in mezzo alle macerie ci sono quelli/e di buona volontà. Ovviamente, non vi racconto la merda che gli arriva addosso. Un esempio concreto? Si sta organizzando una marcia, per il 12 dicembre. E vai di distinguo, di opportunità da non cogliere, di benaltrismi, di fallimenti intrinseci, di profezie di sventura, di partiti a cui obbedire (senza nemmeno avere il coraggio di dirlo), di purezze violate. Come se non si può più essere liberi/e di sbagliare per conto proprio, ammesso che di errore si tratti. Io, a scanso di equivoci, ci sarò.

Ebbene no, non credo che funzioni così. Dovrebbe essere che ci si mette la faccia, che si rischia. Perché il rischio è il primo passo verso il raggiungimento dell’obiettivo. E perché bisognerebbe saper distinguere tra tentativi andati a vuoto e fallimenti politici. Chiedetelo a Harvey Milk, a Rosa Parks, a Sylvia Rivera. Chiedetelo a tutti/e coloro che a un certo punto hanno deciso che lo status quo non andava più bene. Chiedetelo a chi ci ha provato, senza riuscirci. Perché anche quei tentativi hanno una loro dignità. Aprono una strada. Qualcosa che viene raccolto in un secondo momento. E se non ci fossero stati i “perdenti”, non ci sarebbero stati i presupposti per le seconde opportunità e, poi ancora, quelle vincenti. E noi, per come siamo disastrati – come movimento e comunità – non abbiamo davvero niente da perdere. Ma questo forse è un ragionamento elevato e mal si addice a certi spiriti da controriforma che hanno popolato l’arcobaleno fino ad ora. Vedremo cosa ci prospetta il futuro.

Con un’unica consapevolezza possibile: se arriverà qualcosa di buono, è per chi ci ha messo la faccia e ha rischiato. Al netto di perbenismi e opportunismi. Se invece andrà male, è perché tutti e tutte noi abbiamo operato – più o meno consapevolmente – affinché si arrivasse alla disfatta. E a quel punto, dovremo solo fare i conti con tutto ciò che (non) siamo riusciti/e ad essere. Persone libere, in primis.

Agenda

rose

“Così come si provocano o si esagerano i dolori dando loro importanza, nello stesso modo questi scompaiono quando se ne distoglie l’attenzione.”    S. Freud

(on air: TV, Headlights)

Allora, andando un po’ a caso.

Evitare di avere a che fare con persone che dipendono dal giudizio degli altri: non sono certo più piacevoli o accettabili, ma solo esseri umani che vanno in giro con un bel segno meno davanti.
Scegliere me, nelle mie decisioni. Anche perché gli altri scelgono sempre pensando a se stessi. E credo che sia giusto che le cose vadano esattamente in questo modo.
Non aver paura a dire di no. È la parola più semplice che esiste.
Smettere di dar via il proprio tempo con sconosciuti: per quanto piacevole possa essere quel tempo impiegato poi rimane il vuoto.
Smettere di dedicare il proprio tempo a chi ti dà per scontato. A meno di non aspirare di essere soprammobili nell’anima di qualcuno.
Dare più valore al proprio tempo, insomma. Anche perché se ne ha sempre di meno.
Non ascoltare più quelle “voci”. Anche perché non esistono e, se sono mai esistite, appartengono a un tempo che non c’è più.
Ricordare che i ricordi non devono mai trasformarsi in sensi di colpa.
Far diventare più grandi gli spazi luminosi che ancora ci sono dentro di me.
Trovare qualcosa di bello nella mia vita, almeno una volta a settimana. E poi a salire, sempre di più.
Piacersi di più, fino a mettere all’angolo quel demone interiore o in alternativa abbracciarlo, dicendogli che può pure smettere di avere paura.

E sono solo alcune delle cose da fare. A partire da adesso, e possibilmente per sempre. Nella speranza di riuscirci, va da sé.

Lo spazio che resta

E lui è di fronte a me, dall’altra parte della stanza. Il mio angelo ritrovato. Come in passato, in mezzo ai libri di Jung e Kierkegaard. Tra i suoi dipinti di fenici binarie, lo stesso sguardo di ghiaccio e di fuoco. Qualche anno prima era venuto a me con fattezze di donna. Le stesse costanti: i ricci, gli occhi rubati all’oceano, le parole che curano…
«Comincia.» Mi distoglie dai miei pensieri, come sempre quando mi legge dentro.
«Lui non mi ama.»
E allora lui fa un passo avanti.
«È troppo per me.»
E un altro passo.
«Non merito il suo amore.»
Ancora uno.
«Ma quella sera, mentre pensavo a tutto questo, mi sono detto basta!, non ha senso. Fanculo se è così. Ho me stesso.»
E si ferma. A metà della stanza, mentre una nuvola copre il sole, là fuori, per un momento.
«Ecco.» Dice lui, immobile, a metà strada tra la parete della libreria e tutto il mio dolore.

E poi altrove.
Barbara, che mi ha accolto. E mi cerca sempre.
Ale, di cui non ho vergogna del mio sentirmi a metà. Ale che si fida di me al punto da lasciarmi in custodia le sue paure. E non sa quanto io gliene sia grato. Non ancora.
Mac che fa il gatto, si struscia, mi bacia, mi sussurra che mi vuol bene.
Le parole gentili di uno sconosciuto.
E Andrea mi abbraccia, “voglio venire al mare con te”, “mi piace quello che pensi, perché sei libero.”
La gente tutto intorno. Sentirsi un po’ fuori posto. Eppure essere al centro di qualcosa. Anche se non ti appartiene del tutto. E forse è anche giusto così.

Poi tutto è più veloce. L’ultima sigaretta, un sorso al bicchiere, gli ultimi baci, guardarli tutti con gli occhi colmi di stupore. Desiderare, dal profondo, che tutto questo ci sia ancora. E ancora. E poi in macchina, accendo la radio, una canzone mandata dal cosmo, “You´re not alone I´ll wait till the end of time”. E qualcosa cambia. In quel momento. Proprio sull’angolo delle labbra.

Ritorno al presente. Succede sempre, quando parlo con il mio angelo. Il futuro diventa liquido, si mescola al qui ed ora.
«È questo lo spazio che ti rimane» mi rivela, aprendo le braccia «quello che c’è dietro di me è lo spazio che concedi ai pensieri cattivi.»
L’osservo in diagonale. Ho lo stesso sorriso che avrò tra qualche giorno, in quella notte in cui mi sentirò fuori posto e accolto, tutto insieme.
«La prossima volta fermati prima. Lasciati più spazio.»
I miei occhi si fanno liquidi e caldi, un po’ trattengo il respiro.
«La prossima volta» mi dice il mio angelo di fuoco e di ghiaccio «lasciali all’angolo, i tuoi demoni.»

E quindi di nuovo nel futuro, mentre ogni cosa è silenzio in questa notte che sa d’estate. Mentre penso a cosa succederà domani, a chi rivedrò dopo il lavoro, lasciandomi il tramonto alle spalle. Con lo stesso sorriso sulle labbra. E le stesse parole di quella promessa regalata dal cosmo.

La memoria, le parole, il futuro

auschwitz

Targa in memoria di Auschwitz

Oggi si ricordano sei milioni di persone uccise nei campi di sterminio dal 1933 al 1945.

In questa cifra – insieme ad ebrei, dissidenti, testimoni di Geova, sinti e rom – vanno inclusi  cinquantamila omosessuali, in maggioranza maschi. Le lesbiche venivano incluse nel gruppo degli asociali. E non facevano certo una fine migliore.

Oggi, per tutte quelle persone uccise ingiustamente, noi ricordiamo.

La memoria è narrazione. La narrazione è fatta di parole. Se droghiamo le parole, se diamo loro un significato diverso, se le pervertiamo, non capiremo mai l’esatta valenza di termini quali “razzismo”, “discriminazione”, “omofobia”, “violenze”, ecc. Non saremo in grado di voltarci indietro. E di creare, conseguentemente, futuro.

Se anche il rabbino perde la memoria…

Gilles Bernheim, gran rabbino di Francia, si è recentemente scagliato contro la decisione di Hollande di allargare il matrimonio alle coppie formate da persone dello stesso sesso. Per fare questo, il religioso ha scritto un saggio di una ventina di pagine, intitolato Mariage homosexuel, homoparentalité et adoption: ce que l’on  oublie souvent de dire (Matrimonio omosessuale, omogenitorialità e adozione: ciò che spesso si dimentica di dire).

Premetto che ho visionato in modo incompleto l’intero documento, lacuna che mi riservo di colmare nei prossimi giorni. L’impianto del saggio, tuttavia, sembra ricalcare la vulgata, ormai classica, di un pensiero omofobo – e attenzione, non sto parlando di violenze generiche, ma di un tipo di violenza specifica in cui rientrano anche le dichiarazioni del rabbino – che percepisce e dipinge i gay come pericolosi:

1. per la società, perché incapaci di creare un’armonia sociale e infatti, secondo altre tendenze religiose, saremmo oggettivamente disordinati
2. per la libertà, in quanto al centro di congiure internazionali per controllare, attraverso azioni di lobbismo, la politica dei paesi in cui viviamo
3. per le future generazioni e a questo proposito faccio notare l’equazione, non troppo rara, ahimè, tra omosessualità e pedofilia.

A tal proposito, vorrei ricordare al rabbino capo, semmai avessi l’onore di conferire personalmente con lui – e sappiamo tutti/e che questo mai accadrà, per cui mi limito a queste parole qui sul mio blog – tre leggende che circolavano sul suo popolo fino a non molti anni fa:

1. il mito di Aasvero, l’ebreo errante per aver deriso Gesù sulla croce e destinato a non avere fissa dimora – e con ciò gli antisemiti giustificavano la condizione di senza patria del popolo ebraico
2. i protocolli dei Savi di Sion, documenti falsi ma spacciati come reali, per dimostrare la volontà da parte degli ebrei di voler dominare il mondo3. il mito della Pasqua ebraica, per cui i “perfidi giudei” rapivano e sgozzavano bambini cristiani per impastare, col sangue delle giovani vittime, il pane azzimo da consumare per la celebrazione.

Come si può notare agevolmente, cambiano le forme, per altro anche poco fantasiose, di “narrazione” del pregiudizio, ma la dinamica pare essere sempre la stessa: essere dipinti come minacce per le persone, per la loro libertà, per il loro futuro.

Monsieur Bernheim dovrebbe ricordare, ancora, che l’insieme di queste dinamiche ha costituito un ottimo terreno di coltura per tutte le tragedie che il suo popolo ha dovuto subire e per le quali, tra qualche settimana, verrà giustamente ricordata la Shoah nelle scuole e nei luoghi istituzionali.

Dal rappresentante massimo di una comunità così importante, anche per la storia (anche tragica) che essa porta con sé, mi aspettavo una maggiore sensibilità verso il trattamento delle minoranze. Le vicende del suo popolo ci avrebbero dovuto insegnare che se crei una lacerazione nel tessuto sociale, per cui generi una componente di “diversi” sotto il profilo giuridico, poi quel principio potrà essere applicato a qualsiasi altra categoria. E, penso, siamo arrivati a un punto della nostra storia – storia comune, egregio Bernheim, perché anche i gay vennero sterminati nei lager nazisti – in cui certe leggerezze dovrebbero essere considerate un lusso per imbecilli e non ingredienti argomentativi.

Ho sempre pensato che la diversità abbia un carattere rivoluzionario proprio perché ci impone di pensare in modo “ulteriore” rispetto alla norma condivisa e fare in modo che il mondo dei normati e dei normali diventi il mondo di tutti e di tutte, dove poter esprimere le proprie peculiarità. Credo sia un principio insieme liberale, democratico che risale alle origini più nobili della nostra cultura, a cominciare da quella illuminista.

E pare, purtroppo, che Gilles Bernheim abbia dimenticato cosa significa appartenere a una categoria che viene stigmatizzata per il solo fatto di esistere. Ribadisco: per il rappresentante di una cultura che basa la propria esistenza, tra le altre cose, sul valore della memoria, questa mi sembra una leggerezza ben poco tollerabile.

Prendere forma

Casa prende forma. Il disordine del corridoio è un sinonimo, uno dei tanti, del caos. Da cui è nata tutta la storia possibile, dei pianeti e delle rocce. Da quello è nato il sussurro dei ruscelli di montagna, la fierezza dei gatti nell’estate del sud, il procedere pacato degli albatros e dei cammelli al cospetto dell’universo.

Prendiamo gli oggetti, pezzetti di noi, li riponiamo negli armadi nuovi, togliamo la polvere, asciughiamo il sudore dalla fronte, a dispetto del gelo oltre l’inferriata bianca. Buttiamo qualcosa che non ci assomiglia più. Diamo una nuova consistenza al piumone sul letto, nell’immagine di chi, domani, si sveglierà nell’ennesimo abbraccio, candidato, anch’esso, a divenire quello definitivo. Forse…

E mentre i libri ritrovano una nuova dimora e la musica accompagna ogni sforzo, mentre il sole disegna la sua parabola di un domani che insegue sempre se stesso, i tasselli della memoria si lanciano nella mente come coriandoli di ciò che è stato. Adesso penso a quando ero qui per amore, a come vi sono tornato per sopravvivere, al tesoro segreto trovato mentre, distratto, cercavo tutt’altro, al bacio di qualcun altro, troppo breve e assoluto per essere dimenticato, al morso del vampiro, agli errori dell’istinto, alle cicatrici delle parole cattive, alla maledizione estinta di quelle malate, al registro nuovo di quelle da pronunciare.

Tutto questo ha un senso, tra le mensole nuove, i vestiti messi in ordine e qualcosa che non trova ancora la sua giusta collocazione. Ogni cosa è uguale a me. Anche il dolore, ormai passato. Anche quell’anelito in assonanza col poi.

Casa intanto prende forma. La mia vita pure.

On air:

«Io devo diventare una persona normale
me lo dico spesso quando parlo d’amore
immagino di un cielo ricoperto di stelle
che viene ad abitare qui sulla mia pelle
(anche se, ad un’attenta analisi, e tenendo in considerazione le variabili del cambiamento)…»

Celeste Gaia, Io devo diventare una persona normale

Vernice

Se questa pioggia potesse servire a sciogliere i demoni di vernice vischiosa. Della vernice che è parte di.

Te.

Perché per quanto ci ostiniamo ad apparire forti e indifferenti, c’è sempre una parte di qualcuno che a un certo punto decide di andar via. E strappa la tela, incurante di tutta la tempera usata per renderla più bella. Fuoriesce. Esce fuori.

Lascia la lacerazione del vuoto.
La tirannide dell’evidenza.
I toni e gli sfumati del non colore.
Il varco tra ciò che doveva essere. E ciò che è. Il terrore che tutto il futuro c’è già stato.
Perché non esiste il tempo dentro un dipinto interrotto da chi ne dava un senso.

E tu, per sopravvivere, reciti la parte di chi oltrepassa i brandelli, oltre la cornice, e non si volta mai indietro.

Figli dell’aria

La costanza delle cicale.
Il canto incompreso delle gazze.
Il cielo di quarzo, in guerra tra il vento e l’afa.

Nessun uccello a volteggiare per le nuvole. Ed io che appartengo all’aria, non ho il potere di interrogare il mare sugli auspici venturi.

Vorrà dire che attenderò tempi più adeguati e il temporale che purifica. Intanto, rimetto in ordine le mie armi magiche e, cosa ancora più importante, i pensieri di questi giorni tra ferro e fuoco.