Il Pd, Elsa e Priebke al governo

Il Partito democratico non ce la fa. Non è nel suo DNA essere una formazione seria capace di creare indirizzi politici forti e, quindi, strategie vincenti per vincere le elezioni e governare il paese, per fare dell’Italia uno stato moderno, europeo, realmente democratico, laico e liberale.

Si era visto, per altro, già dalla sua costituzione, assolutamente contro natura, per cui un partito di sinistra (o presunto tale) ha svenduto il suo patrimonio elettorale ai residuati bellici dell’ex DC – Bindi, Fioroni, ecc – o lo ha regalato a quei trasformisti della politica italiana a cominciare da Rutelli. Roba che manco una drag queen, in confronto.

A guidare questa transizione verso una delle pagine più grigie della storia della Repubblica, l’ex sindaco di Roma, Veltroni, che facendo cadere il governo Prodi ha consegnato il paese intero in mano a Berlusconi, assieme ad altre due colonne della politica italiana: Rutelli e Fassino. I quali passeranno alla storia per aver decretato la morte dell’unico partito possibile, un soggetto socialista-democratico (senza nessuna e) sul modello della SPD o del PSF, per intenderci. E invece…

Adesso questo transatlantico alla deriva è pilotato da un capitano la cui stessa base mette in discussione – altrimenti Renzi non avrebbe ragion d’essere – rappresentativo solo della poltrona che occupa, esempio “illuminato” di una casta di sciagurati che in un paese serio qualsiasi, sarebbe già stata sterminata, politicamente parlando.

Nel contesto italiano, sarebbe facile, adesso, vincere le elezioni. Pressare il governo per non far passare le leggi ultra-conservatrici che favoriscono banche e speculatori a danno dei cittadini onesti, ad esempio. Minacciare gli alleati di far saltare ogni cosa, se dovesse passare la proposta di legge elettorale che penalizzerebbe una probabile coalizione SEL-Pd. E invece…

Bersani vuole Casini, in un impeto affettivo talmente incomprensibile che potrebbe dar adito al sospetto di pulsioni omoerotiche – mi si conceda la provocazione, non lo penso e non lo auspicherei nemmeno: i gay italiani non potrebbero subire anche questa mostruosità.

Casini lo vuole o politicamente morto, o subalterno alla sua politica confessionale e centrista, scenario che evidentemente a Bersani piace – ché forse è insita nella natura dei mediocri l’esser marginali o la stessa prospettiva di fare tale fine. Ma il Pd continua ad anelare alleanze con chi, in parlamento, o vota perché la comunità gay di questo paese venga ancora discriminata, oppure, quando non dà sfogo alla propria omofobia, fa eleggere personcine a modo come Totò Cuffaro.

Tutto questo è Casini, assieme il suo partito.
Tutto ciò Bersani desidera disperatamente.

In questa parabola di miseria umana e di terrore istituzionale, l’ultima sortita per pedere definitivamente l’elettorato progressista, il nostro Pierluigi l’ha partorita poco fa: se Fornero vuol far parte del suo governo, non ha che da chiederlo. Poco importa che questa gentile signora insulti milioni di giovani, tra precari e disoccupati, con epiteti esotici o che abbia già taglieggiato pensioni e diritti sociali. A Bersani basterà che la nostra si dichiari di sinistra. Poi potrà continuare, anche sotto il suo governo, il suo massacro sociale.

Due considerazioni sorgono lecite, a questo punto.

La prima è un’affermazione, quasi un consiglio: caro Bersani, guarda che se non li vuoi i voti della sinistra, basta dirlo eh!

La seconda è una domanda: visti gli alleati di cui ti circondi, il prossimo chi è, Priebke con delega alle pari opportunità?

In tal caso, basterà che l’ex comandante utilizzi la parola “compagno”. Visti i criteri di selezione, per Bersani sarà più che sufficiente.

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Scuola, 24 ore: suicida insegnante

Dal Fatto Quotidiano:

Amava la scuola. A settembre aspettava la chiamata per l’incarico che non è arrivata. Carmine Cerbera, 48 anni di Casandrino, provincia di Napoli, era un professore precario da anni, insegnante di discipline pittoriche, storia dell’arte. Si è tolto la vita, giovedì mattina, con una coltellata…

Una frase di quell’articolo restituisce il senso del dramma che sta vivendo la scuola, attualmente: «Ma quella chiamata che non arrivava e la proposta del ministro dell’Istruzione Francesco Profumo di aumentare le ore lavorate dei docenti, tagliando fuori incaricati annuali e supplenti, era il suo tormento.»

Bene signor ministro. Credo che lei ci debba un po’ di lacrime, visto che questo suicidio le pesa sulla coscienza. E se vuole sapere come agire, in questi casi, chieda alla sua collega, Elsa Fornero. Tra coccodrilli ci si intende che è una meraviglia.

A Raoul Bova piace il matrimonio gay. Il pride un po’ meno…

Raoul Bova di passi avanti ne ha fatti. A cominciare dalla sua adesione all’appello lanciato da Vanity Fair alla ministra Fornero, per sostenere l’allargamento del matrimonio alle coppie gay e lesbiche. E per questo lo si ringrazia e gli diciamo pure “bello e bravo!”.

Tuttavia ci tiene a precisare che a lui, il pride, proprio non piace. E se vogliamo dirla tutta, ne ha ogni diritto. La cosa che mi stupisce, però, è che lo ha detto proprio in relazione al suo sostegno al matrimonio. Un po’ come a dire: ok, stessi diritti per tutti, però non allarghiamoci.

Ed è proprio quel “però” che mi lascia qualche perplessità. È un po’ come se dicessi: ok, difendiamoli i diritti dei lavoratori. Però ribadisco la mia contrarietà al Concertone del primo maggio. Suona strano, no?

Vogliamo, per altro, ricordare che la filosofia del pride è quella per cui il corpo, oppresso dagli eccessi del perbenismo borghese, si spoglia dei “doveri esteriori” che la società ci applica addosso come catene per frenare il nostro io più vero e profondo? Poi ognuno scelga la sua mise, per dire no ai freni imposti dagli altri. Io, ad esempio, vado ai pride sempre in jeans e camicia.

Ad ogni modo, Raoul avrà il tempo di capire, se lo riterrà necessario, che le feste dell’orgoglio gay servono a promuovere – in mezzo alla musica, ai coriandoli e ai lustrini – proprio quei diritti che lui stesso considera imprescindibili. Intanto lo ringraziamo per la solidarietà: di questi tempi, a ben vedere, non è mai troppa.

Giovanardi non sa distinguere tra l’amore e la pipì

Queste le ultime dichiarazioni di Carlo Giovanardi a una trasmissione di Radio 24, “Non ci sono più le mezze stagioni”:

«Ci sono organi costruiti per ricevere e organi costruiti per espellere […] Ci sono anche faccende delicate, ci sono infatti problemi di batteri, che richiedono una grande attenzione nel momento in cui si fanno certe pratiche. Onde evitare malattie, eccetera eccetera. Quindi nel momento dell’educazione sessuale nelle scuole, è normale, corretto e fisiologico dare un modello: gli organi dell’uomo e della donna sono stati creati per certe determinate funzioni».

Sempre Giovanardi, sull’apertura della ministra Fornero ai diritti dei gay:

«Se il ministro avesse inteso diversamente di insegnare che sono naturali anche i rapporti tra omosessuali, avrebbe la rivolta del Parlamento».

E alla domanda su cosa proverebbe se dovesse vedere due donne baciarsi in pubblico, ecco che il delirio del cattolico Giovanardi arriva ai massimi livelli:

«A lei che effetto fa se uno fa pipì? Se lo fa in bagno va bene, ma se uno fa la pipì per strada davanti a lei, può darle fastidio».

Apprendiamo, da tutto questo, e con una certa preoccupazione, quanto segue dalle parole di Giovanardi:

1. Non sa cos’è l’educazione sessuale, visto che la confonde con il proselitismo sessuale a favore di questa o quella categoria.
2. Qualora un ministro intendesse varare delle leggi a favore della componente GLBT, si troverebbe contro il parlamento. Appunto, il parlamento, non la società civile.
3. Non sa distinguere un atto d’amore da un bisogno fisiologico.

Un po’ come se io dicessi che il giusto afflato alla vita di questo signore avesse la stessa dignità di un atto fecatorio.

Se pensassi una cosa simile, nessuno mi voterebbe mai, per decidere sui destini ultimi del paese. E invece Giovanardi siede in parlamento.

Le lacrime, il sangue e i soliti scemi

La manovra è stata annunciata e, a quanto pare, non sarà una passeggiata. Salgono le tasse, pagano i soliti, non si riforma poi tanto.

Ho letto su Twitter che le lacrime, in questi provvedimenti, ce li ha messi la ministra Fornero. Il sangue tocca al popolo. I soliti scemi. O corsi e ricorsi, fate voi.

Adesso, per quanto io sia estremamente contrario a questo governo – che reputo di destra economica – e poco propenso al sottobosco culturale che lo anima – un certo clericalismo conservatore – devo ammettere che Monti e il suo team dovranno avere il consenso di un parlamento in mano a partiti nel migliore dei casi discutibili, qualora non ridicoli e indegni. Ma questa è un’altra storia.

Monti ha potuto agire nella morsa di una situazione che è e rimane tremenda – il rischio default, per intenderci – e i veti di partiti i cui leader sono D’Alema/Bersani e Berlusconi/Alfano. La situazione, direbbe qualcuno, è tragica ma non è seria. Appunto.

In mezzo a questo delirio vi sono alcuni aspetti di natura sociale, politica e quotidiana che non posso non sottolineare.

1. La cosa più agghiacchiante della manovra di Monti è l’entusiasmo di certa militanza del pd… non hanno ben capito che è una manovra di destra. E che non si tratta di una manna dal cielo, bensì di una mannaia sociale. Si prevedono brusche flessioni nei sondaggi. Si spera nella sua scomparsa, che è ora che l’Italia abbia un partito di sinistra serio, e non un residuato di ex PCI e di mummie democristiane.

2. Monti ha chiesto e otterrà il sangue degli italiani. I privilegi della chiesa rimangono intatti. E in un contesto simile, la chiesa sarà più forte e chiederà maggiori garanzie ai futuri governi per avere il suo appoggio. Saremo l’equivalente europeo dell’Iran, mentre certi “giovani” democratici esultano per Monti e la sua rapina definita “decreto salva Italia”.

3. In questo quadro, la CEI che parla di equità della manovra è come quello stupratore che, dopo aver violentato una donna, argomenta liberamente di educazione sessuale sul campo.

4. Aumenta l’IVA. I proventi serviranno ad aiutare le giovani famiglie. Eterosessuali e sposate. Questo per rispondere a chi mi dice, gay inclusi, che una legge sulle unioni civili e sul matrimonio allargato, è inutile o secondaria di fronte a certe questioni. Come ben si può notare, viene ancor prima. Se non si è tutelati nei propri affetti, non si potrà poi pretendere lo stesso beneficio riservato alle coppie sposate. In tutto questo, poi, va da sé, a parità di sacrifici, che si chiederanno pure alle famiglie gay e alle coppie di fatto. Senza niente in cambio. (Posso dire, coglioni?)

In questo quadro ben poco rassicurante, emerge un’unica consapevolezza. A pagare, e a soffrire, saranno sempre e solo i soliti noti. Con qualche contentino marginale, certo, ma giusto per far impazzire i twits di qualche catto-comunista.

La società, nella vita reale, da ieri ha già qualche problema in più.