E Scalfarotto rimase senza parole

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Ivan Scalfarotto

– Che altro avete chiesto all’onorevole Scalfarotto?
“Gli abbiamo chiesto perché l’Unar non acquisisce, come i suoi omologhi in tutta Europa, la giusta indipendenza, che lo smarchi dall’influenza della politica e gli permetta di fare il suo lavoro senza influenze esterne… quand’è che l’Unar avrà il mandato ufficiale ad occuparsi delle discriminazioni contro gay, lesbiche e trans.”

– Cosa vi ha risposto Scalfarotto?
“Niente.”

Vi invito a leggere quest’intervista su Gay.it, per certi aspetti illuminante, a Flavio Romani sulla situazione italiana rispetto alla questione LGBT. Per chi ancora crede che questo governo sia un interlocutore affidabile. E per chi nutre fiducia in persone come Scalfarotto, che appunto a domande specifiche risponde col niente.

Scempio unioni civili: mille giorni? Non fatico a crederci

l'eurodeputato Daniele Viotti

l’eurodeputato Daniele Viotti (Pd)

Dichiara Daniele Viotti, in un suo commento su Facebook ripreso dal portale Gay.it:

Per i diritti civili non c’è mai tempo, in undici secondi abbiamo ricevuto l’ennesimo rinvio e un’altra promessa a cui fatichiamo a credere.
Se non esiste ancora un testo (e a quanto pare non esiste) la proposta Cirinnà può essere un punto di partenza anche se non prevede la parità effettiva che si raggiunge solo con il matrimonio egualitario.
E infatti rimane insoluta la questione di fondo che da tempo poniamo: qual è l’orizzonte del Pd? Per me deve essere la totale uguaglianza! Prendiamoci il tempo necessario per una legge che preveda il matrimonio egualitario, condividiamo le posizioni, ascoltiamo le associazioni e il movimento.
Se questo è l’orizzonte partiamo pure dal dibattito sulle unioni civili, previste da Renzi, ma siano rispettati i tempi dati. Non è ammissibile aspettare ancora, non è ammissibile vivere ancora in un Paese in cui i pochi progressi sui diritti civili sono ottenuti per decisione di amministrazioni locali coraggiose o attraverso sentenze di tribunali.
Lo dico con una battuta: speriamo che oggi alla direzione nazionale il segretario del partito faccia pressioni sul premier.

Flavio Romani, presidente di Arcigay

Flavio Romani, presidente di Arcigay

Gli fa eco Flavio Romani, presidente di Arcigay:

Non gli crediamo: il premier si sta prendendo gioco di noi. I continui rinvii e le promesse da marinaio sono una pratica intollerabile per un Primo Ministro, una modalità imbarazzante e poco seria con cui Renzi si prende gioco delle vite di milioni di cittadini e cittadine.

Eppure, io questo scandalo non lo capisco. È come se mi stupissi nel constatare che fa brutto tempo e la pioggia mi bagna il marciapiede sotto casa. Perché basta avere un minimo di senso critico e capire di chi stiamo parlando – un presidente del Consiglio che era presente al Family Day, che ha fatto il cimitero dei feti quando era sindaco di Firenze e che su certi temi si fa dettare la linea dai supporter di Adinolfi e da Alfano – per capire che le fantomatiche “unioni civili alla tedesca” sono l’ennesimo esercizio linguistico di un partito e del suo ennesimo segretario, che per la questione LGBT nutrono solo sentimenti di diffidenza e di ipocrisia.

In passato venni accusato di “gufismo” per aver detto che a settembre non avremmo visto nulla, che dietro i buoni propositi si nascondevano i soliti imbrogli e le solite manovre sottobanco, il cui risultato mira(va) all’eterno rinvio e, sostanzialmente, al nulla di fatto. Adesso sarebbe buona norma che certi gay renziani (o quelli che renziani non lo sono, ma chissà perché da tali si comportano) chiedessero scusa non tanto a me – della loro opinione nulla mi importa – ma alle migliaia di persone LGBT che hanno convinto in cabina elettorale facendo da specchietto per allodole. Fosse non altro per una questione di onestà intellettuale. Dire chiaramente “scusate, abbiamo fatto una cazzata”, l’ennesima per il Pd. Ma appunto, ci vuole onestà per dire queste cose.

Ad ogni modo, mentre qualcuno si stupisce io non fatico a credere in questo ennesimo rinvio. Non so voi.

Legge antiomofobia: Scalfarotto è contento. Il popolo LGBT no

E niente. Ivan Scalfarotto non ce la fa. Il suo tentativo di rispondere a Civati, che su Gay.it ha detto l’unica cosa sensata sulla legge contro l’omo-transfobia – ovvero: così com’è è da buttare e non va votata – diventa l’ennesimo attacco alla comunità LGBT (stavolta nella persona di Flavio Romani) e un’ulteriore conferma che questo provvedimento nasce male e rischia di finire ancor peggio.

Vi invito a leggere la sua intervista dell’esponente del Pd. Io, qui, mi limiterò a sottolineare quei punti che trovo, ed uso un eufemismo, controversi.

Quando Scalfarotto dice che «non possiamo dimenticare che c’è un governo in carica e che, davanti a un suo parere contrario, ci saremmo trovati davanti alla necessità di scegliere tra il governo e la legge» ammette implicitamente che questo esecutivo è omofobo. Se una legge, per poter andare alle Camere deve essere depotenziata della sua stessa essenza, come ci ricorda per altro Tommaso Cerno – ovvero punire propaganda, incitamento all’odio e violenze per motivi legati all’identità di genere e all’orientamento sessuale, con un’aggravante per i reati già previsti – significa che chi dice di volerla in realtà non la vuole.

Fermo restando che ci dovrebbe spiegare, l’ottimo Scalfarotto, che razza di governo è quello che si regge sulla negazione della dignità e della sicurezza di una parte della società civile. Con quale logica si barattano i diritti fondamentali con la sopravvivenza di un esecutivo? Ma questo è un problema che, per nostra fortuna, riguarda solo lui e la sua coscienza.

Ancora, nell’intervista possiamo leggere: «Come PD abbiamo già presentato un emendamento che la prevede, e che contestualmente introduce una norma che chiarisce che l’intera legge Mancino (tutta, non solo dunque la parte sull’omofobia e la transfobia) non si applica alla manifestazioni del pensiero riconducibili al pluralismo delle idee».

Facciamo un passo indietro: la legge Mancino prevede che non si possa propagandare la superiorità razziale e religiosa. Dire che neri ed ebrei sono inferiori è già reato. Secondo la sua affermazione, saremmo forse autorizzati a credere che per permettere agli omofobi di poter continuare a dire che essere gay è una perversione, una malattia, qualcosa di cui vergognarsi, adesso anche razzisti e antisemiti potranno, grazie a un non meglio identificato “pluralismo delle idee” – configurabile come razzismo – esser tali?

Il capolavoro, poi, Scalfarotto lo raggiunge in questa frase: «Questa legge non serve a mettere in prigione le persone che non la pensano come noi, ma a colpire espressioni di violenza verbale e fisica che costituiscano un limite alla dignità e alla libertà delle persone. Io non vorrei mai vivere in un Paese dove si va in galera per le proprie opinioni […] Romani si ricordi sempre che se vuoi mettere in galera qualcuno per le sue idee, corri sempre il rischio che prima o poi in galera ci mettano te per le tue».

Ecco, questo è il centro della questione. Nessuno vuole mettere in galera chi pensa che due gay non possano sposarsi o avere figli. Se ci facciamo caso, siamo già circondati da milioni di imbecilli che pensano che i neri siano persone di serie B e tutti questi vanno in giro a piede libero.

Il problema sorge, semmai, se sei un parlamentare come Binetti, per fare un esempio, e vai a dire pubblicamente che l’omosessualità è una malattia che va curata. Cosa accadrebbe se io fossi un esponente di punta di un partito e dicessi che essere cattolici è una grave patologia mentale o che chi va a messa la domenica non dovrebbe avere gli stessi diritti di chi è ateo?

Qualcuno poi spieghi a Scalfarotto che un vescovo che dal suo pulpito descrive tutti/e noi, lui e il suo compagno inclusi, come depravati, malati di mente e altre amenità simili, sta già compiendo una violenza verbale. Su questo tipo di violenza, altri poi si sentono in dovere di aggiungere quelle fisiche. Forse dovremmo combattere non solo i sintomi del male (le aggressioni e le violenze), ma anche le cause (la diffusione e la propaganda dell’omo-transfobia).

Il punto è che il progetto di legge originario non prevedeva alcuna restrizione della libertà di espressione del pensiero e semmai faceva sì che tutte le fattispecie penali ad hoc previste dalla legge Mancino si estendessero all’orientamento sessuale e all’identità di genere, non creandone altre specifiche (come è poi successo) e soprattutto non utilizzando termini come “omofobia” e “transfobia”, che mancando di definizioni giuridiche rendono nei fatti la legge incostituzionale.

Poniamo una questione pratica: ma uno che picchia un gay ha bisogno di una perizia psicologica per sapere se è affetto da una fobia? E se è sano che facciamo? lo mandiamo a casa e gli facciamo i complimenti?

Non concordo infine con la teoria del cavallo di Troia caldeggiata dal deputato per cui si fa una leggina, così almeno arriva in parlamento. E in parlamento poi rimettiamo tutte le modifiche tolte all’inizio. Peccato però che abbia già detto, il nostro, che abbiamo un problema di tenuta del governo. Chi ci assicura che i parlamentari del PdL non faranno pressioni a quelli del Pd per lasciare le cose così come stanno?

Ricordo, ancora, che anche quando ciò dovesse verificarsi, rimane l’onta di aver trattato – per l’ennesima volta – tutte le persone LGBT come non meritevoli degli stessi diritti, da far uscire dalla porta della legge per far rientrare quei diritti stessi dalla finestra dei giochi di palazzo. E ciò è di per sé lesivo della nostra dignità.

Ivan Scalfarotto, esordisce l’articolo, non nasconde la soddisfazione per essere riuscito dove altri prima di lui non sono arrivati. Ovvero: aver svuotato di senso un provvedimento di cui si sente una certa urgenza (ricordiamoci i ragazzini che si lanciano dai balconi e il bullismo nelle scuole), aver insultato ripetutamente il movimento LGBT che quella legge vede come pericolosa, aver dato prova di incapacità di dialogo e di ascolto e aver ricevuto – per tutto questo – il plauso dei teodem, da Bindi a Buttiglione!

Non so voi, ma fossi in lui non sarei poi così contento.

Pegasi d’oro e mediazioni al ribasso

Avrei voluto scrivere un piccolo reportage sul mio recente tour in Turchia, ma gli ultimi avvenimenti politici sono decisamente succulenti, al punto tale che mi occuperò di alcuni di essi riportando al dopo il piacere dei ricordi di viaggio.

Tra i temi che mi solleticano molto, c’è quello del prossimo congresso di Arcigay. Premetto da subito che non ho letto le due mozioni – ero in vacanza fino a ieri, capirete… – ma mi riprometto di farlo in tempi brevissimi e di dire la mia. Non do, per altro, adesioni sulla fiducia, anche se devo ammettere che quella che si profilerebbe come la mia “fazione” non mi ha mai fatto pressioni in tal senso.

Rimandando a poi, quindi, la valutazione sui contenuti, vorrei parlare della polemica per ora in corso tra i due schieramenti contrapposti “Liberiamo l’uguaglianza” (LlU) e “Uguaglianza e Libertà” (UeL). Questi ultimi attaccano Patanè, attuale presidente e ricandidato per la prima mozione, per aver assegnato il Pegaso d’oro a Iva Zanicchi.

Il Pegaso d’oro, per intenderci, è una sorta di oscar per frociare doc. Patanè avrebbe assegnato il prestigioso cavallino alato a una politica omofoba, visto che l’aquila di Ligonchio, in quota PdL, ha firmato un documento contro il matrimonio egualitario.

Concordo con la mozione UeL. Patanè ha fatto un errore. E aggiungo: un’associazione seria non ha bisogno di pseudo-telegatti in salsa di finocchio. Un’associazione seria fa politica. Sic et simpliciter. Per cui augurandomi che la signora Zanicchi venga destituita del rango di frociara, cosa che a quanto pare è preoccupazione urgente degli amici di UeL – basta vedere lo spazio dato alla notizia su sito apposito e profilo Facebook – mi auguro che premi del genere smettano di esistere.

Accanto a questo, faccio notare ai due candidati di UeL – Flavio Romani e Michele Breveglieri – che tra le firme dei loro sostenitori spuntano ben due nomi: Alessandro Zan e Franco Grillini. Nomi storici per il movimento, è vero, nonché militanti di partiti a me simpatici, quali SEL e IdV. Eppure, questi due signori ai quali auguro comunque di entrare in parlamento e di fare gli interessi della comunità LGBT, hanno fatto un grosso passo falso: una petizione di legge popolare per le unioni civili. Non il matrimonio, ma le unioni civili. L’ennesima contrattazione al ribasso per far contenti, in vista delle future alleanze, partiti e maggiorenti. Ne parlai in un post apposito.

Bene, i candidati di UeL, così attenti alla questione del matrimonio, dovrebbero chiedere a Zan e Grillini di ritirare il loro appoggio a quella proposta di legge. Perché se è grave che Zanicchi firmi un documento contro il matrimonio, è altrettanto inaccettabile che due militanti storici gay partino da una mediazione al ribasso che ha tanto sconcertato il movimento rainbow italiano.

Mi si concederà, infatti, di affermare che se è grave che una frociara indegna si tenga una statuetta di cui nessuno ha memoria, è ancora più grave che chi dovrebbe lottare per la piena parità si accontenti di mediazioni al ribasso. Fosse anche a cominciare dal nome.

Per il resto, la gara è aperta e vinca il migliore.