La morte di Welby e la morte della civiltà

Cinque anni fa si spegneva Piergiorgio Welby.

La sua morte, da allora, non ci ha insegnato nulla. La componente cattolica di questo paese – quelli come Casini, per intenderci, che candidano mafiosi al parlamento, o come Ratzinger e Giovanni Paolo II, che hanno coperto i casi di pedofilia all’interno della chiesa – ha creato, nel frattempo, una legge che ci obbliga a morire tra atroci tormenti.

Da notare come tra i nomi autorevoli di questi nuovi signori del dolore spicca una certa Paola Binetti, creatura politica di Francesco Rutelli, ex senatrice del partito democratico, premiata da Veltroni per la sua omofobia e ricandidata alla Camera dei Deputati e poi passata all’UdC. Proprio Binetti è musa ispiratrice di tale legge.

Tutto questo per ricordare che la destra fa il suo mestiere, e lo fa bene. E che quando certa sedicente sinistra tenta di copiarla, crea mostri e si rende complice della morte culturale, democratica e civile di questo paese.

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Eluana, la dignità e gli assassini delle libertà civili

Il 9 febbraio 2009 moriva Eluana Englaro. Moriva nel senso che il suo cuore smetteva di battere. Dopo diciassette anni di stato vegetativo, dopo la morte, cioè, dei suoi pensieri, delle sue aspirazioni, dei suoi sogni, di tutto l’amore che poteva provare.

Eluana era ridotta a un vegetale e il padre, allora, ha cominciato una lotta di civiltà per fare in modo che la figlia si spegnesse in modo dignitoso. Non dissolvendosi dentro un corpo tenuto in vita artificialmente, ma lasciando che la natura completasse il percorso deciso dal caso, ben più tragico.

La vicenda di questa ragazza è divenuta terreno di scontro tra la parte più sana del paese – coloro che credono nella libertà individuale delle persone a prescindere dal loro credo religioso e nel rispetto di tutte le scelte, anche quelle contrarie al sentimento della laicità – e i cattolici che, con la complicità di una destra da postribolo che per farsi forte dell’appoggio vaticano ha contrastato la libertà di scelta di chi non ha voluto sottomettersi alle conseguenze di un credo nelle quali non si riconosce.

La legge sul testamento biologico e sul fine vita è un banco di prova fondamentale per la libertà dell’individuo: si deve poter scegliere di rifiutare le cure, l’alimentazione e l’idratazione forzate. Se queste, infatti, vanno contro il nostro più intimo concetto di libertà personale, bisogna fare in modo che si muoia secondo la nostra coscienza.

Il Vaticano, che pare non essersi più ripreso dall’evidenza galileiana e dalle scoperte di Copernico, fa di tutto per renderci delle larve da addossare alle nostre famiglie, che devono scontare costi, umiliazioni, sacrifici e disagi di una scelta imposta da altri – i clericali – che si limitano, al massimo, di pregare per le nostre anime all’interno delle loro ipocrite parrocchie di provincia.

Tra pochi giorni verrà presentato in parlamento un provvedimento sul fine vita. Il berlusconismo agonizzante spera di comprare così l’ennesima complicità di una chiesa che, in cambio di una legge ad hoc, chiuderà volentieri un occhio sugli scandali sessuali – non proprio conformi al concetto di famiglia cristianamente intesa – del premier.

Occorre fermare, con le armi della politica, questi volgari assassini delle libertà civili. Bisogna dire sì, con forza, al testamento biologico e all’eutanasia.

Come la sinistra può essere credibile su coppie di fatto e laicità

Visto che, in nome di un pragmatismo tanto sbandierato da certi miei amici del pd e mai messo in pratica dai loro dirigenti di partito, il che è singolare perché si chiede a una minoranza una “moralità” che la maggioranza richiedente non è in grado di garantire – e questo meccanismo è il riflesso di ogni discriminazione – propongo qui quattro step fondamentali per fare in modo che la coalizione di centro-sinistra risulti credibile in materia di diritti civili e laicità in generale.

1. Avere un’identità chiara su questi temi. Stabilire, cioè, cosa si vuole fare e in che termini, attraverso una discussione comune di tutti quei partiti di sinistra (da aprire a certa destra, e penso a FLI) che vogliono davvero dare risposte reali al paese in tema di coppie di fatto, lotta all’omo-transfobia, omogenitorialità, fine vita e testamento biologico.

2. Isolare le componenti più retrive: si può sempre far notare a gente come la Bindi, Fioroni e “pretaglia” di vario genere che per il rifiuto di certe istanze c’è sempre una più decorosa militanza nel PdL.

3. Avviare una politica concreta sul territorio, ovvero in quelle amministrazioni (comunali, provinciali e regionali) dove i numeri consentono di fare leggi o provvedimenti a favore dei temi in questione. Penso anche all’istituzione di un counseling professionale per aiutare quelle famiglie che hanno in casa un malato terminale, come supporto psicologico. Garantire a costo zero o sotto costo i farmaci contro il dolore. Come potete vedere, bisogna avere comprensione per i bisogni della gente. Non certo carità cristiana.

4. Siglare un patto programmatico per le prossime due legislature. Nella prima si può mediare tra un potenziamento dei poteri regionali su queste tematiche per consentire al governo nazionale, aperto a possibili forze moderate, di lavorare su economia e assetto istituzionale. Questa fase dovrebbe durare almeno tre anni. Dopo di che, alla legislatura successiva, si va alle elezioni con un programma chiaro, frutto dell’elaborazione di questi anni di mediazione e di lavoro, che preveda diritti inalienabili, chiari, che puntino alla sempre più progressiva parificazione tra coppie sposate e coppie non sposate e su un trattamento di fine vita che abbia come centro la dignità della persona e non il reazionarismo vaticano.

Lo scopo sarebbe quello di arrivare a provvedimenti concreti entro sei anni al massimo. La sinistra, in particolare il pd, può scegliere questa strada e ci sono gli elementi per farlo. Oppure può continuare a rimandare la questione, come stanno cercando di fare i cattolici, in queste ore, all’assemblea nazionale del partito democratico.

La scelta di Monicelli e il trattamento di fine vita

Mentre ieri sera guardavo l’ultima puntata di alta televisione che è stato Vieni via con me, fulgido esempio di una tv di qualità che per fare audience non deve svendere il buon gusto, l’equilibrio e l’impegno sociale alla volgarità dei tempi presenti, sul sito di Repubblica leggevo della morte di Mario Monicelli.

Morte causata non dalle dirette e irreversibili conseguenze della vecchiaia e del male che affliggevano il grande regista, ma da un atto di volontà.

Appena saputo del “suicidio”, e leggendo delle condizioni di salute di Monicelli, ho subito pensato al tentativo di non subire l’umiliazione del dolore. Un’interruzione volontaria di esistenza, di un’esistenza destinata alla fine, al disfacimento, alla perdita del controllo di sé.

Evidentemente, ho pensato, per Monicelli la dignità della sua persona passava per il mantenimento delle proprie facoltà fisiche e intellettive. Finire in un letto a disfarsi tra dolore e incoscienza forse non gli è embrato consono al concetto di dignità personale. E così ha deciso di porre fine alla sua vita seguendo ciò che era inevitabile. In modo forse un po’ brusco e irruento ma chi lo conosceva bene così lo ricorda. Un uomo un po’ brusco, a volte, ma di gran cuore.

Oggi, ascoltando le dichiarazioni di chi lo conosceva, si esprime a chiare lettere che la scelta del “suicidio” è una scelta che non sorprende. Monicelli non voleva diventare un vegetale destinato comunque alla morte. E ha preso la sua decisione.

L’idea che mi ha attraversato ieri, per un attimo, oggi si è fatta più concreta. Se l’Italia avesse una legge che disciplinasse il trattamento di fine vita (eutanasia inclusa) – da non confondere con il suicidio – Monicelli avrebbe potuto affrontare quel momento in modo non cruento. Possibilmente non in solitudine, circondato dall’affetto della sua famiglia.

L’ordinamento vigente, supportato da questo governo che è il più squallido degli ultimi centocinquant’anni e che ha come sponsor privilegiato la chiesa cattolica, prevede il divieto della fine delle sofferenze del malato.

Governo e chiesa che, per altro, sono i punti di riferimenti di quei movimenti “pro-vita” che a quanto pare si battono affinché la vita delle persone sia peggiore.

Monicelli, forse, ha voluto non dargliela vinta, alla malattia. E lo ha fatto scegliendo. Scegliendo di non dare l’ultima parola al suo male. A ben guardare questa è libertà. È dignità. Dignità e libertà. due parole che non si declinano nel linguaggio dell’attuale classe politica italiana asservita ai peggiori poteri clericali, ma che diventano esempio vivo dei grandi uomini del nostro paese.

E per la cronaca, Monicelli ha anche rifiutato i funerali, religiosi e civili. Chissà che non ci sia un nesso, anche qui. Perché lui era lui, verrebbe da dire, «e voi non siete un cazzo».

Un saluto al maestro, tale fino all’ultimo.

Ecco perché Casini non è degno del voto “cristiano”

Il presunto declino del berlusconismo e l’irrompere sulla scena di partiti nuovi (con leader non proprio di primo pelo) come SEL o Futuro e Libertà sparigliano le carte su temi che, apparentemente, sono tornati di moda anche nei corridoi di Montecitorio dopo la pessima gestione ulivista dei DiCo e dopo il dramma di Eluana Englaro di qualche tempo fa: il testamento biologico e le coppie di fatto.

Una ripresa, per adesso non ufficiale e lontana dai programmi elettorali delle ormai certe future elezioni anticipate, che nonostante le aperture registrate in queste settimane è però piena di pericoli per le tematiche che stanno a cuore alle persone GLBT e per chi si batte, più in generale, per i diritti civili, compresi anche quelli sul trattamento di fine vita.

Il primo rischio è quello della confusione: pare sia un mantra diffuso quello di mischiare le carte tra temi eticamente sensibili e diritti civili. Il che per i politici di matrice cattolica è comprensibile, abituati come sono a confondere certe sfere del diritto per avallo di pratiche viziose e, soprattutto, a obbedire alla morale personale dell’esibizione delle virtù pubbliche e della pratica fervente ma silenziosa dei vizi privati. In altre parole, ne comprendiamo i limiti e già da un po’.

Che invece lo stesso errore lo commetta pure Giuliano Pisapia, fresco di vittoria sulle primarie, lascia un po’ perplessi e delusi – per non parlare dell’irritazione di politici del pd come Scalfarotto – e fa pensare che il candidato sindaco di Milano voglia aprirsi uno spiraglio di vittoria certa lasciando aperta la finestra del dialogo con i centristi capitanati da Casini.

E questa eventualità ci riporta al secondo rischio, che è quello dell’ennesimo sacrificio umano da consumare all’altare del voto cattolico che potrebbe avere di nuovo, come vittima prescelta, il tema delle famiglie gay e lesbiche.

Casini, infatti, in un programma a La7 non ha perso occasione di ricordare che chi si alleerà con l’UdC nulla dovrà concedere alle coppie gay, con una fermezza così irriducibile che se fosse stata applicata anche nella scelta di certe (sue) candidature di sicuro sarebbe stato un bene non solo per l’Italia tutta ma anche per la stessa popolazione parlamentare.

A questi rischi, che sono particolari, se ne aggiungono altri per così dire strutturali.

In primis: l’indeterminatezza di cui si fa scudo Pisapia, e di chi confonde temi etici con temi di rilevanza sociale, ne fa terra di conquista della falange d’assalto vaticana e che, abbiamo visto, non è un bene per la tenuta democratica del nostro paese.

Adesso fa bene Scalfarotto a indignarsi, ma a mio giudizio in tutta questa situazione bisogna far ben presente a tutti che:

1. non importa che temi etici e temi sociali siano interscambiabili o meno, come da precisazione scalfarottiana, ma ciò che importa ne è la legittimità;

2. se un tema è legittimo e incontra il bisogno di larghe masse o singoli individui può diventare argomento di campagna elettorale (e credo che in una città grande come Milano si senta l’esigenza di certe tutele da parte di larghe fasce sociali)

3. i temi eticamente sensibili devono essere campo di analisi e di soluzione politica proprio della sinistra e devono essere affrontati con spirito laico, libertario e inclusivo.

Lo capisse pure Pisapia saremmo a buon punto.

In secundis: trattare certe opinioni di stampo omofobo come esercizio di libertà di pensiero è aberrante. A Casini, o chi per lui, non va risposto sul piano dei contenuti, sempre deprecabili, ma va spostato l’argomento su un piano più elevato che è quello, appunto, della moralità. Tanto per fare un esempio, al leader dell’UdC, così lucidamente e coerentemente omofobo, qualche politico, anche del mondo GLBT ma non solo, dovrebbe ricordare e anche con una certa durezza che non si accettano lezioni di etica individuale o morale collettiva da chi ha fatto eleggere al Senato un condannato per reati di mafia.

Per altro la durezza di Casini dimostra come il leader centrista sia disposto a fare alleanze con chiunque si adegui a lasciare l’Italia in uno stato di apartheid giuridico nei confronti di gay e malati terminali, Berlusconi incluso, e questo ne dimostra tutta la pochezza e la piccolezza umana prima ancora che politica.

Casini, in altri termini, potrà vantare il voto cattolico dalla sua parte, ma di certo non  merita il “voto cristiano” – che è altra cosa e che investe la genuinità dei credenti – per il suo passato che ha visto l’avallo del peggiore berlusconismo e la legittimazione del malcostume italiano, due “peccati” che di certo non si sposano con il messaggio di Gesù, il quale, tra l’altro, non prevedeva la marginalizzazione del diverso ma la sua piena integrazione. Piaccia al papa o meno, o chi per lui.

Il rischio della caciara, al momento di affrontare tutte queste questioni, tra le quali anche il fine vita, che tralascio perché ne ho competenza limitata, è elevatissimo. La nuova classe dirigente che si dice progressista o futurista e che è, in entrambi i casi, migliorista non può prescindere da queste considerazioni se vuole essere davvero ciò che dice di voler diventare: moderna, europea, inclusiva. Perché, se non si fosse ancora compreso, oggi è moderno, europeo e inclusivo tutto ciò che è quanto più lontano del voto cattolico-moderato italiano. Ed è compito del nuovo corso della politica del nostro paese, ammesso che ce ne sia l’intenzione, superare questo gap culturale che interessa tutti gli schieramenti possibili.

Assemblea del pd: Bersani dimentica i diritti dei gay

Nulla di buono promette l’Assemblea Nazionale del partito democratico, che si è svolta in questi giorni a Varese, sul tema di argomenti fondamentali quali coppie di fatto, testamento biologico e nucleare.

Un’assemblea che ha avuto il tempo di parlare di vari temi: scuola, agricoltura, federalismo, convivenza civica, piccole e medie imprese, mobilità. Non una parola, invece, sui diritti delle unioni gay, sulle convivenze, sul fine vita e sull’ecologia.

A dire il vero il gruppo “gaydem” del partito, quello che rappresentato da Paola Concia e da altri ancora, aveva “presentato un Ordine del Giorno all’Assemblea sulle unioni civili per le coppie gay, che impegnasse il Partito a sostenere le proposte di legge presenti in Parlamento”, come si legge sul blog di Ivan Scalfarotto. Allo stesso tempo, i mariniani hanno presentato un altro OdG sul nucleare e sul testamento biologico.

Il pd, com’è sua abitudine, ha fatto ritirare le proposte dei mariniani e dei gaydem bollandole come “temi difficili”, che avrebbero potuto spaccare il partito. Un partito, evidentemente, in cui c’è una componente di peso contraria alla felicità delle famiglie GLBT, alla dignità della vita di chi decide di non voler morire in stato vegetativo, alle energie pulite e rinnovabili.

La mediazione al ribasso a cui si è giunti, perché il pd in questo è maestro, prevedeva che “Bersani avrebbe citato tutti questi punti nella sua replica” e che si sarebbe rimandata “la discussione alla prossima assemblea di dicembre a Napoli”.

Poi, come sempre ci insegna la storia del partito democratico, dalla mediazione al ribasso si è passati al nulla:

Il problema è stato che Bersani ha dimenticato (sarei tentato da usare delle virgolette, ma lascio stare) di citare la cosa.

Un copione già visto, dai tempi dei PaCS, poi diventati DiCo (la mediazione al ribasso della proposta Grillini, sicuramente migliore), poi divenuti il nulla. Trafila che il partito di Bersani segue per tutti quei temi che non si vuole affrontare.

Lo si è visto, per altro, a ottobre dell’anno scorso quando la proposta di Paola Concia sulla legge contro l’omofobia, che poi è una semplice aggravante generica su reati già esistenti (mediazione al ribasso sull’estensione della legge Mancino ai reati di omofobia e transfobia) ha prodotto l’ennesimo nulla di fatto.

La domanda da porsi adesso è la seguente: forse che la strada di mediare su ogni cosa, puntando al minimo, sia di comprovata inadeguatezza?

Concludo queste mie riflessioni ricordando Rosa Parks, la donna che nell’America segregazionista disobbedì alla legge che vietava ai neri di usufruire dei sedili per i bianchi negli autobus. Le rivendicazioni della Parks non erano parziali (come i DiCo) e non si basavano sull’idea di avere qualcosa rispetto al nulla. C’era un’ingiustizia e andava eliminata. Rosa Parks non chiedeva di sedersi in autobus dopo una certa ora, o per un tempo inferiore rispetto a quello dei bianchi. Voleva quel diritto, puro e semplice. La storia ci insegna che la determinazione di quella donna ha avuto la meglio. Nessuna mediazione al ribasso.

Forse sarebbe il caso che anche gli amici gay e gay-friendly del partito democratico se ne rendessero conto. Anche se questo significa dire di no a qualcuno. Un qualcuno che, allo stato attuale, è uguale a chi negli anni cinquanta vedeva i neri come persone di serie B e che adesso ha voce in capitolo dentro il partito democratico.