Tuo figlio non smette di essere gay? Dagli l’esempio: cambia orientamento

Amy Dickinson zittisce i genitori omofobi

Amy Dickinson zittisce i genitori omofobi

Ho trovato questa notizia su Facebook e ritengo opportuno condividerla anche qui:

Amy Dickinson cura la rubrica “Ask Amy” sul Washington Post in cui dà consigli di coppia e familiari. Una mamma “tradita” le ha scritto perché suo figlio di 17 anni “non la smette” di essere gay: «Non mi ascolta, magari ascolterà te».

La risposta di Dickinson è diventata virale: «Cara Tradita, dà l’esempio a tuo figlio cambiando la tua sessualità, così gli farai capire quanto possa essere facile. Provaci, smetti di essere etero: gli dimostrerai che la sessualità di una persona è una questione di scelta – dettata dai propri genitori, dalla chiesa e dalle pressioni sociali» e non l’essenza di ciò che sei. L’invito è di essere genitori fino in fondo e di amare i propri figli per quello che sono: «Se non sei capace di accettarlo» conclude la giornalista «c’è un’associazione di genitori di omosessuali che potrebbe aiutarti, Pflag.org (l’equivalente dell’italiana Agedo) contattali».

La migliore risposta che possiamo dare qui, noi in patria, ai vari fan club delle terapie riparative.

Per chi volesse leggere l’articolo completo, clicchi qui.

Tabacci, giù le mani dai nostri figli

Bruno Tabacci, leader dell’ennesimo partito centrista dello 0,0%, torna sul dibattito dei diritti civili, del matrimonio e delle adozioni con l’unico argomento di cui sono capaci i cattolici di fronte alla complessità umana: il no.

Secondo le agenzie, riportate da Libero, il “leader” centrista avrebbe sentenziato:

Il matrimonio è quello fissato dalla Carta Costituzionale e comunque, soprattutto, non si toccano i bambini. Un conto è che si discuta del figlio naturale di un membro di una coppia gay: in questo caso non c’è dubbio che possa essere dato in affido. Sto parlando dell’adozione di bambini che vengono da altre realtà, da altre comunità o da altre condizioni.

Proviamo a tradurre: un conto è che chi ha già la disgrazia di nascere e/o crescere in una famiglia di pervertiti ci rimanga, un altro discorso va fatto per chi può essere salvato da questa tragedia.

Adesso Tabacci smentisce, sostiene di non aver mai detto “giù le mani dai bambini”, ma sta di fatto che il contenuto delle sue parole è e rimane quello: i gay e le lesbiche non possono crescere (e adottare) i figli (degli altri). Per il compagno del genitore biologico prevede, al massimo, un affido.

Io credo, invece, che veicolare questo tipo di messaggi sia una violenza indicibile verso quei centomila bambini italiani che sono figli di un genitore omosessuale. Tabacci sta lasciando intendere a queste persone che i loro papà o le loro mamme sono dei poco di buono. Forse l’ex senatore dell’UdC, poi ApI, adesso Centro Democratico sarebbe più credibile se rivolgesse, questa volta a chiare lettere, la stessa identica frase a quella chiesa cattolica che è stata e che è il suo attuale sponsor politico. Per le ragioni che conosciamo tutti, purtroppo…

Fino a quel momento, Tabacci tenga lontano le sue mani, attraverso i suoi discorsi omofobi, dai nostri figli. Lo impongono il senso del rispetto, l’umanità e una coscienza che altre culture definirebbero come “cristiana”.

Monumenti all’inciviltà

Volevo tanto rispondere a tale Michele Fusco, autore dell’articolo Care coppie gay, una storia riuscita non è la soluzione al problema figli. Riassumendo, in parole più semplici: un figlio ha bisogno di un padre e di una madre (e che schifo i froci), quest’ultima parte sussurrata, perché non è politicamente corretto dirlo, ma solo pensarlo.

Seguono richiami alla natura, al fatto che una donna deve fare la madre ma che può farlo solo con accanto un uomo. Altrimenti si cade nel peccato di egoismo. Con un’aggravante: voi gay, dice l’autore, siete felici coi vostri figli a carico, ma questa felicità, aggiunge, è lecita?

Di fronte a tale becerume intellettuale, condito dalla solita sequela di luoghi comuni e spacciato per paternale concessione per cui ok, i gay possono esistere purché si limitino a fare i froci, due o tre cosette avrei anche voluto dirgliele, al Fusco qui sopra. E invece, per fortuna questo articolo omofobo (e sessista) è scritto talmente male che non lo leggerà nessuno. E chi lo leggerà, non capirà niente.

Faccio solo notare una cosa: oggi è il primo ottobre del 2012. In questa data, nel 1989, in Danimarca Axel e Eigil Axgil (li vedete nella foto) si univano civilmente: era la prima coppia, formata da persone dello stesso sesso, a farlo in Europa e nel mondo. Teniamocelo, quindi, l’articolo in questione. È un monumento al ritardo culturale dell’Italia rispetto al resto del mondo civile.

Il figlio di Scilipoti e le famiglie gay

Prendo spunto dal post odierno di Queerway sulle ultime dichiarazioni di Scilipoti contro le famiglie gay.

Il “responsabile”, eletto nell’Italia dei Valori e passato alle file berlusconiane, afferma:

Qual è la spiegazione che posso dare a mio figlio quando un uomo parla di famiglia e poi dice pubblicamente di vivere insieme a un altro uomo? Non puoi dire a mio figlio che quella è una famiglia. Perché mio figlio non la capirebbe.

Queerway fa giustamente notare che se quel figlio è così incapace di capire cose così elementari – e cioè che esistono uomini (o donne) che possono innamorarsi tra loro e anche allevare e crescere figli – la colpa non è delle famiglie gay.

Per altro anche il ministro Romano – eletto nell’UdC e poi anche lui folgorato sulla via della responsabilità nazionale, la stessa che non gli impedirebbe però, secondo gli inquirenti, di avere rapporti con la mafia – ha addotto una spiegazione simile contro le unioni civili: non saprebbe come spiegarlo alla figlia.

Adesso, il sospetto che la prole di questi signori sia affetta da preoccupanti ritardi mentali sarebbe una spiegazione più che plausibile se non fosse per il fatto che nei processi educativi il fallimento va imputato a chi li impartisce. In buona sostanza, a essere incapaci nel sostenere certe realtà non sarebbero i figli ma proprio Scilipoti e Romano.

Ci si chiede, di conseguenza: se questa gente non è in grado di spiegare una cosa così semplice, come pretende di poter avere in mano il governo del paese?

Una nuova famiglia arcobaleno

Le famiglie arcobaleno sono quelle famiglie in cui i bimbi hanno due papà o due mamme dello stesso sesso. In Italia si calcola che almeno centomila bambini vivono in una situazione siffatta, anche se la stima risale al 2005 e forse andrebbe aggiornata.

Si è dimostrato che questi bambini, crescendo, sviluppano una maggiore attenzione verso le diversità e verso il rispetto degli altri.

Sono bambini che vivono circondati dal calore e dall’affetto dei loro cari e questo basta perché crescano sani, allegri, vispi, con le carte in regola per essere persone integre, complete, felici.

Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non vivono male nella realtà in cui sono immersi. Quando c’è amore e rispetto, d’altronde, c’è tutto.

Contrariamente a quello che accade in altri paesi d’Europa e del mondo, l’unico vero motivo di sofferenza per la condizione di figli di coppie omogenitoriali sta nel fatto che in Italia lo Stato non tutela i loro nuclei familiari. Se morisse, infatti, il loro genitore biologico verrebbero allontanati dal genitore affettivo per essere affidati a qualche istituto religioso, magari.

Nell’attesa che arrivi una legge che dia diritti e protezione a queste famiglie, auguriamo a tutte loro che la vita sia benevola e feconda di futuro e di speranze.

Altrove, intanto, una nuova famiglia arcobaleno si è formata. Elton John e suo marito hanno avuto un figlio e si dicono sopraffatti dalla gioia. Un benvenuto, quindi, a Zachary, il nuovo arrivato. E un caro augurio ai due papà.

Crisis of infinite age

Hai trentasei anni. E a ottobre saranno trentasette.

Un bel giorno ti svegli e vedi che un tuo allievo piange perché la fidanzata lo ha lasciato, allora lo abbracci come se fosse figlio tuo e capisci che da quel momento in poi tutto è cambiato nella tua vita. Perché è come se fosse figlio tuo.

Sempre a partire da quel giorno cominci a non dare più importanza alle parole, perché sai che quando credi alle parole degli altri, che siano un «io ci sarò sempre» o un «non mi dimenticherò mai di te», poi dovrai fare i conti con l’assenza e l’oblio. Cominci pure ad averne le palle piene di gente che rompe le cose, a cominciare dalla tua fragilità, e poi devi essere tu a mettere insieme i cocci. Perché dover prendere scopa e paletta per spazzar via silenzi, distrazione e pezzi sanguinanti del tuo corpo a volte è umiliante, quasi insostenibile.

Addirittura ti guardi indietro e quasi non hai pentimenti, a parte qualcuno che, se vogliamo, ci sta tutto. Pensi che alla fine il percorso non poteva che essere quello, che le scelte fatte sono giuste, che gli errori comunque ti hanno aiutato a capirti meglio. Ti piace addirittura il lavoro che fai, se solo quei quattro pagliacci messi lì a governare ti permettessero di farlo.
Certo, qualcosa ti manca. Ti manca una casa tutta tua, col tappeto e il divano come quello che hai comprato per poche lire ma che tutti ti invidiano, a ben vedere, e che adesso giace in un garage a mille chilometri di nostalgia. Ti manca qualcuno che ci venga più degli altri, e in modo speciale, in quella casa e che magari un giorno ti dica che gli piacerebbe non andarsene più. Ti manca la certezza della noia e invece sei costretto a nutrirti del tedio dell’incertezza. Forse addirittura ti manca un figlio, però ok, andiamoci piano, non corriamo troppo.

E mentre tutto questo ti attraversa il cervello, nel pomeriggio ozioso allietato dal canto degli uccelli ai quali hai lasciato le briciole della tua colazione sul balcone, e scrivi queste parole sconnesse e anche un po’ patetiche, scorri la tua playlist su eTunes e il fatto di non trovare un’adeguata colonna sonora a questo impetuoso ruscello di pensieri lo leggi come un segno, come una metafora gigante, come il suono più adeguato, assieme ai rumori che provengono da fuori, per tutta l’incertezza che c’è.