Oggi su Gay’s Anatomy: “Note a margine sul suicidio di A.”

…e pure su Queer Post (con cui comincio ufficialmente la mia collaborazione):

1. cosa è successo davvero ad Andrea, il ragazzo suicidatosi a Roma mercoledì scorso?
2. il movente può essere rintracciato fuori dall’omofobia?
3. i compagni e i docenti si difendono, dicendo di non essere omofobi. Ma sono consapevoli di cosa significa esser tali?
4. si tratta di una campagna mediatica definita o dell’ennesimo passo falso delle associazioni LGBT e, in particolare, dei soliti noti?
5. cosa è successo davvero, ieri sera, per le strade romane, al corteo a cui ha partecipato una folla pacifica e arrabbiata?

Si parla tutto questo, oggi, su Gay’s Anatomy.

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Per A., stasera, in rosa

Non sappiamo il suo nome. Ma sappiamo almeno tre cose.
Che era gay.
Amava vestirsi in modo appariscente.
Era preso in giro dai compagni di scuola e anche qualche insegnante lo ha ripreso per la sua estrosità.

L’ennesimo caso di omofobia, malattia che colpisce gli eterosessuali ma fa fuori i gay. Per questa ragione, stasera alle 19:30 a Roma ci sarà una fiaccolata di solidarietà che partirà dal Colosseo e finirà al Liceo Cavour, dove il ragazzo andava a scuola.

Mi limito a constatare, prima di lasciarvi al comunicato delle associazioni a seguire, che una scuola che ha non ha evitato tutto questo dovrebbe avviare, al suo interno, una profonda riflessione, tale da coinvolgere dirigenti, insegnanti, alunni e genitori. Perché la scuola dovrebbe essere il luogo dove si forma l’individuo, non dove lo si distrugge.

In tal senso, il Liceo Cavour ha fallito la sua missione. In modo tragico. Adesso A. non metterà più lo smalto alle unghie, e la sua professoressa, la stessa che a quanto pare lo ha ripreso per i suoi comportamenti eccentrici, vivrà in pace con i suoi pudori di genere. Ma chi ci restituisce l’assenza, per altro tragica, di una vita? Bastava essere un po’ più comprensivi. Insegnare non dovrebbe essere solo impartire lezioni di latino e greco, significa dare visioni del mondo.

In quella scuola ha prevalso una visione “italiana” della realtà, basata ancora sulla risatina e sulle barzellette sui froci, sui no vaticani, sempre accolti dalla nostra classe politica tutta, a provvedimenti basilari di civiltà.

A fare le spese di tutto questo e del conseguente fallimento della missione scolastica del Cavour è stato un ragazzo che si è tolto la vita. Come faranno a guardarsi allo specchio docenti, allievi e famiglie, da oggi in poi, sarà complicato immaginarlo.

Ci vediamo stasera, al Colosseo. Alle 19:30. In rosa. Era il colore che piaceva ad A.

A., un quindicenne romano, si è tolto la vita per omofobia.
Vessato dai compagni da più di un anno, rimproverato da un’insegnante, non ce l’ha fatta più e si è impiccato con una sciarpa, davanti al fratello minore.

Per ricordare A., esprimere vicinanza a chi lo ha amato e rispettato con la sua diversità e il suo invincibile desiderio di autenticità, per non lasciare che il suo gesto passi ancora una volta inosservato e senza conseguenze, Il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, Queerlab, l’Associazione Radicale Certi Diritti e Luiss Arcobaleno danno appuntamento stasera alle 19.30 per una fiaccolata che partirà da via di San Giovanni in Laterano (Coming Out) per arrivare al Liceo Cavour in Via delle Carine, 1.

L’invito per tutte e tutti è di venire senza bandiere e indossando un capo rosa, il colore tanto amato da A.

Bindi, l’intrusa

Mi è appena giunta voce che Rosy Bindi, la brutta manza della politica italiana e del centro-sinistra, avrebbe partecipato ieri a una fiaccolata contro il razzismo a Firenze.

Strano che nessuno l’abbia accolta con un cartello con su scritto “trova l’intruso”.
La discriminazione, infatti, la si combatte sempre, o stai solo facendo sciacallaggio politico sulle disgrazie altrui.

Rosy Bindi non è razzista, ma è omofoba. Quindi, non è credibile.

Ammettere perciò un personaggio siffatto – quella che i genitori gay i figli se li possono scordare perché sennò poi crescono dei disadattati – ad una manifestazione di solidarietà nei confronti di una minoranza discriminata e violentata è come dare credibilità a Borghezio o a Casa Pound che fanno un sit-in contro l’omofobia a Bari. Uguale uguale.

La sindrome di Wile Coyote – Cronaca semiseria della fiaccolata del 31 maggio a Roma

Wile Coyote è un personaggio di grande ingegno. Bisogna riconoscere all’animale, che tanto si avvicina al concetto di sciacallo, che non è facoltà del primo canide che incontri per strada costruire trappole e tentare attacchi dinamitardi per far fuori Beep Beep. Eppure lui ci riesce. Segue le istruzioni. Accende la miccia con grande perizia. E attende. Che il suo destino si compia.

Gay Street. O via San Giovanni in Laterano, fate voi. Per chi non lo sapesse, là accanto c’è la basilica di San Clemente. Dove potete trovare, se scendete nella cripta e avete buon occhio, un dipinto murario che per chi studia storia della lingua italiana è un piccolo gioiello. È una delle prime attestazioni di volgare neolatino. Dei soldati romani vogliono catturare il santo. Dio fa credere loro che una pesante colonna sia la loro vittima. I soldati tirano, ma non c’è nulla da fare. La colonna non si sposta. E il capo dei soldati dice, con un idioma che non è ancora italiano e non è più latino, “trahite, fili de la puta”. Ovvero: trascinatelo, figli di puttana.

Arrivo, con Pinzi e Guglia. Siamo in anticipo di quaranta minuti e le telecamere sono già lì. È Arcigay Roma. Si è sentito l’odore del sangue. Il presidente si fa intervistare. We have a dream, che ha organizzato l’evento, ha una piccola filosofia: quando ci scappa la coltellata ci si riunisce dietro l’unico vessillo possibile, il rainbow. Perché contro il sangue delle vittime c’è un’unica risposta che non è quella del logo da conventicola. Non è una questione di marketing. È solo buon senso. È seguire un simbolo, vestiti solo del proprio corpo. Arcigay, invece, ci ha messo il cappello.

I giornalisti hanno fotografato anche noi. Noi normali, intendo. A me non andava di essere intervistato dal TG2. Mi sento impacciato davanti alle telecamere e non mi piace la mia voce, riprodotta. Poi ci spostiamo. A dire il vero il percorso della fiaccolata mi sembra un po’ moscio. In sordina, fino al luogo dell’ultimo pestaggio, ma tra di noi. Senza che la gente sappia cosa stiamo facendo.

Noi e il rainbow. E i militanti di Arcigay che, non sazi delle attenzioni dei media, ci si piantano di fronte. Fanno vedere i volantini del Roma Pride. Del loro pride. Mauro si incazza. Non vuole essere strumentalizzato. La tipa che a momenti ci prende a gomitate per coprire i nostri volti coi suoi volantini gli fa notare che lei ha vent’anni di militanza alle spalle, per cui fa quello che vuole. Come se non essere sufficientemente vecchi fosse una colpa. Come se questo le desse il diritto di pensare che il resto, senza  etichette, non sia importante. Dopo di che, giustamente, la si manda all’unico paese dove possono essere mandate persone siffatte.

Arriviamo al luogo del pestaggio, ma il popolo delle fiaccole non è contento. «Non ha senso farla così», «ce la stiamo cantando da soli», «la gente deve sapere». Come dargli torto? Si decide di andare al bar dove il ragazzo pestato l’altro giorno ha chiesto aiuto. Secondo i giornali quell’aiuto gli è stato negato. Si decide, tutti e cento, perché eravamo pochi, di regalare ai tipi del bar dei fazzoletti. Gli stessi che loro non hanno concesso al nostro compagno gay per pulirsi il viso dal sangue.

Arrivati al bar la gente grida “vergogna!” e getta dentro il locale fazzolettini appallottolati. Che poi non è proprio un bar, ma una gelateria, in via Cavour. Quindi succede l’imponderabile. Dalle fila di Arcigay i grandi capi romani ci rimproverano e ci dicono che dobbiamo chiedere scusa, perché il bar non è quello. Pare che al ragazzo che ci ha condotto sin lì sia pure stata promessa una bella querela. Succede il finimondo. È tutto un insieme di grida. Non si capisce nulla. Ed io che penso: che figura di merda.

Poi le cose si calmano e si capisce che avevamo ragione noi. Gli indignati. Il bar è proprio quello e qualcuno deve chiedere scusa. Ma non noi. Solo chi ci ha gridato addosso. Chi ha detto a chi era arrabbiato – e oserei dire giustamente – che doveva vergognarsi della propria rabbia. Il presidente di Arcigay Roma prende il megafono. La sua reazione che, chissà perché, da tutti è stata vista come un attacco alla propria comunità, doveva essere presa per un momento di eccesso emotivo. Il ragazzo è sensibile, evidentemente. O almeno prova a spiegarlo. Ma subito viene subissato da una pioggia di vaffanculo.

Adesso io penso male, lo so. Ma quando vuoi mettere il cappello su una cosa che non ti appartiene e poi la cosa ti sfugge di mano in modo che non avevi previsto, ma comunque dignitoso, poi il cappello ti rimane addosso e tutto ricade su di te. Per salvare il salvabile, a cominciare dalla propria faccia, la stessa mai sazia di comunicati stampa e interviste esclusive nei pressi del Colosseo, devi strigliare il gregge. Almeno fino a quando pensi di essere il pastore. Ma poi succede, mentre aspetti che il destino si compie, che le cose seguono il loro corso. In questo caso, quello di ciò che è stato in tutto il suo dramma e nel ridicolo che ne è seguito. Il ridicolo di credere di trovarti di fronte un pugno di pecore.

Wile Coyote è simpatico e ci fa ridere. Ma le cose non gli vanno mai come vorrebbe. Anche se alla fine difende i suoi interessi. Prendere l’uccellaccio e papparselo in santa pace. E allora costruisce una gigantesca catapulta con un carico di merda e al momento opportuno lascia il gancio di sicurezza. E il carico parte, ma prende il ramo, o i fili della luce, fate voi. Rimbalza e torna indietro. Colpendo il protagonista di questa storia della stessa sostanza che aveva destinato per la sua vittima.

Per come volete vederla, per tutti i significati che volete dare a questa sequela di metafore, è ciò che è successo stasera alla fiaccolata di We have the dream. E per chi fosse duro di comprendonio: noi eravamo quelli che corrono sempre più veloci.

Contro le aggressioni, stasera in piazza

Bollettino di guerra:

19 agosto 2009, Emilio Rez, gay, avvicinato con una scusa, quindi insultato e picchiato.

22 agosto 2009, Svastichella aggredisce una coppia di ragazzi colpevole di scambiarsi effusioni in pubblico. Uno dei due, Dino, verrà accoltellato allo stomaco.

26 agosto 2009,  ignoti danneggiano il Qube, la sede di Muccassassina,  serata del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli.

1 Settembre 2009, due teste rasate lanciano delle bombe carta in via San Giovanni in Laterano, la Gay street di Roma. Alcuni ragazzi verranno leggermente feriti.

19 Settembre 2009, ennesimo atto vandalico al Qube.

11 Ottobre 2009, nuova aggressione in via del Corso, contro una coppia gay. Gli aggressori urlano slogan neofascisti.

20 novembre 2009, Brenda, una persona transessuale coinvolta nel caso Marrazzo, viene trovata  carbonizzata nel suo appartamento. L’ipotesi è omicidio volontario.

25 Aprile 2010, Mattia, gay, viene aggredito in autobus, in pieno centro.

29 maggio 2010, un ragazzo di ventidue anni viene aggredito in via Cavour. Gli gridano “frocio”. Rischia di perdere un occhio. I gestori di un bar lì vicino gli negano soccorso.

Per dire no a tutto questo, per dire no all’ennesima aggressione, per far capire all’ultima vittima di questi crimini che non è sola, per far capire a quei delinquenti che non siamo disposti a tollerare ulteriori violenze, stasera ci sarà una fiaccolata contro l’omo-transfobia in via San Giovanni in Laterano, alle ore 21:30.

Ci vediamo lì.