La festa del Pd e il rapper maleducato

Quando venni invitato a presentare il mio libro alla Festa dell’Unità di di Roma, uno degli organizzatori mi prese da parte e mi disse: siamo amici, puoi dire tutto quello che vuoi, ma se mi insulti il partito sarò costretto a tirarti giù dal palco. Gli risposi che ero a casa loro, che conosco le regole della contestazione, che una cosa è polemizzare e un’altra è fare dei danni a casa di chi ti ospita.

In altre parole: critici sì, sempre e ovunque. La maleducazione mai. La tua causa, se è giusta, non ne ha bisogno.

Dico questo perché oggi mi sono imbattuto casualmente nell’intervista che Repubblica ha fatto a Moreno, che canterà alla serata finale della Festa Democratica di Genova. Così si esprime il vincitore dell’ultima tornata di Amici: «Fa un po’ ridere che si dica che io suono alla Festa del Pd. Il mio concerto e la Festa democratica sono due cose diverse: la festa dell’Unità è alla Foce, il mio concerto è al Porto antico. Sono entrambi a Genova, ma in due zone distinte, ci vogliono due autobus per andare da una all’altra. Io vado al concerto di Moreno, cioè al mio show».

Qualcuno spieghi a questo ragazzino un po’ di buona educazione e le ragioni di un senso del ridicolo che evidentemente non sa gestire. Le motivazioni sono evidenti: se non ti riconosci in quel partito, non partecipare alle sue iniziative, fossero anche ludico-ricreative. Se mi invitassero a cantare per la serata conclusiva di Atreju non potrei mai dire che le due cose non c’entrano nulla. Fermo restando che io non canto e che non andrei mai ad un raduno di giovani berlusconiani.

Quanto al Pd, oltre a capire quali scelte politiche fare, e darsi un’identità, dovrebbe anche evitare di invitare fenomeni di baraccone mediatico di casa Mediaset che sputano nel piatto dove mangiano. Il processo di costruzione del sé comincia anche da queste piccole semplicissime accortezze.

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Oggi su Gay’s Anatomy: “Glielo spiego io, onorevole Bindi”

Ho scritto a Rosy Bindi:

La politica dei passi avanti portata dal suo partito non rientra nella filosofia di un avanzamento verso la piena equiparazione tra coppie sposate da una parte e coppie gay e lesbiche dall’altra. I vostri sforzi sembrano, al contrario, orientati nella direzione di fare di tutto affinché tale uguaglianza non venga raggiunta e questo non tanto per convinzioni personali o per la miseria umana che potrebbe nascondersi dietro ad esse – ogni riferimento a persone come Massimo D’Alema e Paola Binetti è voluto, sia ben chiaro – fatto grave di per sé, bensì per compiacere una casta sacerdotale che legittima la sua presenza in parlamento e da cui trae linfa elettorale per fare gli interessi non del popolo italiano, ma di uno stato straniero, il Vaticano. E questo stato, nella figura del suo massimo rappresentante, uno dei pochi monarchi assoluti ancora viventi su questo pianeta, ha già fatto sapere in più di un’occasione cosa pensa di noi persone LGBT. E ciò che pensa rientra pienamente nella definizione che l’UE dà di omofobia.

Il resto, potete leggerlo e commentarlo su Gay’s Anatomy.

Il pd all’IdV: siete omofobi quanto noi!

A quelli del partito democratico non par vero. Deputati, membri del partito, tesserati, volontari o semplici simpatizzanti hanno un motivo per sottolineare, finalmente e con quale impeto polemico, l’omofobia dell’Italia dei Valori. Anche Di Pietro e il suo partito, a una prima lettura di certi commenti, su Facebook come sui vari blog che circolano in rete, sarebbero stronzi tanto quanto certi campioni di discriminazione che fanno il bello e il cattivo tempo dentro il partito di Bersani.

La strategia è semplice: dimostrare che anche altrove non si è messi tanto meglio rispetto alla formazione politica più criticata e deludente sul tema delle coppie di fatto e dei diritti legati alla questione omo-transessuale. Far capire, con prove inoppugnabili, che il partito che, a torto o a ragione, si delinea come il più gay-friendly del parlamento, cioè l’IdV, è “peggiore” tanto quanto.

Ma quali sono queste prove granitiche? Tutto è cominciato, come si legge su Gaynews24, con «l’accusa, lanciata in forma anonima in un commento sul sito iltribuno.it, rivolta all’attuale coordinatore provinciale fiorentino Alessandro Cresci, alla vigilia del congresso dell’Italia dei Valori che si terrà il 24 ottobre a Pisa», commento che recita che il signore in questione «non ha detto di essere gay» per cui «non può fare il coordinatore regionale dell’Idv in Toscana».

Apriti cielo.

Tra i fautori di nuovi e vecchi Ulivi, orfani di tutte le querce possibili e ben piantati all’ombra di margherite di cattolica fattura, è una sola voce: avevano ragione loro, l’IdV sulla questione omo-transessuale non è affidabile.

Loro che hanno, meritoriamente, portato la questione alla Festa Democratica e che si apprestano a riportare in parlamento una legge che introduce un’aggravante generica riguardante l’omofobia, senza però introdurre il reato di omofobia, ma che dimenticano molte altre cose.

Per altro, si ha la sgradevole sensazione di voler scatenare una tempesta in un bicchier d’acqua. Si sta ingigantendo un messaggio lasciato su una bacheca virtuale e in forma anonima, per di più, contro un dirigente dell’IdV che potrebbe esser stato scritto da chiunque, anche da un avversario del partito in questione magari per scatenare il casus sull’omofobia del movimento di Di Pietro.

Si mette, in pratica, sullo stesso piano un messaggio anonimo su web con le dichiarazioni, tanto per fare un esempio, di Rosy Bindi sull’omogenitorialità.

Pare, ancora, che dentro il pd, dopo le innegabili aperture, per quanto timide e assolutamente insufficienti in termini pratici, si stia volendo portar avanti un’operazione di maquillage che miri a far dimenticare le magagne di un’intera classe dirigente e del disegno politico inefficace e ambiguo su certi temi.

Poi, non sarò io a negarlo, una festa fatta bene e un tentativo di legge sono una testimonianza positiva, ma, appunto, una mera testimonianza.

La concretezza è ancora lontanissima dal venire. Bene il lavoro di Concia, Scalfarotto, Alicata e tanti che dentro il pd operano in tal senso. Ma a comandare sono sempre personaggi come D’Alema, Fioroni, Bindi e altri che sono i diretti responsabili dello stato delle cose sulle tematiche GLBT: il nulla.

Non voglio esaltare chi si fa propaganda sulla pelle dei gay – questa l’accusa più in voga rivolta ai dipietristi – ma non ha neppure molto senso spacciare, adesso, per gay-friendly un partito che ha una dirigenza, nelle migliori delle ipotesi, indifferente qualora non infastidita dalla questione omosessuale.

Per non parlare di un aspetto non di secondaria importanza: il pd è il propugnatore del mantra politico-istituzionale del “meglio poco che nulla”. Adesso, io non voglio credere all’assoluta malafede dell’Italia dei Valori che, almeno sul suo programma, si dice favorevole alle unioni civili. Non ho problemi, per altro, a credere che anche dentro quel partito si voglia cavalcare l’onda, ma questo ce lo diranno i fatti quando si arriverà a  votare, semmai ci si arriverà, su questioni specifiche.

Il dato politico è che, almeno a livello di immaginario collettivo, c’è una forza politica che dice cose chiare (e la vedremo al varco al momento del fare). Perché, e questa è la mia domanda, non potrebbe valere anche per i dipietristi la regola del poco alla volta? Preparare il terreno culturale – Di Pietro era accanto a Luxuria quando la Mussolini disse «meglio fascista che frocio» affermando apertamente che gli omosessuali erano suoi fratelli e in quel contesto ha sicuramente dato una spallata a un certo sistema di credenze, almeno a livello concettuale – preparare quel terreno, dicevo, non è un passo avanti?

Sembra strano che i fautori del “megliopochismo” della linea ultramoderata dell’uovo oggi e anche domani (e la gallina chissà quando) pretendano un rigore assoluto da un loro alleato senza avere i presupposti morali per esigere tali pretese. Sembra strano, appunto. In certi casi addirittura ridicolo, a ben vedere. Ma tant’è.